23/01/2011

Bianca

«La vita, Milady, è una ramazza di saggina: a furia di fregature prende il verso di ciò contro cui sbatte.»

Da dove sbuca questa frase?

Dal romanzo che Bianca sta leggendo in questi giorni? Escluso. Non c’è una Milady e la parola fregature non è farina del sacco di Jane Austen.

E allora? Dove l’ha letta questa roba da Harmony?

Come fa a dirlo se non ne ha mai preso in mano uno neanche dal parrucchiere? Pensa per pregiudizio.

Insomma, se non l’ha letta su un Harmony o su un racconto da rotocalco, da qualche parte l’avrà pur vista. O l’ha sentita?

Ora c’è.

Il film, ieri sera. L’ha pescato che ormai era notte, su una tivù locale. La scena era la quintessenza della banalità, ce l’ha di nuovo davanti agli occhi: un uomo e una donna a letto, coperti fino al petto dal lenzuolo. Un attore sconosciuto e inespressivo, sicuramente doppiato, tirava ogni tanto da una sigaretta e sillabava le parole mentre teneva la muta e belloccia Milady nell’incavo della spalla e guardava fisso nel vuoto, con un’aria da Socrate in pieno Far West, visto che sulla testiera del letto era appeso un cinturone con la pistola. A quel punto, ricorda ora Bianca, la mano non ha resistito: ha giustiziato il film col telecomando mentre lei si rassegnava al solito, lungo lavorio ai fianchi della sua insonnia, senza attendersi più aiuti da niente e da nessuno.

Notte agitata, senza sonno. Non poteva andare diversamente.

Stamattina, quando è arrivata la telefonata che aspettava, sul cuscino non c’era l’emozione che la notizia appena ricevuta doveva suscitare, ma la battuta di quello stupido film. Era rimasta dove l’aveva abbandonata poche ore prima, sbalzata fuori dal film e ostinatamente viva di vita propria.

Nessuno mi ha mai chiamata Milady ammette Bianca davanti allo specchio del bagno, scossa da un piccolo alterco tra fierezza e malinconia mentre si massaggia lentamente con l’asciugamano la fronte e gli occhi dopo essersi data una sciacquata. Il massimo che le sia stato tributato è tesoro. Raramente, secoli fa, amore. Non è certo per questo se la frase le è rimasta in mente. Allora, perché? Deve essere la ramazza piegata dall’uso: anche la sua carne, anche la sua vita sono come una vecchia scopa? Non c’è più bisogno dello specchio per darsi la risposta. Ora è seduta in cucina, in mano ha un biscotto, una marca di cui va matta fin da bambina e alla quale non sa rinunciare. Per non avere problemi si è ridotta a masticarli solo con gli incisivi. Che altro dire?

Niente. Maledizione, non c’è più tempo per perdersi in cretinate. E neanche per lavarsi i denti. L’orologio appeso al muro della cucina dice che manca solo un minuto. È pronta, accelera i movimenti, si precipita verso la porta. Non dà mandate alla serratura per fare prima. C’è un unico piano da fare, meglio non aspettare l’ascensore. Corre verso le scale col timore che lo perderà: l’autobus delle otto e quattordici.

Nella penombra, il porfido dei gradini è un tutt’uno, il ciglio non si vede e Bianca si butta a memoria, sprezzante del pericolo che sta correndo, confidente nella regolarità metrica dei suoi passi. Che cosa può capitarle se perde quel bus? Un po’ di attesa per il prossimo, quello delle otto e ventinove. Che cosa sono quindici minuti? Niente e tutto. È l’antinomia di un presente che a volte si sa declinare solo in ansia, con il corpo che si ammutina contro il cervello e assume il comando delle operazioni.

Finalmente è fuori, sotto il cielo perfettamente azzurro di un mattino di tardo ottobre, battuto dalla prima tramontana dell’autunno. Le gambe riprendono automaticamente a correre, il peso del corpo fa traballare le scarpe. Bianca continua a sfidare una caduta che alla sua età sarebbe devastante. Appena al di là del cancello esterno, non può ancora vedere l’autobus ma sente arrancare la sua marcia bassa sull’ultimo strappo della salita. Dal profilo della carreggiata lievita una massa celeste che avanza. Bianca misura con gli occhi quanti secondi le serviranno per arrivare in tempo alla fermata: troppi. L’autobus infila la curva, le passa avanti, la stacca, il fiato nei polmoni è letteralmente finito e l’anziana donna capisce che, se si ostinerà a correre, stavolta il cuore le scoppierà e lei ci lascerà le penne, sul serio, lì, su quel marciapiede segnato da pisciate e cacche di cani che di solito la costringono a fare il gioco della campana. Si arrende, non può farcela. Prenderà il prossimo. Il ragazzino con lo zaino scolastico che ha osservato divertito la sua corsa, sperando sadicamente di gustarsi un capitombolo di cui non può cogliere l’aspetto tragico, resta deluso.

Che succede? Il 444 resta fermo accanto alla pensilina, non riparte.

Possibile che stia aspettando lei? Nel dubbio, Bianca riprende ad annaspare nell’aria con la sua camminata sghemba. Ci crede, un mezzo sorriso apre un respiro nel pallore della sua apnea. Ecco, lo ha raggiunto, è salita, l’autobus chiude le porte e riprende la sua corsa.

