08/12/2010
Una vita originale
In arte, dire che qualcosa è originale significa riconoscerne l’unicità, l’irripetibilità. È un atto di conoscenza, di comprensione, talvolta di amore.
Ma è lo stesso dire che una persona è originale? Non è piuttosto il contrario, un prendere le distanze, dalla sua stranezza, dalla sua anomalia? Ecco come un aggettivo si può ridurre a un eufemismo, un indennizzo insufficiente per aver relegato un essere umano nel mondo dei fumetti.
Eppure certe vite non potrebbero essere definite né diversamente, né meglio. Non nel senso del cliché ma in quello dell’opera d’arte: un pezzo unico, irripetibile.
Una di queste è la vita di Ambretta.
Difficile sostenere che ci siano state originali più precoci di lei. Le prime stramberie cominciò a rivelarle che era ancora in viaggio. La futura mamma capì presto, attorno al quinto mese di gravidanza, che quel figlio in arrivo aveva gusti musicali preoccupanti. All’epoca non esistevano gli ecografi e il sesso del nascituro si indovinava dalla forma della pancia, non prima dei sette mesi e con alterni risultati. Se quel bambino di genere imprecisato restava immobile, come morto, quando lei ascoltava i suoi amati Bach, Mozart, Schubert o Chopin, cominciava a sobbalzare con l’orsaggine di un bifolco nel giorno della festa quando il padre, di gusti più facili di sua moglie, metteva sul piatto del fonografo i valzer di Strauss o le operette di Lehar. Quei dischi erano almeno la prova di esistenza in vita e di buona salute del rampollo di famiglia. Non aveva ancora un nome e un volto ma rivelava inclinazioni che sua madre, ottima pianista dilettante, si proponeva di raddrizzare presto a colpi di sana educazione musicale. Si sarebbe rivelato tutto inutile. Ambretta e la grande Musica rimasero per sempre su posizioni di reciproca diffidenza. Ciò non toglie che anche a sessant’anni le si annacquasse la vista ogni volta che sentiva, da una radio, da un giradischi o da qualunque altro aggeggio capace di emettere suoni, le note di Wiener Blut o di Gigolette.
La seconda originalità deflagrò poco dopo, nella sala parto dell’ospedale Umberto I del Cairo, città dove anche i suoi genitori erano nati e dove le loro famiglie d’origine vivevano, pur essendo italianissime, dal taglio del canale di Suez. Era il primo gennaio ma non era questa l’originalità. Benché sia il padre che la madre fossero di capelli scuri come l’ebano laccato dei diesis di una tastiera, quella che vide la luce era una creatura lentigginosa, lungagnona e con un pelo tanto rosso sulla testolina da far sembrare pallido un paiolo di rame infuocato.
Dopo essersi guardati l’un l’altro di sbieco per qualche imbarazzante secondo, i due novelli genitori finirono per ridersela di quello strambo scherzo della natura capitato proprio a loro, che non avevano antenati rossi nelle ultime quattro generazioni — ossia a memoria di nonni. Cambiarono in corsa la scelta del nome, scegliendo quell’Ambretta che piombava del tutto inconsueto nell’onomastica di famiglia e tentava di stemperare, per il poco che era possibile, quel fulvo tanto scandaloso.
La terza originalità di Ambretta si manifestò poco dopo l’uso della parola e delle gambe. La piccolina era estroversa e socievole, ma ogni tanto non resisteva al desiderio di sparire da qualche parte della casa. I genitori ne scoprirono presto la ragione: lo faceva per parlare da sola. Quando la madre le chiese chi fosse l’invisibile amica con cui si intratteneva, rispose che stava parlando con Ambletta — la r ben arrotata sarebbe rimasta una conquista mancata per il resto della sua vita. La risposta fu giudicata normale per una bambina di due anni.
Ma l’abitudine ai soliloqui, che non sarebbe più venuta meno per tutta la sua vita, neanche a ottant’anni, risultò ben più misteriosa e allarmante per il padre e la madre dell’Ambretta adolescente perché, contrariamente a quanto faceva negli anni infantili, colta in flagrante negava l’evidenza dei suoi monologhi. Come smentire che si sta piangendo quando si ha in mano un fazzoletto per asciugare gli occhi. A volte quei soliloqui erano così complessi da mimare piccoli copioni teatrali con vari personaggi del tutto improvvisati. Una fantasia straordinaria che non era però di alcun conforto ai suoi genitori.
Fu la quarta originalità di Ambretta, per fortuna l’ultima a manifestarsi, la più preoccupante per la famiglia. Non era certo nata bassa, ma dai cinque anni in poi crebbe in modo astronomico, oltre ogni conveniente misura e malgrado le suppliche al cielo dei poveri genitori che, sperando di interrompere in qualche modo la barbara impennata della sua genetica, si affidarono agli espedienti più insani. Eliminarono i cibi ad alto contenuto di calcio e la misero a una dieta di latte di soia — rarissimo a quell’epoca — sperando che quella crescita così poco rispettosa del buon gusto si sarebbe fermata. Non è semplice esercitare la patria autorità su una tredicenne che è più alta di te, pensavano la madre e soprattutto il padre che, nelle sue periodiche sgridate, si era rassegnato al trucco di farla prima sedere per evitare l‘imbarazzo di doverla rimproverare guardandola dal basso in alto. A sedici anni, superato abbondantemente il metro e ottanta, per benevolenza della sorte Ambretta si fermò. Ma il danno, come suol dirsi, era fatto. Ciononostante, suo padre non si fece scoraggiare dal timore di ritrovarsi una figlia zitella per impossibilità di trovare un marito, letteralmente, alla sua altezza. Iniziò a guatare l’orizzonte sociale del Cairo italiano, o al limite europeo, in cerca del pollone che avrebbe potuto crescere più di Ambretta e portargliela, prima o poi, via di casa.
L’ultima persona inquieta per quell’ingombrante statura era quella che la portava a spasso per la casa e per la città. Non le creava alcun imbarazzo l’idea, quantunque non ancora praticata, di doversi abbassare per ricambiare il bacio di un fidanzato. Si era dovuta assoggettare alla famiglia su un punto: le scarpe basse. Le pesava vedere le sue compagne della Leonardo da Vinci sfoggiare tacchi dieci e perfino dodici — non certo a scuola dove era loro proibito, ma nelle feste date dall’ambasciata per far legare le famiglie bene della comunità italiana.
Dietro ogni apparente stranezza umana si nasconde sempre una precisa ragione, più o meno profonda, più o meno accessibile all’osservazione e all’intuito degli altri. Prima di rubricare tali comportamenti sotto la voce stramberie, bisognerebbe imporsi il dovere di comprendere e, magari, di giustificare. È più facile che avvenga l’esatto contrario. L’osservazione resta alla superficie, dove è mangime per tre brutte bestie: il luogo comune, il pregiudizio e la calunnia. Ambretta non tardò a diventare, a causa della sua magnifica unicità, una delle loro vittime. Pochissimi sapevano o volevano leggere, dietro certe sue fissazioni, l’acuto di una sensibilità fuori dal comune. I più restavano alla superficie, alla caricatura. Primo esempio. Usava sempre un ramoscello d’ulivo come segnalibro, andando a raccattare pietosamente quelli che la domenica delle palme qualche fedele distratto lasciava cadere fuori della chiesa di San Giuseppe. Era un’abitudine più poetica che pratica: le foglie una volta secche si staccavano dal ramoscello e, nel giro di qualche lettura, del segnalibro restava uno zeppo spoglio. Chi per caso riceveva in prestito quel libro finiva sempre per farsi strane idee del suo proprietario. Secondo esempio. La ragazza aveva un sacro rispetto per tutto quanto era vita, fosse vegetale o animale, quand’anche minuscola purché visibile a occhio nudo. Perciò le risultava difficile camminare senza guardare per terra. Ciò a volte indispettiva i suoi accompagnatori che non si sentivano ascoltati e l’irritazione non diminuiva certo quando lei lo motivava con l’intenzione di non calpestare le formiche! Una volta, passeggiando con un’amica nel riverbero accecante di un primo pomeriggio di sole africano, vedendo in controluce un filo di ragno baluginante attraversare il loro cammino, decise di deviare per non romperlo. La sua amica, più per sbadataggine che per dispetto, ci passò in mezzo e lo tranciò, attirandosi l’ira di Ambretta col risultato di vedersi lasciata sola, per ripicca, in mezzo alla strada. Riuscì a ritrovare la sua amicizia solo quando ebbe la lucidità e la pazienza di farla ragionare, quando la convinse che passando non aveva ucciso il ragno ma solo una sua trappola, un tentativo di predazione tra i cento che aveva imbastito quella settimana. La cosa che più sorprese l’amica fu il segno di pace di Ambretta: un abbraccio silenzioso che le fece sentire l’umidità della sua guancia accanto alla propria. Grazie a quelle lacrime, l’amica capì che a volte è proprio il ridicolo il vestito che il troppo serio deve indossare. Da quel giorno il loro rapporto si cementò. Fu tra le poche ad addolorarsi profondamente il giorno che Ambretta, dopo il matrimonio, lasciò per sempre il Cairo. Grazie alle lettere e al telefono, non si sarebbero più perse di vista.
