05/09/2010
La vita che appare, la vita che è
All’età di anni 83 è venuta a mancare
GELSOMINA MINUTILLO in RAGAZZINI
Ne danno il triste annuncio la figlia, il genero e i nipoti.
Non fiori ma opere di bene.
Accanto alla scritta, in caratteri uguali a mille altre, non c’è il volto del Cristo dei santini che indica un cuore raggiante in bella vista. C’è la foto in ovale sfumato di Robert Powell, il protagonista del Gesù di Zeffirelli. Fissazione di un tipografo cinefilo di paese, che i committenti freschi di lutto non hanno tempo e testa di contrastare.
Nella piccola piazza del paese ci sono due piccole bacheche di ferro, allineate, per gli annunci funebri. Una terza, pur restando l’obbligo di pubblicazione fino al trigesimo, non è mai servita, almeno da che i più vecchi ricordano. Da quando Gelsomina Minutillo è morta sono passati tre mesi. Il suo è stato l’ultimo funerale e, per tradizione, un annuncio funebre si toglie solo per fare posto a uno più recente.
Non è stato dunque per calcolo, ma per pura fatalità se il suo necrologio è stato affisso accanto a quello di Eufemio, il penultimo defunto.
Molto più semplice, quello di Eufemio. Si vede che non lo ha stampato il tipografo cinefilo ma, chissà perché, qualcuno di fuori. Un nome e un cognome in maiuscolo, sotto una croce appena stilizzata che pare disegnata da un bambino. Sotto ancora, due date che dicono quanti anni ha campato Eufemio prima di mollare la presa su questo mondo: ottantacinque tondi tondi.
Qualcuno in vena di scherzi ci ha disegnato sopra, con un pennarello nero, due mani. Da lontano si nota appena, perché l’inchiostro tipografico ha un’altra intensità di tratto, ma una volta che ci si trova lì davanti il messaggio è chiaro. Un braccio femminile che dall’annuncio di Gelsomina si allunga, sembra uscire dal suo spazio e infatti esce, terminando con una mano che si intreccia con quella maschile disegnata nel manifesto di Eufemio. Sicuramente il tiro birbone di un ragazzaccio. Cosa avevano in comune, Gelsomina ed Eufemio, oltre all’essere compaesani?
Gelsomina ha raggiunto Eufemio nella bacheca dopo due mesi. Sono gli ultimi due defunti del paese e per il momento nessuno vuole rendere a sua volta l’anima a Dio, separando questa coppia inedita nella vetrina in assoluto meno ambita.
La storia di Gelsomina somiglia, per un tratto, a quella di Félicité di Un cuore semplice, capolavoro di Gustave Flaubert. Félicité era il prototipo della domestica perfetta, non si era mai sposata, per tutta la vita era stata fedele alla sua cara signora Aubain e, dopo che la famiglia Aubain fu decimata, perfino a un pappagallo, prima da vivo e poi da impagliato. Non era stato sempre così. In gioventù aveva conosciuto l’amore, quello carnale, “istruita dagli animali”, come scrive Flaubert: per una come lei, figlia della campagna, era la normalità. Sedotta e abbandonata, Félicité saggiò la disperazione vera, di quelle che è come se ti abbiano strappato via l’anima facendoti il dispetto di lasciarti viva e che, forse, soltanto una donna può veramente comprendere. Poiché il vittimismo non era scritto nei cromosomi di gente della sua tempra, Félicité sopravvisse alla sciagura, chiuse il capitolo amore e ne aprì un altro, definitivo, con una vita di dedizione ancillare colma di energia, dignità e superstizione.
Fedele per una vita a un ruolo, come Félicité, lo è stata anche Gelsomina, moglie e madre a cui la sorte ha inutilmente tentato di inoculare, attraverso un nome da mucca, il virus della rassegnazione che lei portava già prima di essere battezzata. Al contrario di Félicité, Gelsomina Minutillo in Ragazzini un marito lo ha avuto. Eppure l’amore giovanile che la accomuna alla celebre domestica di Pont-l'Évêque, consumato e poi andato in fumo a causa di circostanze su cui nulla poté, le fece piangere calde lacrime come Félicité, gettata sulla nuda terra, non per una sola notte ma per tutta un’estate, passata sotto i bombardamenti alleati.
