06/02/2011

Nostri Fratres

È mattino presto e il sole ha deciso di sorgere anche oggi, nonostante tutto.

Il mondo si è rimesso addosso la sua verginità sdrucita. Anche stamattina manda in scena la solita commedia, il cast di sempre. La normalità che risorge. Pigra, con la bocca impastata, un’umanità che ancora puzza di letto e fa l’occhietto a se stessa per mettere una pietra sopra gli incubi della notte. I mille dettagli di una giornata, a ciascuno dei quali la luce del giorno sta restituendo un dove, un cosa, un perché, le scorrono sotto gli occhi senza che lei se ne accorga.

Uno di essi è la piccola folla di persone che, ogni mattina dalle sette e un quarto, comincia a crescere davanti all’Ingresso Visite del penitenziario della città.

Aspettano le otto, ora di ingresso. Chissà perché arrivano tanto in anticipo. Bisognerebbe essere uno di loro per capirlo. Nessuno si augura l’immedesimazione. Mogli, padri, figli di chi ha in comune solo l’aver perso un privilegio di cui i loro cari, qua fuori in attesa di rivederli, ancora godono: scendere dal proprio letto e uscire di casa ogni giorno.

Qualcuno più schivo sta sulle sue. Altri si salutano per nome, si fanno l’occhietto o si scambiano una battuta; i più sanno che è sempre meglio fare buon viso a cattiva sorte. A furia di ritrovarsi là davanti sono diventati habitués di uno strano circolo all’aperto dove non ci sono buffet ma si sta ugualmente tutti in piedi. Una madre ha portato con sé un ragazzino, dev’essere la prima volta, lei conosce tutti e lo presenta, questo è Christian, ma Christian se ne sta in disparte, occhi bassi senza ricambiare il ciao o la carezza. Si vede che si vergogna come un cane. Il disagio di Christian è a prova di qualunque complimento e quelli che gli arrivano da questi estranei non fanno che accentuarlo. A meno di un’ora da lui c’è un padre che ricorda solo per le botte che gli dà il poco tempo che è a casa, ubriaco e disoccupato. Sì. Era meglio per lui se andava a scuola. C’è anche un vecchio in mezzo agli altri. Capelli argento specchio, non può sfuggire sotto questo sole. Ha le guance pomellate del classico anziano di paese che gioca a tresette in piazza. Anche i vestiti sembrano di un’altra epoca, sembrano presi a nolo in una sartoria teatrale. Il vecchio soffoca l’ultima brace di una sigaretta senza filtro su una sbarra del cancello chiuso. Dove riuscirà a trovarle, da quando le nazionali non esistono più? Ha le mani callose di uno che nella vita ha conosciuto solo lavoro. Chissà quale brindisi, espresso o solo pensato, si è alzato in quella mano alla nascita di un figlio. Chi glielo avrebbe mai detto, a uno come lui, di trovarsi in un posto simile alla sua età. La speranza umana è una domanda cui risponde infinitamente più spesso la malasorte che la giustizia.

Giustizia: è una parola che per questa gente qua fuori suona dura e metallica, come un cucchiaio strisciato sulle sbarre all’ora del vitto. Arriva sparata lì, tra la bocca dello stomaco e la rassegnazione. Non va né su né giù. Nessuno di loro ha più voglia di stare a sentire la solfa che rimanda a qualcosa di più astratto di una galera, o di un’aula di tribunale: è proprio là che, sentendola pronunciare ancora con fiducia, ci hanno creduto per l’ultima volta. Tutti loro hanno altro per le mani in questo istante: una busta, un pacchetto. È la regola: ai colloqui non ci si presenta a mani vuote. Anche se sanno che la forma di pecorino verrà fatta a pezzettini e resa oscena da mangiare, che lo stesso avverrà per ogni altro genere alimentare questione di sicurezza e di regolamento. Si salvano gli indumenti, le cose che meno vengono violate dalle ispezioni. Il dono, una volta profanato, arriva al destinatario senza l’affetto di chi lo ha portato; il detenuto che vorrebbe mangiare anche quello non lo trova più quando è di nuovo in cella. Allora si sente solo in un modo più schifoso di prima, come se la visita appena ricevuta sia rimasta la fantasia che sogna cento volte e arriva soltanto una.

Ogni nuova giornata nasce distratta, come chi la osserva dal traffico cittadino, nella propria auto o da un mezzo pubblico. Se si fosse un po’ più attenti, si farebbe caso che in quel piccolo assembramento davanti al carcere c’è spesso un signore alto, occhi chiari, tanti capelli già persi, a occhio un po’ oltre la quarantina: il solo che non abbia mai pacchetti. Nell’orario di visita porta solo la sua persona.

Gli agenti di custodia lo chiamano Visitor ma lo sfottò ormai è confidenziale, quasi affettuoso. Quando lo videro presentarsi la prima volta al cancello, un paio d’anni fa, gli posero le domande di rito. Chi era, chi voleva visitare e perché, con quale grado di parentela e a quale titolo se non era un congiunto. Lui senza curarsi della burocrazia rispose semplicemente: «Ditemi chi è che non riceve una visita da più tempo.»

Dovettero consultare il registro. C’era chi non ne riceveva da tre anni, chi da sempre. Conoscevano la legge numero 353 del Settantacinque, anche se non molti la invocavano. Quando Visitor, quella prima volta, mostrò loro la tessera di appartenenza all’associazione Nostri Fratres e un codice biometrico perfettamente valido, rilasciato dal ministero della Giustizia, non poterono che seguire le procedure e infine autorizzare il colloquio. Da allora Visitor, al secolo Francesco Aversa, torna un paio di volte a settimana, conosce i turni di guardia, i nomi degli agenti, dei loro figli, delle mogli e anche per quale squadra tifano in famiglia; non c’è quasi detenuto — salvo ovviamente i sottoposti al 41 bis — che ci metta più di dieci giorni a sapere della sua esistenza e più di trenta a ritrovarselo in parlatorio.

Il primo che Visitor andò a trovare era un uxoricida. Erano ventisette le primavere che aveva sentito arrivare in galera. Per sua disgrazia, avevano abolito il delitto d’onore solo due anni prima che lui si vedesse costretto a consumare il suo. A causa del turnover, anche gli agenti ne avevano perso la memoria e si erano assuefatti all’esistenza di un simile recordman della segregazione. Degli ultimi direttori che si erano alternati, nessuno aveva segnalato la sua buona condotta, né l’aveva incoraggiato a far presentare istanza per una riduzione della pena, o per una misura di custodia alternativa. Quello in carica, a dire il vero, ci aveva provato; era un patito delle statistiche e, appena arrivato, gli era saltata agli occhi la lunghezza di quella detenzione se rapportata al delitto. Aveva voluto vederlo e il Sardo, come tutti lo chiamano in carcere, gli aveva mandato incontro due messaggeri: la concisione e l’orgoglio della sua terra. Disse solo che aveva ammazzato Gisa, all’anagrafe Gesuina Orgiu, e che si doveva fare tutti e trenta gli anni comminati. Punto.

