20/02/2011
Sei un francescano
Con la fotografia fu amore a orologeria.
Scoppiò durante il matrimonio di un primo cugino. Francesco Aversa aveva diciotto anni. Era il più giovane nipote della schiatta, attraversata in quel periodo da un’autentica stagione nuziale, visto che nel giro di un paio d’anni se ne sposarono quattro. Cambiavano la chiesa, il ristorante del banchetto ma le facce erano le stesse e, con ogni probabilità, anche molti vestiti.
Lui non correva il rischio, perché non possedeva un completo e decise che quella era l’occasione giusta per dimostrare al parentado che era diventato maggiorenne, dando un po’ di scandalo in famiglia e presentandosi in maniche di camicia scozzese, stile malga alpina. Si attirò solo qualche fugace sguardo di riprovazione, ma tutti pensavano ad altro e l’unica a soffrire veramente di quell’alzata di testa fu sua madre Bianca. In fondo era il secondo e ultimo elemento di originalità del matrimonio del cugino Alfredo, per il resto tale e quale a quelli che lo avevano preceduto. Il primo era decisamente un curioso personaggio che era fin troppo presente, pur non essendo tra gli invitati: il fotografo.
Non c’era nulla di normale, di anonimo, di rassicurante in lui. Per prima cosa aveva una stazza smisurata, che lo impacciava nei movimenti, nei cambi di obiettivo, negli spostamenti del cavalletto e della borsa, piena degli attrezzi più strani e più simile come aspetto a quella di un idraulico. A ciò si aggiungevano uno stazzonato smoking, improbabile per un matrimonio diurno, un cravattino a righe verdi e cremisi che era un cazzotto in un occhio sulla camicia candida e, per finire, un paio di baffoni alla Re Galantuomo che facevano il paio con la cresta di capelli lunghi attorno alla pelata. Francesco non poteva smettere di seguire con gli occhi quell’irruzione di fantasia nella realtà incolore — malgrado le mises sgargianti delle signore — delle nozze del cugino Alfredo.
Non era l’unico a notarlo. Nella calma della cerimonia, il chiasso provocato dai movimenti del fotografo non passava certo sotto silenzio. Qualcuno chiedeva al vicino di panca chi avesse scelto un simile tanghero. Francesco era il solo che non ne fosse disturbato ma addirittura affascinato. Il rituale della ricerca della posa, l’armeggiare continuo sui vari pulsanti dell’apparecchio fotografico, il loro clicchettio nella perfetta acustica della chiesa, perfino il respiro ansante di chi lo provocava erano dettagli da non perdere di un quadro che si faceva sempre più misterioso e intrigante.
Alla fine del banchetto, Francesco non resistette. Senza lasciarsi intimidire dalla mole e dagli enormi aloni di sudore che aveva sotto le ascelle, si avvicinò all’omone con la sei per sei, si qualificò come cugino dello sposo e, senza preamboli, chiese se fosse possibile assistere allo sviluppo dei negativi.
Non si aspettava certo di ricevere un sì senza neanche sentirsi chiedere il perché. Come se fosse la cosa più naturale del mondo andare a ficcare il naso nella camera oscura di un fotografo di matrimoni.
Fu nel laboratorio del fotografo, già soprannominato Mangiafuoco, che Francesco, inebriato dall’aspro odore degli acidi, sedotto dal sortilegio dell’immagine che si formava nella bacinella, sentì sviluppare, dentro di sé, una passione nuova e irresistibile, come se lui stesso fosse diventato un pezzo di carta fotografica Ilford.
Il ciclope fotografo, offertosi da Mentore, lo dissuase dal partire lancia e resta con tutto l’armamentario, come fanno tanti principianti che poi, svanito il fervore iniziale, si ritrovano con una passione morta sul nascere e una cantina più ingombra di prima. Era il classico approccio da pivellino entusiasta, il metodo sicuro per non andare da nessuna parte. Se davvero era interessato alla fotografia come sembrava, la prima cosa era andarci cauto, per piccoli passi. Per cominciare bisognava procurarsi una reflex rudimentale, di quelle interamente manuali — nel mercatino delle pulci della città ne avrebbe trovate a buon mercato dai russi — e prendere dimestichezza con lo scatto. Solo più avanti, se l’interesse nel frattempo non era venuto meno, avrebbe potuto mostrargli i difetti dell’inquadratura, gli errori nella scelta della luce, la non corretta impostazione del diaframma. Quanto allo sviluppo in proprio, meglio che se lo togliesse subito dalla testa. Lui era uno degli ultimi fotografi autarchici, tutti ormai si servivano dei laboratori.
La domenica successiva, Francesco tornò a casa fiero del nuovo giocattolo, una Zenit manuale che era già allora una superstite di una fotografia antesignana, ottocentesca. Quanti scatti sprecati, quanta carta inutilmente impressionata prima che vedessero la luce le prime foto stilisticamente degne di non essere stracciate. Ciò che a Mangiafuoco non sfuggiva erano le idee di Francesco che, malgrado la tecnica approssimativa, parevano buone e soprattutto originali. Si vedeva che il ragazzo cercava qualcosa che non è visibile a tutti e questo è il primo passo verso una fotografia che abbia anima. Francesco aveva intuito che l’obiettivo è come un paio d’occhiali per un miope: serve per isolare, per esaltare, per cogliere il ruolo autentico di un particolare che, perso nel tutto, sfugge.
Una passione, un pizzico di talento e una buona pratica potevano diventare gli ingredienti di un mestiere. Era ciò che il suo ardore avrebbe voluto replicare allo scetticismo di sua madre, quando lei lo martellava con le sue domande sul perché non frequentasse le lezioni in facoltà invece di andare a zonzo a imprigionare aria e luce nella sua scatoletta a scatto. Non ci riusciva. Restava zitto, la prendeva per stanchezza, sapeva che prima o poi la lezione di vita materna avrebbe esaurito gli argomenti, come un’auto finisce la benzina. Argomenti circolari. Un futuro da fotografo di matrimoni non era esattamente ciò che Bianca aveva sognato per lui. Gli esami di ingegneria segnavano il passo e proprio non le riusciva di credere che quella strada potesse avere uno sbocco. Si rassegnava al suo mutismo, alla sua tenacia di grosso bovino che attutisce i colpi con la sua massa senza accusarli. Quando usciva di casa, raramente lasciava in camera la tracolla con l’occorrente per scattare. Che continuasse a raccontarle poco o niente di sé non era una novità. Bianca ci era abituata. Ma sapeva ciò che andava a cercare là fuori.
Un giorno che lui era via, nel riassettare la sua stanza vide sulla sua scrivania un pieghevole, ne fu incuriosita, ci sbirciò dentro. Era la presentazione di una mostra fotografica e, nell’ultima pagina, citava anche Francesco. Era la risposta che lei aveva aspettato invano per i suoi predicozzi. Secca più di un vaffanculo, che lui non le avrebbe mai detto. Quando lui tornò a casa, lo rimproverò. Perché non le aveva detto nulla? Sarebbe andata così volentieri a vederla: ora era tardi, la mostra era finita. Francesco minimizzò. Non era una personale ma una collettiva, sicuramente non le sarebbero interessati i soggetti — senza però dire quali fossero. Nudi di donna. Solo davanti a lei ancora se ne vergognava. Aveva conosciuto un fotografo professionista che aveva un suo studio e lavorava per un’agenzia pubblicitaria. Gli era stata offerta l’opportunità di fare un provino con le stesse modelle del professionista e ne era uscita una collezione di scatti intensi, naturalmente fatti con la Nikon dell’amico fotografo, che gli erano valsi l’elogio dell’uomo e un piccolo cameo nella mostra che ospitava i suoi ritratti.
Francesco viveva ancora in casa con sua madre quando iniziò a collaborare stabilmente con l’agenzia, cui l’amico fotografo non tardò a presentarlo. Cataloghi pubblicitari, foto di moda fecero presto a diventare routine e noia per lui, sebbene facessero piovere i primi soldi veri della sua vita. Bruciava letteralmente le tappe. Avrebbe voluto fare qualcosa di diverso, di forte e di potente. Non sapeva ancora cosa: era guidato solo dall’ambizione di scoprirlo. Covava deliri di affermazione, la sua fretta di autonomia lo spingeva a fiutare scorciatoie. La buona tecnica acquisita rischiava di essere punto d’arrivo anziché di partenza. Completare un percorso formativo si rivelava un piano gracile. Tradiva lentezza e a lui ora serviva la rapidità. Era giovane e smanioso, poco attrezzato nel carattere per resistere al profumo del denaro e del successo che lo circondavano così da presso.
Qualcuno dell’agenzia si occupava anche di altro. Gente meglio pagata, più in gamba, che non si sporcava le mani a fotografare cataloghi di sedie o collezioni di reggiseni. Spesso erano in viaggio e non li si vedeva per settimane. Il caso volle che in una di quelle spedizioni decidessero all’ultimo momento, chissà perché, di portare con sé il promettente Francesco Aversa: fu il vero inizio di tutto. Destinazione Montecarlo.
Solo a viaggio iniziato, svelarono il mistero. C’era da fare un appostamento a una villa. Se le cose andavano bene, se ne potevano fare una trentina. Di che? Come di che? Di milioni! All’epoca, a Francesco non sarebbero bastati tre anni per raggranellare tanto. Niente di illecito? — chiese l’ultimo arrivato. Risata generale. No, niente di illecito. Un po’ di rischi. Erano foto che potevano far vendere centomila copie in più di un rotocalco, se finivano sulla copertina. Francesco cominciava a capire come Roberto potesse permettersi di andare in giro in Porsche e di avere ragazze inarrivabili, pur essendo poco più grande di lui. La seduzione di un moderno Eldorado, quasi alla portata della sua mano, era fortissima e lui a ventuno anni non poteva difendersene, né discriminare il gusto dal retrogusto.
In quel blitz a Montecarlo, Francesco si rese utile. Partecipò agli scatti anche se il suo nome non apparve nel servizio, ma i due colleghi anziani si mostrarono riconoscenti con una cospicua mancia, il dieci per cento del ricavato, ossia tre milioni, tutti in banconote da centomila. Mai visti tanti soldi tutti insieme. La prima cosa da fare era cercarsi una casa tutta sua. Lo soccorreva anche un briciolo di altruismo per dare un alibi alla sua voglia di andarsene. Non sarebbe stata vita da condividere con una madre ansiosa, che lo avrebbe aspettato sveglia vicino all’ingresso fino all’alba. Doveva andarsene, a costo dell’enorme dispiacere iniziale che sapeva di infliggerle. Dopo una settimana, o un mese, si sarebbe abituata alla sua assenza, accontentata delle sue visite, delle sue telefonate e tutto fra loro avrebbe ritrovato un diverso equilibrio, una nuova normalità. Il desiderio del cambiamento leniva in anticipo, nei calcoli febbrili di Francesco, anche il dolore che non aveva ancora investito Bianca, come se lei potesse sentire col cuore di suo figlio e non con il proprio.
Le nascose tutto fino al giorno del trasloco. Fu allora che la mise davanti al fatto compiuto. Non capiva perché lei si disperasse tanto, non stava mica andando in guerra, le disse. Stava solo andando a vivere per conto suo, come tanti altri suoi coetanei. La vedeva costernata, non mostrare alcuna fiducia in un figlio che trattava ancora come una creatura da proteggere, da controllare. Lui era un adulto. Gli ultimi mesi lo avevano proiettato in una realtà del tutto nuova con cui non avrebbe mai pensato di venire in contatto. In pochi mesi Francesco aveva fatto un corso accelerato di vita. La lasciò in lacrime ma sentì di aver fatto in cuor suo la cosa migliore per entrambi.
Nell’arco di un solo anno, la nuova declinazione del mestiere di fotografo rivelò un Francesco così svelto, così adatto e così fortunato che l’agenzia ormai affidava a lui le missioni più complicate, mettendogli a disposizione aiutanti che avevano fatto i capelli bianchi ma non possedevano il suo stesso intuito, la stessa spregiudicatezza. Era il più giovane fotoreporter sulla piazza specializzato in appostamenti. Lasciò presto il pied-à-terre di periferia, inadeguato alle nuove conoscenze. Si trovò un piccolo attico in affitto in centro. Non ci stava quasi mai e a volte non ricordava più a quale donna avesse lasciato la chiave l’ultima volta, che voce aveva, com’era il suo corpo, se era italiana o straniera. Le lasciava un bacio sulla fronte e una dispensa piena. Poi ci pensava Ludy, una fidata domestica filippina presentatale dall’amico Roberto, a tenere la casa in ordine, a fare la spesa e a dargli la certezza di poter trovare, a qualunque ora rientrasse, un pigiama e un accappatoio puliti.
Teneva sua madre lontana dall’ambiente. Non poteva più nasconderle che tipo di lavoro faceva, ma quando era con lei evitava di parlarne. Con Francesco, Bianca non osava lamentarsene. Sebbene la sua fuga dalla casa materna fosse una cosa consegnata al passato, non la abbandonava ancora il timore che il figlio potesse chiudere il bocchettone delle comunicazioni per un semplice atto di indiscrezione e a Francesco, che percepiva questa remissività nuova in sua madre, restava l’amaro in bocca, perché a modo suo non aveva mai smesso di volerle bene. Avrebbe voluto tirarla fuori dalla squallida borgata in cui avevano sempre vissuto da quando era nato. Gli sarebbe piaciuto vederla vivere in centro, come lui: sua madre non voleva sentirne parlare. La imbarazzavano quei ristoranti di lusso dove ogni tanto la portava la domenica a pranzo. Tutto troppo finto, lontano dalla loro storia e dalla loro cultura. Nel cuore di Bianca, Francesco lo avvertiva in modo palpabile, c’era la costante trepidazione che il benessere di suo figlio fosse un fuoco di paglia che poteva spegnersi da un giorno all’altro o, peggio, incendiare anche lui. Che quel denaro, se non sporco, non fosse pulito come quello che avevano portato a casa Massimo e lei. Che Francesco non si sarebbe mai laureato. In ultimo, che si fosse avventurato a lasciare una madre senza aver trovato una compagna — una moglie.
Delle donne di suo figlio non sapeva nulla, Francesco non gliene presentava nessuna da anni. Bianca Aversa era rimasta alle fidanzatine del liceo e, anche nell’incertezza in cui lui deliberatamente lui la lasciava, era convinta che quelle recenti fossero tutte lontanissime dal modello antico della brava ragazza, come era stata lei, che mira solo a costruirsi un briciolo di sicurezza esistenziale e una famiglia normale. Non era al corrente che lo stampo era stato dato alle fiamme, che la razza si era estinta.