Chi ha conosciuto Ambretta solo negli anni bui del suo crepuscolo di donna, chi l’ha vista sospendere la propria vita con un sacrificio involontario, come sapremo tra qualche pagina, non potrebbe farsi un’idea di che peperino fosse stata da giovane. Si era talmente allenata alla vita sociale nei suoi monologhi infantili che, quando venne il suo turno di essere iniziata alla buona società del Cairo, non fece fatica a conquistare la ribalta dell’interesse e della curiosità altrui, non solo grazie alla sua altezza stellare. Abituata a parlare senza mai riprender fiato con gli specchi e perfino con i muri, davanti a persone in carne e ossa, quand’anche sconosciute, si prendeva il centro dell’attenzione con una nonchalance impressionante, come se tra loro ci fosse una vecchia intimità. Qualcuno scappava inorridito davanti a quel vulcano di esuberanza che non sapeva di traboccare talvolta in invadenza e inopportunità; i più ne restavano, forse non proprio affascinati, più esattamente magnetizzati.
Senza essere bella, Ambretta aveva un’espressione viva, occhi perdutamente annegati d’azzurro e capelli che, pur restando fulvi, avevano assunto una tinta tizianesca che si sposava perfettamente col suo incarnato così chiaro. Tutto questo faceva sì che non le mancassero mai codazzi di giovani ammiratori, fin da quando era adolescente. Parecchi di loro non si scoraggiavano di doverla guardare dal basso e di trovarsi quasi a poggiare la testa sulla spalla mentre ballavano con lei. In quelle feste, mentre il padre continuava a spiare a volo d’aquila giovani che svettassero dalla statura media e fossero perciò buoni candidati come futuri generi, la madre la guardava e scuoteva la testa: si sforzava di capire come mai fallissero tutti i rimedi alimentari escogitati per farle crescere un po’ di seno oltre la misura da dodicenne che ancora portava superati ormai i diciotto. Alcuni di questi erano a dir poco stregoneschi, come le pozioni a base di olio di borragine, altri sicuramente inadatti come le sbornie di birra scura, altri ancora inefficaci come le carni equine ricche di estrogeni e lo stesso latte di soia che aveva già mortificato anni e anni di colazioni della povera Ambretta.
Come ogni ragazza borghese della sua epoca, anche Ambretta coltivava il sogno di un matrimonio, di una famiglia propria. Avrebbe potuto cullarlo tranquillamente, senza scossoni, se il caso non l’avesse condotta nell’antro di Madame Rahman, una chiromante nubiana molto in voga. Ce la portò, tanto per far qualcosa, una sua amica e lei si lasciò trascinare. Era una donna con capelli corvini e una ricrescita bianca sulla scriminatura centrale dei capelli che le dava un’aria da strega delle fiabe. Ma quando Ambretta vide Madame Rahman sbiancare — per quanto sia possibile a una donna di colore! — sentì che la visita perdeva il suo carattere esotico per assumerne uno spiacevolmente serio. La nubiana, forse più brava a leggere i desideri degli sguardi che le linee del palmo, sosteneva di aver appena intravisto nella sua mano un grave impedimento che incombeva su di lei: al momento era una donna sterile. Ma nulla è irrimediabile — le disse subito. Se avesse seguito i suo consigli, una volta sposata avrebbe potuto vincere il malocchio che la natura le aveva imposto e diventare anche lei madre come certamente desiderava. Ambretta imboccò in pieno e implorò la nera di parlare chiaro. Madame Rahman le disse allora che avrebbe dovuto darle il tempo di procurarsi ciò che era necessario allo scopo; nel frattempo Ambretta doveva trovare il modo di raggranellare circa centomila lire egiziane, tanto serviva per preparare la controfattura, una somma ingente per quel tempo. La ragazza non si fece scoraggiare: non era priva di risorse e un modo lo avrebbe trovato. All’appuntamento successivo, cui la maga pretese che Ambretta si recasse da sola, per prima cosa le chiese se aveva con sé il denaro. Ambretta tirò fuori dalla borsetta un pacchetto chiuso a doppio elastico e lo posò sul tavolo della chiromante. Dopo aver contato il denaro, la vecchia armeggiò in un cassetto e tirò fuori un piccolo involto di velina, scartandone cautamente il contenuto. C’erano delle pietruzze rosse e un filo dorato. Le disse che si trattava di canottiglie di vero corallo di Cipro e di una filigrana di oro purissimo. Avrebbe dovuto conservare quei costosi oggetti e, il primo novilunio dopo aver perso la verginità a letto con suo marito, confezionarne rigorosamente di notte un collier che doveva essere abbastanza lungo da fare tre giri attorno al collo. Se a ogni amplesso matrimoniale lo avesse usato, sarebbe presto rimasta incinta. Ambretta incassò la sua prima, inattesa lezione di educazione sessuale e conservò il kit magico tra le sue cose più preziose, in attesa di poterlo utilizzare.
Negli ambienti insieme cosmopoliti, sofisticati e surreali che la sua famiglia frequentava nella capitale egiziana, Ambretta aveva respirato una babele culturale, si può dire fin dalla culla, parlando indifferentemente francese e italiano in casa con i suoi ma anche l’inglese e l’arabo quando si trovava a conversare con gente comune o nei ricevimenti. A volte, i suoi sogni giovanili erano vere e proprie sceneggiature poliglotte, con personaggi che parlavano ciascuno in una lingua diversa. Questo suo innato multilinguismo si rivelò una dote essenziale e una specie di viatico per l’esistenza che il destino, come ora si saprà, le aveva riservato.
Ad Alessandria, durante la visita a una mostra, conobbe quello che sarebbe diventato suo marito, Vittorio Emanuele ***, rampollo di una famiglia più illustre e benestante della sua, destinato alla carriera diplomatica per una tradizione che si perdeva nelle nubi dell’atavismo. Tra i due fu colpo di fulmine. Con la sua statura da corazziere, era il primo ragazzo tra quelli che l’avevano corteggiata che lei potesse finalmente guardare dal basso in alto. Ma non fu quello il motivo del loro istantaneo innamoramento. Nello sguardo che si erano scambiati, ciascuno aveva riconosciuto nell’altro i segni inconfondibili di una paresi facciale che entrambi avevano patito più giovani. Lui all’emivolto sinistro, lei al destro. Prima ancora di essere amore, tra i due fu estasi di compassione e di appartenenza: dei loro due mezzi sorrisi ne era venuto fuori uno intero che sembrava il segno inequivocabile di un futuro comune. Sia Vittorio Emanuele che Ambretta fino ad allora avevano ingigantito le proprie irregolarità, che agli occhi altrui si manifestavano a malapena e senza conseguenze. Loro al contrario ne soffrivano come cani; davanti allo specchio sopportavano lo sberleffo più illusorio che reale di un volto scomposto, disarmonico, da ritratto cubista. Il loro incontro compì il miracolo di una reciproca eclissi del difetto. Da allora lo dimenticarono per sempre.
Vittorio Emanuele aveva sì un fisico da corazziere, ma modi da gentiluomo retaggio di un’educazione all’inglese. I pochi anni che aveva più della maggiore età non gli impedivano di portare dei baffi, non proprio come il risorgimentale re suo omonimo, ma discretamente folti e sempre ben impomatati. Aveva il carisma dei primi della classe e la modestia dei predestinati. Il suo carattere riflessivo combaciava con quello esuberante di Ambretta come la sua mezza mela mancante. Dopo tre giorni erano convinti di essersi sempre conosciuti e, quando a chi osservandoli glielo diceva dovevano replicare che non era vero, rimpiangevano il tempo perduto inutilmente a cercarsi in qualcun altro.
Le due famiglie non si piacquero meno dei due giovani e il fidanzamento ufficiale fu di una sbrigatività, considerando il livello sociale, addirittura impudente. La loro strada, a pochi mesi dal primo incontro, era già segnata. Dopo la laurea in legge, del resto imminente, Vittorio Emanuele avrebbe intrapreso la carriera diplomatica, iniziando come addetto d’ambasciata in una capitale europea. Solo la prima tappa di una vita all’insegna del cambiamento di sedi, della scalata di incarichi, dell’apprendimento di nuove lingue. Quanto alla laurea in lettere moderne di Ambretta, era destinata a restare dentro una cornice appesa alla boiserie di uno studio.
Se l’apparizione della collana di Madame Rahman al collo della neo mogliettina passò del tutto inosservata al novello sposo, lo stesso non si poteva dire per le tecniche elusive adoperate nel talamo nuziale da Vittorio Emanuele, che tradiva così una notevole esperienza di bordelli ma soprattutto, agli occhi di sua moglie, la precisa intenzione di evitare di metterla incinta. Era una doppia tristezza per lei vedere la produzione torrenziale dei coiti del suo sposo inondare inutilmente le lenzuola di lino ricamato del corredo. Malgrado il suo carattere estroverso, Ambretta sul quell’argomento così intimo era di una timidezza paralizzante e i primi tempi il suo disappunto non trovò mai la strada delle parole. Si tenne al collo il suo amuleto, ma non a lungo. Ebbe almeno il premio della disillusione, quando decise di confidarsi con una nuova amica, moglie di un collega d’ambasciata di Vittorio Emanuele. Quando la donna fu ammessa al segreto dell’amuleto e lo vide, scoppiò in una risata profonda da contralto. Le sembrava assurdo che una ragazza di mondo come lei avesse abboccato tanto ingenuamente. Non era corallo ma della volgarissima plastica e il filo era di ottone ma dorato. Se Ambretta in quel momento avesse avuto a portata di mano la fattucchiera nubiana anziché trovarsi a cinquemila chilometri dal Cairo, forse la sua rabbia le avrebbe dato abbastanza forza per strangolarla con le proprie mani, malgrado tutto il suo riguardo per la vita.