Le stesse parole, il Sardo le aveva pronte per Visitor. Ne fece un piccolo fuoco di sbarramento, prima ancora di lasciargli aprire bocca. Aveva paura che fosse uno mandato dal Direttore, un buon samaritano venuto solo perché sloggiasse anzitempo dalla sua pena e dalla sua cella. Francesco era alle prime armi. Il Sardo, il caso perfetto per prendere contatto con la miseria materiale e morale di quel mondo. Era muto ma si leggeva come un libro, diffidente ma in fondo buono come il pane. Sebbene avesse trascorso più anni dentro che fuori, non aveva preso le selvaticherie della bestia in gabbia, era rimasto un uomo. La sua vita era stata compromessa da un unico atto di irragionevolezza compiuto ancora giovane e lui, come un Muzio Scevola dei tempi moderni, si era caricato la colpa sulle spalle e aveva messo la sua vita sul braciere del destino, come se ce ne fosse una di riserva in cui rifarsi. Certe convinzioni non si negoziano al mercato dell’esistenza, non si barattano neanche con la libertà. Certe diritture di schiena non si imparano all’università degli studi né a quella della vita. Si hanno o non si hanno. Luigi Monne detto il Sardo ne aveva una che ne faceva il secondino di se stesso. Il suo visitatore capì presto che non era la paura del fuori a dissuaderlo dal chiedere un’attenuazione della pena. Non aveva nessuno: non era questo a scoraggiarlo. Il giorno che fosse stato rimesso in libertà per scadenza della pena — ormai non era lontano — avrebbe accettato una seconda volta i pericoli di una vita senza domani, come li aveva accettati la prima, quando affrontò senza una lacrima il sacrificio della cella, già dalla prima notte che passò senza chiudere occhio e sapendo bene che l’avrebbero seguita altre diecimila tutte uguali.

Sembra incredibile, ma ora il Sardo è davvero vicino al giorno in cui, una mattina che sembrerà come le altre e non lo sarà, si troverà circondato all’improvviso da un rumore dimenticato, fatto di traffico e di gente che neanche lontanamente potrebbe immaginare cosa gli è accaduto negli ultimi trent’anni, se non vedendo coi propri occhi da dove è appena uscito. Lo terrà a lungo fermo, quell’imbarazzo di riavere improvvisamente nelle mani un oggi, oltre che una piccola valigia di effetti personali. Vivrà lo sfasamento temporale che solo un uomo nuovamente libero dopo decenni o uno risvegliatosi da anni di coma può provare. Francesco torna a trovarlo più o meno ogni due mesi — la “continuità della relazione” è una regola fondamentale della ONG cui appartiene — molto ha imparato da lui e non altrettanto teme di aver dato. È anzi persuaso di non essere mai riuscito a farlo aprire veramente e se ne fa una colpa personale. Il Sardo da parte sua è di poche parole: di esse non si fida, sa che la gratitudine si mostra con i fatti o al più con gli sguardi, come ogni affetto e ogni manifestazione di dignità. Una delle cose che silenziosamente si ripromette, una volta libero, è di fare per il suo amico Francesco qualcosa che le sbarre gli hanno finora impedito: cosa ancora non sa, ma lo scoprirà.

 

Questi due anni passati prima nelle sale colloqui, poi anche in luoghi meno neutri dal momento in cui Francesco si è istituzionalizzato nel carcere e ha goduto di maggiore libertà di movimento, ne hanno fatto un uomo diverso, senza che lui stesso ne abbia piena coscienza. Se potesse guardare dall’esterno ciò che è adesso e confrontarlo con la persona che pure, solo tre anni prima, ha trovato il coraggio di fare a pezzi la propria esistenza, come un meccanico smonta un motore ma non con la stessa fiducia di saperla ricostruire, stenterebbe a credere che il primo e il secondo sono la stessa persona. Li separa una pratica di vita — lo stesso genere di fossato che si interpone tra la teoria e l’esperienza, tra l’intenzione e il risultato. Se l’insetto completo avesse intelligenza sufficiente per considerare con benevolenza il breve tempo in cui è stato larva, proverebbe un sentimento che Francesco potrebbe riconoscere. Non si sente però compiuto, il sentimento che prova per la sua metamorfosi non è precisamente soddisfazione. Se dovesse scegliere sul vocabolario una parola per definirlo, si fermerebbe su onestà. Per quanto appaia chimerico, una cosa d’altri, può capitare nella vita di vedersi sul binario giusto, di sentire che ciò che conta davvero è averlo trovato il presto o il tardi fa parte della congiuntura umana del singolo e ne costituisce in qualche modo l’originalità.

Da bambino Francesco ha fatto il chierichetto. Senza una vocazione, perché sua madre lo spingeva fuori casa, a cercare sempre la compagnia. E anche perché don Salvatore, dopo la messa della domenica mattina, consegnava a lui in persona le chiavi del campetto parrocchiale e tollerava che in canonica, dietro il cantonale che conteneva i paramenti, il piccolo Aversa nascondesse il pallone di cuoio, mai abbastanza gonfio, delle loro partitelle cui il prete a volte si prestava a fare da arbitro, facendo svolazzare nella corsa la lunga tunica nera come un enorme pipistrello. È il suo ricordo di chierichetto, dietro don Salvatore negli ultimi giorni di quaresima, quando andavano a benedire le case della borgata, che gli viene in mente, la prima volta che si presenta a un detenuto ancora sconosciuto. Vede in lui la stessa sorpresa, la stessa educata pazienza che da bambino leggeva sui volti muti degli abitanti di quelle case modeste che, all’improvviso, dovevano aprire i battenti alle aspersioni e alle formule di rito, pronunciate in fretta da don Salvatore perché le case da benedire erano tante e loro soltanto in due.

Le irruzioni di don Salvatore con la sua voce da tenore erano una bonaria violazione di domicilio. Ma anche il domicilio dei detenuti che Francesco conosce per la prima volta, benché coatto, è bonariamente profanato dalla sua presenza. Ha imparato presto a distinguere la semplice tolleranza dall’apertura. Certe porte, come accadeva a lui e a don Salvatore la Settimana Santa, si sono aperte solo formalmente. Soprattutto agli inizi ha conosciuto diversi rifiuti più o meno espliciti. Poi si sono diradati e Francesco non saprebbe oggi dire quanto sia dipeso dal suo sapersi meglio accostare al ritegno di un individuo in quello stato, quanto dalla sua buona fama nel carcere che cresceva col passare del tempo e finiva per preparargli, in un certo senso, il terreno. Una cosa è certa. Se il rapporto nasce, se sa resistere è perché si è costruito di densità. Un colloquio in un parlatorio con un vetro separatorio in mezzo non è come andare a cena con un amico, non ci si siede per stare comodi, né si può aspettare che le parole escano spontanee, come battute sul meteo o come rutti. Bisogna pensare soprattutto a riempirne i secondi, che sono pochi e preziosi. Si sviluppa una straordinaria memoria per il punto in cui ci si è lasciati, una settimana o un mese fa, come se si giocasse insieme una partita su una scacchiera tutta sentimentale che sa conservare la storia delle mosse.