 

Certe azioni ti illuminano la giornata, specie se avvengono di primo mattino — si dice Bianca. La sua è cominciata bene. È importante, questo oggi non è come gli altri. È un giorno che le fa ritrovare tutte le forze, come se avesse dormito dieci ore invece di vegliare quasi tutta la notte. Prima però deve fare una cosa. Percorre ancora ansimante mezzo autobus e si precipita a ringraziare l’autista. Tra loro rimbalza un sorriso. Non mi è costato nulla fermarmi, si legge in quello dell’uomo — a volte basta dare nulla perché qualcuno senta di ricevere qualcosa, risponde quello della donna. Si siede, meccanicamente inforca gli occhiali che porta appesi al collo e spagina il libro dove ieri ha lasciato un’orecchia. Non può nascondere uno stato di trafelata estasi. Non è l’affanno della corsa: per ringraziare è uscita allo scoperto con tutta se stessa, come quando si deve rovesciare per intero il contenuto della borsa per trovare il rossetto. Ora il mondo sa ogni cosa di lei, l’autobus ha occhi soltanto per Bianca. Cerca di concentrarsi nella lettura: non ci riesce ancora. Le righe scritte non sanno fermare lo sguardo, il sorriso esterno si è ricomposto ma quello interiore ha i suoi tempi e non si può ancora spegnere. Tra un minuto o due sarà tutto finito. In realtà nessuno la osserva, nessuno ha notato niente, ma cosa cambia? L’essere umano è una creatura meravigliosamente soggettiva che vede la realtà attraverso l’ampolla deformante in cui si agitano i suoi sensi.

A dicembre compirà settant’anni. Non glieli si darebbe. Per convincersene, bisogna guardarle ciò che meno può mascherare il tempo che passa: la pelle delle mani. Il viso è ancora quello morbido e rotondo di una gestante. Bianca è incinta di una languidezza intermittente, che si ricompone e torna visibile quando tace, o quando dorme. Questa immagine riflessa sul pelo del suo aspetto, basterà una piccola emozione o una parola pronunciata a farla volar via, come un passero da un balcone. Ma ora che cerca nella mente il bandolo della sua lettura, il suo non è più il volto di una donna avanti con l’età: è l’immagine di una bambina invecchiata. I capelli che si è sempre rifiutata di tingere, e da decenni tiene molto corti, si sono scolorati più in fretta di quanto si sia sciupata la pelle. Chi per caso si soffermi a guardarla, facilmente resta indeciso tra la meraviglia e la tenerezza. Come se avesse scoperto, o semplicemente avuto conferma che esisteranno sempre donne come lei, capaci di eclissare la ferita del passato dietro un paesaggio di intatta innocenza. Di eterna fanciullezza.

Tanti anni fa, vedova da pochi giorni, fece uno strano sogno che oggi non ricorda più. Andata di fronte allo specchio del bagno, si vide improvvisamente vecchia. Il volto che aveva di fronte era il suo, ma invecchiato come si fa in una fiction, per esigenze di copione, con un’attrice ancora giovane. In quel sogno, senza saperlo aveva riscosso in anticipo il privilegio di vedersi come sarebbe diventata — di cristallizzare la sua senilità.

Non c’è una cosa che Bianca ami quanto leggere. I libri sono la sola compagnia costante della sua vita. Ma è troppo ansiosa per ciò che la attende, non riesce a concentrarsi, desiste e per la seconda volta in pochi minuti chiude il volume che ormai ha quasi finito, Emma di Jane Austen. La trama sta precipitando proprio in queste pagine, Mr. Knightley ha appena fatto a Emma la sua proposta di matrimonio. Qualcosa di più importante aspetta la lettrice. Tiene ancora al braccio, insieme al manico liso di una vecchia borsa di coccodrillo ereditata da sua madre, che non butta per un puntiglio di fedeltà, quello di corda di una busta da centro commerciale. Come accade a chi, fermo nel traffico da tempo, presto o tardi cesserà di pigiare inutilmente il piede sul freno, tra un po’ Bianca capirà che può anche poggiarla per terra anziché farsi segare il polso. Fuori della busta c’è un disegno stilizzato in cui si intuisce la forma di un bambino seduto in mezzo a dei giochi. Dentro, un orsetto di peluche di un tranquillizzante beige. Quando ieri lo ha scelto, pagandolo troppo caro nell’unico negozio del quartiere che vende giocattoli, non ha avuto esitazioni. Quell’orsetto dall’aria antimoderna era una specie di reincarnazione del pupazzo che per anni le fece compagnia da piccola, in una lontana casa e in un’ancor più lontana vita, tanto che non riesce ad accostarla a quella attuale, a credere che in fondo è la stessa e che un’esistenza umana non è un batter di ciglio come si legge in certi aforismi d’accatto — la vita è un misterioso gioco di sopravvivenze, dove si scampa a talmente tanti naufragi personali da creare nel corpo un’illusione di impunità.

Bianca va in ospedale a trovare sua nuora che ha appena partorito. È il primo nipote. Il primo figlio del suo unico figlio: Francesco. La telefonata che ha ricevuto poco fa era la sua.

 

In realtà è una clinica ed è parecchio lontana, dall’altra parte della città. Ha avuto nove mesi per abituarsi all’idea di diventare nonna, eppure ciò che prova adesso non ha nulla a che vedere con le anteprime mentali dell’altro ieri, o di due settimane fa. Questa generazione di sangue suo che si prenota un futuro dà un po’ di vertigini, quando prova a affacciarcisi dentro. È un’emozione che ha voglia di esondare. Ha iniziato a mettere in subbuglio il cuore in piena notte e ora, costretta in un corpo seduto su un autobus, cerca di mettersi le ali della filosofia. L’emozione alata di Bianca guarda attraverso i balconcini di periferia con le tettoie di eternit. Poetizza i panni stesi al pian terreno alla mercé dei tubi di scappamento. Si intenerisce per i gerani spelacchiati nelle loro tristi fioriere pensili e persino per i cavi selvaggi delle antenne che pencolano sporchi e sbrindellati dai terrazzi di copertura. Tutta la miseria assonnata della borgata in cui vive, lasciandosi scrutare senza pudori dal finestrino del 444, riesce a sporgere un proprio attimo di curiosità nella liturgia di questo viaggio verso la nuova condizione di Bianca.