Augusto Ragazzini non ha mai saputo niente del lutto che Gelsomina covava nel cuore, né quando la prese in moglie, né dopo, e ne passarono di primavere insieme. Fu meglio per lui. Senza sospettarlo aveva sposato una vedova. Mai una parola sull’argomento è uscita dalla bocca di quella donna in quasi cinquant’anni di matrimonio, benedetto tardivamente da una sola figlia che, arrivando sulla terra, si portò via un utero materno già malmesso e ogni prospettiva futura di darle fratelli.
Corna ad Augusto, Gelsomina non ne ha mai messe: anche in questo è stata come Félicité, una donna d’altri tempi. Per lei il tradimento vero era stato verso l’altro: con lui aveva respirato odore di spighe d’orzo mature e di carne in fiamme appena per un’ora, ma per lei quella era stata la vera eternità della vita, il seguito nient’altro che una lunga appendice di tempo, venuta solo per far rimpiangere ciò che si doveva essere e non si è stati.
I tempi erano quelli che erano, Gelsomina aveva una sola strada davanti e quella prese. Augusto era il miglior partito della valle, aveva terre e mezzadri. Chissà con quali intrallazzi era riuscito a evitare la leva di guerra per restare vicino ai suoi poderi e, grazie allo stato libero e alla posizione agiata, era tenuto sotto assedio dalle famiglie delle zitelle che la guerra stava facendo appassire senza un uomo. La famiglia di Gelsomina, giocando d’anticipo nella confusione e nell’incertezza di un conflitto che non finiva mai, ebbe la meglio sulla concorrenza e quasi da un giorno all’altro la ragazza, poco meno che ventenne, un po’ con le buone e molto con le cattive, si ritrovò maritata Ragazzini.
L’altro, che l’aveva lasciata adolescente, quando alla fine di tutto tornò dalla macchia insieme agli altri partigiani la trovò dunque signora. Benché la montagna avesse trasformato il ragazzo in un uomo col volto già segnato e con la barba, come prima lui restava fatto solo di sangue e silenzi, perciò nulla disse. Parlavano per lui, come per lei, i pochi sguardi che negli anni a venire l’avarizia del caso aveva deciso di centellinare per loro, malgrado abitassero a meno di un tiro di schioppo. Lei custodiva il segreto e si lasciava raccontare la vita del suo amore perduto da risposte che arrivavano nell’aria, ogni tanto, a domande mai fatte, solo pensate. Lo sapeva solo e solo era invecchiato. Donne, sì. Ne aveva avute. Più che donne, donnacce. Le arrivava voce che ogni tanto facesse un viaggio sulla costa, giusto il tempo di dare sfogo ai bisogni del maschio. Finché ne aveva trovato il gusto e la forza. Poi ebbero fine anche quei pellegrinaggi fatti di voglia animale e di solitudine umana, la prima all’andata e la seconda al ritorno. Ma era un uomo che si raccontava soprattutto col silenzio che portava in giro per il paese. Gelsomina spiò, capì e ne soffrì.
In un paese si dice che tutti sappiano tutto, anche ciò che uno si limita a pensare ed è convinto di non aver confidato neanche alla propria coscienza. Non sempre è così. La regola, per prosperare, deve lasciar scappare ogni tanto un’eccezione.
Nessuno poté mai neanche sospettare come un amore giovanile, sbocciato in un campo d’orzo, poté continuare a vivere in una clandestinità di sole parole — quelle che i due esseri che lo nutrivano trovarono il modo di farsi arrivare a insaputa di chiunque.
Fuori della chiesa c’è una panca, proprio sotto l’ombra di un ciliegio centenario, il cui tronco sembra sbucare dal lastrico che gli è stato costruito tutt’attorno in tempi abbastanza recenti, soffocando un vecchio prato stanco di rigenerarsi solo di gramigna e salvando solo un’aiuola striminzita, disegnata da un rombo di mattoni e che neppure è degna d’essere chiamata tale. Punto di sosta per qualche marito che aspetta la moglie fuori della messa, o per una coppia di fidanzatini che, dopo l’imbrunire, arrischiano un abbraccio poco platonico proprio sotto le finestre della canonica, sapendo che il parroco è già a tavola.