A volte la diffidenza, lo scetticismo, la scontrosità, il sarcasmo sono sentimenti diversivi: mosse interlocutorie, tattiche di acclimatamento all’estraneità. Accade alle persone libere e a quelle che non lo sono più. Per le seconde è più urgente benché non altrettanto facile fare quel passo oltre, perché la compagnia, l’ascolto sono beni preziosi, sono come aria per i polmoni anche quando ci si illude che non si ha più bisogno di respirare, e in galera non ce li si procura dando mance a qualche agente più corruttibile, come si fa per le sigarette o le riviste porno o una dose. In galera è come fuori: Visitor ha capito presto che sono i detenuti sulle prime meno disponibili al colloquio quelli che più ne hanno bisogno e desiderio.

È parecchio stanco, stamattina; ha passato la notte su una poltrona, accanto a sua moglie Alberta che ha appena dato alla luce un bambino. Massimo Valerio è il loro primo figlio. Le acque si sono rotte con qualche giorno di anticipo rispetto al previsto e lui non ha avuto il tempo di riprogrammare questa visita. Non se la sente di rimandarla senza poter avvertire non può comportarsi così col suo amico Ignazio Dimmisi, ex boss mafioso, detenuto da sette anni nel carcere di Visitor, i primi tre scontati in regime di carcere duro.

 

Non è un rapporto nato come gli altri. Non poteva andare così. Un fatto è sicuro: non è capitato, è stato cercato. Francesco non ha avuto timori reverenziali, né scrupoli etici ad andare anche da lui. Quando si entra dalla porta della regola, non si può uscire dalla finestra dell’eccezione. La sua regola è che qualunque uomo sconfitto è una vittima dinanzi alla sopraffazione della sorte, giusta o iniqua che sia. Anche chi per la società è solo feccia, carne da cella di cui va buttata la chiave. Sono le vittime che lui viene a cercare qua dentro.

Don Ignazio è stato il recluso che Visitor ha impiegato più tempo ad avvicinare. Il frutto tardivo è spesso quello che ha più sapore. Francesco Aversa ha sperimentato la metafora dentro una galera. Non c’era un’intenzione perché le cose andassero così. Ce n’era, come per tante pieghe prese dalla vita, la necessità. Nella società libera, di questo incontro direbbero che è un’amicizia, per quanto ambiguo sia il valore di questa parola. Già di suo impegnativa e che, riferita a un mafioso, dirotta verso ulteriori significati, ha una vena di contagio. Amicizia con un mafioso, per quasi tutti vuol dire connivenza. Sebbene persone come lui e come il cappellano del carcere siano al riparo da sospetti del genere, nondimeno Francesco Aversa ha avuto coraggio.

I detrattori dentro e fuori la galera dicono che Ignazio Dimmisi abbia ottenuto il ritorno al regime carcerario ordinario perché “ha collaborato”. C’era stato anche qualche timido articolo in proposito, su testate regionali soprattutto. Nulla di ufficiale è mai uscito dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Niente trattamenti di favore, tantomeno sconti di pena che vuoi scontare a un pluriergastolano. La questione non riguarda Francesco Aversa. Gli hanno detto, ha capito strada facendo che deve giudicare la gente dai fatti, dai comportamenti, anzi che sarebbe meglio non giudicare affatto semplicemente esserci, colmare l’assenza manifesta di una società che può soltanto assolvere se stessa dopo aver condannato chi ha messo dentro perché questo è lo scopo della Nostri Fratres.

Quando Visitor ha saputo dell’esistenza di don Ignazio, quest’ultimo già era al corrente della sua. Il vecchio boss si dedica solo alle sue letture e, senza averlo confidato a nessuno — benché tutti lo sappiano — scrive poesie che si potrebbero definire “versi civili”, visto che preferiscono i temi della società umana a quelli più intimi, in un certo senso immutabili dell’individuo. Ciò nonostante, anche in carcere è circondato da un cordone di rispetto e di deferenza. Molti detenuti gli offrono i loro servigi durante l’ora d’aria, per piccoli favori visto che in galera non se ne possono fare di grandi, ma col retropensiero di aspirare alla sua gratitudine, o semplicemente per il piacere di essere accettato nella cerchia di un personaggio del suo calibro, di essere “riconosciuto”. Le male voci lo chiamano “il vulcano spento”, dando per scontata, dopo sette anni di reclusione e visto il suo defilamento da ogni tipo di chiacchiere, la sua uscita definitiva dalla nomenclatura della malavita. Chi non sa nulla di lui fatica a credere, dal suo aspetto, che sia stato ciò che era. Gli riesce più facile immaginare che sia finito dentro per reati finanziari, che sia un bancarottiere, un intrallazzatore. Don Ignazio non ha tratti lombrosiani né il gestire del villano, parla bene, è cortese con tutti e non alza mai la voce.

Proprio da uno di questi detenuti adoranti una corte più spesso tollerata che gradita arrivò un giorno a Ignazio Dimmisi la notizia che c’era un tizio strano assai che veniva a visitare i carcerati senza essere parente di nessuno. Lo chiamavano tutti Visitor. Gliela riportò su un piatto d’argento, convinto che fosse una specie di spia e aspettandosi così un po’ di riconoscenza per averlo “informato”. Don Ignazio gli disse senza parafrasi che era un cretino, che il Ministero non manda nessuno a spiare dei poveri disgraziati come loro.

Sotto sotto, però, Visitor iniziava a incuriosirlo. Una volta se lo fece indicare. Non era una faccia di spia. Negli occhi c’era chiarezza, non solo cromatica. La sua presenza stonava per quanto era assidua. In qualche occasione ebbe modo di vederlo in parlatorio, in un paio anche di incrociare con lui uno sguardo, convinto che anche l’altro sapesse chi stava guardando: don Ignazio Dimmisi, il pezzo forte nella lista degli ospiti dell’albergo.

Francesco non sapeva ancora. Qualcuno gli aveva parlato di una presenza ingombrante, una fuoriserie del crimine per quelle celle abitate perlopiù da extracomunitari clandestini, tossici, pazzi e violenti a vario titolo. Uno che aveva il rispetto di tutti e che parlava più come un professore di lettere che come un boss. Visitor decifrava passo a passo la sua iniziazione e non si era ancora svezzato di tutte le titubanze. Nella sua vita precedente, aveva avuto contatti per così dire professionali con persone famose: da quel commercio umano, unilaterale e abusivo, aveva tratto la convinzione che si trattasse perlopiù di nevrotici ossessionati dall’esteriorità o di paranoici con un ego smisurato. Era bendisposto a considerarlo un pregiudizio, ma chiedere un colloquio con Ignazio Dimmisi era ancora un passo più lungo della sua gamba. Se era scritto che ci sarebbe arrivato, doveva accadere senza fretta. Doveva germogliare l’idea di un approccio, di un motivo non generico.