Non si fa illusioni su ciò che le lasceranno fare: crede di conoscere Alberta. Ma è troppo vecchia per non avere la saggezza che sa trovare il tanto nel poco e l’agio nello scomodo. Darà quel che le faranno dare e prenderà quel che le faranno prendere, aggiungerà due occhi ai quattro dei genitori, senza mai tradirsi invadente, il modo saprà trovarlo. E poi, ora non vuole guastarsi la gioia grande che ha dentro, per cui non ci si prepara mai a sufficienza. Vuole centellinarla perché sa che il buono della vita è fatto di momenti.

L’amore deve dimenticare se stesso mentre arriva a segno. Bella frase, chissà dove l’ha letta e perché le viene in mente adesso. Oggi è decisamente il giorno delle massime. L’amore che dimentica se stesso. Da giovane ha creduto che la dedizione per amore fosse prescritta nel destino di una donna, di una madre, due parti di uno stesso soggetto che non concepiva si potessero distinguere, separare. Poi ha vissuto, ha amato e ha capito che dentro quella verità ce n’era un’altra. E dentro quest’altra a cui crede oggi, chissà, ce n’è un’altra ancora. È un’altra la questione. Si è appesantita troppo con l’esperienza e ora paga lo scotto di non riuscire più a restare in equilibrio, senza sfondarla, sulla crosta sottile delle frasi fatte. L’esperienza le ha lasciato i segni dell’amore, una schiavitù in cui è entrata con piena capacità di intendere e di volere, con le proprie gambe. Meravigliosa, tremenda schiavitù. Sia l’amore per un compagno, sia quello per un figlio. Nessuno l’ha obbligata. Avrebbe potuto restare zitella. O non diventare madre. Uscendo dall’adolescenza, quando di specchio in specchio commiserava la sua poca bellezza lo aveva anche temuto. Poi la vita, come una folata improvvisa di vento solleva e spazza via una busta di plastica, se l’era presa e l’aveva fatta volare. Non a lungo. Solo per atterrare in una nuova realtà dove c’era lei ma non più i suoi sogni.

Dalla nascita di suo figlio e in modo definitivo dalla morte di suo marito, Bianca non ha mai più vissuto per sé. Questi due maschi le hanno letteralmente rubato la scena, attirandosi in cambio solo il suo amore. Da quando le è rimasto solo Francesco, ha arrancato cercando di aggiustare continuamente le proprie attenzioni verso un essere che non poteva cessare di cambiare. Mai ci è riuscita tempestivamente. La sua palestra quotidiana di intenzioni verso suo figlio è andata perlopiù sprecata, ha mosso inutile aria. Se era istinto materno, il suo l’ha condotta sempre a spiaggiarsi nel deserto dei buoni propositi. Il sacrificio del suo unico gettone di vita non l’ha ripagata neanche di una pacca sulla spalla e di una frase tipo: «Brava, ottimo lavoro! Ti insigniamo dell’Ordine delle Spose e Madri Perfette!» Troppe volte si è fatta cogliere in ritardo dagli avvenimenti, in castagna dalle proteste, o semplicemente dai silenzi di un ragazzo che diventava uomo a sua insaputa e in parte a suo discapito. Come spiegare a quel figlio, in perenne muta senza mai concederle un riferimento, un sospetto di traiettoria, che non è facile dover fare insieme la madre e il padre, il tuono e la carezza, il cuore e il rigore. Si è tremendamente deboli e indifese quando si rimane sole a tenere le briglie, senza poterle mai affidare a nessuno anche quando si offre agli altri un’immagine da eroina. Voler bene è volere il bene della persona amata, non quello del nostro amare che si racconta. L’amore deve dimenticare se stesso mentre arriva a segno. Ora ha capito. Ciò che la aspetta non è riscuotere il suo dividendo d’affetto di nonna. Ieri Francesco è diventato padre: Bianca saprà replicare alla nuova mossa di un figlio che non è più un ragazzino da trent’anni, o si farà trovare impreparata come dalle precedenti? È ciò che desidera più di ogni altra cosa. Ciò che più teme.

 

Alza la testa, guarda uno a uno gli altri passeggeri. Che parola perfetta per descriverli! Oggi sono anche loro trasparenti come lei. In realtà lo sono da sempre e lei non se n’è mai accorta. Uomini e donne passeggeri che si fanno leggere. Quasi tutte fisionomie straniere: ci è talmente abituata da non farci più caso. Sballottate come lei dagli ammortizzatori dell’autobus, si fanno portare da qualche parte con remissività e con fiducia. Per tutti loro, il 444 prima o poi arriverà dove deve e ciascuno scenderà. Anche la donna anziana con la busta di giocattoli e la borsetta lisa di coccodrillo. Si sofferma un’ultima volta sul tanto futuro di queste vite, attratte nell’Occidente ricco chissà da quali aspirazioni, quali chimere, e lo confronta col suo altrettanto passato. Un’asimmetria impietosa che è tutto quanto bisogna capire. Non serve immedesimarsi in uno di questi destini, con l’alito forte di aglio, o di cicchetto mattutino che in qualunque altro momento la disgusterebbero. La stessa alterità che il suo spirito abbraccia, il naso la respingerebbe. Nel suo deficit di tolleranza è il corpo, non la mente, a dimenticare: lei e Massimo poco più che ventenni, anche loro immigrati nella grande città. Vi trovarono un impiego, poi si conobbero nell’associazione che dragava corregionali offrendo striminziti buffet a spese degli autori di libri mediocri, presentati poco prima alla platea. Tutti esuli, tutti affetti da nostalgie di appartenenza, come loro due. Quanti fidanzamenti ingraziati da quelle presentazioni ruffiane, dove tutti andavano solo per mettere insieme il pranzo con la cena. Sono infinitamente lontani quei tempi, un presente completamente diverso li smentisce, è come se non fossero mai venuti. E Massimo non c’è più. Bianca è solo una vecchia signora. Ha accettato di esserlo quando si è resa conto di non saper più provare antipatie preconcette. Quando ha imparato a riconoscere, tra le cento piccole zuffe suggerite solo per pettinare il temperamento, l’unico conflitto giusto. Era tardi per ingaggiarlo. E non serve a niente rimpiangere la vita buttata via per inseguire le novantanove battaglie inutili, rimandando in eterno la sola veramente necessaria.

