08/02/2010
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“La vita, amico, è l’arte dell’incontro”
Vinicius de Moraes
“Ciò che resta lontano dalla mia comprensione misura la mia non centralità nel mondo.”
Il mondo che brulica attorno a Michele gli scivola addosso, non si fa cogliere. Ecco il perché di queste parole.
Un tempo avrebbe detto semplicemente: fanculo il prossimo! A me chi ci pensa?
Allora Michele viveva col mondo controvento. Le mire della vita erano cose che si annotavano su un curriculum, su una dichiarazione dei redditi o su un carniere di conquiste. Voleva sentirsi solo, primo al comando, e solo non era mai. Ora che ci si sente, ha scoperto che gli altri esistono, e non sono più i figuranti del suo film.
Gli anni e le sconfitte hanno seminato dentro Michele il senso delle battaglie giuste e di quelle sbagliate. Gli hanno mostrato che tra la rassegnazione e la pazienza c’è una distanza che scava abissi e può lasciare ciò che eravamo definitivamente al di là di una barriera di approvazione.
I veri obiettivi sono quelli dentro, non quelli fuori. Michele lo sente, come un cane fiuta l’odore del cibo, ma è una ricerca tentennante, agli inizi, dove sono più le vecchie certezze che si scartano che non le nuove che si mettono in cascina. E questo genera confusione, voglia di sprangarsi dentro in compagnia del proprio lutto.
Eppure Michele è un uomo che sa mettere ali al suo ragionare, che intuisce, che accetta correzioni di pensiero. È la sua materia ad arrancare, a restare diffidente — e una mente libera dentro un corpo resistente fa voli di tacchino.
“Ciò che resta lontano dalla mia comprensione misura la mia non centralità nel mondo.”
Michele non è una mosca bianca. Tutti sono periferia del mondo, restando centro della propria vita. Basta alzare gli occhi, mentre si incrocia il giorno di mille altri. Nessuno è centro di niente — salvo chi incuba deliri di monarchia. Ecco le vere mosche bianche: ne basta una per guastare mezza cesta di un popolo.
Non siamo centro, siamo periferia. Fuorché nel corpo, quando ci dice che ha fame, o sonno, o bisogno di fare l’amore. Quando si sente malato. Ma a che serve sentirsi centro anche nella testa? Ecco la domanda cui la ragione di Michele vorrebbe dare risposte, e non sa ancora. Tutto allora apparirebbe più semplice, coerente.
È la sua unicità che lo accomuna agli altri. Per sentirsi in armonia col tutto di cui è parte, per riceverne in cambio la dimensione autentica di quanto anche lui sia importante, prezioso, indispensabile, basterebbe tenere dritta la barra su questa piccola ambizione di verità. Non quando è facile — leggendo un libro o vedendo un film che le dà luce — quello è solo un lampo nell’oscurità. È nel resto della vita che l’istinto lo guida altrove: su chine saponate di alibi, dentro giornate puntellate da episodi di lesa centralità. Le sue ragioni facendo ombra a quelle altrui le lasciano sempre nel buio del torto, da cui nessun ravvedimento potrà ripescarle. Il suo incontrare è troppo spesso un incappare in ostacoli che rubano tempo, o priorità.
Per districare il laccio dell’orgoglio Michele dovrebbe sciogliere prima se stesso, ricomporsi con calma fuori dal viluppo della corda attraverso la naturalezza del fare. Per sciogliere un lutto di attesa — di mani che non si offrono — dovrebbe prima tendere le sue. Perché è terapeutico il senso del dono, ma è corta la sua memoria. Si gioisce meno a prendere che a dare: per una volta, forse più, Michele lo ha sentito; in quegli istanti ha visto davanti sé una strada dove le paure che l’interesse nutre sembravano diradarsi come nebbia del mattino.
Michele sbriga la pratica donando a chi già dovrebbe — ai suoi figli, alla sua compagna — se e quando e come gli riesce. Quanto agli altri … Restare su un solco profondo costa fatica, se si deve scavarlo da noi. È nella natura di un vogatore stanco tirare il remo in barca contando sull’abbrivo. Allora una verità intuita resta lampo in un cielo senza nuvole, una medaglia che ti appunti sul petto da solo. Una certezza già pallida al primo evocarla, poi sempre più, quando torna, a singhiozzo, solo per dissetare la coscienza, come eccezione a confermare regole opposte.