Alla lunga, a don Ignazio, ciò che nel volontario della Nostri Fratres era solo cautela apparve superbia, snobismo da cattolici che si sentono con la coscienza a posto solo se vanno a cercare gli ultimi. Non era difficile per lui, chiuso là dentro, prendere quel piccolo rifiuto con cinismo, come prendeva ogni altra cosa. Ne ricavava l’ennesimo motivo per mandare a ramengo il mondo e rintanarsi tra i suoi libri, i soli interlocutori ancora capaci di rimbalzargli un’eco di verità. Prediligeva gli scritti di pensieri e riflessioni, sant’Agostino, Seneca, Pascal. Lo portavano in un luogo assoluto dell’uomo, senza passato e senza futuro, il solo cui, senza peccare di illusione, un ergastolano come lui potesse aspirare. La testa, allenata da sette anni a tenere a bada due litiganti l’emozione e il ragionamento dopo che in quelli precedenti era stata occupata a metterli in perfetto accordo per fottere o non farsi fottere da nemici e avversari, solo così aveva gioco facile nel chiudere la bocca all’orgoglio, sentimento che si può mettere in cella e magari nella camicia di forza, ma annullare proprio no, perché è una caratteristica del sangue che scorre nelle vene, come il fattore RH o la formula leucocitaria.

Dall’altra parte del loro silenzio, attecchiva un’intenzione compensatoria alla delusione del vecchio boss. Con la pratica del carcere, il pregiudizio di lontananza culturale da personaggi come Ignazio Dimmisi si era smussato in Francesco Aversa. Aveva perso logica e sostanza. Il senso del suo operare stava tutto dentro l’idea che non si deve attendere la morte per sanare la distanza tra gli uomini: prima e soprattutto c’è altro, c’è la vita. Era questa l’aspettativa di riunione che lui doveva favorire, per l’altra bastavano e avanzavano le omelie pronunciate nei funerali. Sicché, mentre don Ignazio elaborava il modesto lutto per le mancate apparizioni di Visitor che ormai là dentro conosceva tutti tranne lui Francesco sentiva che il suo puzzle di incontri presto si sarebbe completato. Gli era evidente dove mettere l’ultimo tassello, aspettava soltanto l’occasione. Un segno.

Fu il terzo sguardo scambiato per caso tra Visitor e don Dimmisi, dopo i primi due del tutto interlocutori, a scompaginare l’equilibrio di un’apparente indifferenza. Francesco usciva dall’edificio B verso il cortile, don Ignazio rientrava dall’ora d’aria circondato da qualche suo cortigiano e guardato a vista dagli agenti. Tra loro c’era una grata che impediva di toccarsi, non di vedersi. Per un attimo Francesco si fermò, lo stesso fece don Ignazio. Agli occhi degli astanti al di qua e al di là della grata, quello sguardo scambiato e quella sosta sembrarono gesti di antipatia, quasi di sfida. Ai due protagonisti servì invece a capire che la galleria scavata da entrambi i lati era completa, che le due talpe avevano finito il lavoro, lasciando solo l’ultimo velo di parete, quello che si butta giù con un atto di forma e non di forza. Serviva un passo: era ovvio a chi dei due toccasse farlo.

 

La prima volta che Francesco Aversa si ripresentò nella casa circondariale, stupì il personale di guardia dicendo che aveva prenotato tramite internet una visita a Ignazio Dimmisi, sempre che il detenuto fosse consenziente. Verificarono. Un agente con cui era più in confidenza, letteralmente sbalordito, gli strinse calorosamente la mano. Sembrava che andasse a discutere una tesi di laurea o a sostenere il suo primo colloquio di lavoro.

Mentre attendeva in parlatorio, dalla solita porta, quella che comunicava con la zona dei bracci, vide arrivare alla spicciolata sei o sette detenuti, qualcuno dei quali lo riconobbe e lo salutò. Quando sembrava che la sfilata fosse completa, apparve, distaccata e buona ultima, la sagoma riconoscibile del vecchio boss. Era stato appena perquisito dallo stesso agente che aveva poi chiuso a chiave la porta alle loro spalle. Anche se non c’era stata una presentazione, sapeva dove dirigersi. Si avvicinò al vetro con tutta calma, muovendosi più lentamente di quanto fosse lecito attendersi, senza mai smettere di guardare Visitor negli occhi, senza un sorriso né un cenno di intesa, anche quando terminò quel rito strano e silenzioso sedendosi finalmente di fronte a lui.

«Ci conosciamo di vista, non è vero signor Aversa? Anche se le devo subito dire una cosa: lei non deve accettare di sopportare quel nomignolo da film americano che le hanno affibbiato, ho visto che si volta se la chiamano in quel modo.»

«Va bene, don Ignazio. Ha ragione, non è carino, ma a me pare innocuo e sono sicuro che molti lo usano con simpatia.»

«Altra cosa: togliamo di mezzo questo don che mi vuol far sentire ciò che per la giustizia italiana non sono più da tempo e per me non è mai esistito. Non stia a dare credito a quel codazzo di gente che mi sta attorno, quando mi consentono di prendere un po’ d’aria fuori della cella: sono poveri disgraziati, cani sciolti che hanno sempre avuto un capobranco e ora, rinchiusi qua dentro, sono in crisi di astinenza; io mi presto a fare da placebo, niente di più, mi creda. Del resto, non potrei. Bene: ora che le ho posto le mie piccole condizioni, mi dica cosa desidera da me e come posso esserle utile.»

Don Ignazio, anche senza volerlo, il don appena rifiutato cerimoniosamente a parole se lo rimetteva davanti al nome col proprio contegno. Stava ricevendo Visitor come un postulante di favori o un venditore porta a porta. Anche se ora non aveva più potere su nessuno, il segno del comando non aveva abbandonato il tono della voce, il modo di comporre la frase, la costanza dello sguardo verso l’interlocutore, tutte cose che non si potevano considerare una seconda pelle solo perché in realtà erano diventate la prima. La sua autorevolezza era palpabile e capovolgeva naturalmente i loro ruoli, pensò Francesco che non se ne vide intimidito se lo aspettava ma si sentì di assolvere la piccola corte dei miracoli di Ignazio Dimmisi. Gli venne in mente una considerazione un po’ fatua: se quel cognome avesse avuto l’accento sull’ultima sillaba sarebbe stato più adatto a chi lo portava. Dimmi sì: era una risposta che un tempo doveva riuscirgli facile avere. Calembour a parte, Francesco Aversa ebbe conferma che, davanti a un uomo di quella statura, doveva giocare d’anticipo, di sorpresa. Ci si era preparato.

«Signor Dimmisi, come certamente sa io sono un umile volontario. Dedico una parte del mio tempo alle visite ai detenuti perché ritengo che …»

«Sì, lo so. Visitare i carcerati. È la sesta opera di misericordia corporale. Ho fatto anche io come lei il catechismo, cosa crede. Ai miei tempi era una cosa ancora più seria che ai suoi, se permette. Se vuole gliele recito tutte e sette, mi ricordo anche le opere di misericordia spirituale che però, a un bambino, facevano meno impressione perché erano cose astratte, mentre a me piacevano i film d’azione. La mia preferita era “vestire gli ignudi”, non fosse altro perché quella parola toscana, nel nostro linguaggio, non esisteva, era una rarità che si poteva leggere o ascoltare solo in chiesa e dintorni.»

«So che lei scrive poesie, signor Dimmisi. Mi farebbe molto piacere se volesse accettarmi tra i suoi lettori. Sono venuto da lei per propormi in questa veste. Spero di non essere stato troppo invadente con la mia richiesta.»