Ma oggi è nell’aria la promessa di un cambiamento. Bianca non ha avuto il potere di determinarlo, le è piovuto sulla testa, nove mesi fa. È stata chiamata una nuova partita a dama e lei, che in una delle tante precedenti sembrava finita fuori gioco per sempre, torna a essere a pieno titolo pedina nella scacchiera. Un nipote appena nato, per quanto minuscolo, ha avuto questo ascendente sulla sua fortuna. Le ha dato un calcio così forte da scaraventarla di nuovo sul palcoscenico, con le luci della ribalta negli occhi. Non ringrazierà mai abbastanza Dio per ciò che le sta capitando. È ancora forte ed è così consapevole di quanto può dare. Una certezza che impiega niente a velarle gli occhi. Massimo Valerio è in questo mondo da poche ore e l’ha già prenotata per intero. Lei non aspetta altro che di darsi.

Massimo come il nonno paterno che l’ha lasciata sola troppo presto. Valerio l’ha scelto sicuramente la madre. Durerà anche il Massimo, o soccomberà al Valerio? Senza condanne preconcette non è da lei Bianca si vede già a chiamare Valerio, o Vale, perché il nipotino tra un anno o due si volti verso a rispondere. In fondo anche lei e suo marito, nell’educazione di Francesco, hanno tenuto duro a dispetto di tanti consigli e di altrettante lamentele dei loro genitori. Raramente se ne sono pentiti. Tocca a lei essere smentita dalla generazione seguente. Fare da testimone dissenziente di un’educazione che non comprenderà. Il ciclo della vita non andrebbe avanti se ogni volta si lasciasse fermare dalla gratitudine. Del resto sia quel che sia, alla sua età non si cambia più e all’avvicinarsi dell’abbandono, della sofferenza che si aspetta come ultimo menù dell’esistenza sente di potersi perdonare tutto, perfino ciò che l’avrebbe fatta vergognare solo pochi anni fa.

«Biglietto, signora!»

La voce del controllore scuote bruscamente le sue fantasticherie. La riporta alla memoria di una dimenticanza. Alza la testa e guarda l’uomo con la speranza che avrà compassione di questa donna anziana. Non ha ancora diritto alla carta d’argento, le mancano solo due mesi. Salendo in fretta sull’autobus ha dimenticato di vidimare il biglietto.

«Mi scusi! Sono salita di corsa una fermata fa», risponde porgendo il biglietto all’uomo in divisa blu. Si vergogna subito della piccola bugia appena inventata, arrossisce. Fa presto a capire che non era necessaria. L’uomo gli restituisce il biglietto con un sorriso, un po’ sornione un po’ affettuoso, senza neppure strapparlo. È il secondo gesto di complicità che piove sulla sua giornata, vorrà pur dire qualcosa.

Dov’era rimasta? Il piccolo spavento per la storia del biglietto le ha fatto perdere il filo. Cerca di rintracciare lo stato di grazia che il viaggio stava custodendo, quasi coccolando. Nonostante il segno fausto ricevuto anche dal controllore, non lo ritrova. Niente da fare. La felicità è una creatura volatile, non si lascia imprigionare nel tempo, come una farfalla puoi vederla ferma solo quando è morta. Anche la gioia di Bianca, fino a un minuto fa così ingenua e limpida, non tarda a rivelarsi incompleta ora che lei fa di nuovo il punto su ciò che la aspetta. È quello di un’assenza, il tarlo che torna a farsi sentire nel suo vecchio legno. Un’assenza stagionata, che lei non accetterà mai completamente finché sarà in vita. Perché a restare soli non ci si rassegna, ci si abitua. Non può non pensare al suo Massimo in questa circostanza: a che cosa proverebbe, anche suo malgrado, se fosse ancora vivo. Bianca vuole compiere a ogni costo il miracolo di una effimera risurrezione: immaginarsi quella maschera di uomo apparentemente insensibile dissolversi come cera davanti al calore di una vita che nasce, come era avvenuto per Francesco — una resistenza tutta maschile che a lei riusciva così raramente di vincere, anche a letto negli ultimi tempi. Una malattia finale, arrivata a meno di quarant’anni, lo aveva trasformato in una cassaforte senza serrature e la cosa più dura per lei, negli ultimi mesi, fu di lanciargli continui segnali d’amore ricevendone in cambio la struggente sicurezza che lui non li cogliesse più.

Per sua fortuna, gli occhi si appannano prima di inumidire le guance. Si volta per pudore verso il finestrino, fuori vede un guazzabuglio di mezze tinte, come se piovesse a dirotto, eppure c’è un bel sole. Nessuno ha visto niente, la sfocatura è una sensazione, solo una lacrima è reale ma l’ha vista soltanto Bianca, specchiandosi nella rifrazione del vetro. Un paio di minuti dopo, quando sente che la crisi è passata, lo sguardo cade sull’anulare sinistro e si imbatte nello splendore da decenni perduto della fede, nei segni patiti da quel cerchietto di pochi grammi d’oro in oltre quarant’anni passati in quel posto. Un’assiduità ininterrotta, se si eccettuano i tre mesi in cui, vedova recente, aveva ritenuto di doverselo sfilare. Il lutto che portava indosso strideva per lei con quell’anello al dito, non avrebbe saputo dire il perché. Ogni giorno si guardava l’anulare nudo e identificava pienamente la propria condizione con quel solco nel dito che, come ogni sua giornata, marcava un’assenza troppo recente per essere colmabile. Ma il tempo ripara tutto, anche ciò che vorresti restasse rotto, imperfetto. Dopo solo qualche settimana, la fossetta lasciata dalla fede sulla pelle era scomparsa. L’aveva portata per così tanti anni. Erano bastati un paio di mesi perché quella traccia per lei così fortemente simbolica sparisse. Non poteva accadere lo stesso per ciò che aveva nel cuore. Sentitasi oltraggiata da quell’evento del tutto naturale, Bianca sfilò la propria fede dalla catenina che portava al collo, lasciandovi da sola quella di Massimo, e la rimise dov’era sempre stata.