Sempre al seguito del marito, che a ogni trasferimento saliva un gradino nella gerarchia diplomatica, Ambretta era talmente presa dal suo ruolo di rappresentanza che non trovava letteralmente tempo per altro. Tantomeno per chiedersi se fosse proprio quella la vita che aveva sognato nella sua adolescenza. Così gli anni volarono via anche per lei, senza che se ne accorgesse, come per chiunque in fondo non crede di poter essere davvero arbitro del proprio destino. Arricchì la sua enciclopedia di lingue, usi e costumi, aggiungendo lo spagnolo, il portoghese e perfino un po’ di swahili, già che c’era, per meglio familiarizzare con la gente del posto e non farsi ingannare dai domestici, quando Vittorio Emanuele fu per un paio d’anni console a Nairobi. La routine della vita d’ambasciata la omologava fatalmente a qualunque altra donna nella sua posizione e la sua fitta agenda quotidiana le dava poche occasioni di essere se stessa — la persona eccentrica e fuori dal comune che era sempre stata. Non era questo ciò che più le mancava. Se è vero che desiderava essere qualcosa di più che la consorte di un diplomatico, quel di più non era la libertà, ma la maternità. Il marito continuava negli anni a eludere l’argomento a parole e soprattutto nei fatti, come aveva mostrato fin dalla prima notte di nozze. Il fatto che Ambretta avesse finalmente trovato il coraggio di esprimere il suo più grande desiderio non aveva cambiato le carte in tavola: Vittorio Emanuele continuava a opporre vari pretesti: agli inizi fu la loro gioventù, poi quando non erano più così giovani c’era sempre l’incombenza di un cambio di sede; una volta, per tagliare corto, era arrivato a dirle che un figlio non avrebbe mai potuto crescere in un paese solo e avere una vita normale. Come se loro, che non restavano mai più di tre anni nello stesso posto, l’avessero avuta!
Soltanto anni dopo, quando erano troppo vecchi per diventare genitori fosse anche adottivi e, come accade in molti matrimoni, si erano trasformati in due affettuosi fratellini, Ambretta seppe finalmente che lui si sapeva sterile e che, senza volerle fare del male, l’aveva però ingannata dal primo momento. Sistemando certe vecchie carte del marito, scoprì che aveva avuto una nefropatia infantile che, secondo il lapidario giudizio dello specialista che l’aveva diagnosticata, avrebbe comportato un “più che probabile esito di impotentia generandi”. La discussione che ne seguì fu il solo momento difficile del loro matrimonio. Ambretta fece una vera e propria requisitoria, ispirata non certo dall’orgoglio ma dal suo amore ferito. Lo accusò di aver recitato come un guitto con tutte quelle inutili cautele, di non credere abbastanza nell’affetto di sua moglie, nella sua comprensione verso l’uomo che amava. Sorprendentemente, l’ambasciatore (finalmente era arrivato all’apice della carriera) si mostrò remissivo come un cagnolino e le diede ragione su tutti i fronti: la sua arrendevolezza e la sua evidente contrizione finirono per spuntare tutte le armi della collera di sua moglie. Ma il suo dolore era talmente gonfio che impiegò mesi a riassorbirsi. Aveva perso la penultima occasione per rimettersi al centro della propria esistenza. Non poteva sospettare che gliene sarebbe stata concessa un’altra.
Tutto sommato, la vita era stata molto generosa con entrambi. Avevano girato il mondo, vissuto un’esistenza agiata e priva di preoccupazioni, conosciuto ricchezze e povertà di ogni latitudine, eserciti di gente frivola ma anche personalità insigni di ogni colore della pelle con cui talvolta avevano stretto amicizie sincere. Era destino che, proprio quando si erano decisi a rimpatriare — meglio, a vivere finalmente in Italia, cosa mai accaduta prima di allora, visto che in Egitto tutto era cambiato e c’erano rimaste solo le tombe dei loro genitori — Sua Eccellenza l’ambasciatore ormai in pensione dovesse cedere all’inverno della vita, così, all’improvviso, come un albero sano schiantato da una saetta, senza una malattia cronica e senza neppure un’avvisaglia. Attacco cardiaco fulminante.
Dopo quasi quarant’anni di vita in comune, Ambretta si rese conto che non era stata lasciata nelle condizioni di affrontare il mondo senza di lui. Si vide spaesata, straniera in casa propria. Era come se, morendo, Vittorio Emanuele le avesse tranciato via una gamba dicendole al tempo stesso: «E adesso prova a correre!» Si sentì da un giorno all’altro come Peter Schlemihl senza la sua ombra, come una delle metà nel mito raccontato nel Simposio di Platone: un essere più che incompleto, un grottesco moncherino.
Il brusco passaggio da ambasciatrice a vedova era stato impietoso nel mettere a nudo tutte le lacune che la sua vita di consorte eternamente in ombra non aveva reso necessario colmare. Una cosa è la solitudine, un’altra la perdita. La prima è spesso una condizione e a volte, per quanto malinconica, una consuetudine; la seconda è un trauma. Lei non era abituata alla prima come non era preparata alla seconda. Cosa avrebbe fatto adesso di sé e delle sue giornate? Si trovava in una casa troppo grande e troppo deserta per lei, senza un cenacolo di veri amici attorno, circondata da un bric-à-brac di mobili e oggetti, dai più preziosi ai più dozzinali, accumulati in un terzo di secolo di vita nomade, incapaci di farle compagnia. Il meglio che poteva attendersi era riuscire a racimolare un tavolo di anziane signore per la canasta del giovedì pomeriggio. Era molto più che infelice: era abbandonata, una condizione che — lo sapeva bene — i suoi soliloqui non sarebbero riusciti a ingannare.
Iniziò il periodo buio. Da quando aveva deciso di non accompagnare Vittorio Emanuele verso la sua ultima meta, la tomba di famiglia al Cairo, Ambretta non era più riuscita a mettere il naso fuori di casa. Ci aveva provato e riprovato, sperimentando in progressione tutte le casistiche del fallimento. L’ultima volta, a causa di un capogiro, aveva rischiato di restarci secca e solo la presenza di spirito del fedele portiere Antonio l’aveva salvata, sorreggendola in tempo e impedendole di fracassarsi le ossa sulle scale. Da allora più nessun tentativo. L’appartamento era nel contempo la sua prigione e il suo rifugio. Passava le giornate in casa, senza visite, facendosi portare da mangiare dai bottegai della zona e raccontare la vita esterna dalla colf filippina, rigorosamente nel suo patois ispano filippino che Ambretta faticava a decifrare, sebbene la ragazza parlasse un italiano quasi perfetto. Per le vecchie amiche — tutte all’estero le poche in vita — inventava al telefono una vita sociale che non faceva perché non si dessero pena per lei. La sola cui non aveva potuto fare a meno di confidare il suo reale stato — quella che aveva rotto la ragnatela per strada — le aveva addirittura spedito in casa, a sua insaputa, un amico mezzo psicologo mezzo sciamano, ma Ambretta lo aveva lasciato, gentilmente, dietro la porta.
Una bella anima non sa che farsene di un bel vestito. Era ciò che aveva sempre pensato e sostenuto da giovane. Ma quegli anni erano dall’altra parte dell’abisso scavato dalla sua esistenza. Erano gli anni in cui si dice. Quelli in cui si fa, come spesso accade, li avevano smentiti. Ora che si ritrovava un guardaroba sufficiente a vestire tutta la redazione di un rotocalco rosa, che ne avrebbe fatto?
Quando non era più attesa, fu l’Ambretta di un tempo, l’Ambretta originale a decidere di cavalcare la malasorte. Mise in atto un’operazione talmente strampalata che nessuno avrebbe potuto arrivarci neanche con la fantasia. Era iniziata, a sua insaputa, l’era telematica del commercio, ma per lei, che viveva da anni all’oscuro di quanto accadeva nel mondo, l’amico sicuro dei poltroni, degli immobilizzati, degli ipocondriaci era la Postal Market. Aveva già fatto diversi acquisti per corrispondenza e un giorno, mentre sfogliava il catalogo, le venne un’idea inverosimile per tutti fuorché per lei.
Tre giorni dopo, bussò alla porta un fattorino con un pacco enorme. Su richiesta della destinataria, che per convincerlo si era preparata a mettergli in mano una lauta mancia, l’uomo iniziò ad armeggiare con il contenuto. Dopo meno di un quarto d’ora, nel salotto campeggiava, in mezzo a una devastazione di cartoni aperti e involucri di plastica lacerati, un manichino femminile a grandezza naturale, calvo e perfettamente snodabile in ogni articolazione. Là accanto, il fattorino congedandosi aveva lasciato le tre parrucche di scorta che facevano parte dell’ordine: nera, bionda e rossa. Ambretta optò per la terza e sistemò la nuova ospite nel grande terrazzo, che affacciava nell’elegante parco condominiale, tutto piantato a cedri e magnolie.
Non era difficile comprendere cosa l’avesse spinta a quella risoluzione: vedere il proprio smisurato guardaroba farsi inutilmente polvere — come lei stessa del resto — nell’odore di canfora degli armadi aveva provocato quella specie di naufragio interiore cui il catalogo di acquisiti per corrispondenza aveva casualmente gettato un’ancora di salvezza. Cominciò a vestire quotidianamente il manichino con i suoi abiti. Dapprima una sola volta, da giorno. Poi anche la sera. Il manichino viveva in qualche modo per lei. Per questo, agli occhi di Ambretta era essenziale che stesse fuori e non dentro casa. Che respirasse quell’era che a lei non sembrava più potesse essere concessa. Rilanciando alla grande la vecchia abitudine di parlare da sola, aveva eletto il manichino a sua confidente e si faceva raccontare lungamente le feste cui non andava più, le notizie importanti e i piccoli pettegolezzi di un mondo immaginario di cui non poteva far parte. Cercava pateticamente di tenere in vita, o meglio di resuscitare quel rumore superficiale di vita che le ricordava gli anni della serenità e della completezza.