Don Ignazio non rispose subito. Era visibilmente spiazzato dalla domanda: non era sicuramente tra quelle che si aspettava di ricevere. Visitor — come continuava a chiamarlo tra sé — non sembrava né un baciapile, né uno spione. Gli dimostrava rispetto, e non era la deferenza stomachevole dei tanti quaquaraquà che gliela sciorinavano davanti solo per comprarsi un briciolo di attenzione. Aveva palle e fegato e, nel contempo, gli risparmiava lo spettacolo penoso di volerne fare mostra a uno come lui. Lo avrebbe studiato ancora un po’ per averne un’opinione ferma, però doveva riconoscere che il primo impatto era stato migliore delle aspettative anche se non era arrivato il momento di farlo capire.

«Invadente, mi scusi, un po’ lo è stato. Neanche ci conosciamo, non abbiamo mai avuto modo di parlare prima, ed ecco che lei mi fa una richiesta che sarebbe anche lecita, ammesso che io voglia acconsentire, se solo ci fosse tra di noi, che so, un po’ di confidenza, di intimità. E soprattutto se quel che ha detto fosse vero. Chi le ha riferito, mi scusi, che scrivo poesie?»

«Qui con rispetto parlando lo sanno anche i muri, don Ignazio.»

«Via quel don, per favore.»

«Mi scusi. Ignazio. Non mi riesce facile pensarla senza, come forse a lei non riesce facile non pensare al mio nomignolo quando mi vede, anche se mi consiglia di liberarmene.»

«Lei non è una persona banale, signor Aversa. E mi fa anche simpatia. Le consento provvisoriamente di chiamarmi don Ignazio, finché non si sarà abituato del tutto, o a toglierlo di mezzo, o a chiamarmi esclusivamente in questo modo. Lo sopporto dagli amici detenuti dell’ora d’aria, perché non dovrei accettarlo anche da lei che sicuramente è più sincero di loro? Non creda però che io così la assimili in nessun modo a quei poveracci.»

«Se anche fosse, dove sarebbe il problema? Se sono una persona più fortunata di loro per tanti motivi, non mi sento diverso.»

«Certo, certo. Ma lasciamo un momento da parte le buone parole e torniamo a noi due. Mi dica una cosa, Aversa: cosa pensa di trovare nelle mie poesie? Io non sono un letterato né ho la presunzione di apparirlo, mettiamolo in chiaro. Quindi, devo ripetere che la sua richiesta resta irrituale. Ma non voglio limitarmi a giudicare la forma. Le pongo questa domanda con franchezza, perché non voglio essere oggetto neanche di una curiosità sociologica, non so se mi spiego; vale per lei come per chiunque altro. Non si dimentichi dove siamo e chi siamo. Io non sono un premio Nobel in una specie di Montagna Incantata ma un ergastolano, lei non è un giornalista in cerca di scoop ma uno che fa umile opera di volontariato in un carcere. Cerchiamo di non perderlo di vista, altrimenti ci rendiamo ridicoli, soprattutto di fronte a noi stessi.»

«Io cerco di capire gli uomini, signor Dimmisi, e le parole che gli uomini scrivono sono una traccia sicura per arrivare al nucleo di chi le ha scritte. Se è questo che si vuole. Ogni uomo che scrive, qualunque cosa scriva un libro come un diario o un semplice graffito su un muro merita di essere letto e, possibilmente, capito. La so grande lettore di libri e, da quanto ho potuto sapere, lei ha svariate letture in comune con le mie.»

«Io ho molti più anni di lei, non le dico che potrei essere suo padre perché è una frase fatta che ha il sapore di mettere in dubbio la moralità di sua madre. Sono vecchio, signor Aversa. Non sono così convinto che in uno stesso libro io e lei cerchiamo la stessa cosa, e ancor meno che troviamo la stessa cosa. Ma se le sue scelte coincidono con le mie, non posso che apprezzarle. Comunque, su una cosa ha ragione: i libri aiutano a capire chi li scrive. Aggiungerei: ancora di più, chi li legge. A cominciare da se stessi.»

«Posso chiederle se ha iniziato a scrivere qui o se già lo faceva prima?»

«No.»

«Mi scusi. È stata una domanda indiscreta, frutto di una sciocca curiosità. Cercherò di non fargliene più di questo tipo.»

«Si figuri. Una domanda indiscreta, se permette, voglio invece fargliela io. Conosco per sommi capi la sua storia. Qua dentro, come ha detto lei stesso, anche i muri parlano. Che cosa l’ha spinta ad abbandonare la sua vita di ieri per fare ciò che fa oggi? No, non mi risponda adesso. Lo farà un’altra volta. Non c’è più tempo. Stanno facendo segno alle sue spalle, la devo salutare. Non mi prenda per maleducato. Resterei a conversare con lei ma, capisce, qui non sono proprio come nel salotto di casa mia. Dovete uscire tutti. Lo sa. Entra il prossimo turno.»

«Allora tornerò. Se non le dispiace. Devo rispondere alla sua ultima domanda. Mi creda comunque, questi pochi minuti trascorsi con lei non li dimenticherò. Gliene sono grato.»

«La sua gratitudine mi sorprende, devo saperne di più. Lo prenda come un invito ufficiale.»

«Certamente!»

Francesco sorrise, fu ricambiato. Avrebbe voluto stringere una mano: sapeva che non era possibile a causa del vetro divisorio, che secondo il nuovo regolamento doveva essere stato già rimosso e sostituito dal tavolo. In un carcere tutto rallenta, dagli anni da scontare che non passano mai all’applicazione delle nuove normative. Entrambi avvicinarono il palmo alzato, più per testimoniare l’uno all’altro il disappunto per quella molesta trasparenza che per un vero e proprio saluto, e non poté sfuggire loro che l’intenzione era stata contemporanea. Infine posarono il citofono che aveva artefatto solo in parte le loro voci.

Questo il primo colloquio tra Visitor e don Ignazio Dimmisi.

Ne sono seguiti molti altri. Fino a far sparire il don dalla conversazione, perché è da tempo che si danno del tu. Fino a convincere Ignazio, non solo a violare per la prima e ultima volta il mistero dei suoi taccuini di poesie, ma perfino ad accettare dopo gli adempimenti di sicurezza previsti dal carcere di farle battere a macchina e mandarle a un editore “amico”, senza impegno e naturalmente sotto pseudonimo, per una possibile pubblicazione. Il fatto che l’editore non le abbia giudicate pubblicabili, solo perché non rivelano scoop, resta un dato periferico, inessenziale nel loro rapporto.

 

Come l’espressione più urlante della debolezza di un individuo è il suo comportamento davanti al dolore, così il sintomo meno palese della sua forza è la sua capacità di governarlo. Di ciò che per molti è un luogo comune, Francesco Aversa ne ha avuto cento conferme solo da quando è assiduo con un mondo dove il male è di casa. Prima o poi ha sperimentato questa verità con tutti, qua dentro, in un verso o nell’altro, ma fin dal primo incontro col vecchio boss ha avvertito, come con nessun altro, la stonatura tra il suo contegno e il luogo in cui lo interpreta come un attore drammatico d’antan. Da allora ha iniziato a pedinare anche suo malgrado il mistero della sofferenza di quest’uomo, spinto da un concorso di urgenza e di curiosità. Scartate subito maschere come l’orgoglio o il senso di colpa, chiavi più che sufficienti per aprire, ad esempio, uno come il Sardo. Troppo semplici, lineari. Troppo da persone con una storia comune alle spalle. Chissà come, in quali momenti Ignazio accarezza il suo livore, il suo disinganno. Chissà come si racconta la storia del suo male, lui che ha così bisogno dei libri per avvicinarsi a quello degli altri.