Gli è più facile essere centro che periferia soprattutto con la testa, Michele lo sa bene, e per una volta che lascia entrare dieci chiude a chiavistello i battenti della sua anima e del suo cuore.
Si sente lontano e non capisce Antonio, il suo vicino, settant’anni. Tutte le mattine, sotto i suoi occhi, ripete il rito per lui oscuro di una scaramanzia, perché ha paura che gli rubino la macchina. Non può accadere, si dice Michele, è una Fiat Uno degli anni Ottanta, la carrozzeria tutta graffi, opacizzata: non la ruberebbero neanche aperta con le chiavi nel cruscotto. Ma Antonio continua a montare e smontare un curioso bloccasterzo giallo a forma di mazza da baseball, che sarebbe più adatto a scacciare un furfante. Avere pena per Antonio non fa sentire meno estranea a Michele la sua fisima, che non riesce a parlargli.
Si sente lontano e non capisce Franca, cinquant’anni, in piedi davanti a lui sull’autobus. Ha addosso segni di una normalità di tante: di chi alle sette e un quarto addenta controvoglia e ancora senza forza una giornata che pare gemella di ciò che l’ha preceduta, tanto da confonderla su che giorno sia oggi. Ma Franca tiene nascosta nella mano ciò che ieri sembrava una catenina di falso corallo, mentre oggi è chiaro che è un rosario. Per caso Michele ha indugiato più a lungo con gli occhi fra quelle dita; ha visto allora due falangi che furtivamente accarezzavano piccoli chicchi color arancio: li sgranavano regolarmente, sotto uno sguardo distante da lui, presente chissà dove. E dopo un po’ Michele poteva capire se Franca stesse recitando un Ave o un Pater, dalla frequenza del minuscolo gesto del pollice, che faceva avanzare i grani come i minuti, come le fermate dell’autobus — come semi di una speranza privata, che mostrava le spalle a lui per spendersi chissà dove. Ma anche il pregare di Franca, così vicino da toccare, lui lo sente presto sgattaiolare, tornare straniero a capo del suo rimuginare.
Perché lui è periferia e si ostina a credersi centro.
E ora che soprappensiero piega per bene il giornale, proprio come se volesse portarselo, ma poi lo lascia sul sedile del bus andando via, qualcuno lo guarderà strano — lo vedrà periferia di sé.
Puntualmente questo disagio di estraneità gli suggerisce sentieri battuti — indennizzi di fratellanza. Gli riesce sempre di concepire una generica commozione per ogni Antonio, per ogni Franca che incontra. E sono migliaia. Sul momento convince se stesso, beve a grandi sorsi la propria sincerità. Eppure, l’idea di comunanza così totale che sul momento lo investe, tra due ore non saprà fertilizzare la giornata: sarà una traccia cancellata da altre dieci, un raggio di sole prima di uno scroscio di pioggia.
L’evenienza di un guardare diverso è un fiume carsico che di nuovo si inabissa nella vita di Michele, prende strade di buio e di silenzio, come accade alle vite e ai sentimenti che lo avevano ispirato. Riemergerà forse, più distante. Avrà un altro colore, sembrerà nuovo e ancora terrà Michele stretto per la coscienza.
Anche lui continuerà poi come molti, su una strada gettata senza traverse, mettendo a fuoco solo il suo orizzonte, attore unico del proprio dramma.
Eppure Michele è anche Antonio, è anche Franca.
08:49
Scritto da : nowhere_man
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31/01/2010
Autobus
Sulla linea 29 restavo ospite – anche se la prendevo tutti i giorni da quasi due anni per andare al lavoro. Gli altri viaggiatori ci stavano come nella piazza di un paese: virtuale, mai vissuto per esperienza. Se lo erano ricostruito come un set, là sopra, sull’autobus. Con i giorni e con i mesi, nella mia testa l’album degli assidui del 29 era completo – trenta o quaranta persone che, con poche eccezioni, incontravo tutte le mattine. Tra queste Giuseppe, il pensionato.
