24/10/2010
Il nespolo sul tetto
La vita non ce l’ha con te. La vita non è tenera con nessuno.
Un lutto, la malattia di una persona cara, uno momento di debolezza umana come ne arrivano anche ai più forti te lo faranno dimenticare. Anche se sei ancora una persona di buon senso, se non ti sei fatto del tutto insordire dal rumore di fondo dei giorni lo dimenticherai. Perché in simili circostanze non è l’egoismo, ma il dolore a inchiodarti al centro del mondo. In periodi come questi hai tutto il diritto di sentirti inutilmente vivo, sano, ben nutrito. Ma poi? Poi … dovrebbe bastare uno storpio che arranca inutilmente dietro un bus a far sentire nuovamente preziosi i tuoi piedi che, al contrario, sanno ancora correre e arrivare in tempo. Dovrebbe bastare un cieco in attesa del suo accompagnatore in ritardo, immobile nel cantuccio dove è stato lasciato dai suoi, protetto solo dall’evidenza della sua condizione, a farti ringraziare il cielo per i tuoi occhi, che sanno ancora guidarti ovunque senza dover aspettare nessuno, i tuoi occhi che sanno raccontarti il mondo che vuoi e anche quello che non vorresti. Dovrebbe bastare immaginare un’agonia, una qualunque, nel tanfo di una casa chiusa da giorni o di una miserabile stanza d’ospedale, per sentire che dono speciale sia la notte che hai appena passato serenamente a dormire, anche se troppo spesso la declassi a un mero interludio tra due giornate uguali di una vita che rimproveri di essere grigia e avara. Come se la vita potesse darti altro che questo: un disegno straordinario che si aspetta il colore solo dalle tue forze, dalle tue passioni.
Che la vita non sia tenera con nessuno, senza mai cessare di elargirci doni che spesso ci restano invisibili, doni che si possono perdere in qualunque momento anche senza demerito — e che fatalmente un giorno si perderanno — io l’ho capito soprattutto ripensando con decenni di colpevole ritardo a ciò che mi aveva letteralmente indicato, con un dito della sua mano, un semplice maestro elementare. Ero solo un bambino, ma lui di bambini si intendeva, i bambini amava, nei bambini sperava — perché l’amore si deve seminare in recipienti piccoli per sperare di ritrovarlo in quelli grandi. La vita non è stata tenera neanche con lui, come sto per raccontare. Ma quella era la vita che aveva scelto, e non avrebbe potuto scegliere diversamente né meglio.
Quando si presentò in classe, il primo giorno di scuola, quell’uomo mai visto prima — era uno di fuori — così alto e così magro nel suo completo grigio chiaro troppo largo, ci dividevano il cuore la sorpresa e la burla. Mai avevamo visto un maestro maschio. Credevamo che insegnare alle elementari fosse un lavoro da femmine. Alle soglie della quinta ci aveva portato la Zaghini, troppo grassa, troppo ansimante e troppo poco affezionata a noi per ritardare di un anno la pensione pur di chiudere il ciclo. Ci eravamo talmente abituati alla sua intransigenza, alla sua totale ignoranza della bonomia e della pazienza, che impiegammo giorni e giorni prima di accorgerci che lo spazio attorno a noi si era come dilatato, che eravamo più liberi, perché il nuovo maestro non occupava per intero quello di chi l’aveva preceduto. Non ci sentimmo mai chiedere nulla, né concedere nulla esplicitamente. Non serviva. Tutto in quel modo di fare — i gesti, il tono della voce, perfino i silenzi — ci rimetteva al centro, ci faceva sentire importanti, e questo ci attraeva perché rovesciava l’immagine poliziesca che avevamo della scuola: ci avvicinava a lui come mai avremmo immaginato si potesse a un insegnante — a un adulto. Senza che nulla potessimo fare, né tanto meno comprendere, cominciò per noi un viaggio avventuroso nelle pareti di una classe che durò meno di un anno scolastico, come poi dirò, ma che era destinato a restare scolpito nella memoria di noi undicenni — anche quando pensavamo ormai di essercelo lasciato definitivamente alle spalle insieme alla nostra infanzia.
Solo quando sono messi a confronto con le cose davvero importanti dell’esistenza, sentimenti episodici come l’orgoglio o l’incapacità di riconoscere i propri torti rivelano tutta la loro pochezza, per quanto governino fin troppa parte del nostro tempo. La maggior parte di noi riconosce la vanità di tanti puntigli, di tanti accessi di amor proprio che costellano le nostre giornate solo quando la vita ci mette con le spalle al muro — quando non è tenera con noi. Pochi altri hanno il dono, come il maestro Giuseppe, di saperlo sempre. Allora non potevamo concepire riflessioni di questo conio, ma oggi posso dire con certezza che proprio questa sua qualità, che ai nostri occhi si traduceva soprattutto in attenzione e in indulgenza, ce lo rendeva così vicino, non altre. Di quei mesi mi sforzo di ricordare un’alzata di voce, un rimprovero, un sia pur minimo cenno di autorità. Non me ne vengono in mente. Ricordo invece che, se qualcuno faceva il furbo sui compiti, o perdeva il senso del rispetto per gli altri, al maestro Giuseppe bastava tacere guardando negli occhi per arrivare a segno. Erano pesanti quegli sguardi, quei silenzi: era inevitabile per chiunque volersi far perdonare. Avevamo già sviluppato un primitivo principio morale autoprodotto, la fedeltà nell’amicizia: il maestro Giuseppe era tacitamente entrato anche lui in quel perimetro che ci appariva soltanto nostro. Non ne sarebbe più uscito. In quell’ultimo anno di scuola elementare — almeno fino ad aprile, quando il maestro Giuseppe fu costretto a lasciarci — anche gli scavezzacollo, anche i più somari della classe fecero un balzo in avanti nel profitto. Una classe un tempo rissosa e divisa, come lo sono un po’ tutte, era stata scaraventata suo malgrado in una dimensione armonica e aveva fatto presto a percepire la sua recente unità come un valore irrinunciabile, dove i piccoli kapò e le piccole vittime degli anni passati avevano stracciato la vecchia parte per impararne una del tutto inedita, migliore soprattutto per se stessi.