Francesco sa che è un’impresa da salmoni in cerca del luogo in cui sacrificarsi alla propria successione. In tutti gli incontri passati, ha tentato inutilmente di risalire solo la prima cateratta del fiume. Ma nel tempo che spende qua dentro, non esistono imprese degne di causa migliore e all’occorrenza ci si può ostinare a credersi salmone pur essendo un uomo. Se si recede così facilmente dalla speranza che il tempo dedicato possa essere prima o poi premiato, è inutile prendersi la briga di passare giorni e giorni dentro una galera con dei detenuti.

In tutto il tempo dedicato a una persona che per la giustizia e per la pubblica opinione è un criminale e basta, Francesco Aversa non ha mai ascoltato il sospetto che Ignazio Dimmisi lo stia usando, che la sua disponibilità umana sia una specie di divertissement. Oppure un comportamento di facciata, come la cortesia formale che si scambiano due uomini d’affari o due boss fintantoché non si devono combattere o scannare l’un l’altro. Sotto questo aspetto, non ha concesso a Ignazio Dimmisi privilegi né lo ha assoggettato a pregiudizi. Lo ha trattato alla pari e nutre l’impressione, forse giusta forse sbagliata, di essere stato ripagato con la stessa moneta.

In questi due anni, Francesco Aversa ha conosciuto un centinaio di detenuti. Di ogni nazionalità, di ogni reato e di ogni condanna, da pochi mesi all’ergastolo. È partito sempre dagli ultimi — gli stranieri che non spiccicano una parola di italiano, o chi si fa marcio in galera solo perché non può permettersi il lusso di un avvocato che lo ripari dalla cecità della macchina giudiziaria — ma a cominciare dagli ultimi non si risale mai, e infatti lì è rimasto. Ha toccato con mano che un carcere non è soltanto l’immondezzaio della società, l’ultimo rimasto dopo la chiusura dei manicomi. È a sua volta una società in miniatura, dove tutti i giorni si replica la stessa pièce del mondo libero, con le stesse parti. Gregari e kapò, furbi e fregnoni, di tutto un po’. Si è imbattuto in anime sigillate come bare e in bocche che aspettavano solo di potersi schiudere con qualcuno, come fiori a primavera. Ha osservato che il carcere ingrassa o dimagrisce: raramente lascia ai suoi ospiti l’arbitrio di mantenere la linea che avevano quando ci sono entrati, come se la bilancia sia il modo più patente per lasciare su di loro il suo marchio. Ha conosciuto prossimi suicidi e ha sperimentato, con un ritardo che non si perdona, il senso di inutilità del tempo trascorso con loro senza aver capito, senza aver aiutato. Gli ha irritato la pelle il grido inascoltabile di chi ha perso pure il gusto di bestemmiare, perché in galera anche il nome di Dio è senza eco. Storie di piccolo e immenso degrado sono avvenute, avvengono e avverranno anche in un “carcere modello” come il suo — con buona pace dell’ossimoro e non basteranno certo la sua presenza, la sua dedizione a impedirlo.

Questa è la sua vita, oggi. Una vita che lo ha sorpreso. Prima abbattendolo e poi rimettendolo in piedi. Davanti a un bivio dove scegliere quale era il Francesco da far vivere, due anni fa ha ignorato la strada del ripiegamento, quella tutta in discesa che lo avrebbe allontanato dalla società — quella che abbraccia chi si ritira in un eremo. Ha scelto il cammino in salita che lo costringe a guardare dentro i suoi drammi più spaventosi e irraccontabili. Nessuna particolare pretesa: solo quella di unire il suo tempo al tempo di altri che non trovano nessuno che ne offra loro. Con molti si è visto una, due volte, non più. Con altri ha creato rapporti di confidenza, quasi di intimità. Qualcuno di loro ha fatto in tempo a uscire e, malgrado la promessa di restare in contatto, il più delle volte il contatto non è arrivato. Lui non ha mai forzato quel silenzio, anche se lo avrebbe desiderato. In un certo senso, la ritrovata libertà li ha resi liberi di dimenticare la galera e con essa tutto ciò che la richiamava, incluso il buon Visitor. Di qualcuno avrebbe preferito non avere notizie, dal momento che lo ha presto rivisto dentro. Soltanto con una di queste persone, la frequentazione è andata oltre lo scopo iniziale, quello di offrire compagnia, ascolto, parole. Paradossalmente, è quella meno meritevole di riceverne secondo i parametri della morale: Ignazio Dimmisi.

Si è tenuto lontano dal passato del vecchio ergastolano: gli è evidente che Ignazio lo tiene chiuso in pentola e che tentare di scoperchiarla gli costerebbe in poche parole tutta la stima che Ignazio ha di lui. Non è solo per questo se Visitor l’ha evitato. È uno che ascolta, non un confessore. Il passato è fuori della disponibilità di chi bene o male lo ha speso, solo la memoria lo può consultare e un ricordo è una strada troppo stretta per starci a braccetto con qualcun altro. È il presente che a lui soprattutto interessa. Si è comportato allo stesso modo col Sardo e con gli altri. Ciò non gli ha impedito di documentarsi su Ignazio Dimmisi, procurandosi articoli di giornale o documenti processuali che lo riguardano. A un certo punto dei loro incontri, ne ha sentito la necessità fosse stata solo indiscrezione, non l’avrebbe assecondata. L’esperienza non è costata soltanto fatica. La durezza di alcune intercettazioni, di certi racconti di testimoni ai processi non potrà dimenticarla. Dopo una breve ma intensa immersione nella mostruosa normalità del crimine, ha dovuto prendersi una pausa. Attendere che parole lette ed emozioni suscitate sedimentassero, che dentro di sé tornasse il chiaro. Non si è pentito. Al contrario. Se non fosse naturalmente sospettoso verso certe parole, direbbe che è stato formativo. Come per gli altri, anche nel groviglio giudiziario di Ignazio doveva cercare il filo rosso della vicenda umana, cogliere l’unicità di quest’uomo che è ciò che soprattutto lo interessa. In fondo, ciò che persegue oggi ha qualche analogia con quello che faceva una volta. Prima catturava corpi, ora fotografa anime. È questa la risposta che ha dato alla prima domanda che Ignazio gli ha fatto, molti mesi fa. All’epoca, per lui, era ancora uno sconosciuto. Ora ne sa abbastanza da poter diventare, un giorno, il suo biografo. Ma l’acqua passata per Dimmisi non sarà materia di un saggio, come non lo è stata di una confessione. È piuttosto una carta millimetrata che lo guida, un testimone silenzioso che Francesco non ignora più, quando si trova in compagnia dell’altro. Ignazio Dimmisi, da parte sua, si comporta costantemente — con Visitor e con chiunque altro — come se il suo passato sia il Convitato di Pietra: un’entità innominabile e proprio per questo ancora più presente, incombente.