Bianca non si è mai interrogata veramente su cosa è stata la sua vita, su cosa sarebbe potuta essere. È una persona di cultura medio alta — ha una laurea in giurisprudenza che dopo il matrimonio a poco è servita — ma non è bastata a ispirarle il bisogno di mettere all’angolo il destino. Si è preparata sul copione della donna contemporanea per poi trovarsi a interpretare sulla scena della vita, senza imbarazzo e quasi senza rimpianti, la parte di una femmina antica. Da quando è rimasta vedova, suo figlio ha occupato costantemente il suo orizzonte e il suo diventare uomo non ha cambiato le cose. Che Francesco si faccia vivo nella quotidianità di sua madre con tempi da alba, da plenilunio o da babbo Natale non cambia la sostanza del rapporto visto con gli occhi di Bianca. Se la vera vecchiaia non è un fatto anagrafico, ma inizia quando il tuo sogno di futuro, che hai tenuto in vita per decenni con la terapia palliativa della speranza, ti appare definitivamente irrealizzato, quando capisci che sei ciò che sei e non sarai più che volevi essere, allora Bianca non è mai stata grande, né lo diventerà. Resterà per sempre ciò che sembra: una bambina che il Tempo ha truccato da vecchia.

 

Il 444 ha abbandonato da un pezzo l’urbanistica sciatta della periferia, le sue strade sudicie. Ora è un grosso ficcanaso che si arrampica su larghi viali alberati, tra gli sguardi snob delle facciate inizio Novecento dei quartieri alti. Chissà a quale burocrate dell’azienda tranviaria è venuto in mente di battezzare questo insolito gemellaggio di quartieri. Qualcuno la chiama la linea “Miseria e Nobiltà”. Chiunque esso sia, Bianca ringrazia. Continua a chiedersi perché Alberta abbia voluto un parto di prima classe non proprio in sintonia con le risorse e le abitudini di famiglia, in questa clinica dal pomposo richiamo latino alla Vergine. È in alto, imponente, con un rigoglioso avangiardino terrazzato che taxi e mercedes superano attraverso rampe a voluta, costeggiate da siepi fitte e ben curate. A Bianca tocca invece scalare quel dislivello a piedi, non senza fatica, attraverso una gradonata centrale da cui verosimilmente non passa quasi mai nessuno.

Alla reception, simile a quella di un grande albergo, dà sulle prime il cognome sbagliato — il suo e di Francesco: Aversa. «Sotto questo nome non abbiamo pazienti, signora», le risponde, dopo aver consultato il computer, una signorina con l’eleganza e il sorriso formali di una hostess. La memoria le fa uno sgambetto nel momento peggiore, creando un buio temporaneo attorno al cognome di Alberta: pochi secondi, quel tanto che basta a farla arrossire, sentire un’intrusa in questo posto da ricchi — come se l’intrusa sia lei, non Alberta. Alla fine il cognome traditore, pago dell’imbarazzo creato, fa capolino. Stanza centododici — si sente rispondere. Sono appena le nove e mezza, ma in una clinica privata non ci sono limiti di orario per le visite. I gradini di quest’unico piano sono tanti e altissimi, non come quelli di casa sua. Soprattutto sono in salita. In cima alla rampa deve concedersi una pausa, il tempo di ritrovare il fiato. È boccheggiante non si può presentare in questo stato.

Il reparto maternità inizia con la nursery. Bianca non può fare a meno di fermarsi e resta confusa. Ha davanti, oltre la vetrata, una doppia fila di neonati nelle loro culle, alcuni rosei e sicuramente nati con un cesareo, altri scuri, con la testa ancora deformata dal trauma del parto naturale. Troppi nastri azzurri anche tra questi, quale sarà il piccolo Massimo Valerio? Per qualche secondo si sforza di riconoscerlo dai lineamenti, cercando somiglianze prima con Francesco, poi con Alberta. Si arrende. Sarebbe il colmo se, come prima immagine di suo nipote, si imprimesse quella di un estraneo. Non ha più l’affanno: può andare da sua nuora. Sarà a letto. È quella che ora chiamano una primipara attempata: è già tanto che alla sua età abbia fatto un parto naturale, non può certo stare come una di quelle mamme bambine che solo quattro ore dopo zampettano nei corridoi. In quello della clinica regna il silenzio: i ricchi non partoriscono a vent’anni.

Non ha dimenticato il numero della camera. Gli occhi sono però offuscati dallo sforzo della salita e non le fanno distinguere le cifre impresse accanto alle porte aperte. Tutte camere singole. Bianca si avvicina a ogni soglia, quel tanto per vedere se Alberta è proprio là. Teme di non riconoscerla. Deve essere così diversa da come solitamente si presenta quando si vedono con Francesco. Vestita in modo vistoso, troppo truccata per i suoi gusti. A dividerle c’è una generazione e qualcosa di più. Ma un parto mette in riga tutte le donne, ripristina un aspetto femminile primitivo. È l’unica prova che insieme alla morte azzera storie personali e patrimoni. Questo pensa Bianca mentre continua a cercare il viso di sua nuora al naturale, tra le ricoverate nel reparto di ostetricia.