Un uomo e una donna, fra i tanti del paese, quella panca l’hanno assaggiata. Mai insieme. A distanza di ore o giorni che non suscitavano sospetti: una sosta veloce in mezzo a quelle di altri cento nella settimana. Chissà a chi dei due venne l’idea e come riuscì a comunicarla, sicuramente il gesto dell’uno fu luce per l’altra. Poco importa ora saperlo. Le doghe tinte di verde sono scomode: pioggia, sole, tante sedute e alzate le hanno deformate, qualche adolescente in vena di bravate, a furia di saltarci sopra, ha piegato l’anima profilata di ferro del sostegno centrale. È terreno della Diocesi, e soldi per una nuova panca nelle casse della parrocchia non ce ne sono. Chi vuoi che si accorga che, sotto una delle doghe, si è creata una fessura, un’intercapedine d’aria tra il ferro e il legno. È là che, per una fila incredibile di anni, per mano dell’uno o dell’altra, hanno trovato riparo lettere trasformate in sigarette di carta, così ben arrotolate da mimetizzarsi perfettamente, da reggere a qualunque prova di attenzione.
C’è una vita che appare e una vita che è. Questo lo vengono a scoprire più o meno tutti, non appena hanno occasione di saggiarlo sulla propria pelle — come i nostri due vecchi innamorati fecero, in barba a tutto un paese che non avrebbe mai potuto cogliere il vero senso del loro incontrarsi unicamente nella distrazione degli altri.
La carta vincente delle specie vegetali è l’esagerazione della semina. Decine di migliaia di granelli devono nutrire gli uccelli, finire rinsecchiti nell’asfalto delle strade o annegare nei rigagnoli rapidi delle piogge estive perché uno solo di loro possa trovare la terra promessa e lì germinare.
Viene allora da chiedersi cosa ne sia stato di tante lettere che, una sopra l’altra, farebbero qualche volume di enciclopedia. Se sarà mai possibile incrociarle come le dita che le scrissero e che in quegli anni di corrispondenza, fisicamente, non si incontrarono mai. Trovarne il filo, ricollocarne il seguito, come i passi di una strana creatura bipede che ha il dono di mettere un piede nel mondo reale e l’altro in uno parallelo. Proprio come ai semi di una stessa pianta, non era scritto che toccasse loro una sorte comune.
Eufemio ha un fratello ancora vivo in Germania, vista l’età non è tornato neanche per il funerale, ma sicuramente i figli verranno a reclamare con regolare delega l’eredità dello zio: quasi niente oltre a una casa modesta che è poco più di un fondo finestrato, del resto in uno dei vicoli bui del vecchio centro medievale. Faranno di certo mettere un vendesi sul portone, prima che vada tutto in rovina, perché gli eredi con titolo e senza merito per queste cose hanno fiuto. Le lettere di Gelsomina, riposte chissà dove, in fondo a quale cassetto o dentro quale vecchio mobile, temono l’incontro. Si aspettano il trattamento che si destina alle cartacce, alla spazzatura. Già si vedono, gettate alla rinfusa in un angolo della camera insieme a vecchie camicie, calze e mutande, insomma con tutto quanto è cosa morta dacché è morto chi la possedette e non ha alcun valore per chi è venuto a riscuoterne solo uno monetizzabile.
Le lettere di Eufemio hanno avuto un destino diverso e, se è possibile dirlo per un pezzo di carta, umano. Sono state trovate. Non da Augusto Ragazzini finché è stato in vita — l’amore infonde nel cuore di una donna la forza di rischiare e nella sua mente la lucidità di ingannare. Non da Anna, la figlia di Gelsomina, troppo presa dalle proprie nevrosi per preoccuparsi di chiunque altro. Né dai nipoti, due adolescenti che hanno fatalmente dimenticato quanto una nonna li abbia amati, fin quando le hanno consentito di dimostrarglielo.
Anselmo è uno di fuori, mai amalgamatosi col paese. Ha un nome e un cognome propri ma nessuno li ricorda, è semplicemente il marito di Anna, o il genero di Gelsomina, e così sarà per sempre, dovesse diventare anche sindaco. C’è sempre stato un rapporto particolare tra lui e quella suocera che mai ha sentito tale. Si è sentito piuttosto trattato come il figlio che a lei non era venuto. Perciò quando Gelsomina è morta Anselmo ha avvertito un lutto forte, molto oltre quanto si attendesse, come aver perso una seconda madre trovata fortunosamente per via.
Non saprebbe neanche dire perché ha nascosto il ritrovamento ad Anna. È stata lei a chiedergli di aiutarlo a frugare, a classificare, a creare mucchi da destinare a casa loro, alla Misericordia o alla spazzatura. Troppo penoso per lei — troppa fatica, ha pensato piuttosto Anselmo. Abbiamo un marito all’occorrenza anche facchino, approfittiamone.