Di questo, di altro è fatto il rapporto tra Ignazio Dimmisi e Francesco Aversa. Il primo sa che non uscirà mai più di galera, il secondo si sente incalzare da una domanda: se la vita che lo attende da oggi gli consentirà ancora di dedicare il tempo che vorrebbe a Ignazio, al Sardo e agli altri che deve ancora conoscere là dentro. Dietro al dubbio che appare così razionale e legittimo, c’è altro un’ansietà dalla superficie liscia e sfuggente, di quelle che non si lasciano uncinare da un istinto di tregua. Non sa di che si tratta e la sente montare, come una stanchezza, come una fiumana.

Dopo la solita trafila amministrativa, è in questa compagnia che si sta ora recando nel parlatorio. Molte cose lo aspettano in questa giornata e non è detto che quella che più incombe sia per lui la meno importante.

 

Commenti

Si entra dentro il clima dell'incipit di giornate qualsiasi che appaiono annoiate di se stesse, con l'impressione di vivere dentro un film impressionista francese. Ci mescoliamo addirittura con la folla dei parenti in attesa davanti al carcere. Le loro azioni reiterate hanno la naturalezza della realtà, col piccolo Christian schivo e riottoso, con gli astanti troppo ciarlieri o troppo riservati. Tutto come nella vita.
Ma, a un tratto, indossimamo l'animo di "Visitor" dell'uomo generoso disposto a visitare i carcerati abbandonati da tutti e i suoi connotati interiori si fanno nostri nel dialogare col boss mafioso. "Dopo quella breve ma intensa immersione nella mostruosa normalità del crimine - scrivi a proposito delle riflessioni di Francesco inerenti l'ergastolano - ha dovuto prendersi una pausa. Attendere che parole lette ed emozioni suscitate sedimentassero. Non si è pentito di averlo fatto. L’ha giudicato indispensabile. Ha creduto di essere così riuscito a delineare la vicenda anche umana e a cogliere, almeno in parte, l’originalità di quest’uomo. La sua storia passata è una specie di filtro, di testimone silenzioso che Francesco non trascura più, quando si trova in sua compagnia. Ignazio Dimmisi, da parte sua, si comporta costantemente — con Visitor e con chiunque altro — come se il suo passato sia un Convitato di Pietra: un’entità innominabile e proprio per questo ancora più presente, incombente"
Dunque, Francesco (Visitor) è come riflettesse il suo vissuto e i suoi pensieri in un virtuale specchio. E' arrivato a una stazione dell'anima da cui potrebbe partire qualsiasi treno. E solo tu, Maurizio, potrai dirci per dove, lasciandoci, come sempre pieni di curiosità e - a nostra volta - martoriati dai rovelli interiori dei tuoi personaggi che spesso ci appaiono fratelli di un moderno Victor Hugo.
Dirti bravissimo è poco.
Preferisco lasciarti un abbraccio.
grazia*

Scritto da: grazia | 06/02/2011

Uno-Bianca
Due-Francesco
non ti chiedo sul tre, aspetterò con pazienza.
La padronanza che hai nel descrivere le ambientazioni delle tue storie è incredibile, una curiosità il vetro divisorio è solo per Dimmidisi, o anche per i detenuti per reati meno gravi?
Un microcosmo il carcere, ma anche noi liberi di passeggiare tra le aiuole siamo prigionieri, dei nostri pregiudizi, dei nostri limiti, dell'ego, e...altro
Sulla tua bravura la penso esattamente come Grazia.

grazie per la bella lettura

frantzisca

Scritto da: frantzisca | 06/02/2011

ho letto con grande piacere e attenzione il tuo bellissimo narrare.
hai una scrittura che avvince, incanta nell'inveramento in cui sei maestro.
attendo la terza parte.

Scritto da: cristina bove | 07/02/2011

Ripasso solo per il piacere di respirare un po' l'aria di casa tua.
Abbraccio.
g*

Scritto da: grazia | 09/02/2011

per adesso mi faccio bastare la scrittura scorrevole della tua tastiera magica.
è un grande piacere leggerti, è indubbio.
la maestria con cui affronti i dialoghi, le intonazioni psicologiche, e dico intonazioni per la sottigliezza con cui tratteggi i caratteri e le ambientazioni.
senza che ce se ne accorga, si entra nei luoghi che descrivi, si "vedono" e si "sentono" i personaggi.
E adesso non resta che aspettare la terza parte.
grazie, ciao.

Scritto da: cristina bove | 09/02/2011

Incredidibile! Quale intreccio di storie! ora siamo passati alla vita di Francesco, il figlio di Bianca, l'uomo che partendo dagli ultimi si accorge che non potrebbe mai arrivare in cima, che la miseria umana è senza limiti e confini.
Visitor è diventati padre, nel bel mezzo di questa tempesta emozionale, anzi, direi in questa ricerca di se stesso attraverso quelle che sono considerate le scorie dell'umanità, coloro che chiusi in una cella smettono di esistere e che vivono a ritroso, tornano mentalmente alle loro origini, a quand'erano bambini, alle loro radici, dove il mosaico della loro esistenza conteneva poche tessere e tutto sembrava fosse permesso.

Ieri sera nel programma "annozero" Vendola ha fatto un'osservazione significativa, ha detto: - invece di perderci dietro alle vicende di Berlusconi , perchè non ci soffermiamo un attimo a pensare ai problemi reali? Tipo ai settantamila detenuti che vivono in condizioni pietose"- Ed ora il racconto dove quasi ti fai da portavoce, uno scrittore non comune, mi viene da chiedermi come sia possibile entrare come hai fatto tu , nella logica di pensiero penitenziaria, carpirne così le sumature del dolore, della rabbia e perchè no anche dell'amore. amore visto come amicizia, come parola scambiata, quella parola che fa tanta paura al sardo e che al Boss Don ignazio viene così facile, al punto da scrivere poesie.
Cantava De gregori:- ...anche Mussolini scriveva poesie, i poeti che brutte creature..- Visito pensa che attraverso le parole scritte possa entrare più facilmente nel labirinto della mente di colui che le ha concepite.

Ed è nato Massimo Valerio, francesco si sente stanco sommerso da sentimenti di redenzione, redenzione anche verso se stesso.
Saprà non deludere quelle anime in pena e mantenere una tacita promessa di frequenza? Visto che forse dovrà dedicare se stesso alla sua di realtà, una realtà della quale non sente una sensazione positiva, forse che anch'egli voglia sottrarsi e quasi nascondersi da quei dolori che verranno?
Emozionante, ecco cos'è questa storia, emozionante.

Scritto da: alessandra62 | 11/02/2011

Incredidibile! Quale intreccio di storie! ora siamo passati alla vita di Francesco, il figlio di Bianca, l'uomo che partendo dagli ultimi si accorge che non potrebbe mai arrivare in cima, che la miseria umana è senza limiti e confini.
Visitor è diventati padre, nel bel mezzo di questa tempesta emozionale, anzi, direi in questa ricerca di se stesso attraverso quelle che sono considerate le scorie dell'umanità, coloro che chiusi in una cella smettono di esistere e che vivono a ritroso, tornano mentalmente alle loro origini, a quand'erano bambini, alle loro radici, dove il mosaico della loro esistenza conteneva poche tessere e tutto sembrava fosse permesso.