Vorrei avere il potere di ricostruire ora, quarant’anni dopo, le mattinate passate insieme a quell’uomo allampanato, dolce e autentico, per cogliere il vero profumo di una fascinazione prima che si volatilizzi in mito nella mia testa di bambino. Non c’è verso, il maestro Giuseppe resta un personaggio assoluto, quasi incorporeo nella breve leggenda della mia infanzia, ricordo fatto di ricordi senza quasi fatti concreti da ricordare.
Tranne uno.
Si usciva spesso, col maestro, quando il tempo in paese lo consentiva. Si andavano a spiare gli ospiti piccoli e grandi del bosco, o a raccogliere foglie secche per completare l’erbario di classe, appeso orgogliosamente alla parete in fondo accanto alla carta d’Italia. Quelle uscite, non fosse altro perché evadevamo dalle trincee dei banchi e ci toglievamo dal naso l’odiato odore di scuola, ci entusiasmavano, le accoglievamo sempre con urla di gioia che risuonavano importune nel silenzio dei corridoi. Le scorribande col maestro Giuseppe restano il mio archetipo della libertà: ogni volta che mi trovo da solo a contatto con la natura la mia storia personale si dilegua, precipito in un déjà-vu senza fine, sento di nuovo il profumo d’autunno dei miei undici anni come se io e il mondo fossimo rimasti gli stessi di allora.
Quel mattino — si era ai primi di novembre, se non ricordo male — dopo la ricreazione delle undici meno un quarto, il maestro Giuseppe ci disse di indossare i cappotti perché doveva portarci a vedere “un posto speciale”. Appena fuori del paese c’era una casa in rovina. Un tempo doveva essere stata una dimora borghese: non era come le nostre, per lo più in pietra o in blocchi di tufo a vista, aveva un patio sostenuto da colonne scanalate e sopra ogni fila di finestre correvano fregi in rilievo sulla facciata intonacata di ocra. Ma era abbandonata da chissà quanto e, ormai, mezzo diroccata. La luce filtrava abbondante dal tetto sfondato, illuminava i solai e i tramezzi franati giù ad ammucchiare calcinacci al pianterreno.
Il maestro ci invitò a guardare in alto. Possibile che non vedessimo nulla? Lassù, sopra il tetto. No, non vedevamo. Dovette allora puntare il dito vicino agli occhi di ognuno, e allora tutti vedemmo. Sul tetto c’era effettivamente qualcosa. Un cespuglio di erbacce? «No, non è un cespuglio — rispose lui scuotendo la testa con un sorriso — È un albero.» Un giovane albero di cui non avremmo potuto raccogliere le foglie per il nostro erbario di classe. La casa era transennata per ragioni di sicurezza, neanche il più leggero di noi avrebbe potuto arrivare fin lassù senza precipitare insieme a ciò su cui avesse tentato di arrampicarsi. «Quell’albero è un nespolo: un nespolo comune», ci disse il maestro Giuseppe. Qualcuno di noi sapeva cos’era un nespolo, qualcun altro no. Io ero tra i primi e volli dire che le nespole le avevo assaggiate, anche se non mi erano piaciute perché troppo aspre. Gli chiesi se secondo lui, giacché il nespolo era stato capace di mettere radici su un tetto, sarebbe stato in grado anche di crescere e dare frutti. «Può darsi», rispose. Ora era troppo giovane, ma se la casa non fosse crollava o non fosse stata demolita, in un paio di autunni avrebbe potuto farcela. Il maestro sembrava attribuire un’importanza sproporzionata a quell’alberello e noi non ne afferravamo il perché. In cuor nostro non ne incolpavamo lui, ma noi stessi. Dovevamo apparire un po’ ridicoli, tutti con la testa per aria a scrutare un virgulto venuto su in cima a un tetto, a vaticinare sul suo futuro, raccolti attorno a un uomo alto e magro che faceva rimbalzare di continuo il suo sguardo tra quella creatura vegetale e la sua scolaresca con una tenerezza negli occhi che ci era evidente ma non avevamo ancora gli strumenti per decifrare.
A un certo punto il maestro ci chiese quale fosse secondo noi l’aggettivo più adatto per il nespolo: matto o forte? Nel vociare disuguale che seguì, i matto erano la maggioranza, ma ci furono anche due o tre forte. Io avevo urlato tra i primi e me ne pentii un po’ quando vidi che non c’era stato un plebiscito: quei due o tre fuori dal coro alimentavano i miei dubbi. Il maestro sondò qui e là il perché di quelle risposte. Non si riusciva a parlare uno per volta, tutti volevano dire la loro e finivano per sopraffare chi stava rispondendo in quel momento, ma era più che altro frenesia di aprire bocca, perché fu difficile trovare qualcuno che si dimostrasse realmente convinto delle proprie argomentazioni. Si batteva il sentiero del luogo comune, senza riflettere veramente. Marco, il primo della classe, che aveva una mente di una spanna sopra le nostre, disse che secondo lui quel nespolo era semplicemente coraggioso, qualcosa che forse stava a metà tra il matto e il forte. Per questo, disse, lui non aveva votato per nessuno dei due aggettivi ed era rimasto zitto.
«Bravo Marco! Sei molto vicino alla verità. Ma ditemi, soprattutto voi ragazzi che lo avete definito matto, che differenza passa tra la vita del nespolo sul tetto e quella di un nespolo che ha messo radici sulla terra? Vi sentireste di dire che una delle due è migliore dell’altra? E se sì, perché?»