In realtà, Anselmo sa bene perché non ha parlato ad Anna di un mucchio di lettere d’amore destinate a sua madre da qualcuno che non era suo padre. La scatola di cartone pesava come fosse piena di ferro — la carta è molto più pesante del legno di cui è fatta. Immaginava di trovarvi vecchie foto: c’erano solo fogli manoscritti, uno sull’altro, come appallottolati e poi pazientemente stesi, rimasti bianchi e ben leggibili grazie alla protezione del buio. Ne ha letto uno. Poi un secondo. Infine ha deciso di caricare la scatola nel portabagagli della macchina. Era una scoperta esplosiva e lui aveva in mano una miccia troppo corta. È scattato un meccanismo di omertà, di difesa, di clemenza. Prima di giudicare, voleva capire.
Fa il rappresentante di commercio, Anselmo. Al primo viaggio utile, è partito con la storia dell’amore di Eufemio per sua suocera dentro la macchina e l’ha fatta viaggiare a lungo per mezza penisola. Ogni sera, in un albergo sempre diverso, malgrado la stanchezza ha trovato il tempo di leggerne un capitolo. Ci ha messo in tutto più di un mese. Si è appassionato come alla lettura di un grande romanzo: di più. La corrispondenza continua anche dopo la vedovanza di Gelsomina, anche se si fa più rada, e la scrittura è sempre più incerta per entrambi, un corsivo che non corre ma rivela tutta la fatica che ha impiegato per riempire la pagina. Finché non sopravviene, per cause di forza maggiori, il silenzio. Perché continuare a scriversi anche dopo, quando erano liberi e potevano incontrarsi? Che domanda, Anselmo conosce il paese quanto basta e con esso la risposta.
Di Eufemio non si ricorda — l’avrà certamente incontrato qualche volta senza neanche farci caso. È uno di città, Anselmo, che gliene importa di catalogare le facce in cui si imbatte in paese. I paesani tutto questo non lo capiscono, non si sentono riconosciuti: perciò, dopo decenni, continuano a considerarlo un corpo estraneo, senza generalità proprie, senza una storia dietro. Ma ora questo Eufemio, di cui fino a pochi giorni prima non sapeva nulla, Anselmo crede di conoscerlo come e meglio di un parente. Non può immaginare che ha scritto su quei fogli più parole di quante ne abbia mai pronunciate in una vita, ma proprio quelle parole gli rendono fin troppo facile capire perché Gelsomina ha aspettato che se ne andasse lui per primo, prima di spegnere a sua volta la luce. Lo aveva già lasciato solo una volta. Chissà se non ha voluto, o semplicemente potuto sopravvivergli a lungo. Una cosa è certa: Gelsomina sapeva che avrebbe raggiunto Eufemio nella bacheca funebre, e questo deve averle regalato l’ultimo minuto di piacere della sua esistenza.
Un carteggio unilaterale delinea coi suoi pieni le forme vuote lasciate dalla metà mancante — quella che Anselmo vorrebbe conoscere, quella che gli sarebbe più cara. Sa che non sarà possibile. Viaggiano allora cuore e fantasia e l’immagine che si fanno, di una Gelsomina giovane che lui non ha potuto conoscere, non può essere lontana dal vero per uno che le ha voluto bene quasi come lo vuole un figlio.
La fantasia vola anche nel proprio passato, alla ricerca di qualche sguardo, di qualche frase che senza dire potesse almeno lasciar intendere e che soltanto oggi lui avrebbe la chiave per capire. Gelsomina avrebbe ancora avuto la forza e l’occasione di distruggere le lettere di Eufemio dopo la sua morte, ma non lo ha fatto. Perché? La fantasia di Anselmo, dopo ogni ciclo di riflessioni, atterra puntuale sulla convinzione che certi segni partono, viaggiano e prima o poi arrivano, perché il comunicare di due esseri umani non è sempre nell’istante convissuto. È piuttosto nella dimensione delle stagioni della vita, quando ha bisogno di maturare come un frutto.