C’è un periodo nella vita di chiunque in cui gli anni letteralmente volano. Non c’è il tempo di fermarsi a contarli, di chiedersi se vanno nella direzione giusta. Si vive, semplicemente. Per un’inerzia più animale che umana. Un periodo del genere per Francesco Aversa durò incredibilmente a lungo. La sua vita, frenetica se osservata col metro di giudizio di un impiegato, aveva una sua costanza sconcertante. Aveva capito tardi che quel lavoro non poteva conoscere evoluzioni, che gli erano capitati il culo e la sfiga di aver cominciato, professionalmente parlando, dal capolinea. Non c’era una crescita economica, non c’era un’evoluzione creativa. Se la prima deficienza non poteva essere fonte di rimpianto per uno che guadagnava dieci volte più di un operaio, la seconda iniziava a scavare nel presente un vuoto. Come quello di chi rimpiange anni dopo di aver lasciato una fidanzata troppo morigerata scoprendone tardivamente tutti i pregi. Dov’era finita la sua passione per il ritratto di un’emozione? Se ogni tanto se lo chiedeva, non si dava mai la risposta che conosceva bene. Lui non si occupava di emozioni, ma di apparenze. Cambiavano solo i volti da cogliere nel segreto di un’intimità che si vendeva a un tanto a scatto, oppure invecchiavano, ma insensibilmente come in fondo stava cedendo anni al passato anche lui, senza tenere la contabilità del tempo perduto. Non aveva mai vissuto una vera gioventù, se non per una breve primavera, innocente e ormai refrattaria a farsi ricordare. Che cosa era cambiato, rispetto a quindici anni prima, quando aveva iniziato quel mestiere? Pochi aspetti materiali. La casa era sua e non più in affitto. Donne tante da non contarle, mai avute abbastanza a lungo per affezionarsi a loro, per rimpiangere di averle trattate male, ignorate o semplicemente non trattenute quando sgomberavano il guardaroba. Il più delle volte, quei traslochi avvenivano in sua assenza e gli addii non spendevano neanche il piccolo tocco romantico di un biglietto, limitandosi a un SMS.
La sua vita non gli diceva più niente da tempo, ne era stanco e disincantato. Eppure Francesco si rassegnava a viverla perché, esattamente come un impiegato, non vedeva come potersene procurare una diversa. Continuava ad accettare i suoi incarichi di fotoreporter ricercato che facevano crescere il conto in banca, per quanto ce la mettesse tutta a saccheggiarlo con una resa allo sperpero e alle futilità. Continuava a cercare le donne, perché ne aveva bisogno, un appetito animale che non arrivava mai a soddisfare la sua crescente, disperata urgenza d’amore. Molte volte, davanti a una bottiglia di whisky, davanti allo scempio ancora fresco di uno di quei traslochi che Ludy, o chissà come cazzo si chiamava quella che l’aveva sostituita e che sembrava sua sorella gemella, non aveva avuto il tempo di sistemare perché era avvenuto nel weekend, Francesco si diceva che l’unica donna che lo avesse amato, che lo amasse ancora era sua madre, e lo stesso probabilmente valeva per lui, e questo era semplicemente assurdo, ridicolo per un uomo di trentotto anni.
Fu con un tale stato d’animo che si gettò nell’ennesima storia di appostamenti fotografici, senza poter ancora sapere che sarebbe stata l’ultima.
Stavolta c’era di mezzo la politica e una minore. Non era la prima volta che andava a fotografare un politico. Ne aveva sorpresi in tutte le situazioni, dalle più disonorevoli per chi si fregia del titolo opposto alle più ridicole. La classe dirigente del Paese non si faceva mancare nulla. Ma una minore con un uomo maturo mancavano alla sua collezione. Guidato da una specie di sesto senso, si ostinò ad andare solo. Circolava la voce che quel famoso politico avesse da qualche tempo questa frequentazione impropria e lui aveva avuto pochi giorni prima la soffiata giusta per documentarla. Come sempre in quei casi, si era messo con calma ad aspettare. Il paparazzo da appostamenti non fa una vita molto dissimile dal documentarista che spia gli agguati dei coccodrilli o l’accoppiamento dei formichieri. Le sue doti fondamentali sono l’osservazione, la pazienza, la determinazione a non arrendersi finché non si ha in mano un risultato.
Era inverno e l’abboccamento avveniva al chiuso. Francesco si era dotato di filtri antiriflesso per superare l’ostacolo dei vetri delle finestre. Quella volta non servì. Erano aperte, nel grande salone della casa, un appartamento al primo piano di una palazzina signorile, quando la ragazzina accolse a braccia aperte il famoso politico, quasi irriconoscibile nel suo abbigliamento casual. Francesco iniziò a scattare. Riprendeva in tutte le declinazioni quegli abbracci e quei baci che non mostravano nulla di piccante. A renderli tali ci avrebbero pensato le parole del pezzo, che non spettava a lui scrivere. Non gli sembrò di aver rubato niente di compromettente, tuttavia le foto furono giudicate buone per la consegna. Poteva immaginare che uso ne avrebbe fatto l’agenzia — le avrebbe vendute al miglior offerente — e, come sempre era avvenuto in passato, neanche quella volta si pose il problema. Immaginò che le avrebbe presto viste su un rotocalco, il dubbio era soltanto quale.
Non aveva mai avuto rispetto per la privacy di nessuno: questo era il lavoro di Francesco Aversa, la sua essenziale, asciutta deontologia. Lo scrupolo non poteva neanche nascere, come non può porselo il ghepardo che azzanna per fame la sua antilope. Quella volta, si sentì smentito. Chissà perché, lo sguardo intenso della ragazzina che il teleobiettivo gli trasmetteva, il suo trasporto nell’abbracciare il maturo politico erano immagini persistenti: non rifluivano nell’estraneità come tutte le precedenti. C’era un che di stonato, di malinteso che non si lasciava tacitare dal solito cavoli loro!
Non fu solo per questo motivo se, un paio di giorni dopo, la pubblicazione delle foto lo colpì come una frustata. Niente magazine rosa. Erano finite in prima pagina su uno dei quotidiani che si opponeva a quel politico e che da tempo cercava di fargli le scarpe con un dossieraggio senza esclusione di colpi. I festini del Ministro *** era il titolo. Lo lesse. Non poteva non riconoscere quelle foto, schierate a bella posta per suffragare la tesi spiattellata su otto colonne, eppure era come se qualcuno le avesse alterate. Nell’articolo mentivano. Francesco non aveva assistito ad alcun festino, non aveva sorpreso i due in pose sconce. Ma era un fotografo molto bravo: aveva catturato effusioni che, contornate dalle parole opportune, potevano essere gabbate per qualunque cosa una curiosità morbosa o un’intenzione malevola volessero leggervi.
La campagna scandalistica contro il politico fu martellante; le stesse foto, ormai consunte nell’immaginario mediatico, venivano riproposte a ogni occasione utile, applicazione furbesca dell’eterna efficacia del repetita iuvant. Al punto che, un giorno, siti internet e tigì gareggiarono a chi dava per primo la notizia che tutti ormai si aspettavano e qualcuno da ancor più tempo si augurava: le dimissioni. L’ormai ex ministro aveva emesso uno scarno comunicato in cui si scusava col presidente del Consiglio, col partito ma soprattutto con sua moglie e con i suoi figli, perché aveva nascosto loro l’esistenza di quella “cara persona”. Nella dichiarazione, la parola figlia non c’era. Non ce n’era bisogno.
Francesco Aversa si scaraventò in agenzia, ebbe una violenta discussione con il capo. Gli disse che avevano fatto una porcata. Le accuse rimbalzavano su un muro di gomma, tornavano al mittente. Era lui il responsabile, lui l’autore delle foto: cosa andava a cercare adesso? Se non aveva più lo stomaco o le palle per fare il suo mestiere, tanto valeva che tornasse a fotografare cataloghi di tette e di chiappe. Un volo pindarico, per chi le aveva pronunciate. Un modo come un altro per scuotere uno scrupolo inopportuno. Non era lo scrupolo il bersaglio ma, involontariamente, la persona che lo aveva espresso. Una persona che non sentiva il colpo perché mirava allo stomaco del suo passato. Allora capì che era ciò che, in fondo, desiderava sentirsi dire da tempo.
Aveva vissuto da quando era troppo giovane, si può dire da sempre, come se la vita fosse un gigantesco film corale dove il fatto stesso di recitare una parte di un copione fosse qualcosa di inevitabile e di assolutorio al tempo stesso, perché tutto scorreva per chiunque e niente si poteva fermare per nessuno. Soprattutto nel suo lavoro e nel mondo ricco, privilegiato e maledetto di cui esso si occupava. Come se tutti i sentimenti catturati dai suoi scatti, tutte le pose di quelle persone fossero riprese di un set — il set dell’umanità intera, protagonista e spettatrice di se stessa.
Non era così. C’era dell’altro. Di quell’altro, del mondo da cui Francesco nondimeno proveniva e che da tempo non si era più sforzato di avvicinare e di comprendere, facevano parte sua madre e tantissime persone normali con i loro sentimenti normali. Anche quella ragazza sconosciuta che non aveva colpe e la cui vita privata lui aveva messo alla berlina. Tutta un’umanità invisibile e sommersa ne era parte e ora gridava alla sua coscienza la mancanza imperdonabile di averla disprezzata. Aveva un bel dirsi che, se quelle foto non le avesse fatte lui, le avrebbe scattate qualcun altro. Era di lei, di ciò che quelle immagini violentate dal giornale avrebbero provocato nel suo cuore e nei suoi pensieri che ora Francesco si preoccupava: dell’ex ministro, della fine della sua carriera non gli importava niente. Infine pensò che avrebbe potuto avere una figlia di quella stessa età e fu la goccia che fece traboccare il vaso. Dio, che cosa aveva fatto … la leggerezza verso i sentimenti altrui è tra le cose che non ci si possono più perdonare, dopo aver visto quale tragico effetto può produrre. Non aveva mai provato prima un senso di colpa così forte e la novità lo spaesava, metteva incertezza in ogni stupido gesto, in ogni nuovo minuto.
A volte, per sconfiggere un pensiero assillante non ne basta un altro che faccia da antidoto. A volte, il tormento mette radici troppo in profondità e per sradicarlo ci vuole un’azione. Magari sproporzionata. A scoppio ritardato rispetto al suggerimento retorico che il suo capo gli aveva dato il giorno della lite, arrivò alla decisione di interrompere il rapporto con l’agenzia, dopo quindici anni di collaborazione assai proficua per entrambi. Il capo sdrammatizzò, cercò di metterla sullo scherzo, arrivò a ricordargli tutti gli anni di lavoro insieme, infine vide che neppure le sue scuse riuscivano a far cambiare idea a Francesco. Quest’ultimo non si fermò nemmeno a guardare che espressione avesse, l’ex capo, quando lo lasciò solo nel proprio ufficio. Vi avrebbe colto un’enorme, disarmata incredulità. Appena fuori, si sentì come se fosse improvvisamente balzato nella quotidianità di un altro, del primo passante che aveva potuto incrociare e della cui identità si era appropriato. Era il senso di estraneità nei confronti della propria vita che si prova dopo che si è compiuto un atto immeditato, dettato solo dall’impulso di sconvolgerla.
Aveva una casa di proprietà e denaro da parte per campare a lungo senza dover lavorare, denaro investito in vista di chissà quale esistenza futura se quella vera, la sua esistenza non era ancora iniziata. Se fosse stato in bolletta, per lui, per la sua coscienza alla ricerca disperata di una redenzione rapida sarebbe stato quasi meglio.
Per giorni non volle parlare con nessuno, neanche al telefono. Fu sua madre a stupirlo, un mattino, facendo squillare il suo. Senza inutili preamboli gli disse che sapeva, che aveva capito e che secondo lei non doveva farsene un cruccio. Nell’ingranaggio piuttosto infernale che quel mondo rappresentava ai suoi occhi, suo figlio era solo una rotella su mille e non aveva alcun potere di bloccarne il movimento. La metafora della rotella in fondo era verosimile e Francesco, che stava lentamente affondando senza cercare una ciambella di salvataggio, se la vide lanciare dall’unica persona al mondo che poteva farlo gratuitamente. Soprattutto, fu così delicata da suscitare in Francesco un senso di sorpresa. In qualche modo il suo intuito l’aveva condotta a immaginare che suo figlio non avrebbe più potuto essere lo stesso, d’ora in avanti, e che lei aveva un’occasione per dargli aiuto senza che lui lo rifiutasse come le altre volte. Francesco la ringraziò, semplicemente. Gli erano tornate in mente, tutte insieme, le giustificate paure che lei aveva timidamente espresso all’inizio di quella carriera, senza mai interferire nelle sue scelte, senza quasi criticarle. Forse non esiste un modo vincente di far arrivare a una persona cara un consiglio: che gli giunga come una carezza o come una minaccia, essa tende a rifiutarlo, quasi a proteggersene. Forse è destino che la sua comprensione per lei resti tardiva. E quanto più è tardiva, tanto più è preziosa. Per questo motivo, Francesco non si sentì mai più tanto vicino a sua madre come durante quella telefonata.
Il conforto familiare, per quanto gradito, non poteva bastare. Si ritrovava solo con una cosa ingombrante a cui non era abituato: la libertà. Ma la libertà senza un progetto è come essere destinatario di un dono senza avere le mani per prenderlo. Avere un piano, in quei giorni, gli sarebbe apparso un delitto. Il solo progetto in cui si sarebbe impegnato senza remore era uno, uno qualunque, purché gli avesse consentito di espiare la sua colpa.
In quel periodo di reciproco silenzio tra sé e il mondo, proprio come una penitenza si inflisse di passare in rassegna le sue avventure di appostamento, le vittime del suo obiettivo. A dire il vero, non ne trovò moltissime degne della sua commiserazione, dalla sua istanza di perdono. Diversamente dalla ragazzina sorpresa nell’abbracciare un padre che non aveva mai trovato la dignità di riconoscerla in pubblico, se non dopo esservi costretto dall’evidenza di una fotografia, era tutta gente che come lui recitava per soldi la sua parte nel set della vita. Non pensò mai neppure per un istante che a restituirle quel padre, almeno agli occhi della gente, era stata quella fotografia rubata a una familiarità rimandata e clandestina — era stato lui.
Esaurita la rassegna delle vittime del suo obiettivo, affrontò un secondo genere di vittime. Quelle delle storie, più galanti che affettuose, che avevano costellato i suoi ultimi anni. Raramente avevano creato ricordi, quasi mai rimpianti. Molte di quelle donne lo avevano probabilmente dimenticato. Spesso facevano parte anche loro di quell’universo di cartapesta di cui non sentiva alcuna nostalgia, pur essendosene appena affrancato. Inutile cercare in quei numeri di telefono un volto che alla domanda di rito, ripetuta mentalmente davanti a ogni nome, potesse in tutta verità rispondere: “Non hai niente da farti perdonare, Francesco, è la vita”, oppure: “Sì, Francesco, ero io quella che avrebbe potuto volerti bene veramente, se solo tu me lo avessi permesso.”
Qualcuna di quelle storie non aveva lasciato tracce nella rubrica telefonica. Per bere fino alla feccia il calice amaro, Francesco si sottomise all’umiliazione di spulciare le agende. Non era il tempo a mancargli. Altri nomi vennero fuori. Alcuni enigmatici, ormai incapaci di evocare un volto o un tono di voce.
Tra quei nomi, uno suscitò una reazione diversa. Restituiva una luce meno fredda degli altri. Fu capace di strappare un breve sorriso e un meno breve rimpianto.
Alberta.