Cominciò l’inevitabile mormorio del condominio sulla stravagante trovata della vedova del secondo piano, che nessuno vedeva più in giro ma qualcuno riusciva di tanto in tanto a sorprendere durante le sue singolari sfilate all’aperto. Per fortuna di Ambretta, le maldicenze non potevano raggiungerla e questo era forse il solo aspetto positivo della sua clausura.
La sera di capodanno, che era anche il suo compleanno, sentì che doveva eccedere: mise addosso a Tessa — il nome di fantasia che aveva dato alla sua amica di polistirene — un vestito di lamè d’argento e, giacché faceva freddo, la sua preziosa pelliccia di zibellino siberiano. Nell’anulare della mano destra, che teneva in precario equilibrio un calice di prosecco — di champagne in casa non ce n’era più — aveva infilato, per completare l’eccesso, lo zaffiro di Ceylon da quattro carati che il marito le aveva regalato per i suoi cinquant’anni. Brindare al di qua del vetro con l’inespressiva, elegantissima Tessa era il suo modo di accogliere il nuovo anno, che per lei in fondo non prometteva niente di meglio del precedente.
Il giorno seguente, quando Ambretta si apprestò a svestire Tessa per ridarle un aspetto più feriale, lo zaffiro … non c’era più! Fu un colpo tremendo. A quell’anello era affezionata in un modo esagerato e, benché ne avesse anche di più costosi in cassaforte, nessun altro gioiello le era più caro: Vittorio Emanuele aveva scelto appositamente quella pietra fra tante perché imitava alla perfezione la tonalità dei suoi occhi. A esso erano legati tanti bei ricordi di cui senza l’anello si sarebbe sentita derubata. Ladri? Era impossibile, non c’era modo per nessuno di arrampicarsi fino al suo terrazzo. A meno che non volasse.
Volare? Con un involontario luogo comune, Ambretta si era data da sé la risposta all’enigma.
Non ci vedeva più tanto bene, ma era ancora in grado di distinguere un passero da un merlo, quindi, se ci fosse stata da quelle parti una gazza, col suo piumaggio bianconero non avrebbe potuto sfuggirle. Rimase per ore a spiare l’orizzonte del parco: niente. Aveva a che fare con un nemico invisibile e che si credeva più furbo di lei. Doveva continuare a lasciarglielo credere, dimostrandole il contrario al momento opportuno. Ma come? Impedita com’era dalla sua paura di uscire, non sapeva come tradurre le intenzioni in fatti.
Il primo giorno di sole terso — a gennaio nella sua città non era insolito — approfittò di buon mattino della straordinaria esposizione a est del salone per mettere in atto il suo stratagemma. Fece indossare della bigiotteria al manichino e, giacché si trattava di roba dozzinale per la quale non nutriva alcun attaccamento, non lesinò nell’addobbare Tessa che, così agghindata, sembrava una seconda madonna di Pompei.
La gazza non abboccò.
L’unica soddisfazione che diede ad Ambretta fu di farsi vedere — di dare la certezza alla sua vittima che esisteva, che non era una sua fantasia. Planò delicatamente sulla mano che brillava e, come un usuraio esperto davanti a un fondo di bottiglia, spregiò il finto gioiellame di Tessa e volò via. Che scorno! Ambretta ebbe almeno la prontezza di evitare ciò che l’impulso le suggeriva: prendere l’odioso uccello a colpi di ramazza. Innanzitutto non sarebbe mai stata così pronta da centrarla; in secondo luogo, scoraggiandola a tornare nel terrazzo, non avrebbe più potuto recuperare il suo prezioso zaffiro di Ceylon — ammesso che ciò fosse ancora possibile.
Ma un sistema doveva pur esserci. Più della necessità, spesso è la sconfitta ad aguzzare l’ingegno. Chiamato l’ultimo giro di poker, era iniziata con la gazza una mano di teresina dove il bluff non era consentito. Ci voleva una puntata vera per vedere le carte dell’avversario. Ambretta arrischiò qualche gioiellino d’oro di basso valore. Ancora niente da fare. La gazza era più competente di un perito del Monte di Pietà. Schifò gli zirconi, le opali, i topazi. Non c’era alternativa: bisognava calare giù l’asso. Ambretta si fece forza, aprì la cassaforte e mise al dito di Tessa il solitario da quattro carati, D color, regalo di matrimonio. Un vero azzardo, visto l’esito dello scontro fino a quel momento. Restò dietro il vetro, questa volta, circospetta come un ghepardo, confidente che l’esca avrebbe funzionato. Se solo qualcuno avesse potuto vedere quella vecchia signora, apparentemente in vestaglia, in realtà con l’atteggiamento insieme subdolo e assorto che qualunque cacciatore ha sempre incarnato dall’epoca dei mammut a oggi! C’era un altro ingrediente a rendere gustoso il piatto: si stavano dando battaglia due femmine, sia pure di specie diverse.
Immancabilmente, attratta dallo sbrilluccichio a distanza dell’enorme diamante, nel giro di un quarto d’ora la gazza si fece viva. Il nido doveva essere in zona. Fu insieme una buona e una cattiva notizia. L’uccello fu più fulmineo nei movimenti di quanto Ambretta potesse esserlo col solo pensiero. Con un’abilità senza pari, addentando il castone, sfilò orizzontalmente il solitario dal dito dell’inconsapevole Tessa e Ambretta poté solo imprecare tra sé e sé, mordendosi i denti nell’assistere impotente a quella stupefacente destrezza avicola. Non si perse in lacrime dietro la nuova ruberia. Il suo vero obiettivo era un altro. Si concentrò con quanta vista le era rimasta cercando di non perdere d’occhio l’uccello, per capire dove andava a ricoverare il frutto delle sue rapine. Fu fortunata, per la prima volta in quella incredibile partita tra una donna e un uccello: la gazza si era inequivocabilmente fermata sull’antenna dei cafoni!
Così Ambretta chiamava l’orribile catafalco di ferro che un operatore radiomobile era riuscito a far mettere anni prima nel parco, malgrado il parere contrario di Vittorio Emanuele messo regolarmente a verbale dall’amministratore del condominio. Che le importava se il canone copriva tutte le spese condominiali e ce ne avanzava pure! Era un obbrobrio che deturpava il panorama. L’aveva sempre detto che, sotto la loro aria snob, quei condomini erano dei pitocchi, dei cafoni rifatti. Con tutto il sartiame di cavi d’acciaio messo per prevenirne le oscillazioni, l’antenna — alta non meno di un pino marittimo e collocata nel punto più alto del colle che ospitava il prestigioso condominio — in certi giorni grigi di temporale sembrava l’albero maestro di un vascello con le vele ammainate nella tempesta.
Appena fatta l’importante scoperta, pari per emozione solo a quella che doveva aver provato l’hidalgo Rodrigo de Triana nella coffa della Pinta alla vista delle coste di San Salvador, si precipitò a prendere il vecchio binocolo di Vittorio Emanuele, dodici ingrandimenti, pesante come un ferro da stiro! Che idea fantastica, come non averci pensato prima? A causa del tremore delle mani, dovette poggiarlo sul vetro per evitare di farsi venire un capogiro. La visuale era nitida, riusciva a distinguere perfettamente la gazza ladra e le sembrava di poterne scrutare, con l’aiuto della lente, perfino il carattere!
La gazza aveva fatto il nido proprio sopra un condensatore, al calduccio. Una gazza originale, non c’era dubbio. Non gliene poteva capitare una normale. Perché non lo avesse cercato come tutti i suoi simili su un albero restava un mistero. Ma a ben riflettere, lo era molto di più la sua mostruosa competenza gemmologica. Peccato non riuscire a vedere se nel nido c’erano i suoi anelli. In compenso si vedevano chiaramente … uno … due … tre piccoli becchi agitarsi! Era chiaro a quel punto che il suo ladro di gioielli era proprio una femmina. Il pensiero di quei tre pulcini, piccoli corsari di nidi in erba, aprì una crepa nel sentimento viscerale che in quei giorni Ambretta aveva solidificato in un monumento di odio contro la gazza. Si rese conto che tutta la malizia che le aveva attribuito, tutta la personificazione che ne aveva fatto erano solo una proiezione mentale di poco buon senso, un mero sintomo della sua rabbia. Nel vivo della sua battaglia psicologica con il pennuto, non si rendeva ancora conto che tutto ciò l’aveva ringalluzzita e, di fatto, rimessa sulla strada del coraggio di vivere. Già ora era così diversa da una settimana prima. Il nuovo anno da cui nulla si aspettava e, soprattutto, la sua nemica amica gazza la stavano pian piano tirando fuori dal tunnel.
