10/02/2007

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15/01/2007

La visita

    Non riusciva a prendere sonno. Dopo aver percorso senza risultato il museo personale degli stratagemmi per ingannare la veglia - alla lunga uno di essi finiva per funzionare - fece leva sul bacino, si scrollò dal disappunto e fu fuori dal letto. L'orologio sosteneva che fossero le tre. Nel condominio non una voce né un cigolio a interrompere il sibilo assordante del silenzio. Solo il ronzio del freezer, quando fece qualche passo in direzione della cucina, affiorò come dal nulla e gli venne incontro. La casa interamente coperta di tappeti e i piedi scalzi lo rendevano un essere gassoso, senza peso e senza rumore, mentre vagava tra le stanze, al buio, con occhi di gatto cui bastava un sospetto di luce - quella che filtrava dalle persiane semi abbassate - per orientarsi nei vuoti senza urtare i pieni.
    Aveva la convinzione che la sua insonnia fosse una manifestazione morbosa, l'accesso di una malattia infida che iniziava a rivelarsi, così, a tradimento, come tutti i mali del corpo. Curiosamente, la sua vita d'un tratto gli apparve del tutto inutile, per sé e per gli altri; si chiese cosa sarebbe accaduto se l'indomani nessuno lo avesse visto, al lavoro, al circolo, al bar. Niente, si rispose. Non succederà niente. Si passò le dita sulla fronte e provò una sincera, incondivisibile pietà per una pelle che a nessuno sarebbe mancata. La sua voglia di vivere si era asciugata, silenziosamente, senza traumi, come una pozzanghera al sole d'agosto. Avrebbe desiderato addormentarsi e non svegliarsi più, per non dare fastidio e non creare incombenze.
    Meccanicamente, senza badarci pigiò il naso sul vetro della finestra del salotto, poco sotto la serranda che aveva lasciato a metà percorso. Nella scala di fronte - il palazzo formava una U - c'era al suo stesso piano una luce accesa. Non aveva mai fatto caso in quei tre anni a chi vi abitasse. Ora, all'improvviso, lo scopriva. Una donna. Ferma, atteggiata come lui, dietro la propria finestra. Come se lo aspettasse. D'istinto, vedendosi scoperto indietreggiò, senza però smettere di guardarla. La donna non si scompose: restava seria, concentrata e attenta, come se i due avessero parlato fino a pochi istanti prima e ora lei sapesse tutto di lui, del suo sgomento notturno, della sua insonnia rivelatrice e del suo inaspettato senso di inutilità. Non c'era abbastanza luce perché l'uno potesse leggere nelle pieghe del viso dell'altra e indovinare quali sentimenti vi abitavano: una penombra ruffiana infondeva coraggio al reciproco spiarsi, renderlo quasi sfacciato. Lui alzò cautamente il resto della persiana e uscì fuori, nel balcone. Lei non c'era più: aveva lasciato la luce accesa. Restò deluso, vedeva il suo eroismo notturno, figlio di una disperazione metropolitana e privata, castigato dalla notte. Indugiò qualche minuto, senza scorgere alcun movimento nella casa dirimpetto, che restava illuminata e deserta, poi rientrò.
    Qualcuno bussò alla porta. Il suo cuore sobbalzò. Un rintocco breve, appena distinguibile, discreto come deve essere un segnale furtivo e, in qualche modo, calcolato. Non era questo il caso. Si diresse verso l'ingresso e, consapevole che la sua presenza così vicina sarebbe stata avvertita, non resistette comunque alla tentazione di guardare nello spioncino. La donna dirigeva gli occhi volutamente altrove, indossava una vestaglia di seta cremisi con i revers più chiari in nuance, un deshabillé elegantissimo, indiscutibilmente sensuale. L'uomo si sentì insieme signore e schiavo dei suoi pochi secondi di vantaggio, incapace di decidere se la cosa giusta fosse aprire, oppure svegliarsi da un'inverosimile realtà riguadagnando il sonno e lasciando il suo spettro in vestaglia al di là della sua porta e della sua vita...
    Il sole penetrò nella camera da letto e lo salutò con il suo solito buongiorno. Tutto sembrava lo stesso, consuetamente diurno, insomma normale. Niente senso di inutilità: il lavoro, poi gli amici, lo aspettavano. Restava solo un vago rimpianto per non aver colto un'occasione - un sentimento talmente debole da non fermarlo più di tanto, tra il letto e il bagno. Prima di uscire, uno sguardo in tralice verso quelle finestre di fronte, uno sguardo da traditore senza rimorsi. Correndo verso il parcheggio perché era un po' in ritardo, vide il portiere che sistemava un fiocco nero sul sesto acuto del portone. Si sentì in dovere di chiedere cosa fosse accaduto.
    "Come? Non lo ha saputo? La signora ***, quella che soffriva di cuore, sa, è un mese che era ricoverata in attesa del trapianto... ma è quella che ha finestre di fronte alle sue, dottore! Stanotte ha avuto una crisi fatale, è entrata in coma, la lista d'attesa era ancora troppo lunga e lei non ce l'ha fatta ad aspettare... così giovane..."
    Senza neanche salutare il portiere si portò la mano sul cuore, come un Presidente al God blesses America, continuò a tenercela mentre camminava in una direzione che non gli avrebbe mai fatto ritrovare la sua auto - camminava dentro un mondo senza nulla che fosse più a fuoco, verso una finestra illuminata che non avrebbe raggiunto e all'inseguimento di un episodio che sprofondava lentamente nel mondo del mistero, ma continuava caparbiamente a cercarsi il cuore, un cuore che quella notte non aveva potuto aprire una porta...