Nessuno fiatò. La domanda era troppo difficile e quel piccolo compendio di logica comune che avevamo fino ad allora assimilato non ci era di nessun aiuto. «Provo a dirvi io come stanno le cose. Nessuno dei due è migliore dell’altro. Tutti e due sono alberi, tutti e due cercano di vivere dove la sorte ha voluto che nascessero e lo fanno con tutte le loro forze. Questa è la vita, ragazzi, e vale per tutti: nespoli, cani … e uomini.»
Sembrava che stessimo per andarcene, quando invece il maestro aggiunse queste parole:
«Se vi ho portati qui, non è stato solo per mostrarvi una piccola stramberia della natura, ma per un altro motivo, e vorrei che per ricordarlo lo scriveste sul vostro diario, quando torneremo in classe, intesi?», ci raccomandò. «Guardate di nuovo il nostro amico nespolo e pensate bene a quello che vi dico. Avete mai fatto caso a quando il sole, filtrando tra le nuvole, sceglie di illuminare solo qualcosa, lasciando nell’ombra tutto il resto?» Un coro di sì fu la risposta. «Bene. Ma quel raggio di sole non trova grandi varchi e non può illuminare che un particolare per volta, una casa, un prato, un albero. Oggi voi avete notato questo piccolo nespolo, avete notato il suo miracolo. La nostra vita è talmente generosa di questi miracoli, sapete? Ma i nostri occhi, il nostro cuore, la nostra mente ne sanno vedere solo uno per volta. Sappiate sempre guardarvi attorno per cogliere i miracoli del mondo, ne siete circondati. Prima o poi, nella vostra esistenza, sarete anche voi nelle condizioni di questo albero un po’ matto e un po’ forte. Sarete voi il miracolo. E non potrete essere voi a vederlo, ma qualcun altro. Il nespolo di noi, sapete? se ne infischia. Quando tra cinque minuti lo avremo lasciato nuovamente solo, continuerà a tenere duro e non verrà certo giù solo perché gli è mancato un pubblico. Se succederà, sarà soltanto perché gli saranno venute meno le energie, o perché avrà dovuto soccombere contro una forza superiore alla sua. La forza di gravità, un crollo, un fulmine. Sono riuscito a farvi capire?», chiedeva volgendo a turno lo sguardo verso ciascuno di noi. «No, forse non ci sono riuscito, non importa. Verrà un giorno in cui a ognuno di voi, ormai già grande, tornerà in mente questo momento, questo giovane albero e, forse, anche un maestro elementare che sarà già vecchio e lontano, ammesso che sia ancora vivo.»
L’immagine del maestro Giuseppe vecchio o addirittura morto, anziché rattristarci, ci fece scoppiare tutti all’unisono in una franca risata che finì per infrangere la solennità del momento. Ma il maestro non ne apparve contrariato, tutt’altro: si unì al nostro riso. Non riuscivamo a immaginare, chissà perché, che uno come lui potesse invecchiare. Tantomeno morire. Era con noi da poche settimane: sembrava lo fosse da sempre. Al ritorno in classe, anch’io come gli altri compagni annotai la visita al nespolo sul tetto e, se solo avessi conservato quel diario di quinta elementare, ora potrei conoscere esattamente quella data. Ma è una lacuna, lo riconosco e lo anticipo, inessenziale in questa storia.
Quelle uscite frequenti dalla classe non erano viste di buon occhio dal direttore scolastico e dalle altre maestre, che dal canto loro si guardavano bene dallo sfidare il vento e il fango dei sentieri per migliorare l’apprendistato botanico dei propri scolari. Si era instaurata una confidenza eccessiva, per loro, tra un insegnante e la sua scolaresca: troppe risate, troppo buonumore. Vorrei dire anche troppa felicità, e non sarei lontano dal vero. Ma i voti non scendevano, al contrario. Un giorno il direttore, stizzito dalla condotta anticonvenzionale della quinta, fece un’irruzione a sorpresa e iniziò a interrogare qua e là, su tutte le materie del programma, con l’evidente intenzione di prendere finalmente in castagna la classe eretica. Anche gli ultimi della classe rispondevano correttamente, nessuno voleva fornirgli l’appiglio che stava ostinatamente cercando. In qualche modo, senza doverci mandare alcun segnale, avevamo sentito l’attacco al maestro Giuseppe e fatto quadrato attorno a lui. Il direttore se ne andò via, alla fine, sbattendo la porta, senza nemmeno complimentarsi con la persona che era la causa efficiente di quel buon profitto. Molti di noi ne restarono colpiti, qualche pensiero trovò seduta stante il coraggio delle parole. Ma il maestro gettò acqua sul fuoco: «In fondo è un brav’uomo il direttore, sapete? Un po’ burbero, ma è un brav’uomo.»
Non lo era, come poi seppi.
L’insolita intimità che in pochi mesi il maestro Giuseppe aveva instaurato con l’intera classe e con molti di noi singolarmente suscitava insofferenze, recriminazioni, sospetti. Il maestro Giuseppe non capiva, o meglio non poteva concepire che erano proprio i suoi successi a mortificare i fallimenti umani delle colleghe, la sua aria di santità a far indemoniare gli altri — il cosiddetto pensiero comune. Avvenne che un paio di madri, con cui il direttore era a quanto pare in rapporti più o meno stretti di parentela, fecero un esposto. Chi ebbe modo di leggerlo, visto lo stile curiale, disse che doveva essere stato lui stesso a ispirarlo e forse anche a redigerlo. Vi si dichiaravano un mucchio di falsità: che il maestro si intratteneva con alcuni di noi appartandosi, che ci incontrava anche fuori dell’orario scolastico, di nascosto alle famiglie, che ci offriva dolciumi se non addirittura denaro in cambio di chissà che cosa. Tutte menzogne che l’ispettore del Provveditorato si guardò dal verificare con i figli delle due donne, accontentandosi delle loro dichiarazioni, di quelle del Direttore e del corpo insegnante. Quale becero sentimento possa aver mosso e coalizzato con tanta efficienza tutte quelle forze del male, mi sono inutilmente sforzato di capire: tempo perso.