Quella stessa notte Ambretta fece un sogno fin troppo simbolico. La storia era abbastanza spaventosa ma, stranamente, al risveglio non fu troppo contenta che si fosse interrotta. Una super razza di uccelli enormi razziava le città portando via uomini donne e bambini. Li rapiva in un mondo iperuranio, al di sopra delle nuvole, dove esistevano grandi foreste rovesciate, e se ne nutriva. Li esponeva freschi cadaveri in grandi mercati all’aperto, oppure li teneva vivi in enormi gabbie fatte a voliera, perché la succulenta specie predata potesse essere ammirata dalle altre che abitavano il mondo celeste. Le sarebbe piaciuto poter continuare l’incubo perché le aveva infuso il gusto forte di combattere, ma al tempo stesso la metafora di quel mondo rovesciato era fin troppo esplicita per sfuggirle. L’angoscia che provavano gli esseri umani del sogno non doveva essere diversa da quella che l’uomo impone alle specie animali di cui si nutre, che cattura o alleva per la loro morte o la loro prigionia, per quanto dorata.
Il mattino seguente si svegliò con idee chiarissime. Per prima cosa, chiamò al citofono il portiere. Il vecchio e affezionato Antonio era andato in pensione e da qualche mese era arrivato il sostituto, un giovanotto tarchiato, dall’aspetto bonario, con un nome palesemente meridionale. Il buon Carmine, evidentemente istruito da Antonio, aveva fatto di tutto per conquistarsi le simpatie della vedova del secondo piano, ma aveva ottenuto l’effetto opposto. Mai un’offerta di aiuto accettata, mai una buona parola, un ringraziamento o un semplice sorriso quando timidamente bussava per informarsi sulla sua salute. Ambretta aveva covato in quei mesi l’idea malevola che Carmine volesse carpire la sua buona fede con quei suoi modi troppo deferenti, untuosi, da levantino. Il paradosso era che una vera levantina, nata al Cairo, usasse quel termine dispregiativo per catalogare un poveretto della provincia di Caserta!
Non sarebbe mai stata in grado di salire da sola sull’antenna, visto che non riusciva ad affrontare neanche la tromba delle scale. Ma come affidare il delicato incarico a Carmine? L’avrebbe certamente frodata, prima gonfiando il costo del noleggio di un elevatore, poi dicendole che nel nido non c’erano altro che tre pulcini — naturalmente dopo aver trafugato i due preziosi anelli. No, non aveva scelta. Se voleva recuperare i suoi cari gioielli, doveva trovare il coraggio di accompagnarlo!
Mentre pattuiva il tutto con l’incredulo Carmine che, tuttavia, sembrava sinceramente contento di quella nuova e inattesa risoluzione, Ambretta evitava a bella posta di prefigurarsi cosa sarebbe accaduto quando il portiere le avesse citofonato per dirle che era tutto pronto, che la piattaforma aerea — quello era il termine giusto, l’elevatore è un ascensore! — era nel parco e che potevano iniziare la complessa quanto onirica impresa di recupero.
Il momento inevitabile arrivò e Ambretta decise di affrontarlo come se niente fosse, come se gli ultimi cinque anni trascorsi ingabbiata nel suo appartamento non fossero mai trascorsi, mai esistiti. Per completare l’opera di autoconvincimento, si figurò nella mente che Vittorio Emanuele fosse in chissà quale viaggio anziché in buona parte scarnificato dal tempo, come doveva essere ridotta la sua salma dopo un lustro di buio e di freddo dentro la bara nella cappella di famiglia. Si mise un vestito da matinée che le ricordava una giornata di coraggio della sua vita — ma quello odierno lo superava senza paragoni! — indossò l’impermeabile con la fodera di visone visto che fuori soffiava un vento boia e affrontò con totale sconsiderazione l’uscio di casa.
Fu grande la sorpresa di Carmine quando la vide scendere nientemeno che dalle scale invece che dall’ascensore. In verità si aspettava di dover inventare una scusa per rimandare indietro l’amico che si era offerto, per pochi soldi, di portare fin là dentro la piattaforma della sua ditta, perché era quasi certo che la signora Ambretta si sarebbe svegliata dalla sua velleitaria chimera, lo avrebbe chiamato al citofono e con aria contrita e stanca gli avrebbe detto che non se ne faceva più niente. Era lei, non c’era dubbio! Vestita come per andare a un vernissage, non certo per arrampicarsi su un’antenna telefonica! Camminava piuttosto spedita per essere una ultrasettantenne — Carmine non sapeva che la signora Ambretta aveva già compiuto ottant’anni — proprio quel galeotto primo gennaio da cui erano passate solo un paio di settimane.
Come un perfetto cavaliere, le offri il braccio e la scortò flemmaticamente, con la postura austera del padre che porta all’altare la figlia, creando una situazione di un ridicolo senza pari, fino ai piedi dell’antenna. Non fu facile farle salire gli alti pioli metallici della scaletta che conduceva al cestello elevabile. A un certo punto Carmine e l’amico furono costretti a sollevarla di peso, ma con tale grazia che Ambretta restò convinta, con una certa soddisfazione, di aver fatto leva solo sulla forza delle proprie gambe. Una volta con le mani saldamente sul corrimano d’acciaio del cestello, l’amico si mise nella cabina di comando e la piattaforma aerea iniziò lentamente a salire con la sua strana e assortita coppia di ospiti.
La gazza era allarmata come non mai, sentiva — come può una madre — tutta la minaccia che incombeva sui suoi piccoli, ma non sapeva far altro che volteggiare all’impazzata; non aveva altri mezzi per impedire che quel mostruoso animale mai visto da quelle parti continuasse ad avvicinarsi, e anche quelli non servivano a fermarlo. Ciò non faceva che moltiplicare la sua agitazione. A quel punto, Ambretta non riuscì a non provare pietà per quel povero uccello che non poteva conoscere le loro reali intenzioni e seguiva l’istinto che gridava soltanto: pericolo! La gazza era una madre e lei, che lo aveva così tanto desiderato, non era mai riuscita a diventarlo. In quel preciso istante le fu chiaro, come mai né prima né dopo sarebbe stato, che quell’uccello dalle piume bianconere era l’angelo mandato letteralmente dal cielo per compiere il miracolo di stanarla dalla sua prigionia.
La missione di recupero dei gioielli, proprio mentre i due arrivavano in vista del nido e il pigolio dei tre pulcini, che rispondevano ai versi striduli della mamma, iniziava a sopravanzare come volume il ronzio idraulico dell’ingranaggio di elevazione, sembrava essere diventata una cosa fatua, un falso obiettivo. Quando Carmine arrivò a mettere le mani nel nido, Ambretta urlò: «Stai attento! Scusami, volevo dire: fa piano. Sai, ci sono tre pulcini.» «Lo so, signora, li abbiamo visti anche noi, non farò loro del male.»
È strano dover prendere atto che ciò che un tempo ti sembrava così importante possa rivelarsi nient’altro che ciò che è sempre stato: un oggetto, inerte e freddo, che non potrai portare con te nel viaggio nell’oltre che aspetta la tua anima, ammesso che tu ci creda. La vera vita non è mai feticista, lo è spesso, per converso, il rimpianto per quella trascorsa. A frugare nel nido, cercando di non sconvolgere i piccoli e sperando che alla gazza svolazzante non venisse nel frattempo un infarto — però aveva lasciato due bei segni sul dorso della mano di Carmine e non sarebbero passati tanto presto! — venne fuori solo il grosso solitario di quattro carati: lo zaffiro di Ceylon non c’era. Carmine era costernato come se quell’assenza fosse colpa sua.
«Non importa», sentenziò con un filo di voce Ambretta. Era stanca ma sollevata, anzi: felice. Aveva capito così tante cose in così pochi minuti. La prima, che non tutti i furti sottraggono qualcosa, ce ne sono di quelli che qualcosa restituiscono. La seconda, che Carmine era un bravo ragazzo e che anche in questo caso il destino aveva preordinato le cose perché lei ne fosse sospettosa, altrimenti non avrebbe mai trovato il coraggio di uscire di casa. La terza, che la vita poteva ancora essere meravigliosa e far comprendere anche a una vegliarda come lei che c’è sempre qualcuno da cui imparare, o qualcosa di cui godere, finché il cuore si ostina a batterti nel petto e il respiro ti pompa ancora vita nel corpo. La quarta cosa … no, non poteva certo venirle in mente: che una persona originale come lei non poteva non ficcarsi in una situazione originale e non poteva non venirne fuori se non con un sistema originale. Ma questo probabilmente lo pensò, senza dirlo, il buon Carmine. Prima di scendere, Ambretta tentò un gesto di riappacificazione con la spaesata gazza, perennemente in volo sopra le loro teste, abbozzando la volontà di accarezzarla, ma Carmine le abbassò immediatamente la mano: «Perché vuol farsi lasciare qualche brutto segno anche lei, signora? Guardi qua (e le mostrò la mano colpita). Questo povero animale non può capire la sua gratitudine, sente solo la sua invasione.» Sagge parole!
Dai fatti sin qui raccontati è passato un anno. Ambretta dopo decenni è tornata a vivere la vita che vuole e che può. Prima il vicinato non la vedeva perché non usciva mai di casa: ora perché in casa non c’è mai. Sempre in giro per visite guidate, gite collettive, atenei per la terza età e, soprattutto, il suo amatissimo corso di tai chi la cui scoperta l’ha indotta a un retrospettivo rammarico per aver dissuaso, vent’anni prima, Vittorio Emanuele dall’accettare il consolato di Shangai. Sì, è tornata a vivere: beninteso la vita di un’ultraottentenne che, a ben vedere, è solida né più né meno del vaso Ming che campeggia nel suo salotto. Ma se questi splendidi esemplari dell’arte orientale sono in molti casi arrivati fino a noi, malgrado tutta la loro fragilità e tutti i pericoli delle epoche anche violente cui sono sopravvissuti, c’è speranza che Ambretta possa resistere ancora quanto basta per recuperare, in parte, il tempo consumato a organizzare feste consolari o a rincorrerne i fantasmi postumi.