05/01/2007

Sogno di famiglia



    Qualunque sogno io faccia, è ambientato di notte.
    Sogno storie improbabili, e tutte hanno un cielo nero. I personaggi dei miei sogni non hanno ombra, vestono di chiaro come cantonieri perché li si possa vedere, si muovono cautamente per non fare rumore e per non dissolversi in qualche angolo della camera da letto. Se sogno una spiaggia affollata di gente, la sogno in notturna, con la luce della luna che marezza riflessi d'argento sulle onde e sul torace umido dei bagnanti.
    Qualunque casa io sogni, è quella della mia infanzia. La casa dei miei genitori, non come è in una memoria più recente, ma come fu quando ero bambino. Tutte le case in cui ho vissuto, nei miei sogni si trasformano nella casa della mia infanzia. Vi traslocano.
    Una volta avevo pensato di tornarci. Avrei suonato al citofono, ancora quello vecchio e sporco di allora, mi sarei presentato, avrei chiesto il favore di fare un giro in quelle stanze per l'ultima volta tra gli sguardi esterrefatti dei nuovi inquilini. Avrei visto tutto cambiato e, scuotendo la testa, sarei sparito nelle scale come un fantasma dimenticando persino di ringraziare, di salutare. Tutto cambiato, certo. Basta spostare un paio di tramezzi, dare una scialbatura alle pareti, invertire la destinazione d'uso delle camere per stravolgere il carattere di un appartamento. In fin dei conti, questo carattere, come il suo odore, non è una qualità della casa ma di chi la abita, e ogni famiglia trasloca le sue insieme ai mobili, nelle varie dimore che la sua storia la porta a occupare.
    Di quella casa non mi è rimasto niente fuorché questa presenza ideale. Ma nei sogni è quella di una volta, immutabile. La vedo ingigantita come mi appariva allora, con quell'arredo anni cinquanta che oggi farebbe la delizia di qualche allestitore di set. Ovunque la stessa carta da parati giallina a bande floreali, buffet e controbuffet che fuggono all'infinito l'uno nella specchiera dell'altro, il tavolo in mezzo con un cristallo verde crepato su un angolo e le gambe rastremate con delle buffe scarpette di ottone, alate come quelle di Mercurio.
    Di tanto in tanto torna a farmi compagnia, la mia vecchia casa, lo fa nell'unico modo che le resta possibile. Prende a prestito dalla mia vita nuove preoccupazioni e personaggi recenti, ma il letto con la rete troppo molle, la buffa rubinetteria della vasca da bagno, il corridoio troppo lungo e troppo poco illuminato sono sempre loro. Immagino un ultimo sogno in cui si ripopolerà apposta per me, con tutte le persone care che un tempo la abitarono e che non ci sono più, per salutarmi e accogliermi definitivamente. Mi limito a immaginarlo, e immaginandolo, questo sogno finale, lo tengo a bada - il più lontano possibile dal mio presente.

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