È arrivata in fondo al corridoio. La camera di Alberta non può che essere questa. Centododici. Ora ci vede bene. La porta è accostata e dentro si sentono un paio di voci. Prende un respiro profondo, ritrova nelle dita della mano sinistra la consapevolezza della sua busta e di cosa contiene, si accinge a entrare — quando qualcosa all’improvviso la trattiene.

Un uomo in camice bianco.

Lo ha intravisto nella fessura di luce della porta. Tiene in mano una specie di bambolotto. Ma il bambolotto ogni tanto stira i piedini. Il dottore si muove con disinvoltura nella camera: deve essere il ginecologo di Alberta, quello che l’ha fatta partorire. Non ricorda mai il suo nome. Non l’ha mai visto, ne ha solo sentito parlare da Alberta come di una persona superiore, per cui lei nutre una fiducia e un’ammirazione sconfinate. È alto e, anche di spalle, ha l’aria di essere un bell’uomo. Dovrebbe bussare e poi entrare, si vede che il medico non la sta visitando. Non ci riesce ancora. In pochi attimi che si dilatano ciascuno in una piccola eternità, Bianca ruba di soppiatto ciò che vede e ciò che ascolta.

Il medico culla il bambino e sembrerebbe a tutti un po’ ridicolo: un omone che ondeggia i fianchi perché ha in braccio una creatura che è la sua trentesima parte. Ridicolo a tutti fuorché a Bianca. L’immagine le arriva diritta al cuore senza passare per il cervello e ha solo il potere di ferirla. Le ricorda il primo contatto di Massimo con Francesco, quando al posto di Alberta c’era lei. Che cosa c’è di strano in tutto questo, Bianca? prova a contestare il buon senso a un istinto che le fa ancora tremare le gambe. La risposta, ignara della domanda, arriva dalla bocca di Alberta, che lei non vede ma riconosce dalla voce.

«Gianni, per favore! Deve arrivare mia suocera da un momento all’altro, è meglio se non ti trova qui.»

Parole che arrestano il respiro di Bianca e acuiscono il suo udito.

«Non capisco perché, ma … come vuoi. Ora vado. Come è bello, vero? … come sente il calore della mia mano, sai? … guarda che meraviglia: ci sta tutto dentro! Abbiamo fatto un piccolo capolavoro. Ma lo sai, Alberta, che questo bambolotto assomiglia un po’ anche a te?»

«Ma va? Spiritoso! Per favore, Gianni, non me lo far ripetere, ora devi andartene. Lasciami sola, vieni dopo se vuoi. A ora di pranzo torna Francesco.»

«Ho un altro parto, poi finisco il turno e nel pomeriggio devo andare allo studio. Posso tornare solo domani mattina e non so se sarai sola. Ti prego. Lasciamelo ancora qualche momento, lascia che questo bel bimbo, vero piccino? sia tutto del suo papà almeno per un minuto. Tra poco ne avrà un altro per sempre e dovrà credere che sia quello vero.»

«Gianni, ti prego, smettila! Lo sai benissimo che non posso urlare! Dio mio, ma perché fai cos? non sto tranquilla. Portamelo qui, per favore, e lasciami sola. Anzi no, chiama un’infermiera, no, meglio suor Silvia se c’è ancora. Mi dà noia il catetere, non vorrei che fosse messo male. No, è inutile che guardi tu, non è compito tuo! Avvicinami piuttosto quel campanello, guarda dove è andato a finire!»

«E va bene! Andiamo da mammina, piccolino!»

Si sente il debole schiocco di un bacio. Forse sulla testolina del neonato, ma la vecchia signora rimasta con la sua busta dietro la porta non sta più guardando. Non sta più ascoltando. Che cos’è tutto questo? Perché?

È paralizzata. Non busserà, non entrerà nella camera. Pensa soltanto a sparire. Spera di essere ancora in tempo. Il cigolio del letto. Alberta si starà sollevando sui cuscini per prendere in braccio il bambino, probabilmente il dottore sta uscendo per chiamare l’infermiera e lei non deve assolutamente farsi trovare là fuori. Con estrema cautela si è girata, le sue spalle sono anonime per quello sconosciuto, sono anonime per chiunque. Ripercorre il corridoio badando a non far rumore con le scarpe, a non voltarsi. Si sforza di rendersi invisibile, impalpabile. Recita la parte della visitatrice che ha sbagliato piano — anche se la busta la tradisce.

 

Finalmente è fuori, un soffio di vento le suggerisce che può tornare a respirare.

Che cosa è accaduto, Bianca? Hai ripreso a vivere, a pensare. Senza che tu abbia ancora deciso niente, ci ha pensato il tuo corpo: sta già scendendo la gradonata per portarti via, lontano da qui. Solo dopo esserti incamminata ti sei ricordata dove ti trovi, perché ci sei. Ciò che hai ascoltato due minuti fa potresti scriverlo, tanto bene si è stampato nella tua mente. Nessuna confutazione logica potrà minimizzarlo, nessuna arringa difensiva demolirlo. Tutto del suo papà almeno per un minuto. Vorresti aver equivocato. Per inerzia continui a dimenarti nella gabbia stretta dell’evidenza. Anche senza speranze cerchi comunque una scappatoia, un cavillo per falsificare i dati della realtà, di questa giornata pazzesca. Non potrai farla ripartire dal tuo risveglio, dalla corsa dietro al 444. Sembrava tutto così pulito, così giusto Dio mio, cosa ho fatto per meritarmi questo …

Dove ci si aggrappa per rialzarsi da una botta come questa, se anche il cielo è venuto giù? Da quale ipocrisia si ricomincia? Neanche la morte di Massimo è stata tanto violenta con lei, si dice trovando l’inverosimile prontezza, in un momento così drammatico, per fare una classifica dei dolori. Era malato e lei si era preparata alla sua partenza, anche se l’attimo in cui aveva smesso di respirare, quella mano inerte nella sua così febbrile, era stato di una novità accecante, impossibile da afferrare in tutta la sua teatralità. Ma oggi? Non ci sono argomenti contro la sorpresa. Bianca è contesa tra la sua impreparazione e la violenza dei fatti. Nessuna delle due molla la presa. Ciò che ha sentito non si lascerà interpretare come una battuta, né interrompere come un brutto sogno. Resterà. Come resta nella sua mano la busta con il peluche: sarà il primo giocattolo di un bambino senza colpe che non somiglierà mai al suo Francesco, sarà un Aversa di nome ed è ora, per questa donna, solo causa di sopraffazione.