A furia di levatacce e di ore di traffico, anche loro si abituarono alla mia presenza. Non dovevo risultare molto simpatico: mai una parola con nessuno, né un saluto, mentre loro si riconoscevano, cercavano la compagnia e le chiacchiere come boccate d’aria. Io le rifuggivo. Me ne stavo con un libro in mano e la musica nelle cuffie, isolato. Non potevano sapere che per me era l’unico modo di superare quel momento della giornata. Sempre in giacca e cravatta, diverso da loro, ero un intruso che da due anni condivideva parte del loro tempo, letteralmente gomito a gomito, senza mai aver ceduto neppure alla tentazione di un sorriso. Per motivi differenti, loro non conoscevano la mia voce, io non conoscevo le loro.
Di tutti, il solo a ispirarmi fiducia, quasi tenerezza, era Giuseppe. Basso, tarchiato, col baschetto blu in testa in tutte le stagioni, sui settanta, ma in buona salute. La sua presenza sull’autobus restava per me qualcosa di dissonante, di antico e insieme di ritrovato: mi ricordava l’innocenza di certi anziani intervistati dalla prima televisione, quella degli anni cinquanta in bianco e nero e di un’Italia dove tutti sembravano ancora ciò che erano veramente – e forse fu l’ultima. Sembrava qualcuno che stesse a casa sua, non su un autobus. Oltre che osservare, mi facevo tentare dall’indiscrezione: cosa spingeva Giuseppe, alla sua età, ad alzarsi ogni mattina tanto presto, per andare dove? Qualcuno o qualcosa lo aspettava, chissà chi, chissà cosa.
Riuscivo a incontrarlo sull’autobus anche quando, per un motivo qualunque, tornavo più presto del solito. A volte lo vedevo scendere prima del capolinea, altre lo vedevo risalire a una fermata intermedia. Il pensionato Giuseppe sembrava cercare una disciplina anche nel semplice bighellonare; quel cronico far niente si ostinava a voler assomigliare a una vita come quella degli altri, per nostalgia di regolarità. Degli assidui del 29 ero forse il solo a non parlarci; eppure ero convinto di essere l’unico che in quei minuti pensasse a lui, alle sue ore silenziose lontano dall’autobus e dalla vita.
Venne una settimana in cui, per motivi che non sto a dire, non andai al lavoro. Avevo del tempo libero, una cosa incredibile. Ero così poco abituato a disporne che non sapevo cosa fare. Uscivo di continuo, inventando commissioni futili o inesistenti. Naturalmente prendevo la macchina anche per fare cinquecento metri. Era una pausa dal lavoro, e ciò significava dimenticare tutto quanto lo riguardasse, incluso l’autobus 29 , i suoi due o tre autisti, Giuseppe e gli altri, piccolo mondo moderno di borgata che invecchiava onestamente giorno dopo giorno.
Una di quelle volte, alla fermata più vicina a casa mia, vidi in lontananza una sagoma familiare. Era lui, Giuseppe il pensionato. Quando vide una macchina avvicinarsi, fece cenno con la mano di fermarsi. Aveva l’irrequietezza di uno in pericolo o che cerchi aiuto. Frenai d’istinto. Giuseppe si avvicinò allo sportello destro e fece cenno di abbassarlo.
“Per favore, se va verso il capolinea mi potrebbe dare un passaggio? Oggi c’è sciopero e gli autobus non circolano”.
Con gentilezza mi aveva messo con le spalle al muro: gli feci cenno di accomodarsi. Aveva uno strano odore Giuseppe, e ne riempì subito l’abitacolo. Sapone di Marsiglia, o qualcosa del genere. Mi ricordava gli enormi spazi – così allora mi sembravano – della scuola elementare delle suore dove andavo da bambino. Si comportava come se non mi avesse mai visto: probabilmente era vero. Avevo voluto sembrare invisibile in quei due anni di 29 e c’ero riuscito. La conversazione languiva. Io con la scusa della guida non la cercavo, ma sentivo tutta l’agitazione di chi mi sedeva vicino senza che dovesse metterla in parole. Lo sguardo vagava, a destra e a sinistra, il respiro era affannoso di una corsa che non avevo visto fare al suo corpo.