Tutto questo, io venni a saperlo per caso, più avanti, ma intanto una mattina a scuola ci fu la svolta inattesa per noi scolari di quinta: si presentò un altro maestro. Pensammo sulle prime a una supplenza, immaginammo che il nostro maestro si fosse ammalato. Ma l’uomo non tardò a notificarci che era il nostro nuovo insegnante, che il precedente era stato trasferito e che ora ce la saremmo “vista con lui”. Ci teneva a presentarsi con un’ostilità preventiva che ci spiazzava. Alle prime, timide richieste di spiegazioni rispose subito alzando minacciosamente la voce, tanto per farci capire con chi avevamo a che fare. Gli premeva così tanto prendere le distanze, renderci noto che non ci amava come il suo predecessore, che in quell’ultimo mese di scuola prendemmo sicuramente più bacchettate sulle mani che in tutto il ciclo delle elementari. Erano altri tempi, tutto questo era in un certo senso più “normale” di ciò a cui il maestro Giuseppe ci aveva abituati e noi eravamo troppo piccoli per concepire l’idea di una protesta, anche se non c’era chi non avvertisse l’ingiustizia della situazione — ingiustizia per noi che ci vedevamo privati di una figura che sentivamo ormai appartenerci di diritto. Cosa fosse accaduto a lui, pochi probabilmente se lo chiedevano, e sarebbe stato forse troppo pretenderlo.
Ma qualche settimana dopo lo incontrai, e fu in una circostanza in qualche modo drammatica. Era un primo pomeriggio. Stavo andando a giocare a pallone in un campetto fuori paese, quando sentii provenire dalle parti della casa abbandonata un gran fracasso. Mi avvicinai, vidi cosa stava accadendo. La ruspa aveva iniziato la demolizione. Per essere esatti, l’aveva quasi completata: il profilo sghembo e riconoscibile della casa era stato ormai sostituito da un cumulo informe di macerie — non ci voleva tanto a far venire giù quanto era sopravvissuto di quella dimora che un tempo doveva essere stata bella e sontuosa, illuminata a giorno per balli e ricevimenti.
Un uomo rubizzo coi capelli bianchi, che doveva essere il direttore dei lavori o il capocantiere, cercò di trattenere un’altra persona, molto più alta di lui. Non ci riuscì e allora protestò, apostrofò, maledisse. L’uomo alto si era infatti diretto di corsa proprio in mezzo alle rovine ancora fumanti, chissà per quale motivo; fortunatamente, l’operaio alla guida della ruspa se n’era accorto e si era fermato in tempo.
Il motivo lo capii presto. Quando l’uomo alto ne uscì fuori, discretamente impolverato, riconobbi il nostro maestro — non quello attuale, ma quello che ci aveva lasciato. In mano aveva una specie di alberello di natale, ma a ben guardarlo non era un abete: non poteva che essere il nespolo che ci aveva indicato quel mattino di novembre. Non lo avevo mai visto così da vicino: non era più alto di un metro e venti, tra le radici in parte danneggiate dal crollo aveva appena un po’ di terriccio — quello che vento e pioggia avevano portato provvidenzialmente sul tetto e che l’albero aveva trattenuto per la propria sopravvivenza. Mentre il capocantiere lo minacciava di denunciarlo per non so quale violazione, io gli andavo incontro urlando: Maestro! Maestro! Non sapevo cosa fare, cosa dire. Ero febbrilmente felice. Senza mostrarsi sorpreso di vedermi lì, mi chiese semplicemente se volevo andare con lui per dargli una mano. Annuii entusiasta e lo seguii.
Sembrava che vagassimo senza meta, quando ci trovammo ai piedi di un piccolo poggio isolato. Lo scalammo. Il maestro Giuseppe si guardò un po’ attorno, tirò il fiato, quindi tastò la terra, prima con i piedi, poi ne sbriciolò una manciata tra le dita per sentirne la consistenza, infine mi guardò e disse raggiante: è il posto giusto! Aveva molto piovuto e il terreno era umido. La situazione ideale. Mi chiese se avrei saputo come procurarmi in fretta una pala o una zappa. Gli dissi che lì vicino abitava un mio parente che aveva un piccolo orto accanto alla casa, avrei potuto chiederle a lui. Andai dallo zio, che non si fidò di lasciarmi gli attrezzi e volle venire a vedere di persona a cosa servivano. Nel frattempo gli amici che mi aspettavano per la partitella, non vedendomi arrivare, vennero a cercarmi. Fu così che ci ritrovammo, lo zio, il maestro e una buona metà della classe, tutti religiosamente attorno al giovane nespolo che, sfrattato dal suo tetto, stava trovando una nuova e definitiva casa. Con la pala, la collinetta e il silenzio attorno, poteva sembrare un funerale ma in realtà era una specie di battesimo. «Non sarà panoramico come il tetto della casa abbandonata, ma anche qui non è male e poi, ragazzi, il nostro amico ora potrà crescere davvero, come ogni altro albero, senza avere più nulla da temere», concluse con soddisfazione il nostro ex maestro.