Non ha mai creduto di essere un uomo granché sensibile, in quei giorni di lettura non ricordava neppure quando aveva pianto, l’ultima volta, ma si vede che una di quelle sere solitarie in giro per l’Italia era proprio arrivato il momento di rinnovare l’esperienza, e Anselmo ha sentito di dover segnare su una pagina dell’agenda il ricordo di un’emozione che si manifesta allo stato liquido. È un’emozione nata sola, sa che non la dividerà mai con Anna. La conosce: non capirebbe, si sentirebbe esclusa, giudicherebbe. Come fa da tempo con tutto e con tutti, senza più desiderio né capacità d’ascolto, perché è diventata una donna in pena solo per se stessa, un’infelice cronica. E lui, a Gelsomina, questo torto postumo non lo vuole fare.
Stanotte Anselmo non riusciva a dormire. Dopo qualche tentativo inutile di seminare la smania ancora un po’ vaga che lo inseguiva in ogni prova di sonno, si è rassegnato ad ascoltarla. Il soffitto era buio e lui, occhi spalancati, come in un cinema all’aperto, ci vedeva proiettata in chiaro tutta una storia che già conosceva ma con un finale diverso, o meglio un finale interrotto, che gli lasciava dentro, insieme, un senso di imperfezione e un’eco di preghiera. Una cosa, una piccola cosa si sentiva domandare. La chiedeva chi lo aveva già scelto, non per caso ma per necessità, come unico confidente.
Si è alzato furtivamente, cercando di non svegliare Anna, ma lei tra un sonno e l’altro è riuscita a bisbigliare: dove vai? A prendere aria che ho troppo caldo, ha risposto Anselmo. Si è infilato pantaloni e maglietta, senza biancheria intima per fare prima, ha cercato una cosa nella ventiquattr’ore ed è uscito con in mano le chiavi di casa e la cosa trovata.
Le strade del paese di notte sono sempre deserte; forse verso l’alba, ogni mezz’ora passa un camion, o un’ape con un paesano che va in qualche pollaio fuori porta a portare via le uova prima che le galline se le mangino. Quando in piazza Anselmo si è trovato di fronte i nomi di Gelsomina e di Eufemio, rischiarati dal concorso della luna e di un lampione, è stato come andare a un appuntamento con loro: li aveva finalmente in carne e ossa davanti a sé, giovani e ufficialmente insieme come nessuno aveva mai potuto vederli e come lui solo poteva ormai immaginarli. Il pennarello pescato nella borsa prima di uscire ha fatto come da sé. Anselmo non ha pensato un solo istante che il disegno aveva un tratto decisamente naif, né che la sua fosse una specie di ragazzata o, peggio, la violazione di un segreto sopravvissuto per decenni soltanto della sua perfezione. Non ha pensato neppure alle chiacchiere del paese — e questo per lui, già lo sappiamo, non è una novità.
Anselmo semplicemente non ha pensato, perché tutto quel che c’era da pensare gli è già passato nella testa e, tornato silenziosamente nel letto accanto ad Anna, dopo aver compatito un’ultima volta una moglie che non sa più aiutare, ha preso sonno all’istante come un bambino tranquillizzato dopo un incubo.
Mancava un solo minuto alle quattro. Il rintocco della vecchia pendola in salotto, eredità di casa Ragazzini, Anselmo non lo ha sentito. Dalle finestre la luce della luna filtra ora attraverso le tende — lo farà con tanta forza solo questa notte che è di plenilunio. I raggi colpiscono in pieno un volto in un ritratto. È un olio, abbastanza somigliante, commissionato postumo proprio da Anselmo a un pittore della città amico suo, cui aveva portato solo una foto — una delle ultime di Gelsomina.
Sorride appena, il volto del ritratto, come in fondo ha sempre fatto il volto vero alla vita, qualunque giorno, qualunque notte le abbia mandato incontro. Il nome da mucca per lei era superfluo. Se Anselmo fosse sveglio, potrebbe lasciarsi suggestionare — potrebbe credere che lo sguardo stanotte sia diverso da come era stato fermato sulla tela. Uno sguardo di gratitudine.
La vita e la morte in certi paesi vanno a stagioni come i raccolti. C’è un tempo per mietere e uno per seminare. Questa primavera che d’improvviso è diventata estate senza rispetto per il calendario produce solo nastri rosa o azzurri fuori dei portoni.
Di vecchi ormai decrepiti pronti per il gran passo ce ne sarebbero. Nessuno si decide a farlo. Gelsomina ed Eufemio sembrano destinati a restare uniti a lungo, nella bacheca dei necrologi, grazie a una misteriosa immortalità contratta da un paese di tremila anime e poco più.
10:19 Scritto da: nowhere_man in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (49) | Segnala
| Tag: storie, amori impossibili, segreti |
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