Inaspettatamente disse qualcosa: “Mi scusi, può lasciarmi qua? Continuo a piedi”. “Come vuole”.
“Buongiorno, e grazie. È stato molto gentile”. “Si figuri”.
Spiazzato dalla sua improvvisa decisione, per qualche secondo lo osservai nello specchietto retrovisore. Si era accorto che ci seguiva un autobus, non un 29 ma un’altra linea che andava nella stessa direzione. Era sceso apposta per prenderlo al volo. La storia dello sciopero era una balla. Doveva aver perso una corsa e non aveva voglia di aspettare la successiva. Ma a me, ripensandoci, Giuseppe fuori dell’autobus era sembrato il contrario di come lo conoscevo sul 29: un’anima in pena, un pesce fuor d’acqua.
La settimana sabbatica passò in fretta. Ricominciò la solita vita, quella della linea 29 dove incrociavo per pochi minuti la vita di Giuseppe il pensionato e di altri sconosciuti come lui. Una sera, di ritorno a casa, rimasi solo con l’autista. Giuseppe era appena sceso. Non mi aveva mai riconosciuto come l’uomo di un casuale autostop. Così, tanto per dire – stranamente ero in vena di chiacchiere, mi era passata la voglia di leggere – attaccai discorso, facendo cenno a quello strano vecchietto e al fatto che alla sua età se ne stesse sempre in giro, anche col brutto tempo.
“Il sor Giuseppe – fu allora che seppi come si chiamava – sull’autobus ci vive. Sì, da come mi guarda ho capito che lei non ha capito. Quando dico ci vive, dico la verità. Noi facciamo turni di sei ore, e per almeno tre di queste ognuno di noi se lo ritrova a bordo. Io mi faccio i fatti miei, buongiorno e buonasera a tutti. Ma Franco, l’altro collega, è un pettegolo. Non si è tenuto. Un giorno lo ha fatto parlare. Gli ha chiesto perché passa tutto il giorno sull’autobus. – Cerco Mirella – ha risposto, seccamente. – E chi è Mirella? – Amico mio, è una lunga storia, tu sei giovane e non so se mi puoi capire. Mirella è … la bellezza, la gioventù eterna, hai presente? Mirella è un sogno che non posso smettere di sognare, o forse è solo un fantasma di questo povero pazzo che ti parla. Forse non c’è più, ma finché qualcuno non me lo dice … io continuo a cercarla e un giorno, lo so, la troverò. – Chissà che voleva dire. Franco è rimasto zitto – e mica è facile azzittire Franco! Secondo lui, Giuseppe è solo uno fuori di testa. Io non ci credo. Forse Mirella è una signora, vedova come lui, che avrà visto una volta sull’autobus, magari si è innamorato di lei ma non ha avuto il tempo, o il coraggio di attaccare discorso. Oppure è una vecchia fiamma giovanile, che ora che è solo vorrebbe ritrovare. Bivacca negli autobus tutto il giorno, sperando solo di incontrare ‘sta Mirella. Lei che dice? troppa fantasia, vero? Lo pensa anche mia moglie. – Dovevi scrivere i libri! – mi dice sempre, ma io lo so che prende in giro. A che serve la fantasia, dotto’? per vivere servono solo questi (e strofinò indice e pollice della mano destra)”.
“Ha ragione”, mi limitai a rispondere con un sorriso amaro. La fantasia a questo mondo è una moneta fuori corso. Lo pensai soltanto, non lo dissi. Salutai, perché ero arrivato. Era buio, ma le strade di solito un po’ squallide che mi portavano verso casa, perfino il neon troppo freddo dei lampioni che rivelava l’umido della sera, tutto sembrava diverso: vivo, essenziale, intensamente caldo e vero perché partecipe della storia di Giuseppe. Chissà quale era la sua verità: quella di Franco il pettegolo, del suo collega fantasioso, o una terza. Impressi come un marchio, mi restavano dentro due sentimenti: lo stupore verso un vecchio che inseguiva ancora la sua Mirella, qualunque cosa fosse, e l’umiliazione amara di un confronto – io che, tanto più giovane di lui, avevo rinunciato a cercare la mia.