Era dura per noi separarci dalla sua presenza senza dire niente, senza poter fare niente. Restava tra lui e noi un crepaccio di doloroso mistero che avremmo tutti voluto oltrepassare. Fu lui a toglierci d’impaccio: ci ringraziò con sentimento, aggiunse che avevamo fatto un ottimo lavoro. Ci chiese di fare un salto ogni tanto, i primi tempi, per vedere come se la passava il giovane nespolo, perché lui non era sicuro di poterlo fare. «Infatti, maestro, ci hanno detto che lei è stato trasferito. Ma perché non è voluto restare con noi?», qualcuno trovò la forza di chiedere. Lui non riuscì a rispondere. Il suo silenzio era eloquente: capivamo che cercava di nasconderci la propria commozione, di evitare che prendesse la via irrimediabile delle lacrime. Ci disse solo: «Vi voglio bene, tutti!» e se ne andò via subito dopo, senza dire altro, con le spalle strette nell’impermeabile. Vedevamo fuggire quella sagoma veloce, vedevamo quell’andatura dinoccolata che così bene conoscevamo e che ci era cara, e non potevamo fare nulla, non capivamo. Una scena da libro Cuore, lo ammetto. Ma non era un racconto educativo per la gioventù: era la realtà che tutti noi ragazzi della quinta, in carne e ossa, stavamo vivendo.
Io non sapevo ancora nulla del vero motivo di quell’allontanamento e come me gli altri compagni. Ma anche quando per caso, ascoltando una conversazione tra i miei genitori, mi arrivò in proposito qualcosa di più, neanche allora compresi veramente. La scuola era ormai finita. Convinta che non sentissi, mia madre in cucina raccontava a mio padre di aver incontrato una delle due madri delatrici. Le aveva detto che la sospensione era stata convertita in licenziamento e che il maestro ora era disoccupato. Non aveva più tenuto la sua casa in affitto in paese, praticamente da quando lo avevano sospeso, chissà come aveva saputo della demolizione. Qualcuno doveva averlo informato. Fatto sta che era tornato apposta per il nespolo, questo era chiaro. Noi non ci aveva cercati: questo mi feriva, ma solo anni dopo avrei potuto capirne il perché. Avrebbe aggravato la sua posizione e danneggiato anche la nostra. La mamma continuava a dire a mio padre che non poteva credere che quell’uomo fosse un … e pronunciò una parola che non avevo mai sentito, che cercai inutilmente nel vocabolario. Eppure volevo sinceramente, con tutte le mie forze capire cosa avesse fatto di tanto grave il maestro Giuseppe per essere così severamente punito. Perché, già dal giorno del salvataggio del nespolo, era chiaro a tutti noi che non era stato lui a farsi trasferire, a lasciarci. Quell’ingiustizia era un punteruolo ficcato nel mio cuore e nella mia mente. In nessun modo riuscivo a collegare la sua punizione con noi scolari. Una cosa era certa: la parola pederasta aveva in bocca a mia madre un suono orribile, anche di solo istinto la percepivo diversa da tutte le altre: una parola che voleva marchiare a fuoco chi ne era fatto oggetto, una parola da cui proteggersi come da una malattia contagiosa.
Storie simili a quella del maestro Giuseppe e del suo nespolo possono irrompere, o semplicemente sfiorare la vita di qualunque ragazzino. Spesso la loro vera portata può essere a malapena percepita, quasi sempre sono dimenticate. Ma non per sempre. E se riemergono, non è mai per caso. Aspettano soltanto il momento giusto, come profetizzava il mio vecchio maestro, per lasciar trarre tardivamente a chi ne fu spettatore una lezione di vita, piccola o grande che sia. E per fargli inevitabilmente provare il gusto amaro del rimpianto — un sentimento che non è mai davvero giusto assecondare quando ha radici nell’infanzia e che forse, in fondo, fa solo da paravento alla nostalgia per un tempo che non c’è più.
Dopo le elementari e le medie frequentate nel mio paese, per fare il liceo dovetti andare ogni giorno nel capoluogo, mentre per l’università mi trasferii direttamente nella capitale. Quando mi trovai a decidere che facoltà scegliere, non ebbi tentennamenti. Avevo compreso che, di tutte le cose che l’uomo ha saputo creare o scoprire, nessuna era così complessa, così meravigliosa come la sola che non era alla portata del suo ingegno ma soltanto del suo corpo. Nessuna come essa meritava di essere studiata, capita. Dopo la laurea in biologia ho fatto la mia trafila all’interno del mio ateneo, i miei genitori non avevano grandi possibilità ma hanno fatto enormi sacrifici per sostenermi economicamente e finalmente, grazie a loro, alla buona sorte e a qualche capacità di cui non ho merito, sono diventato quel che ancora sono: un accademico. La cosa data ormai a diversi anni fa perché ancora possa provarne la minima vanità. Mi sono dedicato in modo particolare alla biogenesi, lo studio delle origini della vita. Ma quando sento dire che sono un’autorità nel mio campo, ho sempre un sussulto di censura perché sono intimamente consapevole che ancora oggi, in tutta sincerità, non posso dire di saperne molto più di quando ero una matricola alle prime armi. Da quando è apparsa sulla terra, la Vita si è generata solo da se stessa. I processi chimici che l’hanno originata non si sono più verificati. È come se si fosse persa la chiave e anche la porta. Il mondo minerale ha compiuto un incredibile salto di qualità che l’ha portato fino all’uomo, la forma vivente più perfezionata, ma questa creatura finale non è in grado di percorrere a ritroso tutta la strada fatta, se non fino a una porta che non è ancora riuscita a trovare, a meno di compiere un gratuito salto dalla scienza alla fede. Come dicevo, la mia ricerca potrebbe sembrare fallita, perché non ne so più di quanto ne sapessi allora. Così non è. Mi dividono da quello studente sbarbatello trent’anni di letture e di riflessioni, non certo la passione per questa materia. Tutto ciò ha un profondo legame con la storia che voglio finire di raccontare. Prima o poi dovevo arrivare a capire che, se avevo scelto di dedicarmi alle scienze della natura, lo dovevo a una naturale propensione per l’osservazione, ma soprattutto a cosa e a quanto aveva seminato in me un maestro elementare che aveva potuto influire sul mio pensiero solo per pochi mesi. Riconoscevo progressivamente nel mio amore per lo studio della vita una matrice non esclusivamente razionale: vi aveva non poca parte quella stessa qualità di amore che il maestro Giuseppe aveva messo nel salvataggio di un giovane albero o nella crescita umana di un manipolo di ragazzini di quinta elementare. Mi aveva contagiato.