Erano passati sei o sette anni. Era molto più giovane di lui, una specie di bambina cresciuta in fretta. Cercava di ricavarsi un posticino nel mondo della pubblicità e, se il fisico un po’ la assisteva, le mancavano completamente la determinazione e la cattiveria per riuscire. Davanti a quella pagina di agenda che riportava un appuntamento — il loro ultimo — un numero di telefono e un indirizzo, le immagini dell’incontro con Alberta cominciarono, una per volta, ad affiorare. Inevitabilmente, venivano a comporsi nella testa di Francesco con un romanticismo retrospettivo che gli era adesso così necessario. Si erano visti non più di due volte, forse tre. Era una ragazza fin troppo semplice, dall’ambizione ingenua e dall’aspetto indifeso. Un fiore di campagna sbocciato in una crepa di autostrada. Tutto ciò non era bastato a desiderarla diversamente da come era accaduto con le altre. Eppure nessuna l’aveva spiazzato come lei quando, dopo l’amore, gli aveva sussurrato all’orecchio: “Ti voglio bene, davvero”. Nessuna. Le mise subito le dita sulla bocca e la zittì, con la poca dolcezza che si trovò dentro. Troppo importanti quelle parole, troppo impreparato lui per riceverle, per saperle maneggiare. Per rispettarle. Si limitò ad accoglierla nell’incavo della spalla, guardando il soffitto e respingendo sul nascere una commozione che voleva impadronirsi con le buone anche del suo respiro, dopo essersi preso con le cattive quello di Alberta. Era il massimo che fosse capace di fare per lei in quel momento e fu anche per quella asimmetria così urlante se evitò di cercarla ancora, trascurando apposta di salvare il suo numero nella rubrica del cellulare.
Era lo stesso soffitto dove ora Francesco proiettava sequenze superstiti del film di un abbandono calcolato. Anche la plafoniera non era cambiata. Niente nella stanza da letto aveva conservato una vaga eco dell’innocenza di Alberta e della sua colpevolezza. Solo cose, capaci di recitare un’unica parte: l’indifferenza. Ma era stata un’altra cosa, una vecchia pagina di agenda scarabocchiata, a vomitare un indizio che parlava di lei. Le mani dietro la nuca, come se quella breve relazione si fosse presa la briga di rappresentare al tavolo della transazione tutte le altre, Francesco si sentì reclamare il saldo di tutto quanto aveva preso e del niente che aveva dato. Ne era stato artefice o gli era semplicemente piovuto tra capo e collo? Che cosa cambiava? Era arduo trovare una superficie dura dove appoggiare un’attenuante e farla restare in piedi. La sua arringa difensiva parava colpi a vuoto, affogando in un mare di requisitorie. Si sentiva un corpo estraneo nel suo stesso presente. Intaccava istante dopo istante il suo domani senza riuscire a prevedere per se stesso, con un simile passato, il diritto a un futuro anche solo imminente.
Chissà che fine aveva fatto Alberta: non l’aveva più incontrata. Doveva essere uscita dal giro senza esservi neppure entrata veramente. Decisamente non era il suo. Forse si era impiegata, magari aveva un marito con gli occhiali e più basso di lei che la portava al cinema il sabato sera, forse c’era di mezzo un figlio. Gli venne una spontanea, irrefrenabile curiosità di sapere che cosa aveva disposto per lei il destino.
Senza prepararsi un perché da mettere a capo della telefonata, chiamò il cellulare che aveva letto sull’agenda. Magari non esisteva più, era inattivo e così un’idea balzana sarebbe morta sul nascere. Immediatamente si sentì ridicolo, ebbe voglia di riattaccare, finché era in tempo. Non lo fece. Con ritardo, come se gli avesse voluto concedere un’ultima titubanza, il telefono si decise e iniziò a squillare. Era in ballo. Improvvisamente, ecco una voce esclamare: «Francesco!» e tutto in quella conversazione andò come in discesa, accadde con il favore della facilità perché così doveva essere.
Non si era sposata e non aveva figli. Aveva un lavoro part-time di cui preferiva non parlare, “niente di avvincente” fu la sola definizione che volle darne. Era diversa da come l’aveva lasciata, naturalmente più donna, meno semplice e più sicura di sé. Al telefono non gli aveva chiesto il motivo di quella chiamata ma al tavolo del ristorante, la sera successiva, lo fece in un modo diretto, che lo mise in imbarazzo più che se avesse improvvisamente intrufolato la sua mano tra le sue gambe sotto la tovaglia. Possedeva l’intuito innato di cui nessuna donna è sprovvista e aveva già afferrato il cinquanta per cento di ciò che Francesco avrebbe impiegato probabilmente ore per spiegarle, su di sé e, magari con l’aiuto del vino, su di loro. Per lui che aveva bisogno di buttarsi in una storia, una qualunque, con una corda al collo, scontando con un amore costruito ad arte di attaccamento e adorazione tutti i torti commessi in passato — soprattutto verso la metà femminile del mondo — era una specie di esame al quale non si era preparato. Ma le domande di Alberta non erano trabocchetti. Sembrava piuttosto che in quel momento avesse chiaro lo stallo di quell’uomo che riaffiorava insperatamente dal passato e si fosse proposta di prenderlo per mano per farlo arrivare il più facilmente possibile fino a lei. Lui non aveva ancora trovato il modo di raccontarle niente di sé e Alberta gli stava risparmiando benevolmente il riassunto delle puntate precedenti, fino all’istante decisivo che lo aveva spinto a chiamare proprio lei e non un’altra. Era ancora bella, anzi lo era più di prima, perché lo era come una donna fatta. Se avesse potuto capire, sapere che Alberta era ancora una di quelle donne che, quando amano un uomo, sono disposte anche a raccogliere le briciole della sua attenzione, quando non sa offrire loro di meglio.
Nell’apparente fragilità che il nuovo Francesco le proponeva suo malgrado al tavolo del ristorante, Alberta cercava di capire se le si stava presentando l’occasione sentimentale della sua vita. Era una domanda che si faceva sempre, quando usciva con una persona nuova. Negli ultimi anni la domanda era diventata retorica. Da troppo tempo gli uomini che incontrava facevano su di lei progetti miopi, che non vedevano oltre un cinema, una pizzeria e un letto, che faticavano a far rientrare nel menù anche una gita al mare. Sebbene lei ne intuisse le reali intenzioni sin dai primi approcci, raramente impediva loro di coronarle. Si limitava ad assistere al presente quasi non potesse far altro, come la spettatrice di un film che la vedeva anche comprimaria — come una vittima sacrificale che sa già quale destino l’aspetta e se lo lascia imporre con una connivenza di rassegnazione e di autolesionismo. Non si chiedeva se non fosse piuttosto lei ad avere qualcosa che impediva a quegli uomini di andare oltre. Dava per scontato che fosse il “periodo”: una vera e propria epidemia che colpiva il genere maschile. La sventatezza che si perdona a un’adolescente, in lei era diventata un difetto, un limite visibile. Non per Francesco Aversa — non in quel momento.
Francesco era il tipo di uomo che lei aveva sempre desiderato incontrare e dal quale le sarebbe piaciuto essere scelta: non particolarmente venale, non esclusivamente cacciatore. Anche lei aveva ripensato più di una volta, non vedendosi più cercata da lui, a quelle parole che aveva pronunciato in casa sua, nel suo letto, temendo di esserselo fatto scappare solo per un eccesso di sincerità. Quelle dita sulle sue labbra le aveva sentite a lungo, nessuno l’aveva messa a tacere in un modo così tenero e disingannato al tempo stesso. In quelle dita aveva viaggiato una piccola lezione di vita di cui aveva avvertito il brivido ma che non era stata capace di apprendere.
Quella prima notte trascorsa insieme, di nuovo dopo anni di lontananza, iniziò per entrambi con un senso di disorientamento. Un gioco a rimpiattino tra il sesso e i sentimenti. Allora era stato il primo a battere il tempo e i secondi a battere in ritirata. Ora che quelli di entrambi si mostravano così motivati di incontrarsi, il sesso sembrò decidere perfidamente di eclissarsi. Mentre la spogliava, Francesco avvertiva così netto in sé il contrasto tra il cercare una donna che riteneva di conoscere e il trovare al suo posto una sconosciuta, già in quel corpo fattosi più bello e maturo, più vibrante e arrendevole, ma sotto indumenti femminili in apparenza uguali a mille altri che, per la prima volta in tante avventure amorose, si mettevano in mezzo con ostilità, a parlare di chi li portava, a voler affermare con forza che il vestiario è il primo strato di estraneità che bisogna accettare prima di accedere al nucleo vero di una donna nuova, alla sua anima. Il messaggio dell’abbigliamento di Alberta non gli arrivò, non si era preparato a decifrare anch’esso come si era predisposto a fare con chi lo indossava. Così, quella gonna nera a fiori verdi gli parve incredibilmente demodé, come la maglia con l’enorme scollo, e perfino le mutandine si dichiararono antiche, superate: dicevano a Francesco che il tempo non si era certo fermato perché lui potesse accogliere impunemente oggi ciò che si era concesso il lusso di rifiutare sette anni prima. Il tempo gli concedeva in prestito del tutto provvisorio una donna diversa e finalmente completa, che non si sarebbe lasciata incasellare, che voleva innanzitutto essere percepita, annusata, digerita. A un certo punto, nella lotta di sensi quasi patetica che stava avvenendo sul letto, Francesco arrivò a rimpiangere di non essere quello di sette anni prima, l’uomo che in simili momenti cercava una cosa molto precisa e proprio per questo sapeva andare a colpo sicuro. Non sentitosi invitato all’incontro, il suo sesso lo abbandonò a se stesso e lui faticò pateticamente per avere un’erezione soddisfacente, benché Alberta avesse tutto e anche di più per eccitarlo: un corpo pieno, seducente e profumato, un desiderio di lui forte e sincero, un’indulgenza da amante comprensiva verso ogni sua difficoltà.
Non le capitava da tempo che un uomo non si dimostrasse altrettanto pronto a prenderla a letto di quanto si fosse dichiarato pronto a desiderarla a tavola, poche ore o pochi minuti prima. A uno qualunque dei suoi amanti di una notte non lo avrebbe perdonato. Gli avrebbe scagliato addosso almeno il suo sarcasmo, un’arma che su certi argomenti le donne sanno potentissima verso un uomo. Con Francesco non lo avrebbe mai fatto. Restava lì, con una pazienza infinita e con la speranza di prendere tutto il poco o il tanto che lui fosse disposto a darle, perfino le sue scuse finché, per un’ora o quasi, si era arrabattato in modo tragicomico pur di riuscire finalmente a offrirle un amplesso decente. Ne sarebbe valsa la pena. Quando lui perse il controllo e fino all’ultima goccia di virilità dentro di lei, senza alcuna forzatura Alberta ebbe il suo orgasmo insieme a lui. Le era accaduto anche altre volte, ma mai con una simile intensità. Sentì che era successo qualcosa di unico e di meraviglioso, qualcosa che può rendere l’incontro di un uomo e di una donna fatale e in un certo senso indissolubile. Erano come risorti insieme dal nulla a cui si erano ridotte le loro vite solitarie. Si erano trovati ed erano stati uno sia pure per pochi secondi. Una sensazione. Quella di un momento, per quanto fuggevole, che si stampa a fuoco nella coscienza e resta in primo piano per lungo tempo. Supini, abbandonati ed esausti, restavano muti e non osavano guardarsi prima di aver consultato ciascuno i propri pensieri. Non erano convergenti come lo era stato il loro amplesso. Francesco non pensava letteralmente a nulla, se non che, dopo settimane, non si sentiva più solo. Se fosse davvero diventato un altro uomo in quei sette anni, l’uomo che lei avrebbe voluto, in quel preciso istante Alberta poteva solo sperarlo: certo da allora si sentiva cambiata lei. Non avrebbe ripetuto gli stessi errori che lo avevano già fatto allontanare una volta. Al disopra di ogni cosa, era consapevole che fosse il momento di mettere alla prova gli insegnamenti tratti dagli anni passati senza di lui e, col senno del dopo, nella sua attesa.
Le prime conferme per Alberta vennero presto. Per cominciare, non fu lei ma Francesco a pronunciare per primo, nella loro intimità ritrovata, parole simili a quelle di una lontana notte di sette anni prima, trascorsa nello stesso letto. Ti voglio bene. Se non avvenne al primo incontro, fu soltanto perché il bisogno di liberarle in lui fu meno forte del rimorso di averle interrotte in lei allora. Ma al secondo appuntamento Francesco, che aveva ritrovato tutta la virilità così vacillante nel primo, sentitosi incoraggiato da quel segno soppesò meglio i due sentimenti contrastanti e decise che la vergogna non doveva avere più cittadinanza nella sua vita attuale. E capì subito che aveva agito per il meglio. Lei infatti non lo ricambiò con la stessa moneta con cui lui aveva pagato quella lontana tenerezza verbale: lo strinse al seno con la dolcezza che si prodiga a una creatura da proteggere, accarezzandogli i capelli, dicendogli che anche lei lo amava, che lo aveva sempre amato, sentendolo in pugno come sempre aveva desiderato e mai lui le aveva dato occasione di sperare, iniziando a vedere davanti a sé, a partire da quegli istanti che facevano da spartiacque tra il suo passato e il suo futuro, una prospettiva di vita completamente diversa da quella incolore che aveva riempito i suoi ultimi anni.
Diventarono da subito inseparabili, per una specie di patto che non aveva bisogno di tradursi in parole. Iniziarono a comunicarsi verbalmente progetti di convivenza quando essa era ormai nei fatti da settimane e si era ridotta a un problema logistico. Le enormi differenze tra loro, che un tempo si frapponevano come un abisso, erano diventate soprattutto per Francesco una sirena da non più ascoltare, un intralcio da aggirare. Aveva deciso che la sua vita doveva ricominciare da una donna e che quella donna era Alberta. Probabilmente, se la ricerca sulle sue agende l’avesse messo sulla strada di un’altra, ora si sarebbe raccontato le stesse bugie.
Confessarsi tale necessità e sentire che era il momento, a oltre vent’anni dalle ultime fidanzatine del liceo, di presentare una compagna a sua madre fu tutt’uno. Scelse il campo neutro, un ristorante. Non voleva che Bianca venendo in casa sua si accorgesse della presenza stabile di Alberta — le risparmiava così la piccola indelicatezza di metterla davanti al fatto compiuto. D’altra parte non lo entusiasmava l’idea di portare Alberta nella casa modesta di sua madre. La nuova compagna di Francesco, che tra i suoi pregi non aveva quello della misura, per fare colpo su una possibile suocera si vestì in modo eccessivo e Francesco non seppe coglierne l’inopportunità in una simile circostanza. La frittata era fatta. Malgrado la buona disposizione d’animo con cui si era recata a quell’incontro per lei inconsueto e certamente desiderato, Bianca non poté dire in cuor suo di aver ricavato una buona impressione dalla nuova fidanzata di suo figlio. Considerava la presentazione in sé già un grande passo in avanti e questa consapevolezza fu in fondo la parte migliore della serata passata con loro due, che per il resto la lasciava con molti interrogativi sul loro futuro. Sapeva che Francesco non aveva ancora ripreso a lavorare e durante la cena si guardò bene dal chiedergli qualcosa in proposito, per non metterlo in imbarazzo davanti alla sua compagna. Ma sperava di avere presto un tête-à-tête con lui per sapere quali erano le sue intenzioni per il futuro. Non lo ebbe perché lo stesso Francesco lo evitava, non ne aveva ancora idea. Gli sarebbe venuta presto, proprio a causa di Alberta.