Ieri sera nel programma "annozero" Vendola ha fatto un'osservazione significativa, ha detto: - invece di perderci dietro alle vicende di Berlusconi , perchè non ci soffermiamo un attimo a pensare ai problemi reali? Tipo ai settantamila detenuti che vivono in condizioni pietose"- Ed ora il racconto dove quasi ti fai da portavoce, uno scrittore non comune, mi viene da chiedermi come sia possibile entrare come hai fatto tu , nella logica di pensiero penitenziaria, carpirne così le sumature del dolore, della rabbia e perchè no anche dell'amore. amore visto come amicizia, come parola scambiata, quella parola che fa tanta paura al sardo e che al Boss Don ignazio viene così facile, al punto da scrivere poesie.
Cantava De gregori:- ...anche Mussolini scriveva poesie, i poeti che brutte creature..- Visito pensa che attraverso le parole scritte possa entrare più facilmente nel labirinto della mente di colui che le ha concepite.

Ed è nato Massimo Valerio, francesco si sente stanco sommerso da sentimenti di redenzione, redenzione anche verso se stesso.
Saprà non deludere quelle anime in pena e mantenere una tacita promessa di frequenza? Visto che forse dovrà dedicare se stesso alla sua di realtà, una realtà della quale non sente una sensazione positiva, forse che anch'egli voglia sottrarsi e quasi nascondersi da quei dolori che verranno?
Emozionante, ecco cos'è questa storia, emozionante.

Scritto da: alessandra62 | 11/02/2011

Sai i tuoi racconti sono diventati un emozionante e piacevole appuntamento per me, che li stampo e leggo e rileggo poi con calma e maggior attenzione, nei miei momenti di pausa o mentre attraverso la città sull'autobus, segnandomi poi i passi che più mi incantano.. come ad esempio..

"Il mondo come a ogni risveglio si è rimesso addosso la sua vecchia, logora verginità"... cancellando i misfatti della notte, c'è tanta di quella poesia in queste poche intense righe, c'è un intero mondo che ferve.. e miriadi di vite che cercano forse un riscatto un'occasione che restituisca loro una possibilità di modificare il corso degli eventi.

.. ogni nuova giornata nasce distratta.. bellissimo anche questo passo, così come affascinante e carica di pathos mi appare la figura di Visitor che porta a chi non riceve visite, solidarietà ed una delle cose più belle che si possano donare ad una persona il conforto delle parole, perchè queste persone doppiamente isolate e sole possano conservare un legame che li faccia sentire per un po' non più ultimi ma "primi"

.. un racconto avvincente che come molti altri tuoi da voce alle figure che spesso si trovano a vagare ai margini della società

che dirti se non che meriti un applauso per la tua sensibile e raffinata capacità di entrare dentro le storie e le persone, descrivendone le passioni, e dubbi, le gioie, i dolori .. ecc. ecc..

Scritto da: albafucens | 14/02/2011

Ho provato svariate volte a inviarTi un commento , ma svanisce nel nulla!
LeggerTi fa bene all'anima e alla mente, amico mio,dai libero sfogo alla Tua creatività e coinvolgi emotivamente chi ti ascolta .
Caratterizzi a tutto tondo i personaggi che interagiscono con il lettore determinano un l ritmo della narrazione vivace ,mai monotono.Buona serata e grazie infinite!

Scritto da: botonusa | 14/02/2011

errata corrige :determinando un

Scritto da: Maria Allo | 14/02/2011

"Un colloquio in un parlatorio con un vetro separatorio in mezzo non è come andare a cena con un amico, non ci si siede per stare comodi: bisogna pensare soprattutto a riempire di parole i secondi che sono pochi e si sviluppa una straordinaria memoria per il punto in cui ci si è lasciati, una settimana o un mese fa, come se si giocasse insieme una partita su una scacchiera esclusivamente mentale che sa conservare la storia delle mosse". Ma quanto è bello questo passaggio... da rifletterci, anche per la nostra quotidianità, per non perdere il gusto del confronto, del parlarsi, del comprendersi per non isolarsi...
Detto questo, dico splendido l'intreccio di cui mi sono resa conto solo a metà racconto: una gustosa sorpresa.
A presto, M., Linda.

Scritto da: Lindadicielo | 15/02/2011

Stasera mi sono presa tutto il tempo e ti ho letto.
Slowly. Una meraviglia, ma tanto lo sai già!
A presto.

Scritto da: ombradelvento.splinder.com | 18/02/2011

Buona domenica, ho trovato
alcune battute divertenti su
noi uomini e le ho pubblicate.

:-) :-) :-)

Ciao da Giuseppe

Scritto da: pulvigiu | 20/02/2011

Il tuo racconto, come sempre va oltre l'intreccio narrativo (che presenta già qualche segno del destino nell'occhio di riguardo che il protagonista ha proprio verso il boss mafioso) e compenetra un mondo molto difficile da comprendere dall'esterno, considerato il piano di realtà alterato in cui vive la popolazione carceraria, dove si innescano le dinamiche tutte particolari della condizione di vulnerabilità sociale di chi vive in cattività ed è costretto a ricreare un microcosmo che somigli il più possibile al "fuori", oppure che si isola rifiutando ciò che è stato e abolendo ogni ricordo della vita precedente...
la profondità con la quale vengono descritti gli stati d'animo dei protagonisti e i loro pensieri reconditi, consente ad ogni lettore di partecipare attivamente all'avventura interiore di ogni singola pagina... un racconto splendido, complimenti...

Scritto da: dalloway66 | 20/02/2011

Con sorpresa non trovo il mio commento. Non penserai che io mi sia persa una sola parola della tua seconda puntata. Non ricordo che cosa io abbia scritto, so solo che facevo delle considerazioni su Francesco e sulla speranza che il suo futuro non sia negativamente segnato da quel che lo attende dietro l'angolo. A giudicare dall'impegno che mette nel suo quotidiano non mi sembra una persona che si lascia scivolare le cose addosso. Quale potrebbe essere la sua reazione non so immaginare, una o un'altra completamente diversa e sorprendente. So che tutto dipende da te e la cosa mi intriga.
PS. Ero venuta a rispondere al tuo commento alquanto ottimista.W la speranza, dunque.
Buona domenica sera
Anna
PS.n2 Un applauso anche a Vecchioni.

Scritto da: setteparole | 20/02/2011

ti leggo e la storia mi coinvolge sempre di più,
non sono mai stata in carcere, mi sono sempre rifiutata,
però ti posso dire che ho visto mio padre piangere per mio fratello molte volte, la prima di gioia quando è nato, poi sempre per il dolore che gli causava....

Scritto da: SISTERCESY | 21/02/2011

ti leggo e la storia mi coinvolge sempre di più,
non sono mai stata in carcere, mi sono sempre rifiutata,
però ti posso dire che ho visto mio padre piangere per mio fratello molte volte, la prima di gioia quando è nato, poi sempre per il dolore che gli causava....

Scritto da: SISTERCESY | 21/02/2011

Scrivi un commento