In paese si può quasi dire che io sia tornato solo due volte: per i due funerali dei miei vecchi. Da tempo li avevo convinti, controvoglia, a lasciare il posto in cui erano nati e vissuti tanto da non credere che avrebbero potuto finire altrove la loro esistenza. Erano venuti a vivere nella grande città, in una casa vicina alla nostra, quella della famiglia che mi ero costruito, dove avrei potuto tenere meglio sotto controllo i loro tanti acciacchi e dove loro avrebbero potuto fare i nonni con costanza, come desideravano, anziché ricevere una visita a Natale e un’altra per le vacanze estive. Ma la nostalgia del paese non li ha mai abbandonati. Come il nespolo sul tetto si sono lasciati trapiantare, non senza danno. Mia madre è stata la prima a cedere all’inverno, mio padre non ne ha aspettati due interi per raggiungerla. È stato il mese scorso. Già al funerale della mamma, davanti a quel loculo periferico che avevamo trovato libero nel piccolo camposanto del paese, mi aveva detto: «Questo posto non va bene, Alfredo, né per lei né per me! Lo capisci, vero? Prendici una tomba vera, ma qui dentro, dove possiamo stare nuovamente insieme.» Capii che non voleva farla aspettare a lungo. Mi informai subito e decisi di prendere in concessione perpetua un pezzo di terra ancora disponibile nell’area cimiteriale, dove poter costruire una piccola cappella di famiglia. Chiamarla cappella è uno sproposito perché a stento ci si entra uno per volta, nel piccolo altare posto in fondo un prete non potrebbe celebrare neanche se fosse un pigmeo. L’hanno finita appena in tempo, c’è ancora odore di muratura recente. Ora sono là, tutti e due, riuniti, l’uno di fronte all’altra: si sono lasciati soli neanche un paio di inverni.
Nei quarant’anni che mi separano ormai da lui, ho pensato spesso al maestro Giuseppe, con gratitudine ma al tempo stesso come a qualcosa di interamente passato, che poteva essere materia del solo ricordare. Soltanto dopo la morte di mio padre, l’aria del paese mi ha parlato con tono perentorio e in qualche modo svegliato, rimettendomi su una strada antica che avevo abbandonato. Ho finalmente scoperto che anche il mio tempo poteva essere fermato, che ogni fiume ha una riva e che ogni tanto, durante questa crociera ininterrotta che è la vita umana, bisogna cercarla. In queste ultime settimane sono tornato qui più volte, col pretesto di sistemare la vecchia casa di famiglia, ma in realtà perché qualcosa di ancora vago mi ci attirava. Il profumo dei luoghi della mia infanzia a ogni ritorno scavava con pazienza e io l’ho lasciato fare. Ha smosso in me strati profondi, ha dissepolto immagini lontane ma vive, ha aggrumato ricordi in nostalgie che non accettano più di essere accantonate, che ora pretendono ascolto. Nel confessarmi il desiderio, dico meglio, il bisogno di prendere informazioni su di lui, le mancanze passate e la volontà presente di porvi rimedio si sono compensate e sono andate a comporre un disegno di giustizia.
La settimana scorsa mi sono deciso. Sono andato finalmente a cercare i vecchi compagni di scuola che dopo le medie avevo perso di vista, fiducioso che ne sapessero più di me. Nessuno aveva notizie. Uno di loro, Marco, il primo della classe, ora medico del paese, mi ha suggerito che potevo tentare con la Tina. «E chi è la Tina?» «Ma come, non ti ricordi? La nostra bidella!» La ricordavo a malapena. Con lei il maestro Giuseppe, a quanto pareva, era rimasto in contatto. Aveva quasi ottant’anni e non metteva più il naso fuori di casa per via dell’artrosi deformante. Mi ha indicato dove abitava. Non ho avuto però il coraggio di andarci subito.
Stamattina sono tornato in paese. Dovevo fare questo passo. Tina non poteva certo ricordarsi di me, semmai dei miei genitori, ho pensato; temevo che non mi avrebbe neppure aperto la porta. Ma quando al citofono le ho detto chi ero, ha ripetuto forte il mio nome di battesimo, e questo mi ha sorpreso enormemente, inondandomi di un piacere antico. Così sono i paesi. Se sei uno di loro, non ti dimenticano. Lei però non aveva dimenticato neanche il maestro Giuseppe, uno di fuori — come ho presto scoperto.
Sì, quella storia della sospensione era stata tutta un’ignobile calunnia. Lei era dietro la porta quando il direttore montava il suo assurdo castello di accuse in faccia al suo sottoposto. Lui si difendeva con semplicità, senza foga, anzi più che altro sembrava solo ascoltare, con una calma rassegnazione che Tina immaginava parente della saggezza. Non ho faticato a collegare il racconto della Tina con l’atteggiamento che il maestro Giuseppe adottava con noi scolari, consapevole che non c’è in un bambino maggiore momento di fragilità di quello di una bugia smascherata. Che bisogna saper cogliere l’occasione e trasformare quella fragilità in una forza. Con noi il silenzio funzionava, significava soprattutto creare una distanza che suscitava il desiderio di essere nuovamente colmata. Rafforzava il legame. Sono tuttavia proprio quei bambini che non hanno subito questo salutare affronto in tenera età a reiterare lo stesso trucco via via in tutte quelle successive, perfezionando la tecnica a colpi di malizia, godendo alla vista del carniere di vittime accumulato e costruendosi così una folle autostima, e allora ho pensato che il maestro, restando in quei lunghi momenti silenzioso davanti al direttore, doveva soprattutto misurare con amarezza che l’arroganza di un adulto è tanto più indecente quanto maggiore è l’intima consapevolezza di essere in torto.