Tutto ciò che lei aveva colto di Francesco, di cosa era lui esattamente in quel momento, era frutto del suo intuito e non del suo ragionamento. Aveva in mente, o riteneva di avere un’istantanea abbastanza fedele del suo uomo. Su di essa fondava ogni sua sicurezza. Poiché era un’istantanea, Alberta non sentiva la necessità di aggiornarla, di verificarla giorno dopo giorno. Lo aveva catturato e cristallizzato grazie a un intuito locale, tutto presente, incapace di immaginare che Francesco poteva essere un individuo in divenire, che di lì a qualche anno sarebbe stata una persona ancora diversa. In fondo oggi era suo soltanto perché era cambiato, ma tutto questo non suscitava interrogativi né tantomeno inquietudini in Alberta, non riusciva a costituire per lei una minaccia. Come una leonessa che coronata la caccia appare tranquilla, placata, perché ha tra le zampe la certezza della preda, inanimata e incapace di sfuggirle, si sentiva definitivamente affrancata da tutte le incompletezze di un tempo e anche dalle piccole ansie che tengono un po’ sulle spine una relazione agli inizi. Se avesse potuto percepire o soltanto sospettare l’invisibile cambiamento dell’uomo che le viveva accanto, non solo sarebbe stata un’indovina, ma avrebbe forse deciso di sottrarsi a un futuro problematico, che ora le si prospettava unicamente a tinte rosa.
Una delle cose che aveva intuito era che Francesco non sarebbe più voluto tornare a fare il lavoro di un tempo. Una seconda, che si riteneva capace di fare soltanto quello. Una terza, stante le prime due, che prima o poi avrebbe potuto esserne nuovamente tentato e, a quel punto, lei lo avrebbe perso di nuovo. Si stava innamorando di quell’uomo, più di quanto lei stessa si ritenesse capace. Voleva tenerselo stretto e al tempo stesso scuoterlo da un’apatia che giudicava pericolosa per entrambi, spingerlo verso qualcosa che occupasse il suo tempo e magari, visto lo spirito pratico che Alberta coltivava come una divinità laica, fosse anche remunerativo. Giocò d’astuzia. Di lì a non molto si sarebbe sposata una sua amica. Prima ancora di parlarne a Francesco, la convinse a sceglierlo come fotografo del suo matrimonio.
Francesco credeva di aver trovato, con Alberta al suo fianco, un equilibrio. Aveva dimenticato di esserci voluto finir dentro per urgenza, come si cerca un riparo da un temporale. Lei lo teneva coi piedi per terra, dentro un ménage convenzionale dove i pensieri foschi venuti a minare per sempre la sua esistenza iniziavano a sembrare, senza esserlo del tutto, uno scampato pericolo. La sua granitica normalità occultava alla coscienza di Francesco, come si può nascondere una pantofola gettandola sotto il letto con un calcio, la percezione del loro rapporto come espiazione. Francesco non aveva portato una simile idea alla luce di un vero ragionamento, non avrebbe potuto sostenerla né perdonarsela. Per questo trattava Alberta come una regina senza che tutto ciò creasse in lei il minimo sospetto. Lei pensava semplicemente che Francesco le volesse bene, e su questo non si sbagliava. Non poteva sapere che l’uomo con cui aveva unito la sua vita in modo indistricabile la stava usando per un suo progetto di salvezza in gran parte sommerso. Perciò, quando gli diede la notizia del matrimonio e del suo “incarico”, lui ne fu felice per il solo fatto che lo aveva pensato lei. Si sottomise docilmente alla sua iniziativa, senza fiutare il piano dietro l’episodio.
I fatti finirono per dare ragione ad Alberta. Perché le cose andassero lisce unì l’astuzia alla costanza. L’una senza l’altra non avrebbe funzionato. Si mise a fare da agente, procacciando incarichi al suo uomo a intervalli sostenibili per la sua condiscendenza. Aveva trentaquattro anni, non c’erano mai stati pensieri profondi o grosse ambizioni a occuparle la testa: quei pochi erano però molto precisi. Soprattutto, estremamente conformisti. Non aveva l’aspetto della brava ragazza che Bianca aveva sempre sognato per suo figlio ma, in fondo, ne aveva gli obiettivi. Diventare una moglie e, appena possibile, una madre. Desiderava sentirsi omologata a pieno titolo in un contesto regolare, come stavano facendo, una dopo l’altra, tutte le amiche di più vecchia data. Più che l’attrazione per la vita che si riprometteva di fare, era l’orrore per quella che aveva fatto in passato a sospingerla in quella direzione. Credeva e sperava che Francesco sarebbe stato il padre dei suoi figli. Lo amava del suo amore essenziale, quasi banale e, soprattutto, estremamente pratico. Aveva la piccola, ostinata ambizione di una vita facile, prevedibile e di un marito che non pensasse a offrirle di meglio.
Francesco scivolò senza proteste nel nuovo mestiere di fotografo di matrimoni, con un’agenda che Alberta curava per lui senza concedergli pericolose pause di riflessione. In fondo, non era cominciata da un matrimonio la sua passione per la fotografia? Dopo averli sempre disprezzati, iniziava a ricredersi sull’importanza dei segni. Decise che il suo fosse un ritorno alle origini e che rimpatriare doveva avere per forza un significato, un significato qualunque che desse a tutti gli anni vissuti in esilio il pretesto di essere stati solo un lungo, necessario apprendistato. Il suo restare lontano, chissà da cosa, era stata una contumacia per un reato ormai prescritto, questo si raccontava. Ma più che al tempo perduto, era al dolore che bisognava trovare uno scopo. Averne sopportato uno come il suo senza motivo sarebbe stato solo il marchio di un castigo. Il dolore doveva essere una lezione per il futuro, non per il passato. Lui cominciava a impararne una di umiltà per il suo ed era una buona sensazione. La prima che non succhiasse direttamente dalla presenza di Alberta accanto a sé. Sprofondare in quella normalità piccolo borghese che Alberta gli offriva come se fosse l’Eden in terra era come riassaporare la frescura dell’ombra dopo una camminata sotto il sole del deserto. Come tornare nella verità dopo aver frequentato la bugia. L’evidente declassamento sociale non lo umiliava. Lo ripagava con qualcosa che non aveva mai avuto prima, eccettuata sua madre: una persona che si occupasse a tempo pieno di lui.
Non fu dunque a furia di fotografare sposi, se Francesco si lasciò lentamente convincere che anche per lui, per Alberta, era il momento per una promessa. Ormai vivevano insieme da due anni. Un giuramento intimo non ha lo stesso peso di uno pubblico. Arriva un giorno in cui si avverte che non può più bastare, che un rapporto merita di più. Lei sembrava non aspettasse altro e, quando si sentì proporre, con timidezza, quasi con verecondia l’argomento, non fu quello di parole il bisogno che sentì. Seppellì Francesco sotto una colata di effusioni. Lo baciò, lo strinse a sé a lungo solo per sussurrargli infinite volte che lo amava e che non avrebbe potuto vivere senza di lui. Mentre Francesco sentiva di essere stato un egoista a non prevenire un desiderio che di sicuro Alberta covava da tempo, lei si godeva i progressi della sua fortuna, con il senso del calcolo che anche una donna innamorata sfrutta per essere certa che la vita una volta tanto non darà l’ennesimo schiaffo alle sue speranze.
Se il matrimonio cambiò poco nel loro ménage quotidiano, assai meno di quanto ci si potesse attendere, fu per Alberta l’inizio del bombardamento ai fianchi di Francesco circa il secondo dei suoi obiettivi da brava ragazza. Perché l’argomento fosse persuasivo e non destabilizzante, Alberta si cercò un’alleata speciale. Bianca aveva accolto con favore la scelta di suo figlio di sposarsi, benché vi fosse qualcosa di sua nuora che strideva nella sua testa, come un vago timore che lei non potesse renderlo veramente felice. Erano pensieri recidivi, che la vecchia signora Aversa cercava di delegittimare. Sapeva che ciò che conta nella vita sono i fatti e non i presentimenti, che le speranze sono piccole dee domestiche che guidano i pensieri umani per farli rifuggire dai secondi cercando l’alleanza dei primi. Le sembrava di vedere Francesco più sereno da quando aveva cambiato vita e incontrato Alberta, anzi sentiva da madre che lo era veramente. L’idea di un figlio le parve magnifica, qualcosa che avrebbe potuto consolidare il loro rapporto, normalizzarlo, renderlo immune perfino dai suoi dubbi.
Certi processi interiori sono fiumi carsici. Proseguono anche quando la coscienza li perde di vista e può allora credere che si siano esauriti, come l’effervescenza di una coca cola. L’esperienza dell’ultimo appostamento non aveva cessato di agire dentro Francesco, benché lui ne avvertisse ormai tutta la distanza temporale e mentale. Tornava come una febbre malarica. Tutti i rimedi adottati con Alberta — dividere la sua quotidianità con lei, sposarla, decidere di diventare genitori — non lo avevano guarito dal male, gli avevano solo tolto la memoria della palude dove lo aveva contratto.
Non poteva ignorarlo: la sua felicità non era più, come nei primi mesi trascorsi con lei, uno stato di benessere permanente. Con le sue fasi di crescita e di riflusso, somigliava a una marea. Come chiunque altro, Francesco era l’ultimo al mondo a poter giudicare le proprie scelte. Quella di Alberta più di ogni altra. Per come era avvenuta, per come l’aveva protetta e puntellata. Ma la sua vita, nonostante tutto il suo desiderio di crederla perfetta, non lo era. C’era un che di troppo, o di troppo poco. Qualcosa però non andava, nasconderselo non serviva più a niente. Forse Alberta non bastava a dare tutte le risposte, forse lui l’aveva caricata di troppe aspettative. Dirsi che la amava davvero non era la spiegazione, non era la soluzione, per quanto lui sentisse che non mentiva a se stesso, almeno in questo. Il suggerimento che avrebbe modificato per sempre la sua esistenza nacque anche, paradossalmente, dal desiderio di alleggerire sua moglie da tutto quel peso.
Aveva passato metà della sua vita a raccontarsi, non il mondo che esisteva, ma quello adeguato alla sua capacità di affrontarlo o come minimo di mandarlo giù. Per tutto quel tempo era come se avesse trascurato la verità e se ne fosse costruita una a proprio uso e consumo. Non essere il solo a farlo non reggeva più come alibi, come era stato una volta. Era salito su quel treno con un adescamento e dopo quindici anni ne era sceso per scelta. Una scelta non è mai un incidente di percorso. Una scelta è una promessa di fedeltà. Ma a quale verità? Come era fatta la sua? L’esperienza del politico e della figlia illegittima, gettandolo col culo per terra, gli aveva trasmesso la brusca consapevolezza che arrivano i momenti in cui la verità non si può evitare, non si può ignorare, perché prende di petto. Arrivano sempre, prima o poi. Allora si rimpiange il tempo sprecato. Se la si fosse affrontata sempre a viso aperto, si sarebbe più preparati a sostenere anche i passaggi difficili che non risparmiano nessuno. Quando Francesco aveva sopportato la sua prima, vera crisi, aveva creduto di comprendere che la saggezza nella vita è anche, forse soprattutto essere preparati ad affrontare le successive. Erano rimaste buone intenzioni senza una conferma di fatti.
Per anni si era mosso unicamente in uno spicchio di mondo, una sua piccola enclave ricca, privilegiata e refrattaria a valori che non fossero quelli funzionali all’affermazione dell’individuo. Il suo saldo con il prossimo era rimasto in passivo di un quantitativo imprecisabile di attenzione. Si chiedeva a chi avesse mai dato qualcosa senza pretendere nulla in cambio: nessuno, neanche sua madre rientrava nella lista. Era appartenuto per anni alla sottorazza più diffusa nell’umanità, quella degli egoisti incoscienti e sereni. Non aveva cessato di esserlo trovandosi una moglie e una madre per i propri figli. Aveva creduto di saldare il debito consacrandosi a una sola persona. Mettendola al centro della propria esistenza e facendone la sua compagna. Era stato un proposito illusorio, un artificio. Aveva prodotto come solo effetto l’estensione di un egoismo da un singolo a una coppia.
Non poteva rimproverare nulla ad Alberta. Al contrario. Il senso di colpa per averla coinvolta in un progetto per cui non era attrezzata rabboccava a fiotti di pietà tutto quanto il suo amore perdeva a causa di un’operazione impietosa di denudamento. Ma gli restava dentro una paura istintiva, quasi animale: che quella compensazione lo riportasse di nuovo sulla via dell’errore. Che il compimento della famiglia con un figlio sarebbe stata una pietra tombale sulla sua giovane consapevolezza del mondo, che gli era costata quasi due decenni di cazzate. Francesco, che non era neanche sicuro di averla trovata, pure non voleva più smarrirla e, quel che era peggio, non riusciva quasi a parlarne con Alberta. Quando aveva provato a farlo, lei lo aveva guardato strano, come se non lo riconoscesse più o, peggio, se ne avesse terrore. Come se Francesco stesse violando il loro “patto”. Suo marito se ne era immediatamente rabbuiato. Si era trovato inaspettatamente solo, in quell’angolo della testa dove in fondo sapeva che Alberta non avrebbe mai potuto essergli compagna. Alberta colse al volo quel senso improvviso di estraneità, ne sentì la minaccia per sé, tentò subito di esorcizzarlo con il ridicolo, sciogliendo la serietà della discussione con una battuta. Sorridendo, lo chiamò francescano.
Ma Francesco era lui. Come poteva non essere francescano?
Non era un calembour. Senza volerlo, Alberta lo imbeccava. Gli indicava un cammino che poteva solo allontanarlo da lei, dalla sua superficialità, dalla sua praticità.
Francesco trascurò che lui stesso si era inoltrato di qualche passo su quel cammino, quello di un nuovo rapporto con sé e con gli altri, senza esserselo ancora detto. Una semplice battuta dava una mano di fresco a un’intenzione già vecchia. Faceva sorgere come dal nulla l’esigenza, forte ma ancora imprecisabile, di un contrappeso alla sua scelta di confermare l’amore per Alberta. Uno spazio di riflessione proprio che gli fosse ufficialmente riconosciuto, perché non ci fossero sotterfugi né malintesi e sua moglie non potesse accusarlo un giorno di avere svuotato fraudolentemente il loro matrimonio. Per settimane restò un’esigenza in embrione, senza un oggetto, come può essere una pianticella ancora tutta radici, che non sa neanche che forma avranno le sue foglie, ma sta accumulando l’energia necessaria per aprire loro un varco nella compattezza di una zolla, verso la luce del sole.