Post Scriptum: il manichino Tessa è stato donato, non senza qualche rimorso per l’improvviso abbandono, alla sartina del quartiere.
16:45 Scritto da: nowhere_man in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (57) | Segnala
| Tag: storie, originalità, donne |
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Commenti
I tuoi racconti mi fanno sempre molti regali. Prima di tutto mi fanno sempre trascorrere una piacevole mezz'ora (tanto mi ci vuole a leggerlo bene) poi mi fanno riflettere e fare strane considerazioni. Ho raccontato da poco alla mia nipotina una storia inventata di una gazza che era entrata nel mio bagno e mi aveva rubato un anello (le gazze ci sono davvero sul tetto di fronte, ma ovviamente il resto era falso). C' è sempre dunque un che di telepatico prima che tu pubblichi qualcosa.Ed infine il portiere di Caserta che assomiglia moltissimo al mio vecchio Nicola tanto caro e tanto disponibile e che ora non c'è più.Il tuo racconto me lo ha fatto ricordare.
Quanto poi al modo di scrivere il tuo sembra l'opposto del mio. Tanto sono lunghe le tue storie tanto sono brevi le mie, tu sintetizzi e condensi sempre gli avvenimenti iniziali, che spesso abbracciano un'intera vita, per poi dilungarti in quelli concentrati in pochi giorni che sono poi la vera essenza della storia. Al contrario io sono più minuziosa all'inizio, sembra che voglia arrivare chissà dove e poi in quattro frasi finali termino tutto. Sei d'accordo? Per quanto riguarda il mio post, in ogni caso, non farti fuorviare dal "continua". Potrebbe trattarsi di una sola altra puntata della quale per altro potrebbe esserci un finale improvviso e "non finale" come quasi sempre.
Scusami per questo sproloquio, ma Ambretta mi ha fatto straparlare. Ciao
anna
Scritto da: setteparole | 08/12/2010
Delizioso!
Anche per avermi ricordato luoghi della mia giovinezza, e feste all'Istituto culturale Dante Alighieri, la gente della Tunisi bene, una cena, ricordo, all'ambasciata thailandese, con i camerieri vestiti di rosso e oro.
Ma torniamo ad Ambretta, personaggio uscito così vivido dalla tua penna; ne possiamo seguire il percorso esistenziale, quasi che nel frattempo che si legge, fossero trascorsi gli anni.
Una vita, una storia, una lunga carrellata nella mente e nel cuore di questa protagonista veramente originale.
Così come lo è il tuo racconto, godibilissimo.
Scritto da: cristina bove | 08/12/2010
commento: Un racconto pregevole e ricco di elementi stimolanti. Mi è piaciuto muovermi insieme alla protagonista in un mondo tanto lontano e sconosciuto alla mia esperienza, un mondo sempre intravisto attraverso le letture, ma tu qui lo hai reso così vivido e credebile tanto da potermi calare nei panni di Ambretta e vivere la sua esperienza così contrapposta alla mia, e per questo interessante. Ma quello che è più importante è ciò che alla fine mi è rimasto, la soddisfazione della "mia" esperienza...di quanto la vita mi ha dato, non solitari e gioielli, e per precisione neppure alta bigiotteria. Mi ha dato tre figli, e due li ha voluti indietro. Altre traversie che di fronte ai lutti sono per me sciocchezze, ma per molti altri vere sciagure...metti caso un bel carcinoma etc, etc, ma non voglio annoiarti con le mie...era solo per dirti che il più grande dono che ho ricevuto è l'amore per la vita in tutte le sue manifestazioni, ed è questo l'unico bastone a cui mi sono appoggiata sempre, un bastone che Ambretta ha trovato in tarda età, io mi sono accorta di averlo a quattro anni, e ancora ne serbo memoria. Per merito del tuo racconto ho ripercorso tutte le tappe importanti della mia vita, e nonostante oggi in casa mia si respiri un triste anniversario, sono consapevole che rifarei il medesimo percorso se mi fosse concesso, pur sapendo come andrà a finire.Una riflessione: leggerti è stato psicoterapeutico.
Grazie
frantzisca
Scritto da: frantzisca | 08/12/2010
Stavo per dire "Buona domenica"... in realtà è un Mercoledì di festa, che mi fa un po' perdere la bussola della settimana. In compenso mi lascia il tempo di leggere questa bellissima storia; più di tutto mi piace che Ambretta trovi, anche se in corner, tutta la forza e l'entusiasmo che sembravano spenti per sempre...e grazie ad uno dei suoi "amati" animali. Mi hai fatto venire in mente un'altra ottantenne, creata da Vita Sackville-West... ma non voglio fare complimenti sotto forma di paragoni. La bravura è tutta tua. A presto, M.L.
Scritto da: Gea | 08/12/2010
SCRITTORE,
SEI VERAMENTE UNICO NELLA TUA "ORIGINALITA' E...GRANDE.
Letta tutta in un fiato e col battito a "sghimbescio".Scherzi dovuti al Tempo,chissà.
Ciao.Ma che fatica entrare nella tua casa con questi numeri giocolieri!...Bianca 2007
Scritto da: Bianca 2007 | 09/12/2010
Spero tanto che per Ambretta la vita duri ancora tantissimo così per poter recuperare gli anni vissuti un pò così così...
una vita da comparsa e mai da protagonista, anche la bugia del marito la rende fragile e per niente scusabile,
quando si ama i desideri dell'altro non devono mai diventare la priorità,
tenerissima la storia della gazza, si, i gioielli sono solo pietre e non vengono con noi nell'oltre, ma rimaniamo dentro ai cuori di chi ci ama, questo è il non morire e per Lei chi piangerà?
Chi ricorderà la sua "originalità?"
Solo un portiere?
Bellissimo racconto,
grazie Maurizio,
un abbraccio
Scritto da: sistercesy | 09/12/2010
SEI UNO SCRITTORE VERAMENTE "ORIGINALE" E... GRANDE!Ciao.Letto tutto in un fiato e col batticuore.Saranno gli anni del Tempo.Chissà!...Bianca 2007
Scritto da: Bianca 2007 | 09/12/2010
commento: Un racconto pregevole e ricco di elementi stimolanti. Mi è piaciuto muovermi insieme alla protagonista in un mondo tanto lontano e sconosciuto alla mia esperienza, un mondo sempre intravisto attraverso le letture, ma tu qui lo hai reso così vivido e credebile tanto da potermi calare nei panni di Ambretta e vivere la sua esperienza così contrapposta alla mia, e per questo interessante. Ma quello che è più importante è ciò che alla fine mi è rimasto, la soddisfazione della "mia" esperienza ...di quanto la vita mi ha dato, non solitari e gioielli, e per precisione, neppure alta bigiotteria. Mi ha dato tre figli, e due li ha voluti indietro, altre traversie che di fronte ai lutti sono per me sciocchezze, ma per molti altri vere sciagure...metti caso un bel carcinoma etc, etc, non voglio annoiarti con le mie...era solo per dirti che il più grande dono che ho ricevuto è l'amore per la vita in tutte le sue manifestazioni, ed è questo l'unico bastone a cui mi sono appoggiata sempre, un bastone che Ambretta ha trovato in tarda età, io mi sono accorta di averlo a quattro anni, e ancora ne serbo memoria. Per merito del tuo racconto ho ripercorso tutte le tappe importanti della mia vita, e nonostante oggi in casa mia si respiri un triste anniversario, sono consapevole che rifarei il medesimo percorso se mi fosse concesso, pur sapendo come andrà a finire. Una riflessione: leggerti è stato psicoterapeutico. Grazie
frantzisca
Scritto da: frantzisca | 09/12/2010
.. un aggettivo spesso è riduttivo o insufficiente.. ed allora
a volte bisogna rinforzarlo perché serca ad esrpimere efficacemente ciò che vorremmo sottolineare.. che poi chi l'ha detto in fondo che si debba necessariamente tentare di dare una definizione.. perché dici bene ci sono situazioni o vite
come quella di Ambretta che non possono essere ricondotte
ad un qualcosa di specifico.. sono pezzo unici e che manifestano la loro eccentricità e natura già dagli albori..
.. da quando nella pancia sembrano voler dire io so quale sarà il mio posto e quale sarà la "mia" strada da seguire, ontraddistinguendosi persino nel colore dei capelli.. che unito alle sue altre molteplici originalità ne fanno una persona unica..
una voce fuori dal coro..tutto ha un suo perchè ed una sua ragione di esistere nella forma e sostanza che la vita ci regala.. e con quello che abbiamo possiamo solo cercare di fare il nostro meglio
bella la storia del filo di ragnatela reciso e di come sia servito a cementare un prezioso legame, segno che sono le piccole cose a supportare le grandi :)
e meraviglioso anche l'incontro tra Lei e Vittorio e quel riconoscersi e completarsi.. come due metà di una stessa medaglia, e di come li abbia uniti anche un destino.. la "sterilità"
fasulla per l'una e reale per l'altro fino ad arrivare alla vedovanza e il periodo buio di ambretta al quale ne è poi seguito uno quasi ri-nascita grazie a Tessa a farle da transfert
originalissima la gazza esperta di gioielli :)) che le da il coraggio di riprendersi un pò in mano la vita uscendo da casa sulle sue gambe.. .. non tutti i furti sottraggono.. alcuni restituiscono.. e a lei ha restiutio la vita
bellissimo racconto
grazie
Scritto da: albafucens | 09/12/2010
Trovo strepitose le tecniche narrative di cui ti sei servito : analessi, prolessi, ellissi etc., ma soprattutto sono affascinata dal ritmo del racconto reale e coinvolgente! Con estrema naturalezza hai condensato nella narrazione tutti gli elementi della personalità di Ambretta e con altrettanta naturalezza ne ho seguito il percorso fino allo spasimo...Grazie
Scritto da: MARIA ALLO | 09/12/2010
Avevo una gazza, da bambina. Mio papà e mio fratello l'avevano addomesticata. A me faceva un pò paura, come tutti gli uccelli. Non me lo ricordavo più, ero piccolina.... Beh! Ma questo che c'entra? Racconto splendido, as usual!