 

È fuori del cancello della clinica. Restare in zona e tornare su tra un po’? Impensabile. Non ha le forze per andare a cercare la fermata dell’autobus, non se la sente di darsi in pasto alla tortura di un altro lungo viaggio. Vuole tornarsene a casa, arrivarci nel più breve tempo possibile. Il posteggio di taxi, proprio lì davanti, le getta una ciambella di salvataggio. Prima ancora di riflettere se nella borsa ha abbastanza soldi per pagare, entra in quello in testa alla fila. Ha una cera così brutta che al tassista viene spontaneo chiederle se si sente bene, se ha bisogno di qualcosa. «Non è niente, grazie. Mi porti per favore in via …»

Una volta a casa, chiamerà, inventerà una scusa. Certo, un piccolo malore. «Niente di preoccupante, no, stai tranquilla. E tu, tutto bene? Sei stata bravissima, mi ha detto Francesco. Ma certo che vengo, ci mancherebbe, verso le quattro, va bene? E il piccolino, succhia già? Tre chili e due? Ma che meraviglia! Mi raccomando, non ti alzare, Francesco mi ha detto che ti hanno messo qualche punto.» Non ci si disabitua alla convenzionalità nemmeno dopo che il mondo ci è letteralmente crollato addosso. Francesco, invece … no, non ha il coraggio di affrontare anche la sua voce. Se dovesse chiamare al cellulare … lascerà squillare. Bianca confida che non chiami. Lo sa impegnato. Nel pomeriggio tornerà in clinica, dove ha assistito al parto ed è rimasto fino a poche ore fa. non sa ancora con che occhi lo guarderà, la prima volta che si vedranno. Spera solo di riuscire e non tradirsi.

La vita non si è fermata, la vita continua. Anzi, è appena arrivata. E lei, che sa tutto, che cosa farà?

Non è il vedersi defraudata come nonna a ferirla, sarebbe poca cosa. In questo preciso istante, nonostante il colpo subito, non sta pensando al torto di una moglie, ma solo a un padre derubato. Senza possibilità di risarcimento.

Ha lottato come una tigre per sostenerlo quando mostrava di averne bisogno e anche quando, pur avendone, evitava di darlo a vedere. Si è poi accontentata di amarlo a distanza, tacendo, senza che quel sentimento fosse notificabile, solo dato per scontato — amore che provato in solitudine, senza il suo oggetto, si sublimava in speranza, in preghiera. In cuor suo, Bianca sapeva che speranze e preghiere non sarebbero bastate, non potevano bastare. Diventare adulto significa in qualche modo rendersi orfano. Quando lui se ne andò di casa aveva solo ventuno anni e lo fece malgrado le proteste della sola persona che gli era rimasta al mondo. Non si fece vivo per giorni. Allora non esistevano i cellulari e lei visse quelle notti interminabili nell’angoscia, perché il buio trasfigurava l’incertezza in pericolo. Non capiva. Conosceva solo la sua passione per la fotografia, non sapeva in quale mondo lo stava orientando. Di sicuro, in uno lontano da quello che sua madre aveva sperato.

Perché i rapporti con Francesco fossero di nuovo governati dall’abitudine, dall’affetto e non dalla crisi di un momento, ci vollero settimane. Lui entrò nella sua libertà come in un guanto, lei si fece bastare quella parentesi di silenzio per elaborare il lutto di una separazione che prima o poi doveva avvenire, ma che per una nella sua condizione significava restare di nuovo vedova. Nel frattempo, in un modo del tutto inatteso dal parrucchiere Bianca scoprì quale strano mestiere le avesse portato via suo figlio: fu quando una conoscente, seduta accanto a lei sotto un casco, le mostrò un rotocalco in cui appariva in caratteri minuscoli il nome di Francesco sotto alcune foto scattate in modo avventuroso a una famosa coppia del jet set, chiedendole più con malizia che con ignoranza se fosse proprio il suo Francesco. Fu il primo di una serie di imbarazzi, per lei che non riuscì mai a considerarlo, per quanta indulgenza si frugasse addosso, un lavoro degno. Tutti quelli che davanti a lei non pronunciavano la parola paparazzo la pensavano.

Dalla fuga da casa di suo figlio, Bianca non ha mai più potuto fare nulla per la sua esistenza e, se ha criticato alcune sue scelte, se ne ha approvate altre, è stato sempre invano. Dopo quindici anni di appostamenti rischiosi attorno alle ville o agli yacht dei vip, dopo aver accumulato risorse per vivere tranquillamente i prossimi dieci, all’improvviso Francesco ha cambiato vita, così, come si cambia una macchina. Lo ha fatto per una scelta interiore che non le ha partecipato e che lei non ha potuto favorire, benché a posteriori l’abbia benedetta come un miracolo del cielo. Per non parlare della scelta di sposarsi con Alberta. Troppi i sette anni che li separano? Lei ha creduto di sì, occultando dietro il paravento della differenza d’età la vera causa del proprio malcontento di suocera, una causa indicibile perché fondata solo sull’istinto. Come avrebbe potuto augurarsi di essere nella ragione e non nel torto? La scoperta di pochi minuti fa le ha riconosciuto una qualità intuitiva che, a posteriori, Dio sa quanto vorrebbe sconfessare.