L’interesse, l’egoismo che lo avevano inebetito in passato e che la nuova vita non aveva del tutto rinnegato, gli pareva avessero sempre dietro una paura: paura di perdere ciò che aveva, paura di peggiorare il proprio stato. Una paura di morire che si faceva paura di vivere. A questo comune approdo lo conducevano così tante riflessioni da sembrare ormai l’unica possibile. Dunque, la sua vita non era affatto cambiata. Erano cambiate le paure, perché erano cambiate le cose che oggi lui riteneva importanti. Ciò doveva fare era trovare il punto di disinnesco, non di una singola paura, ma della paura. Se fosse riuscito ad addormentarsi una sera col pensiero giusto e a risvegliarsi senza averlo smarrito nella tortuosità illeggibile dei sogni, forse sarebbe stato pronto per il primo passo. Avrebbe potuto iniziare a vivere con coscienza e serenità una condizione di pari tra i pari, in cui si tendevano la mano amore per sé e rispetto per gli altri. Quell’altro Francesco, cui Alberta lo aveva associato in modo più superficiale che blasfemo, lo aveva così ben compreso che aveva deciso di togliersi ogni alibi di dosso, di spogliarsi di tutto e di incoraggiare ogni suo seguace a fare altrettanto. Era stato un rivoluzionario. Certo, lui non vedeva nel proprio futuro una conversione mistica, eppure nell’azione simbolica di san Francesco c’era un messaggio di sconvolgente pacificazione che lo affascinava, e non per il suo tratto estetico: non si scagliava contro i falsi idoli, si spogliava di una falsa verità per mostrarne una più profonda, più degna di essere seguita.
Da anime superiori come Gandhi o Teresa di Calcutta fino a lui, che non aveva mai sentito il desiderio di donare niente a nessuno, c’era in mezzo tutta l’umanità. Era una sola ma sembravano mille, o almeno così tante da lasciargli credere che quei grandi spiriti da una parte e la gente come lui dall’altra appartenessero a fasi diverse dell’evoluzione umana che commettevano il paradosso di coesistere in una stessa epoca.
Una sera, in un programma nazionalpopolare molto seguito, sentì pronunciare a una persona del pubblico, cui era stato dato il microfono per una manciata di secondi, uno sfogo lucido e insieme accorato, del tutto stridente col tono patinato della trasmissione. Stridente come uno sputo. Anche lui lo sentì tale, benché ne condividesse ogni parola. Allora capì di essersi lasciato manipolare. Perché se il tono forte dava a quel discorso coraggioso un torto puramente estetico, la ragione era tutta dalla sua parte. Francesco cercò spontaneamente con gli occhi Alberta accanto a sé. Non c’era, era andata in bagno a struccarsi senza che lui se ne fosse accorto. Che peccato non poter condividere quell’emozione, l’avrebbe tanto voluto. Forse, grazie a quell’aiuto esterno, sarebbe finalmente riuscito a stabilire un ponte con lei che non fosse quello del desiderio fisico e dell’affetto. Non aveva senso raccontarglielo: per capire avrebbe dovuto vedere, sentire come lui. Alberta arrivò in tempo per vedere la scena successiva. Chi assentendo ipocritamente con il capo, chi interpretando la parte della contrizione muta, i politici e gli altri ospiti del programma tributavano, all’intrusione improvvisa della Verità sul palcoscenico della Finzione, il consenso passeggero che si concede a uno scocciatore o a un matto pur di toglierselo di torno. Il momento magico era passato. Non c’era più niente da capire. Né da spiegare.
Quella sera, una frase fra le tante dette da quell’anonimo eroe televisivo lo colpì, tanto che se la ripeté più volte prima di prendere sonno, sperando di ricordarla il giorno dopo. L’aveva pronunciata nella totale indifferenza di tutti, quasi sussurrata tra sé appena prima che gli togliessero di mano il microfono. Nella vita bisogna avere qualcosa da lasciare. Con chi ce l’aveva? Con la società balorda in cui vivevano tutti. Con quelli che erano là, sotto i riflettori di quello studio televisivo, che avrebbero lasciato solo sontuosi testamenti ai propri figli.
No, ce l’aveva con lui: Francesco Aversa. Era lui la pianta sterile, lui il sepolcro imbiancato. Che fosse in nutrita compagnia in quel cimitero, cosa cambiava? Quella frase lo aveva fatto sentire nudo come un verme. Lui che cosa avrebbe lasciato? diventando padre avrebbe forse saldato il suo debito con la società? Solo per una santa scopata, benedetta anche dalla Chiesa perché riproduttiva? Che cosa aveva dato veramente fino a oggi? Qual era la sua verità? Ne custodiva una che fosse lontana parente di quella espressa con disarmante umanità dallo sconosciuto in tivù? Se non era vero che ogni uomo nasce con una sua verità, lui era spacciato. Ma doveva essere vero. Per scoprirlo, bisognava scoprirsi. Lui lo era già. La sua foglia di fico si era vergognata della sua stessa pudicizia, era volata via e non sarebbe stato più possibile mettersene un’altra.
Fu il freddo che arrivava da quella nudità a ridurlo a uno stato essenziale, tremendamente scomodo, da cui poté riconoscere che anche la verità era nuda e che come lui aveva freddo, un gelo spaventoso. Non aveva alcun senso porsi modelli di umanità eroici come quello di Gandhi, per il semplice fatto che non aveva senso appropriarsi della verità altrui. Aveva senso solo riconoscersi in quel freddo, in quella comune nudità. Come ogni altro uomo, anche lui era atteso: a un’avventura terrena davvero sua, in un posto che non aveva ancora scoperto e dove non poteva presentarsi già vestito. La sua vita non era che la scoperta di quel posto fatto per lui, un posto che stava lì, paziente, ad attendere il risveglio della coscienza di chi era stato creato per occuparlo.
Fu allora che, senza saperlo, cominciò a camminare sulla schiena di Alberta. Cominciò,senza cessare di amarla, ad allontanarsi emotivamente da lei. Soltanto perché era andata in bagno a struccarsi anche quella sera, come tutte le altre.
Confessare a se stesso di restare sospettoso verso il cosiddetto mondo del bene, il volontariato e altre belle parole simili, era ogni volta più deludente dopo riflessioni che lo avevano messo sulla prima strada che sapesse finalmente di buono. Una volta, quando faceva ancora il reporter, gli era capitato di difendere un senegalese che era stato ripetutamente insultato da un italiano alto la metà di lui, ciononostante l’africano subiva senza reagire. Era stato un gesto spontaneo e irriflessivo. Francesco se l’era presa con l’italiano, era riuscito ad allontanarlo e alla fine, paradossalmente, invece di prenderle dall’aggressore aveva ricevuto un pugno sul naso dall’uomo di colore che, con rabbia, gli aveva urlato: «Stronzo, vaffanculo, fatti i cazzi tuoi, stavamo parlando di affari!»
Era chiaro qual era la strada, quale il “contrappeso” di Alberta. Passò mesi a negoziare la fuga da un tema che, per quanto estraneo alla sua storia, non cessava di inseguirlo. Aveva sempre Francesco nel mirino. Era diventato lo sfondo delle sue giornate, la scorta che accompagnava i suoi impegni l’uno verso il successivo. Non rinunciava al ruolo di acuto, ostinato assillo. Voleva qualcosa, altrimenti non avrebbe mollato la presa. In bilico tra la diserzione e la capitolazione, a Francesco mancava sempre l’ultimo passo, quello che avrebbe trasformato il fastidio in desiderio, quello che lo avrebbe reso suo.
Continuava a non ricollegare la sua irrequietezza allo scricchiolio del rapporto con Alberta. Per lui era qualcosa che voleva solo aggiungersi senza scalzare il resto, il suo matrimonio. Entrambi avevano acceso su quel rapporto una gravosa ipoteca, per poterne riscuotere quotidianamente la rassicurazione che il loro era un soccorso vitalizio, un capolinea sentimentale. Francesco si era lasciato accecare dalla sua routine emotiva come era avvenuto in passato col suo lavoro di fotoreporter. Dei due era il solo capace di comprendere. Di salvare entrambi da una rovina che appariva così lontana e inverosimile. Se ne fosse potuto rendere conto in tempo, avrebbe preso Alberta di petto, le avrebbe parlato a cuore aperto esponendole tutti i suoi tarli e le sue incompletezze, senza temere di sgretolarla, perché avrebbe sentito che era il male minore. Non capì. Non lo fece.
Nel suo pellegrinaggio solitario dentro se stesso, la transizione dall’incubare all’agire fu un colpo secco, come il movimento impercettibile del suolo che fa finalmente crollare un rudere in piedi da secoli. Una frase incisa su un muro, nel triste quartiere dove sua madre abitava, non lontano dal carcere della città:
Agli infami il peggior male.
Ai detenuti buon Natale.
La frase, scritta chissà da chi, forse qualche parente di carcerato, simulò nella sua mente lo scenario di un mondo capovolto, dove la comunità dei senza libertà era vittima di un complotto, ghettizzata e dimenticata, mentre alle loro spalle la società dei liberi godeva anche della peggiore delle prerogative, quella di produrre impunemente “infami”.
Nel mondo delle persone degne di ricevere l’attenzione altrui, fino a quel momento, non avrebbe mai pensato di mettere un carcerato. Ci stavano a pieno diritto tutti gli ultimi della terra, le popolazioni affamate del terzo mondo, gli uomini e le donne vittime di regimi tribali e integralisti o semplicemente di cataclismi naturali che non avevano mai colpito i privilegi dell’Occidente opulento, se non con le grandi guerre. Ricordò che anche una di quelle cantilene che gli avevano fatto imparare da piccolo al catechismo, non ricordava più neanche se fossero virtù o chissà che altro — dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati — aveva un verso dedicato a quel mondo di paria destinato a marcire nel buio con buona pace della società libera. Visitare i carcerati. Non diceva: amare i carcerati, oppure: comprendere i carcerati. Diceva semplicemente: visitare. Non lasciarli soli. A quel punto della riflessione, il senso della scrittura murale gli fu chiaro. Quel buon Natale graffiato con rabbia sul muro non era sovversivo, non propugnava né l’indulto né l’evasione di massa. Era semplicemente il desiderio di far sentire una mano tesa, una parola di presenza, soprattutto a chi si stava rassegnando a dimenticare per sempre il calore dell’una e dell’altra. Ai detenuti buon Natale.
Ma che cosa c’entrava lui con i carcerati? Che cosa avrebbero potuto dirsi?
Un mattino, prima di andare a trovare da solo sua madre — cosa che di solito faceva un paio di volte al mese — si sfidò e fece di proposito una deviazione per passare davanti a un luogo ben preciso della città. Accanto a un piccolo cancello laterale di un’altissima inferriata c’era una targa in ottone, a piccoli caratteri corsivi che solo da vicino potevano distinguersi: ingresso visite. C’era una folla di persone cui proprio in quel momento era stato concesso di entrare. La loro quantità faceva credere che l’attesa fosse stata lunga. Eppure l’orario sul cartello era chiaro. Molta di quella gente doveva essersi presentata con parecchio anticipo.
Il cancello non fu richiuso per diversi minuti dopo che tutti furono entrati, in realtà solo per defluire verso un altro cancello più interno. Sembrava fosse rimasto aperto solo per lui, che non aveva nessun motivo per varcarlo. L’invito di quella porta spalancata era muto di un silenzio più assordante del traffico cittadino a quell’ora del mattino, delle macchine che sfrecciavano tra l’alta cancellata del carcere e lo sguardo di un uomo solitario che, dall’altra parte della strada, era come stralunato, inciampato in apparenza su chissà quale cruccio dei cento che abitano la testa di chiunque in ogni ora del giorno e della notte.
Quel messaggio di un’attesa da colmare allungò la sua ombra sulla giornata appena iniziata, impedendole di prendere luce. Sua madre se ne accorse subito: sembrava non ascoltarla, le diede risposte evasive e si trattenne ancora meno del poco che già lei si aspettava.
Un carcerato non era più vicino a Francesco Aversa di quanto lo fosse un extraterrestre. Molto più estraneo del senegalese da cui era stato picchiato perché lo aveva difeso, e già quell’episodio, anziché spiegarlo, aveva ulteriormente indurito per le sue dita un nodo di umanità indistricabile. La sua era una deriva romantica, la fascinazione di ingenue elucubrazioni umanitarie. Stava perdendo tempo, la direzione era sbagliata. Non poteva accontentarsi di vivere anche lui come un uomo giusto, accanto a sua moglie, come facevano in tanti senza per questo sentire la mancanza di un gesto gratuito di dedizione? Come caso esemplare degli entusiasmi durevoli quanto fuochi di paglia, la sua anima scettica gli gettò la ciambella di salvataggio di un ricordo recente. Un gigantesco T-Rex di balsa che aveva campeggiato a lungo nel terrazzino del suo vicino di casa. Ricordava bene quando il signor Vitali, nell’ascensore, gli aveva parlato della sua titanica impresa di bricolage. Aveva comprato il kit in un negozio di modellistica e convinto il figlio adolescente a collaborare con lui. Impiegarono due mesi per costruire un perfetto T-Rex in scala 1:5 che, per tutto quel periodo, aveva occupato il tinello sfrattando la moglie con i suoi lavori di cucito e, almeno nelle prime ore, aveva suscitato l’entusiasmo dei suoi “ingegneri”. Poi l’entusiasmo si sgonfiò come un’infiammazione e il T-Rex si rivelò per ciò che in tutta evidenza era: un gigantesco ingombro per la casa. Finì presto nel balcone, ma anche lì, malgrado fosse inverno, sottraeva spazio ai bucati che si dovevano stendere in casa. Un giorno, sempre in ascensore, il vicino aveva chiesto a Francesco se fosse interessato a prenderselo. Francesco rispose che non aveva spazio e gli diede un consiglio che gli sembrò vincente. Perché non lo portava nella scuola elementare vicina? «Ci ho già pensato. Lei non ci crederà: sa cosa mi ha risposto il segretario? Che la settimana prima un altro signore del quartiere gliene ha portato uno uguale! E mi ha pure voluto accompagnare nel laboratorio della scuola per mostrarmelo!»
Quella che si combatteva nel suo intimo era una battaglia tra chi dei due — l’entusiasta e lo scettico — sarebbe riuscito a convincere l’altro. L’esito era già scritto nel suo futuro, anche se Francesco non lo sapeva ancora. L’esito era tutto nella lenta metamorfosi di quel malessere che si faceva necessità. Era negli argomenti sempre più virulenti dello scettico. Ma era l’entusiasta che aveva partorito un’idea, ricevuto un segnale. Che lo aveva assecondato. La realtà avrebbe potuto instradarlo verso un’altra stella cometa, ingannarlo una seconda volta come ai tempi dei soldi facili e della bella vita: non lo aveva fatto. In quel mentre, si accorse che stava canticchiando sovrappensiero la sua canzone preferita, Un’idea. Era arrivato alla fine del ritornello, dove le parole dicono:
Se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione
Quelle parole non potevano essere più tempestive, più precise nel raccontare il suo stato d’animo. Furono il segnale di cui lui aveva bisogno per avvicinarsi al proprio travaglio senza più sospetto e sentirlo finalmente suo. Stava imparando che i segnali non si minimizzano, si ascoltano, si elaborano.