:-) TT
Scritto da: TT | 09/12/2010
Come sempre niente accade per caso! Il significato della vita scoperto dall'ottuagenaria nobildonna grazie a una gazza!
Racconto surreale ma divertente :-)
Scritto da: Elis | 11/12/2010
per una donna che aveva vissuto in giro per il mondo il modo più eloquente per esprimere il dolore della perdita è rinchiudersi in casa, mentre la gazza, che agisce per istinto, ruba perché non può farne a meno e sa che è meglio che nessuno si avvicini alla sua prole, se vuole farla sopravvivere... e se anche, in modo un po' originale e soprattutto inconsapevolmente, pone fine alla clausura della protagonista, tuttavia in questo gioco eterno di togliere e dare che è la vita, alla fine manca sempre qualcosa... una parte di noi scivola via con gli anni, senza che sia più possibile ritrovarla, come coloro che vanno e non ritornano, come lo zaffiro di Ceylon, precipitato nell'oblio dell'inappartenenza...
un altro bellissimo racconto...
un abbraccio
Scritto da: dalloway66 | 11/12/2010
Ciao scusa se non riesco a leggerti e a commentarti del resto tu non sei molto conciso...sai che oggi ho visto un film e mi sei venuto in mente e mi chiedo se ti hanno copiato o è casuale il richiamo Beatles.
Un saluto e a presto
Scritto da: milena | 11/12/2010
Personalmente lo trovo uno dei tuoi racconti migliori. La costruzione è impeccabile, le motivazioni e la definizione di Ambretta ce lo rendono uno di quei personaggi difficili da dimenticare, in virtù della sua "originalità". E poi ci sono delle piccole perle di saggezza: "La vera vita non è mai feticista, lo è spesso, per converso, il rimpianto per quella trascorsa".
Ma il pregio maggiore è la forza dell'invenzione, rivoli di storie, una vita raccontata come se si stesse scorrendo una moviola con cambi repentini di ritmo, riprese, salti in avanti. La gazza, la ragnatela recisa, la caduta e la rinascita.
Chapeau
Scritto da: Alberto Carollo | 11/12/2010
ho gli occhi pieni di dolce commozione....
Scritto da: blue | 12/12/2010
Grazie, Maurizio, per il tuo commento. Hai avuto come sempre parole di apprezzamento per il mio raccontino. Come avrai capito, l'ho veramente scritto in due volte. Avevo solo un'accenno di idea, neanche ben definita, però ho pubblicato la prima parte quasi per costringermi ad andare avanti. E faccio spesso così. Il fatto è che mi piacciono alcune parole e alcune situazioni e su quelle costruisco al momento.
E' questo che mi impedisce di scrivere una storia più lunga e ben strutturata, che andrebbe prima pensata nella sua interezza e poi scritta.Ma tant'è, sono così anche nella vita, quando affiora un'idea mi lancio, vuoi con un dolce, con il tema dei piccoli doni sotto l'albero, con una nuova situazione di arredo (spostamento di mobili o altro che mi dicono celare non so quali nevrosi).
La verità è che questo è il lato positivo del mio carattere, l' entusiasmo per il fare e il creare.Tutto come un gioco.
Buona serata anche a te. Alla prossima.
Scritto da: setteparole | 12/12/2010
"Peccato non riuscire a vedere se nel nido c’erano i suoi anelli. In compenso si vedevano chiaramente … uno … due … tre piccoli becchi agitarsi! Era chiaro a quel punto che il suo ladro di gioielli era proprio una femmina. Il pensiero di quei tre pulcini, piccoli corsari di nidi in erba, aprì una crepa nel sentimento viscerale che in quei giorni Ambretta aveva solidificato in un monumento di odio contro la gazza." Inizio con il focalizzare la mia attenzione su questo passaggio del racconto.Un momento quasi centrale di consapevolezza e dal quale, vedo confluire ed articolarsi tutta la vicenda umana di una donna senza dubbio originale. Originale nel senso da te definito, ossia una donna con una sua unicità che caraterizza un po' tutti i tuoi personaggi. Personaggi che in fondo contengono in se caratteristiche comuni ad altri esseri nell'umanità. In fondo i sentimenti si assomigliano, quello della solitudine, del coraggio,della coscienza e dell'odio.
Tre piccoli uccellini, bimbi mai nati presenti nell'animo credulone di chi ha indossato semplici pietruzze colorate scambiate per vere perline e per oro, di tale valore erano i sentimenti che provava quando il suo cuore era traboccante di speranza ed il futuro sembrava ancora ricco di promesse.
Dall'intera storia traspare, oltre che un vissuto come tanti, in relazione ad esigenze altrui ,esiste una possibilità di nuove opportunità per riaffacciarsi alla vita, anche quando sembra sia troppo tardi,anche se il desiderio di intanarsi in un priprio mondo conosciuto e fatto di rassicuranti abitudini sembra l'unica alternativa di vita possibile.
Un atto di coraggio, un accadimento apparentemente banale che a volte può rivoluzionare lo stato delle cose.
Uno scrittore veramente bravo dotato di una profonda conoscenza della psicologia e dell'animo umano.
La bimba che si costruisce un personaggio inventato, denota si fantasia, ma anche solitudine, desiderio di socializzare quando mancano i presupposti per farlo, forse perchè proiettata in un suo mondo fantastico, in una sua storia personale dove ne sono esclusi coloro che la vorrebbero diversa, che la giudicano e dove si sente incapace di rappresentare il modello di ragazzina corrispondente ai canoni di una determinata società e cultura. Questo succede da sempre.
Ad un certo punto quasi una forma di pazzia, insita in parte nell'animo di chi ha vissuto una lunga vita cedendo di aver ottenuto dei punti fermi ed invece sentendosi all'improvviso fragili, soli, inutili. Il manichino, anche una trasfigurazione di personalità, una sorta di specchio dove riflettersi, sembra quasi un pochino "Il ritratto di Dorian Gray". Solo che Ambretta vi scorgeva la sua anima giovane, solo che la gazza ha cercato di derubarla proprio di questo, quando alla fine decide di arrampicarsi in cima alla sua vita,a costo di cadere,per riappropiarsene, non è mai troppo tardi, questa sembra la morale.
Sono tantissimi i punti toccati in questo racconto, sono interessanti anche i commenti scritti di seguito dove ciascuno si è un po' riconosciuto. Chi nella storia di una nobile signora, chi affascinata dall'ambasciatore e dai luoghi, chi dai vestiti e dai gioielli. UNa lettura straordinaria non da meno di quei grandi romanzi classici da te tradotti e che hanno dato una visibile impronta al tuo stile.
Scritto da: tageta | 13/12/2010
Passo solo per un saluto, ma tornerò presto per leggerti. Un abbraccio. K.
Scritto da: penny | 13/12/2010
Da qualche giorno ho problemi con i feed e non mi ero resa conto che avessi postato un nuovo racconto (i feed, quando funzionano, sono preziosi!). Che dire? In questa storia c'è tutta una vita, ma soprattutto la riscoperta della vita in una maniera inattesa eppure così credibile. Mi ha fatto tenerezza il personaggio di Ambretta con le sue originalità e il suo spirito fondamentalmente libero, capace di superare anche i limiti fisici, oltre quelli interiori. Bella lettura, come sempre :-)
Scritto da: annarita | 13/12/2010
è bellissimo
come sempre
è commovente
e il finale non è triste
ero passata per un saluto ma non ho saputo trattenermi
farò tardi ma non importa
ne valeva la pena
grazie di quel che ci regali
:-)mandi
Scritto da: le agane | 14/12/2010
Un caldo raggio di sole, in questa fredda mattinata d'inverno... Ambretta e la sua originalità, Ambretta e il suo sacrificio, Ambretta e la sua solitudine, Ambretta e la sua vita ritrovata, danno spessore e consistenza alle immagini che sembrano scorrere davanti a me, come in un film, e un piacevole calore.
Grazie M.
Linda
Scritto da: Linda | 15/12/2010
Ti invidio, vorrei avere il tuo talento. Nel tuo caso non si tratta solo di talento, ma anche di saggezza e profondità. Ciao :o)
Scritto da: penny | 16/12/2010
Casualmente mentre leggevo il racconto ascoltavo questo brano
di Cortazar ed ho immaginato di essere in "prima visone"...un tema musicale che accompagna, con la delicatezza che merita,tutta la storia
http://www.youtube.com/watch?v=VuH2uJA7Srw
Un’ Ambra in cui sono inclusi e conservati fin dall’origine due aggettivi che la connotano…
imprevedibile ed originale inglobati completamente nella bimba che il tempo per un processo di “fossilizzazione” trasforma in … Ambretta
Unicità e originalità in Ambretta si identificano come due facce di una stessa medaglia che conquista e magnetizza
Splendida figura di donna, esuberante e creativa nel suo girovagare solitario nel mondo della fantasia, intelligente e impegnata culturalmente , estroversa e conciliante nel prediligere la comprensione alle fratture affettive, sognatrice ma al tempo stesso decisa e consapevole nelle scelte.