Alla fine, continuava a raccontare la Tina, Giuseppe oltre quella porta chiusa rispose lapidariamente che, stando così le cose, avrebbero dovuto accusare dello stesso delitto, quello di amare i bambini, anche Gesù Cristo. Non aveva forse detto: “lasciate che i pargoli vengano a me?”. Tina e le altre bidelle in ascolto si guardarono sbarrando gli occhi. Era una flagrante provocazione — e una liberazione cercata. Fu allora infatti che il direttore perse definitivamente il controllo di sé e lo mise alla porta. Per il suo decoro da filisteo era una sfida intollerabile, una bestemmia. Dare del pederasta a Nostro Signore!
Giuseppe — così lo chiama semplicemente la Tina che forse, ho sospettato a quel punto del racconto, è stata innamorata di lui prima di essergli semplicemente amica — le ha sempre mandato cartoline e qualche lettera ovunque sia andato a stabilirsi. I primi anni era andato in una città del Nord, probabilmente quella di cui era originario, dove era riuscito a trovare lavoro presso qualche scuola privata, visto che alla porta della Pubblica Istruzione, dopo il provvedimento disciplinare subito, non poteva più bussare. Non sembrava felice. Poi un colpo di scena. Con una strana cartolina di auguri di Natale, saranno stati un cinque o sei anni dopo essere stato cacciato dal paese, Giuseppe la stupì. La cartolina illustrava un posto dalla natura parecchio esotica, come ebbe modo di appurare leggendo. Le scriveva infatti che era diventato diacono — fratello si dice tra i padri comboniani, lei non sapeva bene cosa volesse dire, se lo fece spiegare dal parroco — e che era partito per una missione in Colombia. Per i successivi trent’anni, ogni Natale Giuseppe non mancò mai di riempire della sua grafia minuta e precisa una cartolina illustrata di quel lontano paese. A un certo punto Tina andò in pensione e per parecchi anni le colleghe più giovani le recapitarono la posta di Giuseppe direttamente a casa. Benché sapesse il suo indirizzo, si ostinava a scriverle a quello della scuola! Poi d’improvviso più niente. L’ultima comunicazione risaliva a tre anni prima.
Tina è una della vecchia tempra. Benché malmessa e anche semianalfabeta, aveva bisogno di capire perché Giuseppe avesse smesso di scriverle, sicura nell’intimo che doveva essergli accaduto qualcosa. Troppo forte era l’affetto che li univa perché lei potesse accontentarsi del suo silenzio e delle proprie congetture. Una nipote si era allora incaricata di telefonare alla missione in Colombia, e chi le aveva risposto si era mostrato subito sorpreso. «Evidentemente in Italia non leggete i giornali», le avevano risposto. Padre Giuseppe *** — nel frattempo era quindi stato ordinato, anche se a Tina, con grande sensibilità, non ne aveva fatto cenno — era rimasto vittima di un agguato da parte dei narcos, mentre tornava da un villaggio indio vicino, dove andava a insegnare ai bambini. Malgrado i suoi settantatre anni godeva ancora di ottima salute, quanto bastava per farsi a piedi dieci chilometri al giorno nella boscaglia tropicale pur di raggiungere il suo villaggio, visto che i genitori non erano sempre ben intenzionati a portare i bambini fino alla scuola della missione.
È stato un colpo al cuore. Una botta tanto più terribile in quanto inattesa. Che il maestro Giuseppe non fosse più vivo poteva essere nelle cose, nella logica, ma questa fine drammatica, più che l’ultimo, immeritato smacco, oggi mi è parsa, mi sembra quasi assurdo ora affermarlo, un compimento. Qualche TG ne avrà certamente parlato, ma il caso non ha voluto che io sapessi. Una volta a casa potrò fare delle ricerche e trovare facilmente su internet gli articoli di giornale di una notizia che mi era del tutto sfuggita. Non so se lo farò. Cosa potranno dirmi, quegli articoli, che non mi abbia già detto la Tina …
Non ero soltanto dispiaciuto, là, davanti alla Tina, che mi aveva preceduto di tre anni in quel sentimento: mi sentivo in colpa. Un senso di abbandono al contrario. Razionalmente sapevo che era ingiusto, ma il cuore in quel momento se ne infischiava della ragione. La Tina mi ha sorpreso un’ultima volta dicendomi col sorriso sulle labbra, il sorriso di chi ha già tutta una vita alle spalle, di chi si sente ormai più anima che corpo ed è convinto di essere ancora vivo solo per indicare la via a qualche viaggiatore smarrito: «Se vai nel posto che tu sicuramente sai, il tuo maestro Giuseppe puoi salutarlo ancora un’ultima volta, qui in paese.»
Il nespolo. Per quanto mi sembri ora incredibile e perfino imperdonabile, non ci ero mai tornato.
Non che non ci avessi più pensato, tutt’altro, ma così è la vita: non avevo mai sentito il bisogno di vedere se c’era ancora, se se la passava bene. Lo davo per scontato. Lo avevo usato come perno di tante mie considerazioni e forse addirittura citato in qualche lezione, agli inizi della mia carriera accademica. Quando si è giovani si vive come nella piena di un fiume senza fonte né foce. Tutto in qualche modo fluisce meccanicamente e ci si può permettere senza pagare dazio anche l’alibi di non saper vivere. Ma ormai anche la mia salita è iniziata e io fino a oggi non avevo più pensato alla metafora dell’albero, a quell’uscita che il maestro ci aveva chiesto di annotare sul diario di una lontana quinta elementare, o se lo avevo fatto era solo per ricollegarla alla mia professione, ma non alla mia vita personale per chiudere così il cerchio. Era arrivato anche per me quel momento profetizzato, in un modo inatteso, come doveva essere stato anche per gli altri suoi testimoni, i miei lontani compagni di quinta. In fondo, quell’albero avevo contribuito anch’io a salvarlo. Ma per me era sempre stato in prima persona il maestro Giuseppe — non il nespolo — la metafora, l’esempio di coraggio da seguire, il miracolo da notare. Ora la notizia della morte di padre Giuseppe sparigliava le carte. La vita, per il tramite della Tina, mi dava la brutta notizia che in cuor mio mi attendevo ma mi suggeriva che avevo ancora una cosa da fare in paese, prima di andare via. Se ero ancora in tempo.