Lasciò che passassero alcune settimane prima di agire veramente. Lo scettico Francesco, persa la battaglia con l’entusiasta Francesco, si era trasformato nel prezioso contrappeso che gli impediva di partire per la tangente. Nel frattempo prendeva informazioni, studiava una piccola costellazione di sigle, cercando di fiutare quella davvero giusta, quella più convincente, quella per lui. Come sempre avviene in simili casi, si lasciò guidare dall’istinto, dalla simpatia delle parole che una mente con scarse informazioni elegge a veridicità.
Una mattina si presentò all’associazione Nostri Fratres e fu sorpreso vedendo che tutto ciò di cui era fatta era un minuscolo appartamento uso ufficio a un pian terreno. Si attendeva di trovare un religioso. Temeva che qualcuno lo avrebbe sottoposto a una specie di interrogatorio preliminare, che gli avrebbero frugato nell’anima per verificare se era quella di un credente o di un impostore, per convalidare la motivazione che lo spingeva verso un percorso tanto controcorrente.
Niente di tutto questo. C’era solo una signora di mezz’età con l’aria energica di un factotum, metà custode metà direttore amministrativo. Gli diede un caloroso benvenuto e, quando vide che Francesco restava sigillato dentro la sua aria di spaesamento e forse di delusione, senza aspettare domande rispose. La vita dell’associazione era tutta dentro altre mura, non certo quelle della sede, dove raramente avrebbe potuto incontrare altri che lei. Ma se aveva la pazienza di ripassare un’ora dopo, avrebbe potuto conoscere don Bianchi, il fondatore, e chiedere di parlare con lui.
«Siamo ancora pochi, abbiamo bisogno di aiuto da chiunque», gli disse. Il tono era certamente sincero e forse contava di essere persuasivo.
19:49 Scritto da: nowhere_man in Storie | Link permanente | Commenti (17) | Segnala
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06/02/2011
Nostri Fratres
È mattino presto e il sole ha deciso di sorgere anche oggi, nonostante tutto.
Il mondo si è rimesso addosso la sua verginità sdrucita. Anche stamattina manda in scena la solita commedia, il cast di sempre. La normalità che risorge. Pigra, con la bocca impastata, un’umanità che ancora puzza di letto e fa l’occhietto a se stessa per mettere una pietra sopra gli incubi della notte. I mille dettagli di una giornata, a ciascuno dei quali la luce del giorno sta restituendo un dove, un cosa, un perché, le scorrono sotto gli occhi senza che lei se ne accorga.
Uno di essi è la piccola folla di persone che, ogni mattina dalle sette e un quarto, comincia a crescere davanti all’Ingresso Visite del penitenziario della città.
Aspettano le otto, ora di ingresso. Chissà perché arrivano tanto in anticipo. Bisognerebbe essere uno di loro per capirlo. Nessuno si augura l’immedesimazione. Mogli, padri, figli di chi ha in comune solo l’aver perso un privilegio di cui i loro cari, qua fuori in attesa di rivederli, ancora godono: scendere dal proprio letto e uscire di casa ogni giorno.
Qualcuno più schivo sta sulle sue. Altri si salutano per nome, si fanno l’occhietto o si scambiano una battuta; i più sanno che è sempre meglio fare buon viso a cattiva sorte. A furia di ritrovarsi là davanti sono diventati habitués di uno strano circolo all’aperto dove non ci sono buffet ma si sta ugualmente tutti in piedi. Una madre ha portato con sé un ragazzino, dev’essere la prima volta, lei conosce tutti e lo presenta, questo è Christian, ma Christian se ne sta in disparte, occhi bassi senza ricambiare il ciao o la carezza. Si vede che si vergogna come un cane. Il disagio di Christian è a prova di qualunque complimento e quelli che gli arrivano da questi estranei non fanno che accentuarlo. A meno di un’ora da lui c’è un padre che ricorda solo per le botte che gli dà il poco tempo che è a casa, ubriaco e disoccupato. Sì. Era meglio per lui se andava a scuola. C’è anche un vecchio in mezzo agli altri. Capelli argento specchio, non può sfuggire sotto questo sole. Ha le guance pomellate del classico anziano di paese che gioca a tresette in piazza. Anche i vestiti sembrano di un’altra epoca, sembrano presi a nolo in una sartoria teatrale. Il vecchio soffoca l’ultima brace di una sigaretta senza filtro su una sbarra del cancello chiuso. Dove riuscirà a trovarle, da quando le nazionali non esistono più? Ha le mani callose di uno che nella vita ha conosciuto solo lavoro. Chissà quale brindisi, espresso o solo pensato, si è alzato in quella mano alla nascita di un figlio. Chi glielo avrebbe mai detto, a uno come lui, di trovarsi in un posto simile alla sua età. La speranza umana è una domanda cui risponde infinitamente più spesso la malasorte che la giustizia.
Giustizia: è una parola che per questa gente qua fuori suona dura e metallica, come un cucchiaio strisciato sulle sbarre all’ora del vitto. Arriva sparata lì, tra la bocca dello stomaco e la rassegnazione. Non va né su né giù. Nessuno di loro ha più voglia di stare a sentire la solfa che rimanda a qualcosa di più astratto di una galera, o di un’aula di tribunale: è proprio là che, sentendola pronunciare ancora con fiducia, ci hanno creduto per l’ultima volta. Tutti loro hanno altro per le mani in questo istante: una busta, un pacchetto. È la regola: ai colloqui non ci si presenta a mani vuote. Anche se sanno che la forma di pecorino verrà fatta a pezzettini e resa oscena da mangiare, che lo stesso avverrà per ogni altro genere alimentare — questione di sicurezza e di regolamento. Si salvano gli indumenti, le cose che meno vengono violate dalle ispezioni. Il dono, una volta profanato, arriva al destinatario senza l’affetto di chi lo ha portato; il detenuto che vorrebbe mangiare anche quello non lo trova più quando è di nuovo in cella. Allora si sente solo in un modo più schifoso di prima, come se la visita appena ricevuta sia rimasta la fantasia che sogna cento volte e arriva soltanto una.
Ogni nuova giornata nasce distratta, come chi la osserva dal traffico cittadino, nella propria auto o da un mezzo pubblico. Se si fosse un po’ più attenti, si farebbe caso che in quel piccolo assembramento davanti al carcere c’è spesso un signore alto, occhi chiari, tanti capelli già persi, a occhio un po’ oltre la quarantina: il solo che non abbia mai pacchetti. Nell’orario di visita porta solo la sua persona.
Gli agenti di custodia lo chiamano Visitor ma lo sfottò ormai è confidenziale, quasi affettuoso. Quando lo videro presentarsi la prima volta al cancello, un paio d’anni fa, gli posero le domande di rito. Chi era, chi voleva visitare e perché, con quale grado di parentela e a quale titolo se non era un congiunto. Lui senza curarsi della burocrazia rispose semplicemente: «Ditemi chi è che non riceve una visita da più tempo.»
Dovettero consultare il registro. C’era chi non ne riceveva da tre anni, chi da sempre. Conoscevano la legge numero 353 del Settantacinque, anche se non molti la invocavano. Quando Visitor, quella prima volta, mostrò loro la tessera di appartenenza all’associazione Nostri Fratres e un codice biometrico perfettamente valido, rilasciato dal ministero della Giustizia, non poterono che seguire le procedure e infine autorizzare il colloquio. Da allora Visitor, al secolo Francesco Aversa, torna un paio di volte a settimana, conosce i turni di guardia, i nomi degli agenti, dei loro figli, delle mogli e anche per quale squadra tifano in famiglia; non c’è quasi detenuto — salvo ovviamente i sottoposti al 41 bis — che ci metta più di dieci giorni a sapere della sua esistenza e più di trenta a ritrovarselo in parlatorio.
Il primo che Visitor andò a trovare era un uxoricida. Erano ventisette le primavere che aveva sentito arrivare in galera. Per sua disgrazia, avevano abolito il delitto d’onore solo due anni prima che lui si vedesse costretto a consumare il suo. A causa del turnover, anche gli agenti ne avevano perso la memoria e si erano assuefatti all’esistenza di un simile recordman della segregazione. Degli ultimi direttori che si erano alternati, nessuno aveva segnalato la sua buona condotta, né l’aveva incoraggiato a far presentare istanza per una riduzione della pena, o per una misura di custodia alternativa. Quello in carica, a dire il vero, ci aveva provato; era un patito delle statistiche e, appena arrivato, gli era saltata agli occhi la lunghezza di quella detenzione se rapportata al delitto. Aveva voluto vederlo e il Sardo, come tutti lo chiamano in carcere, gli aveva mandato incontro due messaggeri: la concisione e l’orgoglio della sua terra. Disse solo che aveva ammazzato Gisa, all’anagrafe Gesuina Orgiu, e che si doveva fare tutti e trenta gli anni comminati. Punto.
Le stesse parole, il Sardo le aveva pronte per Visitor. Ne fece un piccolo fuoco di sbarramento, prima ancora di lasciargli aprire bocca. Aveva paura che fosse uno mandato dal Direttore, un buon samaritano venuto solo perché sloggiasse anzitempo dalla sua pena e dalla sua cella. Francesco era alle prime armi. Il Sardo, il caso perfetto per prendere contatto con la miseria materiale e morale di quel mondo. Era muto ma si leggeva come un libro, diffidente ma in fondo buono come il pane. Sebbene avesse trascorso più anni dentro che fuori, non aveva preso le selvaticherie della bestia in gabbia, era rimasto un uomo. La sua vita era stata compromessa da un unico atto di irragionevolezza compiuto ancora giovane e lui, come un Muzio Scevola dei tempi moderni, si era caricato la colpa sulle spalle e aveva messo la sua vita sul braciere del destino, come se ce ne fosse una di riserva in cui rifarsi. Certe convinzioni non si negoziano al mercato dell’esistenza, non si barattano neanche con la libertà. Certe diritture di schiena non si imparano all’università degli studi né a quella della vita. Si hanno o non si hanno. Luigi Monne detto il Sardo ne aveva una che ne faceva il secondino di se stesso. Il suo visitatore capì presto che non era la paura del fuori a dissuaderlo dal chiedere un’attenuazione della pena. Non aveva nessuno: non era questo a scoraggiarlo. Il giorno che fosse stato rimesso in libertà per scadenza della pena — ormai non era lontano — avrebbe accettato una seconda volta i pericoli di una vita senza domani, come li aveva accettati la prima, quando affrontò senza una lacrima il sacrificio della cella, già dalla prima notte che passò senza chiudere occhio e sapendo bene che l’avrebbero seguita altre diecimila tutte uguali.
Sembra incredibile, ma ora il Sardo è davvero vicino al giorno in cui, una mattina che sembrerà come le altre e non lo sarà, si troverà circondato all’improvviso da un rumore dimenticato, fatto di traffico e di gente che neanche lontanamente potrebbe immaginare cosa gli è accaduto negli ultimi trent’anni, se non vedendo coi propri occhi da dove è appena uscito. Lo terrà a lungo fermo, quell’imbarazzo di riavere improvvisamente nelle mani un oggi, oltre che una piccola valigia di effetti personali. Vivrà lo sfasamento temporale che solo un uomo nuovamente libero dopo decenni o uno risvegliatosi da anni di coma può provare. Francesco torna a trovarlo più o meno ogni due mesi — la “continuità della relazione” è una regola fondamentale della ONG cui appartiene — molto ha imparato da lui e non altrettanto teme di aver dato. È anzi persuaso di non essere mai riuscito a farlo aprire veramente e se ne fa una colpa personale. Il Sardo da parte sua è di poche parole: di esse non si fida, sa che la gratitudine si mostra con i fatti o al più con gli sguardi, come ogni affetto e ogni manifestazione di dignità. Una delle cose che silenziosamente si ripromette, una volta libero, è di fare per il suo amico Francesco qualcosa che le sbarre gli hanno finora impedito: cosa ancora non sa, ma lo scoprirà.
Questi due anni passati prima nelle sale colloqui, poi anche in luoghi meno neutri dal momento in cui Francesco si è istituzionalizzato nel carcere e ha goduto di maggiore libertà di movimento, ne hanno fatto un uomo diverso, senza che lui stesso ne abbia piena coscienza. Se potesse guardare dall’esterno ciò che è adesso e confrontarlo con la persona che pure, solo tre anni prima, ha trovato il coraggio di fare a pezzi la propria esistenza, come un meccanico smonta un motore ma non con la stessa fiducia di saperla ricostruire, stenterebbe a credere che il primo e il secondo sono la stessa persona. Li separa una pratica di vita — lo stesso genere di fossato che si interpone tra la teoria e l’esperienza, tra l’intenzione e il risultato. Se l’insetto completo avesse intelligenza sufficiente per considerare con benevolenza il breve tempo in cui è stato larva, proverebbe un sentimento che Francesco potrebbe riconoscere. Non si sente però compiuto, il sentimento che prova per la sua metamorfosi non è precisamente soddisfazione. Se dovesse scegliere sul vocabolario una parola per definirlo, si fermerebbe su onestà. Per quanto appaia chimerico, una cosa d’altri, può capitare nella vita di vedersi sul binario giusto, di sentire che ciò che conta davvero è averlo trovato — il presto o il tardi fa parte della congiuntura umana del singolo e ne costituisce in qualche modo l’originalità.
Da bambino Francesco ha fatto il chierichetto. Senza una vocazione, perché sua madre lo spingeva fuori casa, a cercare sempre la compagnia. E anche perché don Salvatore, dopo la messa della domenica mattina, consegnava a lui in persona le chiavi del campetto parrocchiale e tollerava che in canonica, dietro il cantonale che conteneva i paramenti, il piccolo Aversa nascondesse il pallone di cuoio, mai abbastanza gonfio, delle loro partitelle cui il prete a volte si prestava a fare da arbitro, facendo svolazzare nella corsa la lunga tunica nera come un enorme pipistrello. È il suo ricordo di chierichetto, dietro don Salvatore negli ultimi giorni di quaresima, quando andavano a benedire le case della borgata, che gli viene in mente, la prima volta che si presenta a un detenuto ancora sconosciuto. Vede in lui la stessa sorpresa, la stessa educata pazienza che da bambino leggeva sui volti muti degli abitanti di quelle case modeste che, all’improvviso, dovevano aprire i battenti alle aspersioni e alle formule di rito, pronunciate in fretta da don Salvatore perché le case da benedire erano tante e loro soltanto in due.