08:46
Scritto da : nowhere_man
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24/01/2010
Segni
Non saprebbe dire quando è cominciata.
Riconosci una stagione nuova della vita solo quando ci sei dentro fino al collo ed è banale, perfino inutile constatare che il presente è diventato un lontano parente del passato. Ma la cesura, il momento del passaggio non lascia quasi mai il segno, a meno che non sia stato un trauma o un lutto; è un evento che forse neppure c’è stato: una zona di transito e di niente — non di nessuno, perché resta inevitabilmente tua.
Per gran parte degli anni trascorsi, la sua esistenza è stata un viaggio in taxi. Questo sembra ora ad Aldo. L’ha vissuta con attimi di intensità profonda, che non si dimenticano, che modellano la propria storia personale e le concedono l’aspirazione di aver significato. Ma erano sussulti, picchi isolati in un’orografia piatta. Quella di un tempo umano che riproduce se stesso per inerzia, per pura necessità di durare in vita.
Eppure, da una certa età in poi, Aldo ha davvero creduto di non perdere di vista una destinazione, magari aggiustandola quel tanto che suggerivano successi o fallimenti. Ma il tragitto, le svolte — ora lo sa — erano scelte prese altrove. Da qualcuno o qualcosa che, superficialmente, oggi potrebbe chiamare destino.
Già, allora non credeva alle corrispondenze, le bollava come casualità. Non saranno state minori di quelle che registra da qualche tempo a questa parte, solo che non se ne accorgeva, né tantomeno teneva il conto.
Ora lo tiene, il conto. Le cerca, se le aspetta. Aldo è in ascolto di un interlocutore misterioso e ormai familiare, che non si limita a guidarlo ma, se possibile, cerca di raccontare per segni il senso del percorso che si srotola come un tappeto generando i suoi giorni, come in una caccia al tesoro.
Non è diventato un fatalista, Aldo, e neppure un mistico. Semplicemente, sa che la sua vita prende una direzione; non è ancora visibile dove porti, ma si capisce che è così. Forse non poteva accadere prima, e gli obiettivi di un tempo erano solo bersagli di diversione, come una veduta che si allontana se la guardi da un treno che inizia una curva. È una partita a scacchi che si incammina verso un epilogo che non si può più cambiare, e lo fa capire chiaro ai giocatori. È come la forma di una pianta che diventa adulta e non potrà mai più essere un’altra.
Aldo asseconda da spettatore il nuovo corso di un’esistenza che, con sapiente lentezza, si va ordinando tutta attorno a un inghiottitoio. Sente la corrente che converge a spirale verso la soluzione. Vorrebbe bruciare i tempi, vedere le carte. Le regole del gioco sono altre. Lo si potrebbe chiamare il gioco della verità. Giorno dopo giorno, devi concentrarti su una mera sensazione, quella di violare o meno questa regola che pure non conosci, e se senti di averla violata rimetterti in riga.
Sembra una tautologia: non lo è. Lo sa chi prende possesso dell’idea che ogni uomo, ogni donna ha un percorso da fare su questa terra, che è solo suo e ribadisce, se non per gli altri per se stesso, la propria unicità anche nel diritto di sbagliare. Si pagano solo gli errori che si riconoscono, gli altri restano gramigna sparsa a intossicare il ricordo lasciato di noi. Gli errori che si pagano misurano altro, il ridimensionarsi dei sogni, l’incolmabilità dei rimpianti.
È un’attesa, ma attesa attiva, quella di Aldo. Non quella di chi si rassegna, ma di chi si gioca la partita e attende il verdetto, e una volta pronunciato non farà appello. In fondo la vita gli concede mosse nello stesso numero delle sue, in un gioco equo che non discrimina tra vincitori e vinti. La sua vita è l’unica, vera compagnia che non lo fa sentire solo.
08:41
Scritto da : nowhere_man
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16/01/2010
Uomini paralleli
Succede nella scienza, nella tecnologia, forse in ogni ramo dell’attività umana: arrivare a risultati simili, o identici, da punti di avvio diversi, attraverso volontà distinte. La scoperta del fuoco, o dell’arte muraria, non è stata circostanza di un singolo poi esportata nel globo per migrazioni, ma approdo comune di un’urgenza diffusa.