Fuori dal coro, non si lascia suggestionare dalle preoccupazioni dei genitori disorientati da una figlia lontana dagli stereotipi che pianificano la genitorialità.
La fragilità emotiva per la mancata maternità, un desiderio che affonda le sue radici nell’immaginaria “Ambletta”.
La prudenza discreta e raffinata nei contatti carnali, uno dei pochi limiti al suo carattere estroverso, facilita i pregiudizi di un maschilismo sterile non solo nella procreazione.
Una personalità che negli accadimenti della vita riesce sempre a trovare una motivazione stimolante. La bizzarria , copertura perfetta alla solitudine improvvisa , è il ponte di collegamento tra lo smarrimento e la coscienza dell’amore per la vita.
Racchiudo la morale si trova nell’ “unicità” di due periodi che evidenzio dal racconto:
“È strano dover prendere atto che ciò che un tempo ti sembrava così importante possa rivelarsi nient’altro che ciò che è sempre stato: un oggetto, inerte e freddo, che non potrai portare con te nel viaggio nell’oltre che aspetta la tua anima, ammesso che tu ci creda. La vera vita non è mai feticista, lo è spesso, per converso, il rimpianto per quella trascorsa.”
“La vita poteva ancora essere meravigliosa e far comprendere anche a una vegliarda come lei che c’è sempre qualcuno da cui imparare, o qualcosa di cui godere, finché il cuore si ostina a batterti nel petto e il respiro ti pompa ancora vita nel corpo.”
Sei imprevedibile come Ambretta... non avrei mai immaginato la parte conclusiva del racconto...
La tua fervida immaginazione rende sempre più interessante la lettura.
Questo Blog è proprio sconsigliato "ai visitatori che vanno di fretta"...costringe a riflettere.
Con affetto
Sil
Scritto da: silenzioindio | 17/12/2010
RileggerTi è un piacere ! Buona serata
Scritto da: MARIA ALLO | 18/12/2010
Grazie,
un augurio sincero anche a te.
Scritto da: frantzisca | 19/12/2010
Fin da piccola sono sempre stata definita da parenti ed amici "originale", "eccentrica", "stramba"... Nel mio caso, però, non c'è nulla d'insolito nell'aspetto fisico. Le anomalie pare risiedano nel mio carattere e nel mio stile di vita.
Ad una stramba come me non poteva che piacere il racconto della vita d'Ambretta.
Come sempre, leggerti è fonte d'emozione e sorprese.
Scritto da: kaliparthena | 19/12/2010
Grazie Maurizio e buon viaggio.Io avrò il solito Natale di famiglia e il Capodanno,come sempre,da decidere all'ultimo momento. Potrei optare anche io per un viaggio. Vedremo...
PS.I miei auguri da blog, se ci saranno, li troverai al ritorno. Temo però di essere a corto di idee, ma soprattutto di tempo.
Scritto da: setteparole | 19/12/2010
Tantissimi auguri anche a te. E che l'anno nuovo ti porti molte altre storie.
Scritto da: penny | 20/12/2010
a me lo chiede a volte si e altre no
credo dipenda da come scrivi: se usi solo parole "normali" solitamente non lo chiede
se usi simboli per le faccine a volte lo chiede
insomma
fa come pare a lei sta piattaforma :-)
buon inizio settimana M e auguri di cuore anche a te
:-)mandi
Scritto da: le agane | 20/12/2010
Gradevolissimo racconto....
Grazie per gli auguri che ricambio di cuore....
( spero di riuscire a commentare....)
Un abbraccio
Scritto da: donnaflora1968 | 20/12/2010
Gradevolissimo racconto....
Grazie per gli auguri che ricambio di cuore....
( spero di riuscire a commentare....)
Un abbraccio
Scritto da: donnaflora1968 | 20/12/2010
Trovo interessantissimo questo tuo racconto.
Ho provato molte emozioni.
Chiusa notevole.
Tutto è veramente degno di grande attenzione.
I miei più cari auguri.
Nell'anno nuovo vi sarà molto di tuo da leggere... :-)
Scritto da: Aura | 20/12/2010
Buon Natale di Luce NM i piccoli fuochi del cuore che trovano alimento da questa Luce ed è lì che il calore ci pervede e si propaga.
"Noi conosciamo la verità non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore." B. Pacsal
A presto
Sil
p.s. http://www.youtube.com/watch?v=dsMf-6F1aVM
Scritto da: silenzioindio | 20/12/2010
Ambretta: un racconto gradevolissimo, ricco di sfumature e di verità nascoste, a volte così profonde, solo che non ce ne rendiamo conto..."la vita può essere ancora una cosa meravigliosa anche per una vegliarda ottantenne, c'è sempre qualcuno da cui imparare o qualcosa di cui godere..." è bello poter pensare di invecchiare senza perdere l'istinto per la scoperta e la gioia che ne consegue.Franco
Scritto da: Franco | 20/12/2010
Originale Ambretta, questa eroina dal fascino controcorrente, ma ancora più insolito ed imprevedibile il tuo modo di tesserne la trama con fili di insospettabile colore. Mi è sempre piaciuta questa tua capacità di carezzare il paradosso, estremizzandolo con la finezza di mai cadere nell'esagerazione.
A presto.
Grazia
Scritto da: grazia | 22/12/2010
Srcivi in un modo eccellente a mio gusto.
Complimenti.
Vorrei pensare che questo Natale
riesca a cancellare le incomprensioni,
l'indifferenza, la cattiveria
che purtroppo caratterizzano
la vita di molti, lasciando posto
ad una grande apertura di cuore.
Auguro a te, che la magia del Natale
possa rinnovarsi per tutti i giorni dell'anno.
Auguri da Giuseppe
Scritto da: pulvigiu | 23/12/2010
Un caro augurio di serenità e speranza!
Mary
Scritto da: MARIA ALLO | 23/12/2010
Auguri di un Sereno Natale ed uno splendido 2011
TT
Scritto da: TT | 24/12/2010
Tanti auguri, caro M., e buon natale a te e famiglia!
p.s. il libro è arrivato!!!
Scritto da: Linda | 24/12/2010
AUGURI NELLO SPIRITO D'UNA "REVOLUTION" VERAMENTE ORIGINALE.Bianca 2007
Scritto da: Bianca 2007 | 25/12/2010
Arrivo in ritardo e non leggo il post, ma voglio lasciare l'augurio a te di continuare a scrivere così..(è una grazia, so che te ne rendi conto) e a me l'augurio di poterti leggere per tanto tempo ancora.
Scritto da: cenrentola | 26/12/2010
Eri tornato senza che me ne accorgessi. Felice di rileggerti
Scritto da: Skartoffie | 28/12/2010
Ragionavo su quanto rende i tuoi racconti così particolari.
Credo si tratti della capacità di aderire alla vita e alle sue storie, e di restituirne il molteplice con la duttilità della cera, che non lascia interstizi o vuoti, ma sa calare in profondità segrete per lasciarsene modellare.
Ti ringrazio non solo per la bellezza di questo racconto ma per la lezione di narrazione che contiene.
zena
Scritto da: colfavoredellenebbie | 28/12/2010
Sono passata per augurarti un sereno 2011.
Alla prossima.
Ciao
Scritto da: donnaflora1968 | 28/12/2010
Tanti auguri NM...che il nuovo anno sia ricco di parole e colmo di pace...un bacio...
Scritto da: blue | 31/12/2010
Ti Auguro un anno 2011
di intense emozioni
e felici cambiamenti
e che ogni giorno
nasca con un felice sorriso.
Auguri da Giuseppe.
Scritto da: pulvigiu | 01/01/2011
Ormai sei il mio autore preferito! Un caro saluto e Buon Anno Nuovo!
Scritto da: MARIA ALLO | 06/01/2011
Son tornata a rileggerti e a lasciarti un abbraccio.
grazia
Scritto da: grazia | 07/01/2011
buon inizio settimana
:-)
Scritto da: le agane | 10/01/2011
Grazie M. io sono un po' come la tua Ambretta ho riafferrato la vita seguendo un battito d'ali.
Scritto da: penny | 12/01/2011
Sperando sempre in un nuovo post, ti auguro la buonanotte.
g*
Scritto da: grazia | 15/01/2011
Passo ad augurarti buona domenica, M.L.
Scritto da: Gea | 16/01/2011
Ambretta da giovane..beh, un po' mi assomiglia ^__^ Grazie per il passaggio e gli auguri che contraccambio di cuore. Sei bravissimo come sempre!
Scritto da: Riyueren | 17/01/2011
ci riprovo.. :))
spero tornerai presto ad allietarci con un nuovo entusismante racconto
un caro saluto
Scritto da: albafucens | 18/01/2011
in attesa di leggere un tuo nuovo entusiasmante racconto
un caro saluto
Scritto da: albafucens | 18/01/2011
Prima o poi torno a leggere nel tuo blog, perché scrivi benissimo, storie originali e significative. Non dico che talvolta queste storie mi fanno arrabbiare, come la storia precedente, ma è un problema mio, non tuo.
Questa Ambretta sai che nel racconto non sembra la protagonista? Ossia sembra essere "di passaggio", sono sempre gli altri i protagonisti. Poi, alla fine, eccola riemergere con forza. Questa è davvero una soluzione interessante.
Buon fine settimana
giulia
Scritto da: giulia | 21/01/2011
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