Le irruzioni di don Salvatore con la sua voce da tenore erano una bonaria violazione di domicilio. Ma anche il domicilio dei detenuti che Francesco conosce per la prima volta, benché coatto, è bonariamente profanato dalla sua presenza. Ha imparato presto a distinguere la semplice tolleranza dall’apertura. Certe porte, come accadeva a lui e a don Salvatore la Settimana Santa, si sono aperte solo formalmente. Soprattutto agli inizi ha conosciuto diversi rifiuti più o meno espliciti. Poi si sono diradati e Francesco non saprebbe oggi dire quanto sia dipeso dal suo sapersi meglio accostare al ritegno di un individuo in quello stato, quanto dalla sua buona fama nel carcere che cresceva col passare del tempo e finiva per preparargli, in un certo senso, il terreno. Una cosa è certa. Se il rapporto nasce, se sa resistere è perché si è costruito di densità. Un colloquio in un parlatorio con un vetro separatorio in mezzo non è come andare a cena con un amico, non ci si siede per stare comodi, né si può aspettare che le parole escano spontanee, come battute sul meteo o come rutti. Bisogna pensare soprattutto a riempirne i secondi, che sono pochi e preziosi. Si sviluppa una straordinaria memoria per il punto in cui ci si è lasciati, una settimana o un mese fa, come se si giocasse insieme una partita su una scacchiera tutta sentimentale che sa conservare la storia delle mosse.
A volte la diffidenza, lo scetticismo, la scontrosità, il sarcasmo sono sentimenti diversivi: mosse interlocutorie, tattiche di acclimatamento all’estraneità. Accade alle persone libere e a quelle che non lo sono più. Per le seconde è più urgente benché non altrettanto facile fare quel passo oltre, perché la compagnia, l’ascolto sono beni preziosi, sono come aria per i polmoni anche quando ci si illude che non si ha più bisogno di respirare, e in galera non ce li si procura dando mance a qualche agente più corruttibile, come si fa per le sigarette o le riviste porno o una dose. In galera è come fuori: Visitor ha capito presto che sono i detenuti sulle prime meno disponibili al colloquio quelli che più ne hanno bisogno e desiderio.
È parecchio stanco, stamattina; ha passato la notte su una poltrona, accanto a sua moglie Alberta che ha appena dato alla luce un bambino. Massimo Valerio è il loro primo figlio. Le acque si sono rotte con qualche giorno di anticipo rispetto al previsto e lui non ha avuto il tempo di riprogrammare questa visita. Non se la sente di rimandarla senza poter avvertire — non può comportarsi così col suo amico Ignazio Dimmisi, ex boss mafioso, detenuto da sette anni nel carcere di Visitor, i primi tre scontati in regime di carcere duro.
Non è un rapporto nato come gli altri. Non poteva andare così. Un fatto è sicuro: non è capitato, è stato cercato. Francesco non ha avuto timori reverenziali, né scrupoli etici ad andare anche da lui. Quando si entra dalla porta della regola, non si può uscire dalla finestra dell’eccezione. La sua regola è che qualunque uomo sconfitto è una vittima dinanzi alla sopraffazione della sorte, giusta o iniqua che sia. Anche chi per la società è solo feccia, carne da cella di cui va buttata la chiave. Sono le vittime che lui viene a cercare qua dentro.
Don Ignazio è stato il recluso che Visitor ha impiegato più tempo ad avvicinare. Il frutto tardivo è spesso quello che ha più sapore. Francesco Aversa ha sperimentato la metafora dentro una galera. Non c’era un’intenzione perché le cose andassero così. Ce n’era, come per tante pieghe prese dalla vita, la necessità. Nella società libera, di questo incontro direbbero che è un’amicizia, per quanto ambiguo sia il valore di questa parola. Già di suo impegnativa e che, riferita a un mafioso, dirotta verso ulteriori significati, ha una vena di contagio. Amicizia con un mafioso, per quasi tutti vuol dire connivenza. Sebbene persone come lui e come il cappellano del carcere siano al riparo da sospetti del genere, nondimeno Francesco Aversa ha avuto coraggio.
I detrattori dentro e fuori la galera dicono che Ignazio Dimmisi abbia ottenuto il ritorno al regime carcerario ordinario perché “ha collaborato”. C’era stato anche qualche timido articolo in proposito, su testate regionali soprattutto. Nulla di ufficiale è mai uscito dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Niente trattamenti di favore, tantomeno sconti di pena — che vuoi scontare a un pluriergastolano. La questione non riguarda Francesco Aversa. Gli hanno detto, ha capito strada facendo che deve giudicare la gente dai fatti, dai comportamenti, anzi che sarebbe meglio non giudicare affatto — semplicemente esserci, colmare l’assenza manifesta di una società che può soltanto assolvere se stessa dopo aver condannato chi ha messo dentro — perché questo è lo scopo della Nostri Fratres.
Quando Visitor ha saputo dell’esistenza di don Ignazio, quest’ultimo già era al corrente della sua. Il vecchio boss si dedica solo alle sue letture e, senza averlo confidato a nessuno — benché tutti lo sappiano — scrive poesie che si potrebbero definire “versi civili”, visto che preferiscono i temi della società umana a quelli più intimi, in un certo senso immutabili dell’individuo. Ciò nonostante, anche in carcere è circondato da un cordone di rispetto e di deferenza. Molti detenuti gli offrono i loro servigi durante l’ora d’aria, per piccoli favori visto che in galera non se ne possono fare di grandi, ma col retropensiero di aspirare alla sua gratitudine, o semplicemente per il piacere di essere accettato nella cerchia di un personaggio del suo calibro, di essere “riconosciuto”. Le male voci lo chiamano “il vulcano spento”, dando per scontata, dopo sette anni di reclusione e visto il suo defilamento da ogni tipo di chiacchiere, la sua uscita definitiva dalla nomenclatura della malavita. Chi non sa nulla di lui fatica a credere, dal suo aspetto, che sia stato ciò che era. Gli riesce più facile immaginare che sia finito dentro per reati finanziari, che sia un bancarottiere, un intrallazzatore. Don Ignazio non ha tratti lombrosiani né il gestire del villano, parla bene, è cortese con tutti e non alza mai la voce.
Proprio da uno di questi detenuti adoranti — una corte più spesso tollerata che gradita — arrivò un giorno a Ignazio Dimmisi la notizia che c’era un tizio strano assai che veniva a visitare i carcerati senza essere parente di nessuno. Lo chiamavano tutti Visitor. Gliela riportò su un piatto d’argento, convinto che fosse una specie di spia e aspettandosi così un po’ di riconoscenza per averlo “informato”. Don Ignazio gli disse senza parafrasi che era un cretino, che il Ministero non manda nessuno a spiare dei poveri disgraziati come loro.
Sotto sotto, però, Visitor iniziava a incuriosirlo. Una volta se lo fece indicare. Non era una faccia di spia. Negli occhi c’era chiarezza, non solo cromatica. La sua presenza stonava per quanto era assidua. In qualche occasione ebbe modo di vederlo in parlatorio, in un paio anche di incrociare con lui uno sguardo, convinto che anche l’altro sapesse chi stava guardando: don Ignazio Dimmisi, il pezzo forte nella lista degli ospiti dell’albergo.
Francesco non sapeva ancora. Qualcuno gli aveva parlato di una presenza ingombrante, una fuoriserie del crimine per quelle celle abitate perlopiù da extracomunitari clandestini, tossici, pazzi e violenti a vario titolo. Uno che aveva il rispetto di tutti e che parlava più come un professore di lettere che come un boss. Visitor decifrava passo a passo la sua iniziazione e non si era ancora svezzato di tutte le titubanze. Nella sua vita precedente, aveva avuto contatti per così dire professionali con persone famose: da quel commercio umano, unilaterale e abusivo, aveva tratto la convinzione che si trattasse perlopiù di nevrotici ossessionati dall’esteriorità o di paranoici con un ego smisurato. Era bendisposto a considerarlo un pregiudizio, ma chiedere un colloquio con Ignazio Dimmisi era ancora un passo più lungo della sua gamba. Se era scritto che ci sarebbe arrivato, doveva accadere senza fretta. Doveva germogliare l’idea di un approccio, di un motivo non generico.
Alla lunga, a don Ignazio, ciò che nel volontario della Nostri Fratres era solo cautela apparve superbia, snobismo da cattolici che si sentono con la coscienza a posto solo se vanno a cercare gli ultimi. Non era difficile per lui, chiuso là dentro, prendere quel piccolo rifiuto con cinismo, come prendeva ogni altra cosa. Ne ricavava l’ennesimo motivo per mandare a ramengo il mondo e rintanarsi tra i suoi libri, i soli interlocutori ancora capaci di rimbalzargli un’eco di verità. Prediligeva gli scritti di pensieri e riflessioni, sant’Agostino, Seneca, Pascal. Lo portavano in un luogo assoluto dell’uomo, senza passato e senza futuro, il solo cui, senza peccare di illusione, un ergastolano come lui potesse aspirare. La testa, allenata da sette anni a tenere a bada due litiganti — l’emozione e il ragionamento — dopo che in quelli precedenti era stata occupata a metterli in perfetto accordo per fottere o non farsi fottere da nemici e avversari, solo così aveva gioco facile nel chiudere la bocca all’orgoglio, sentimento che si può mettere in cella e magari nella camicia di forza, ma annullare proprio no, perché è una caratteristica del sangue che scorre nelle vene, come il fattore RH o la formula leucocitaria.
Dall’altra parte del loro silenzio, attecchiva un’intenzione compensatoria alla delusione del vecchio boss. Con la pratica del carcere, il pregiudizio di lontananza culturale da personaggi come Ignazio Dimmisi si era smussato in Francesco Aversa. Aveva perso logica e sostanza. Il senso del suo operare stava tutto dentro l’idea che non si deve attendere la morte per sanare la distanza tra gli uomini: prima e soprattutto c’è altro, c’è la vita. Era questa l’aspettativa di riunione che lui doveva favorire, per l’altra bastavano e avanzavano le omelie pronunciate nei funerali. Sicché, mentre don Ignazio elaborava il modesto lutto per le mancate apparizioni di Visitor — che ormai là dentro conosceva tutti tranne lui — Francesco sentiva che il suo puzzle di incontri presto si sarebbe completato. Gli era evidente dove mettere l’ultimo tassello, aspettava soltanto l’occasione. Un segno.
Fu il terzo sguardo scambiato per caso tra Visitor e don Dimmisi, dopo i primi due del tutto interlocutori, a scompaginare l’equilibrio di un’apparente indifferenza. Francesco usciva dall’edificio B verso il cortile, don Ignazio rientrava dall’ora d’aria circondato da qualche suo cortigiano e guardato a vista dagli agenti. Tra loro c’era una grata che impediva di toccarsi, non di vedersi. Per un attimo Francesco si fermò, lo stesso fece don Ignazio. Agli occhi degli astanti al di qua e al di là della grata, quello sguardo scambiato e quella sosta sembrarono gesti di antipatia, quasi di sfida. Ai due protagonisti servì invece a capire che la galleria scavata da entrambi i lati era completa, che le due talpe avevano finito il lavoro, lasciando solo l’ultimo velo di parete, quello che si butta giù con un atto di forma e non di forza. Serviva un passo: era ovvio a chi dei due toccasse farlo.
La prima volta che Francesco Aversa si ripresentò nella casa circondariale, stupì il personale di guardia dicendo che aveva prenotato tramite internet una visita a Ignazio Dimmisi, sempre che il detenuto fosse consenziente. Verificarono. Un agente con cui era più in confidenza, letteralmente sbalordito, gli strinse calorosamente la mano. Sembrava che andasse a discutere una tesi di laurea o a sostenere il suo primo colloquio di lavoro.
Mentre attendeva in parlatorio, dalla solita porta, quella che comunicava con la zona dei bracci, vide arrivare alla spicciolata sei o sette detenuti, qualcuno dei quali lo riconobbe e lo salutò. Quando sembrava che la sfilata fosse completa, apparve, distaccata e buona ultima, la sagoma riconoscibile del vecchio boss. Era stato appena perquisito dallo stesso agente che aveva poi chiuso a chiave la porta alle loro spalle. Anche se non c’era stata una presentazione, sapeva dove dirigersi. Si avvicinò al vetro con tutta calma, muovendosi più lentamente di quanto fosse lecito attendersi, senza mai smettere di guardare Visitor negli occhi, senza un sorriso né un cenno di intesa, anche quando terminò quel rito strano e silenzioso sedendosi finalmente di fronte a lui.
«Ci conosciamo di vista, non è vero signor Aversa? Anche se le devo subito dire una cosa: lei non deve accettare di sopportare quel nomignolo da film americano che le hanno affibbiato, ho visto che si volta se la chiamano in quel modo.»
«Va bene, don Ignazio. Ha ragione, non è carino, ma a me pare innocuo e sono sicuro che molti lo usano con simpatia.»
«Altra cosa: togliamo di mezzo questo don che mi vuol far sentire ciò che per la giustizia italiana non sono più da tempo e per me non è mai esistito. Non stia a dare credito a quel codazzo di gente che mi sta attorno, quando mi consentono di prendere un po’ d’aria fuori della cella: sono poveri disgraziati, cani sciolti che hanno sempre avuto un capobranco e ora, rinchiusi qua dentro, sono in crisi di astinenza; io mi presto a fare da placebo, niente di più, mi creda. Del resto, non potrei. Bene: ora che le ho posto le mie piccole condizioni, mi dica cosa desidera da me e come posso esserle utile.»
Don Ignazio, anche senza volerlo, il don appena rifiutato cerimoniosamente a parole se lo rimetteva davanti al nome col proprio contegno. Stava ricevendo Visitor come un postulante di favori o un venditore porta a porta. Anche se ora non aveva più potere su nessuno, il segno del comando non aveva abbandonato il tono della voce, il modo di comporre la frase, la costanza dello sguardo verso l’interlocutore, tutte cose che non si potevano considerare una seconda pelle solo perché in realtà erano diventate la prima. La sua autorevolezza era palpabile e capovolgeva naturalmente i loro ruoli, pensò Francesco che non se ne vide intimidito — se lo aspettava — ma si sentì di assolvere la piccola corte dei miracoli di Ignazio Dimmisi. Gli venne in mente una considerazione un po’ fatua: se quel cognome avesse avuto l’accento sull’ultima sillaba sarebbe stato più adatto a chi lo portava. Dimmi sì: era una risposta che un tempo doveva riuscirgli facile avere. Calembour a parte, Francesco Aversa ebbe conferma che, davanti a un uomo di quella statura, doveva giocare d’anticipo, di sorpresa. Ci si era preparato.
«Signor Dimmisi, come certamente sa io sono un umile volontario. Dedico una parte del mio tempo alle visite ai detenuti perché ritengo che …»
«Sì, lo so. Visitare i carcerati. È la sesta opera di misericordia corporale. Ho fatto anche io come lei il catechismo, cosa crede. Ai miei tempi era una cosa ancora più seria che ai suoi, se permette. Se vuole gliele recito tutte e sette, mi ricordo anche le opere di misericordia spirituale che però, a un bambino, facevano meno impressione perché erano cose astratte, mentre a me piacevano i film d’azione. La mia preferita era “vestire gli ignudi”, non fosse altro perché quella parola toscana, nel nostro linguaggio, non esisteva, era una rarità che si poteva leggere o ascoltare solo in chiesa e dintorni.»
«So che lei scrive poesie, signor Dimmisi. Mi farebbe molto piacere se volesse accettarmi tra i suoi lettori. Sono venuto da lei per propormi in questa veste. Spero di non essere stato troppo invadente con la mia richiesta.»