Non è solo la creatività, o il bisogno, o l’amore a tracciare strade parallele alle persone. Hanno lo stesso potere il sospetto, l’odio, l’interesse.
Gli uomini paralleli sono sempre uomini del bene o uomini del male. Non c’è via di mezzo.
I secondi lasciamoli all’eventuale giudizio di un magistrato, della Storia o di Dio. Gli uomini paralleli che mi interessano sono i primi. È chi, senza sapere l’uno dell’altro, partecipa il viaggio di un percorso di verità. È la loro verità, qualcosa che si condivide spezzandola come un pane; niente verità assolute che sanno di pensiero unico, di tirannia culturale che prelude a un peggio.
Gigi e Luigi, per esempio, sono paralleli. Non solo per omonimia. L’uno in Toscana, l’altro in Piemonte. Ma è convenzionale, riduttivo confinarli in una geografia. Loro percorrono il territorio dell’Uomo, che ha deciso di farli molto peregrinare con la sua voglia di strafare, di toccare estremi.
Uomini paralleli come loro non smettono per questo di spargere semi per il mondo, né di raccogliere frutti. Li chiamano con nomi diversi, ma semi e frutti sono gli stessi. Ad accomunarli è un lessico di sentimenti, non di parole. Non imprecano contro gli ostacoli del cammino dove si sentono guidati. Il cammino è quello, non altri, e la tentazione di scantonare, quando viene, passa. Se imprecano per qualcosa, è contro la cecità di chi continua a volersi male — e non si finisce mai di incontrarne. Più frutti raccolgono, più si sentono dentro il loro limite di uomini, sempre a rischio sul ciglio di un fallimento ultimo. È il prezzo dell’umiltà vera, quella di sentirsi mezzo e non fine.
Due uomini paralleli hanno segni comuni, e un terzo che li osserva vicini concepisce — almeno per un istante — il granello di verità profonda che è stato gettato dentro ciascuno per essere presto o tardi ritrovato nel viaggio della vita.
Due uomini paralleli non si somigliano nel fisico, ma nel modo di guardare. Quando si incontrano, hanno conforto dalla scelta dell’altro, poi dalla propria. Si intendono a parole e più spesso a gesti silenziosi. Si guardano l’un l’altro come in uno specchio che non stana vanità. Il vero racconto è il loro volto, palinsesto di storie viste, di emozioni attraversate. Le parole restano piccole conferme, ma di un materiale fragile, alla mercé del vento di dicerie o indifferenze altrui.
Gli uomini paralleli come Gigi, come Luigi, fanno. Ma sono più contagiosi nel dire, talora vittime di un virus benigno diffuso a parole. Tutti li cercano: loro si lasciano trovare. La fama, una volta acquisita, stanca chi ha bisogno di ritrovarsi nella melanconia muta degli spazi aperti, dei crepuscoli solitari. Prescelgono la gente che prova a tendere mani per chiedere, che cerca una tana in un abbraccio, che non smette di tentare una gabbia di errori; verso questi uomini, queste donne viene loro di andare: gente comune senza ribalte né predellini. Ma si fanno prendere a pezzetti, a mo’ di souvenir, anche da chi li avvicina come rockstar.
Forse è sbagliato l’aggettivo. Se fossero paralleli, come pensiamo le rette, non avrebbero l’occasione di un incontro. Ma quelli di cui parlo — è nella natura delle cose — di solito si incontrano. Non tutti, non sempre. Quando avviene, sembrano piuttosto uomini raggio, che attraccano da mari diversi a un porto comune, e lo sentono come un tornare — viaggio di discesa di una linfa spinta da radici forti fino alle estremità dell’albero. Come se l’esistenza fin dalla nascita non fosse che un apprendistato di distoglimento e di inganno, per fortificare di rimbalzo il desiderio occultato di ritrovarsi con gli altri, di riconoscersi negli altri.
Errare significa sia sbagliare che viaggiare. Cosa è oltre a questo la vita degli uomini? Forse, soltanto amare.