«Toglimi una curiosità, Tina: sei stata tu ad avvertirlo della demolizione della casa abbandonata, poco dopo la sua cacciata dalla scuola, vero?»
La risposta della Tina è stata tutta in un sorriso, una miscela di furbizia e di innocenza che fin troppo facilmente mi è stato concesso decifrare.
«Un’ultima cosa: nelle sue lettere ti chiedeva mai di noi, della sua classe?»
La Tina ha risposto:
«A te piacciono le nespole? A me parecchio. Sai che però non puoi mangiarle appena colte. Qui in paese le facciamo stare una stagione ad ammezzire in cantina, nelle cassette di legno in mezzo alla paglia. Se hai pazienza di aspettare che siano pronte, allora sono il frutto più buono del mondo, pastoso, dolce e aspro insieme, proprio come la vita.»
Ho incassato da quelle parole quel che c’era da incassare, ho cercato la sua mano per salutarla ma lei ha voluto stringermi al collo per baciarmi e poi sussurrarmi nell’orecchio: «Non ha mai smesso di chiedermi di voi. Abbraccialo anche per me, che non posso più andarci!»
Sono qua, ai suoi piedi. Non è stato facile ritrovarlo: tutto cambiato in questa zona del paese. Hanno costruito villette a schiera un po’ ovunque, estendendo di parecchio la vecchia cinta abitata, ma questa collinetta argillosa dev’essersi mostrata refrattaria a ospitare delle fondamenta e non sarà facile trovare un costruttore disposto a sobbarcarsi la spesa di sbancare il poggio.
La vita, il mondo — come ci diceva Giuseppe — non smettono mai di parlarci, di raccontarsi. Di illuminare di volta in volta qualcosa di prezioso e di importante. Proprio come fa il raggio di sole che trova un varco tra le nuvole. Siamo noi che, troppo presi a recitare il nostro copione, per tutto questo non abbiamo occhi e orecchie. Chiamiamoli segnali e non saremo lontani dal vero. Cosa c’è di strano? Le piante vivono di questi raggi, perché non dovremmo saperne trarre profitto anche noi? È più che altro un racconto, il senso di quello che dovremmo cogliere. Un racconto sulla vita, quindi su di noi che ne siamo una parte infinitesima. Perché, come per un cane casa è dove è il suo padrone, così per me — per te — la vita è qui e adesso, dove sono io — dove sei tu. Inutile cercarla altrove, nel sogno, nel rimpianto o nel futuro.
E io adesso sono qui, con un’emozione che mi riempie, ai piedi del mio amico nespolo che muore.
Se già per un uomo morire non è facile, anche quando lo desidera, ancor più lo dev’essere per un albero. La morte non è un istante, la morte è l’ultima stagione della vita. Forse anche noi uomini, come gli alberi, cominciamo in qualche modo a finire mentre siamo ancora vivi. Quando qualcosa in noi che già da tempo ci lavorava ai fianchi ha definitivamente la meglio sulla nostra voglia istintiva del domani.
Amico ritrovato, non ti sei più mosso da qui, da quel pomeriggio in cui ti ci abbiamo portato, eppure ti sorprendo reduce da un viaggio più sfiancante e doloroso di questi miei quarant’anni passati lontano da te. Guarda, le mie braccia possono cingerti e le mie dita toccarsi appena attorno a te, tanto sei cresciuto. Non mi importa se qualcuno ora mi guarda e mi prende per pazzo. Non fai più ombra, se non col tronco. Ora che ti sono vicino come di più non potrei, ti lascio parlare e mi arriva, dalla poca linfa che forse ti scorre ancora dentro, cosa aspettavi di dirmi. Sei stato paziente a concederti altri inverni solo per me e io te ne sono grato. Dovevi infischiartene del pubblico, ricordi? Non noi, tu eri il destinatario di quelle parole di Giuseppe. Le hai assorbite dall’aria, non avendo orecchie per ascoltarle. Hai tenuto duro finché hai percepito che lo faceva lui. Poi un epilogo inatteso, che ha replicato qui, a migliaia di chilometri di distanza, uno stesso finale. Non mi hanno insegnato queste cose i libri, né io potrò andarle a raccontare a cuor leggero ai miei studenti: sei tu a dirmi che è così e io, abbracciandoti, non posso non crederti. Di questa tua vita che avevi iniziato con un atto di velleità e di sfida, le tue radici hanno già mollato la presa. La Tina ti immagina ancora come ti ha visto l’ultima volta — meglio per lei che sia così — mentre io l’avevo paventato subito, poco fa, per il solo fatto di essere tornato qui da te con tanto ritardo. Tu muori mentre io non posso, né voglio farlo ancora. Così accade a dei fratelli. Ci si deve salutare, prima o poi. Tu ed io, messi a dimora nel mondo dalla stessa mano. Tu mi abbandoni, fratello, io in questo abbraccio mi accommiato per sempre da te, dal nostro amico Giuseppe, da un’età che grazie a voi ho saputo rivivere e senza di voi mi sarà difficile, mi sembrerà un tradimento tornare a richiamare, anche solo nel ricordo.
Addio.
09:59 Scritto da: nowhere_man in Storie | Link permanente | Commenti (42) | Segnala
| Tag: storie, ricordi infantili, destini |
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