Ma al dunque il dolore di Bianca non è contato, non conta e non conterà. Tutto ciò che importerà a Francesco sarà la sua condotta. Che cosa farà?

Tacerà, è certo. Glielo dettano sia il cuore che la ragione. Bianca è una credente. Si consegna alla fede. Spera che la condurrà nelle difficoltà di domani, come non l’ha lasciata sola in quelle di ieri. Ma basterà questo appiglio per sollevare, sotto gli occhi di un figlio felice di essere padre, il peso della menzogna che lo colpisce alle spalle? La bugia è consolatoria solo per chi deve esserne protetto. Per chi deve sostenerla a braccia tese come un drappo, per occultare l’indecenza di una verità indicibile, è solo enorme fatica. Bianca ha paura di non farcela. Il timore la fa vacillare, fomenta il dubbio che tacere sia veramente il male minore. Certo, è il rinvio di tutto il male possibile, ma fino a quando, fino a dove? Le corse fatte per sfuggire alla sincerità, lo sa, hanno il fiato corto. Prima o poi inciampano e finiscono gambe a terra prima o poi la piena della verità sradica i ponti dell’ipocrisia. Moralmente è perfino giusto che sia così. Ma si può impiccare a una morale la felicità di tuo figlio? Tutto ciò che avrà importanza di lei, per Francesco, saranno le sue azioni, mai ciò che penserà. E conteranno solo se sbaglierà. Che contegno adottare dunque? Alla fine di ogni ragionamento, Bianca deve ammettere che non ha scelte: deve fingere. Fingere con tutti e, perché la finzione sia davvero efficace, davvero durevole — se le sarà possibile — fingere anche con se stessa. Amerà quel bambino — non può essere difficile affezionarsi a una creatura tenera e indifesa, se la si è vista crescere: lei è stata madre. Cercherà la pace nel proprio cuore, tenterà di suscitare tra lei e Alberta la fiamma di un’intesa che non è mai stata neanche scintilla, si sforzerà di domare il ricordo e di fare esattamente ciò che gli altri si aspettano da lei. Bianca non si è sollevata contro il proprio destino per settant’anni: può iniziare a farlo oggi? L’amore deve dimenticare se stesso mentre arriva a segno.

Come accade a ogni persona tanto ansiosa da diventare visionaria, ha simulato mentalmente e in un certo senso pregiudicato anni di futuro in pochi attimi. Il giuramento fatto a se stessa è l’ultimo pensiero del suo viaggio in taxi e insieme il primo con cui Bianca rimette piede in casa, mentre si prepara mentalmente a una telefonata e a una seconda visita nella clinica che per tutti sarà la prima.

È finalmente sola. Il rimbombo secco della porta chiusa alle spalle, insieme al rumore del mondo, ha soppresso quello della sua mente. Resta il suo corpo, in piedi nell’ingresso, e attorno una calma senza vita. Un silenzio senza Dio. Tutto quanto ha inghiottito e poi vomitato e poi di nuovo mandato giù durante il viaggio di ritorno è collassato su se stesso, sparito in una voragine dove si rivela la sua vanità. Attorno a lei non c’è che una compagnia: il vuoto. Anche il tempo, come lo spazio, se n’è andato. Bianca è sola. Lo è da trent’anni, ma ciò non lenisce minimamente la ferita di esserlo adesso. Sente che sta per cedere, la sua resistenza non fa più argine. Lascia cadere per terra la busta col peluche e la borsa di sua madre. Cerca il letto. Ha già un volto contratto, irriconoscibile quando ci si getta a pancia sotto, come fa un’adolescente delusa dal primo amorazzo. Dopo il tuono, la tempesta. Era inevitabile. Lo sentiva e non osava dirselo. Non si tampona con un impacco di buoni argomenti l’assassinio di una speranza così tardiva, così preziosa, così fragile come la sua. La stanza assiste neutrale al gemito disperato in cui una vecchia piange tutte le lacrime che i suoi occhi sanno procurarle. Da troppi anni aspettavano e non vedevano arrivare un motivo così legittimo perché davanti a essi si scatenasse l’uragano. Chissà dove continua a scovare tutto questo pianto, lei che si sente come un tubetto di dentifricio vuoto: è il nubifragio a ciel sereno di ogni emozione forte, che accartoccia un volto come un foglio di carta. Il suono del pianto non invecchia. È giovane, nobile e struggente a sedici come a settant’anni. Perfino chi lo interpreta ne diventa spettatore. Bianca ormai si ascolta piangere. È lucida mentre sente un’afflizione in piena esondare ovunque, chiamare in correità il mondo intero e non frenarsi minimamente nel farlo.

Non puoi fare nient’altro, Bianca. Solo spandere fino all’ultima goccia un sentimento che al colmo della dignità si manifesta allo stato liquido. Nessuno te l’ha chiesto, nessuno lo benedirà. È sublime ed è disperatamente, unicamente tuo. Si asciugherà invano, come pioggia caduta sull’asfalto. È il tuo corpo che ha ceduto nell’oscurità, il tuo carattere non potrà fare altrettanto alla luce. Nessuno saprà. Come sempre è stato, in fondo.

Quando tutto diventa dolore, in qualche modo il dolore stesso cessa di essere una ruvidezza, diventa una tavola un’alta marea. Tra mezz’ora, un’ora al massimo scenderà nuovamente sotto la soglia della disperazione. Farà riaffiorare l’anima che ora vi sta annaspando e le riconsegnerà la voglia di respirare.

Proprio su questo letto, lo stesso da cui si è alzata stamattina, forse le tornerà in mente l’immagine con cui vi si è svegliata: una ramazza di saggina.

Un lontano sogno d’invecchiamento davanti a uno specchio le aveva affidato invano un’altra premonizione. Chissà che di questa, diversamente da quanto successe allora, Bianca non sappia prima o poi fare qualcosa.