Don Ignazio non rispose subito. Era visibilmente spiazzato dalla domanda: non era sicuramente tra quelle che si aspettava di ricevere. Visitor — come continuava a chiamarlo tra sé — non sembrava né un baciapile, né uno spione. Gli dimostrava rispetto, e non era la deferenza stomachevole dei tanti quaquaraquà che gliela sciorinavano davanti solo per comprarsi un briciolo di attenzione. Aveva palle e fegato e, nel contempo, gli risparmiava lo spettacolo penoso di volerne fare mostra a uno come lui. Lo avrebbe studiato ancora un po’ per averne un’opinione ferma, però doveva riconoscere che il primo impatto era stato migliore delle aspettative — anche se non era arrivato il momento di farlo capire.
«Invadente, mi scusi, un po’ lo è stato. Neanche ci conosciamo, non abbiamo mai avuto modo di parlare prima, ed ecco che lei mi fa una richiesta che sarebbe anche lecita, ammesso che io voglia acconsentire, se solo ci fosse tra di noi, che so, un po’ di confidenza, di intimità. E soprattutto se quel che ha detto fosse vero. Chi le ha riferito, mi scusi, che scrivo poesie?»
«Qui con rispetto parlando lo sanno anche i muri, don Ignazio.»
«Via quel don, per favore.»
«Mi scusi. Ignazio. Non mi riesce facile pensarla senza, come forse a lei non riesce facile non pensare al mio nomignolo quando mi vede, anche se mi consiglia di liberarmene.»
«Lei non è una persona banale, signor Aversa. E mi fa anche simpatia. Le consento provvisoriamente di chiamarmi don Ignazio, finché non si sarà abituato del tutto, o a toglierlo di mezzo, o a chiamarmi esclusivamente in questo modo. Lo sopporto dagli amici detenuti dell’ora d’aria, perché non dovrei accettarlo anche da lei che sicuramente è più sincero di loro? Non creda però che io così la assimili in nessun modo a quei poveracci.»
«Se anche fosse, dove sarebbe il problema? Se sono una persona più fortunata di loro per tanti motivi, non mi sento diverso.»
«Certo, certo. Ma lasciamo un momento da parte le buone parole e torniamo a noi due. Mi dica una cosa, Aversa: cosa pensa di trovare nelle mie poesie? Io non sono un letterato né ho la presunzione di apparirlo, mettiamolo in chiaro. Quindi, devo ripetere che la sua richiesta resta irrituale. Ma non voglio limitarmi a giudicare la forma. Le pongo questa domanda con franchezza, perché non voglio essere oggetto neanche di una curiosità sociologica, non so se mi spiego; vale per lei come per chiunque altro. Non si dimentichi dove siamo e chi siamo. Io non sono un premio Nobel in una specie di Montagna Incantata ma un ergastolano, lei non è un giornalista in cerca di scoop ma uno che fa umile opera di volontariato in un carcere. Cerchiamo di non perderlo di vista, altrimenti ci rendiamo ridicoli, soprattutto di fronte a noi stessi.»
«Io cerco di capire gli uomini, signor Dimmisi, e le parole che gli uomini scrivono sono una traccia sicura per arrivare al nucleo di chi le ha scritte. Se è questo che si vuole. Ogni uomo che scrive, qualunque cosa scriva — un libro come un diario o un semplice graffito su un muro — merita di essere letto e, possibilmente, capito. La so grande lettore di libri e, da quanto ho potuto sapere, lei ha svariate letture in comune con le mie.»
«Io ho molti più anni di lei, non le dico che potrei essere suo padre perché è una frase fatta che ha il sapore di mettere in dubbio la moralità di sua madre. Sono vecchio, signor Aversa. Non sono così convinto che in uno stesso libro io e lei cerchiamo la stessa cosa, e ancor meno che troviamo la stessa cosa. Ma se le sue scelte coincidono con le mie, non posso che apprezzarle. Comunque, su una cosa ha ragione: i libri aiutano a capire chi li scrive. Aggiungerei: ancora di più, chi li legge. A cominciare da se stessi.»
«Posso chiederle se ha iniziato a scrivere qui o se già lo faceva prima?»
«No.»
«Mi scusi. È stata una domanda indiscreta, frutto di una sciocca curiosità. Cercherò di non fargliene più di questo tipo.»
«Si figuri. Una domanda indiscreta, se permette, voglio invece fargliela io. Conosco per sommi capi la sua storia. Qua dentro, come ha detto lei stesso, anche i muri parlano. Che cosa l’ha spinta ad abbandonare la sua vita di ieri per fare ciò che fa oggi? No, non mi risponda adesso. Lo farà un’altra volta. Non c’è più tempo. Stanno facendo segno alle sue spalle, la devo salutare. Non mi prenda per maleducato. Resterei a conversare con lei ma, capisce, qui non sono proprio come nel salotto di casa mia. Dovete uscire tutti. Lo sa. Entra il prossimo turno.»
«Allora tornerò. Se non le dispiace. Devo rispondere alla sua ultima domanda. Mi creda comunque, questi pochi minuti trascorsi con lei non li dimenticherò. Gliene sono grato.»
«La sua gratitudine mi sorprende, devo saperne di più. Lo prenda come un invito ufficiale.»
«Certamente!»
Francesco sorrise, fu ricambiato. Avrebbe voluto stringere una mano: sapeva che non era possibile a causa del vetro divisorio, che secondo il nuovo regolamento doveva essere stato già rimosso e sostituito dal tavolo. In un carcere tutto rallenta, dagli anni da scontare che non passano mai all’applicazione delle nuove normative. Entrambi avvicinarono il palmo alzato, più per testimoniare l’uno all’altro il disappunto per quella molesta trasparenza che per un vero e proprio saluto, e non poté sfuggire loro che l’intenzione era stata contemporanea. Infine posarono il citofono che aveva artefatto solo in parte le loro voci.
Questo il primo colloquio tra Visitor e don Ignazio Dimmisi.
Ne sono seguiti molti altri. Fino a far sparire il don dalla conversazione, perché è da tempo che si danno del tu. Fino a convincere Ignazio, non solo a violare per la prima e ultima volta il mistero dei suoi taccuini di poesie, ma perfino ad accettare — dopo gli adempimenti di sicurezza previsti dal carcere — di farle battere a macchina e mandarle a un editore “amico”, senza impegno e naturalmente sotto pseudonimo, per una possibile pubblicazione. Il fatto che l’editore non le abbia giudicate pubblicabili, solo perché non rivelano scoop, resta un dato periferico, inessenziale nel loro rapporto.
Come l’espressione più urlante della debolezza di un individuo è il suo comportamento davanti al dolore, così il sintomo meno palese della sua forza è la sua capacità di governarlo. Di ciò che per molti è un luogo comune, Francesco Aversa ne ha avuto cento conferme solo da quando è assiduo con un mondo dove il male è di casa. Prima o poi ha sperimentato questa verità con tutti, qua dentro, in un verso o nell’altro, ma fin dal primo incontro col vecchio boss ha avvertito, come con nessun altro, la stonatura tra il suo contegno e il luogo in cui lo interpreta come un attore drammatico d’antan. Da allora ha iniziato a pedinare anche suo malgrado il mistero della sofferenza di quest’uomo, spinto da un concorso di urgenza e di curiosità. Scartate subito maschere come l’orgoglio o il senso di colpa, chiavi più che sufficienti per aprire, ad esempio, uno come il Sardo. Troppo semplici, lineari. Troppo da persone con una storia comune alle spalle. Chissà come, in quali momenti Ignazio accarezza il suo livore, il suo disinganno. Chissà come si racconta la storia del suo male, lui che ha così bisogno dei libri per avvicinarsi a quello degli altri.
Francesco sa che è un’impresa da salmoni in cerca del luogo in cui sacrificarsi alla propria successione. In tutti gli incontri passati, ha tentato inutilmente di risalire solo la prima cateratta del fiume. Ma nel tempo che spende qua dentro, non esistono imprese degne di causa migliore e all’occorrenza ci si può ostinare a credersi salmone pur essendo un uomo. Se si recede così facilmente dalla speranza che il tempo dedicato possa essere prima o poi premiato, è inutile prendersi la briga di passare giorni e giorni dentro una galera con dei detenuti.
In tutto il tempo dedicato a una persona che per la giustizia e per la pubblica opinione è un criminale e basta, Francesco Aversa non ha mai ascoltato il sospetto che Ignazio Dimmisi lo stia usando, che la sua disponibilità umana sia una specie di divertissement. Oppure un comportamento di facciata, come la cortesia formale che si scambiano due uomini d’affari o due boss fintantoché non si devono combattere o scannare l’un l’altro. Sotto questo aspetto, non ha concesso a Ignazio Dimmisi privilegi né lo ha assoggettato a pregiudizi. Lo ha trattato alla pari e nutre l’impressione, forse giusta forse sbagliata, di essere stato ripagato con la stessa moneta.
In questi due anni, Francesco Aversa ha conosciuto un centinaio di detenuti. Di ogni nazionalità, di ogni reato e di ogni condanna, da pochi mesi all’ergastolo. È partito sempre dagli ultimi — gli stranieri che non spiccicano una parola di italiano, o chi si fa marcio in galera solo perché non può permettersi il lusso di un avvocato che lo ripari dalla cecità della macchina giudiziaria — ma a cominciare dagli ultimi non si risale mai, e infatti lì è rimasto. Ha toccato con mano che un carcere non è soltanto l’immondezzaio della società, l’ultimo rimasto dopo la chiusura dei manicomi. È a sua volta una società in miniatura, dove tutti i giorni si replica la stessa pièce del mondo libero, con le stesse parti. Gregari e kapò, furbi e fregnoni, di tutto un po’. Si è imbattuto in anime sigillate come bare e in bocche che aspettavano solo di potersi schiudere con qualcuno, come fiori a primavera. Ha osservato che il carcere ingrassa o dimagrisce: raramente lascia ai suoi ospiti l’arbitrio di mantenere la linea che avevano quando ci sono entrati, come se la bilancia sia il modo più patente per lasciare su di loro il suo marchio. Ha conosciuto prossimi suicidi e ha sperimentato, con un ritardo che non si perdona, il senso di inutilità del tempo trascorso con loro senza aver capito, senza aver aiutato. Gli ha irritato la pelle il grido inascoltabile di chi ha perso pure il gusto di bestemmiare, perché in galera anche il nome di Dio è senza eco. Storie di piccolo e immenso degrado sono avvenute, avvengono e avverranno anche in un “carcere modello” come il suo — con buona pace dell’ossimoro — e non basteranno certo la sua presenza, la sua dedizione a impedirlo.
Questa è la sua vita, oggi. Una vita che lo ha sorpreso. Prima abbattendolo e poi rimettendolo in piedi. Davanti a un bivio dove scegliere quale era il Francesco da far vivere, due anni fa ha ignorato la strada del ripiegamento, quella tutta in discesa che lo avrebbe allontanato dalla società — quella che abbraccia chi si ritira in un eremo. Ha scelto il cammino in salita che lo costringe a guardare dentro i suoi drammi più spaventosi e irraccontabili. Nessuna particolare pretesa: solo quella di unire il suo tempo al tempo di altri che non trovano nessuno che ne offra loro. Con molti si è visto una, due volte, non più. Con altri ha creato rapporti di confidenza, quasi di intimità. Qualcuno di loro ha fatto in tempo a uscire e, malgrado la promessa di restare in contatto, il più delle volte il contatto non è arrivato. Lui non ha mai forzato quel silenzio, anche se lo avrebbe desiderato. In un certo senso, la ritrovata libertà li ha resi liberi di dimenticare la galera e con essa tutto ciò che la richiamava, incluso il buon Visitor. Di qualcuno avrebbe preferito non avere notizie, dal momento che lo ha presto rivisto dentro. Soltanto con una di queste persone, la frequentazione è andata oltre lo scopo iniziale, quello di offrire compagnia, ascolto, parole. Paradossalmente, è quella meno meritevole di riceverne secondo i parametri della morale: Ignazio Dimmisi.
Si è tenuto lontano dal passato del vecchio ergastolano: gli è evidente che Ignazio lo tiene chiuso in pentola e che tentare di scoperchiarla gli costerebbe in poche parole tutta la stima che Ignazio ha di lui. Non è solo per questo se Visitor l’ha evitato. È uno che ascolta, non un confessore. Il passato è fuori della disponibilità di chi bene o male lo ha speso, solo la memoria lo può consultare e un ricordo è una strada troppo stretta per starci a braccetto con qualcun altro. È il presente che a lui soprattutto interessa. Si è comportato allo stesso modo col Sardo e con gli altri. Ciò non gli ha impedito di documentarsi su Ignazio Dimmisi, procurandosi articoli di giornale o documenti processuali che lo riguardano. A un certo punto dei loro incontri, ne ha sentito la necessità — fosse stata solo indiscrezione, non l’avrebbe assecondata. L’esperienza non è costata soltanto fatica. La durezza di alcune intercettazioni, di certi racconti di testimoni ai processi non potrà dimenticarla. Dopo una breve ma intensa immersione nella mostruosa normalità del crimine, ha dovuto prendersi una pausa. Attendere che parole lette ed emozioni suscitate sedimentassero, che dentro di sé tornasse il chiaro. Non si è pentito. Al contrario. Se non fosse naturalmente sospettoso verso certe parole, direbbe che è stato formativo. Come per gli altri, anche nel groviglio giudiziario di Ignazio doveva cercare il filo rosso della vicenda umana, cogliere l’unicità di quest’uomo che è ciò che soprattutto lo interessa. In fondo, ciò che persegue oggi ha qualche analogia con quello che faceva una volta. Prima catturava corpi, ora fotografa anime. È questa la risposta che ha dato alla prima domanda che Ignazio gli ha fatto, molti mesi fa. All’epoca, per lui, era ancora uno sconosciuto. Ora ne sa abbastanza da poter diventare, un giorno, il suo biografo. Ma l’acqua passata per Dimmisi non sarà materia di un saggio, come non lo è stata di una confessione. È piuttosto una carta millimetrata che lo guida, un testimone silenzioso che Francesco non ignora più, quando si trova in compagnia dell’altro. Ignazio Dimmisi, da parte sua, si comporta costantemente — con Visitor e con chiunque altro — come se il suo passato sia il Convitato di Pietra: un’entità innominabile e proprio per questo ancora più presente, incombente.
Di questo, di altro è fatto il rapporto tra Ignazio Dimmisi e Francesco Aversa. Il primo sa che non uscirà mai più di galera, il secondo si sente incalzare da una domanda: se la vita che lo attende da oggi gli consentirà ancora di dedicare il tempo che vorrebbe a Ignazio, al Sardo e agli altri che deve ancora conoscere là dentro. Dietro al dubbio che appare così razionale e legittimo, c’è altro — un’ansietà dalla superficie liscia e sfuggente, di quelle che non si lasciano uncinare da un istinto di tregua. Non sa di che si tratta e la sente montare, come una stanchezza, come una fiumana.
Dopo la solita trafila amministrativa, è in questa compagnia che si sta ora recando nel parlatorio. Molte cose lo aspettano in questa giornata e non è detto che quella che più incombe sia per lui la meno importante.
09:36 Scritto da: nowhere_man in Storie | Link permanente | Commenti (17) | Segnala
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