Gigi Verdi e Luigi Ciotti sono entrambi preti, per parrocchia hanno scelto la strada; questo spiega molto ma non spiega tutto. Si sono incontrati, forse doveva accadere. Sono amici. Del secondo si sa molto, chi vuol sapere anche del primo cerchi su internet “Romena”, la cerchi se vuole anche in altro modo, andandoci se ne ha l’occasione. E capirà di più.
08:59
Scritto da : nowhere_man
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11/01/2010
Cornacchie gabbiani e altro
Quando vedo una cornacchia, fatico a convincermi che è anch’essa, per così dire, una creatura di Dio.
È un animale così sgraziato e impudente che mi chiedo chi possa lasciarsi intenerire. Una bestiola furba e svergognata. La confidenza con l’uomo è beffarda: è certezza di farla franca senza per questo perdere la dignità di creatura selvatica.
Per quanto lente appaiano, catturarle è impossibile. Un amico cacciatore mi raccontava che non è mai riuscito a prenderne. Non che la carne sia buona. Anzi, è immangiabile, tutti i cacciatori lo sanno. Ma da ragazzo questo mio amico, così mi raccontava, si divertiva a sparare alle cornacchie. Mai colpite. Ora non più. Ha smesso di sparare ed è diventato un animalista di ritorno.
Le cornacchie hanno colonizzato le città, sono ovunque. Senza alcuna remora, sono arrivate a camminarti vicino come i piccioni, di cui peraltro si nutrono quando muoiono o si ammalano. Sono l’animale meglio urbanizzato dell’intera fauna, al confronto gatti e cani sembrano specie protette, se non altro perché hanno perso da millenni l’autonomia nel procurarsi il cibo. Le cornacchie, come loro, prosperano in ogni dove antropizzato, ma senza ricevere niente: prendono da sé. Questo il segreto di un successo che darà lunga vita a una specie immune dal rischio di estinguersi prima dell’uomo.
Altro sembrano i gabbiani.
Il gabbiano è il mare: un binomio imprescindibile. Il loro planare leggero all’orizzonte, quella bianca eleganza, come andare ogni giorno a nozze con l’aria, un canto che misura a echi lo spazio terso del cielo. Il gabbiano è davvero la quintessenza della poesia marina — malgrado Jonathan Livingston. Prendete lo sciabordio dell’onda sul bagnasciuga, il rumore del vento, la solitudine della spiaggia e qualche gabbiano a fare piccole vu nell’aria, e l’idillio è completo.
Sarà, io però abito a ridosso di una vasta landa erbosa, dove i gabbiani svolazzano spesso a stormi. Mi sono chiesto cosa trovino qui, a trenta chilometri dal mare. La risposta è stata facile: non lontano c’è una discarica.
Due specie, cornacchie e gabbiani, che hanno preso la brutta china dell’uomo. Animali razziatori di degrado. Rovistano nei rifiuti ormai, hanno abbandonato gli ambienti naturali per quelli artificiali, dove il cibo non è più preda viva ma natura morta, derrata di scarto di una società che non metabolizza tutto quel che produce. Specie ancora prigioniere del loro cliché, malgrado tutto. I secondi continuano a ispirarci immagini poetiche, ne ammiriamo il volo; le prime ci fanno ribrezzo e le scacciamo come uccelli del malaugurio.
Sembra una metafora di due specie di uomini, specialiste anch’esse nel razziare. La prima specie lo fa con distinzione, con cognomi rispettabili; ingrassa il gossip che si vende al dettaglio in edicola e ormai anche nei TG. Razzia ma di nascosto, nel backstage del mondo, con la sua corte di scherani, di prestanome, di postulanti e di escort. La seconda specie ha invece un aspetto ripugnante, all’occorrenza si nasconde sotto botole vivendo nel buio di luoghi a misura del proprio squallore, quando la arrestano ha la barba lunga, porta T-shirt bisunte e si copre il volto con le mani ammanettate.
È estetico – oltre che culturale – ciò che le divide. Per il resto sono, la prima non meno della seconda, razze ladre.
08:18
Scritto da : nowhere_man
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