06/03/2011

Il vento

C’è sempre da attendere, in parlatorio.

Il detenuto viene avvertito e portato dall’agente della Sezione solo quando il familiare è già presente. Questa attesa, sommata alla perquisizione di prammatica, porta via i primi dieci minuti dell’ora di colloquio, quando tutto va bene. Gli ultimi dieci servono per fare sgomberare i presenti e permettere di entrare a quelli del turno successivo, sicché dell’ora teorica di colloquio ne resta poco più della metà realmente disponibile. A volte meno. L’incontro finisce sempre quando sembra appena iniziato: il tempo prezioso vola, è quello ordinario che arranca.

Di questo posto, Francesco conosce a memoria ogni particolare, la crepa dalla forma ramificata sulla parete sinistra e perfino la ragnatela nell’angolo del soffitto, fitta e infeltrita come una garza sporca, che nessuno si prenderà mai la briga di togliere. Tutti i sentimenti umani che vi passano, tutte le manifestazioni di affetto consumate in fretta da detenuti e parenti non riescono a sfidare l’impermanenza, a rimuovere un solo briciolo di desolazione.

È nei colloqui difficili, quelli in cui riceve solo segnali di resistenza, che lo sguardo vagante di Visitor ha imparato a memoria i piccoli dettagli del quadro dell’attesa. Attesa di parole mandate che non fanno eco, di parole sperate che non si decidono a uscire. Quando al contrario ha davanti un’anima che si lascia incontrare, la sala colloqui, con tutto lo squallore delle lampade fluorescenti accese in pieno giorno, si riduce a un innocuo, disarmonico fondale. La conversazione per così dire la attraversa e, se invece di essere chiusi in un carcere, lui e il detenuto che gli sta di fronte se ne stessero a passeggiare in un parco pubblico, le sensazioni sarebbero identiche, forse per entrambi. Perché il pensiero non si lascia imprigionare come il corpo, il pensiero evade in continuazione da qualunque reclusione senza violare nessun articolo del Codice. Francesco Aversa porta qua dentro aria di vita esterna e il carcerato ne ha un tale bisogno che a volte non si limita ad ascoltare, cerca di aspirare. Quella folata di libertà che arriva insieme a Visitor come vento premonitore di un futuro ancora lontano, basta annusarla pochi istanti perché anche chi non lo è si senta di nuovo un po’ libero, sia pure grazie a un illusionismo.

Sta per arrivare il definitivo Dimmisi Ignazio. Definitivo è in gergo il detenuto comune che ha superato i tre gradi di giudizio. Quest’uomo, passato in giudicato per avere ordinato una decina di esecuzioni sommarie, oltre che per una serie di altri reati per così dire minori, sta scontando il primo e ovviamente ultimo dei suoi ergastoli.

Nel lessico di Francesco, amicizia è una parola in prestito, nota per sentito dire. Non può dire di averne mai fatta esperienza diretta, neanche ai tempi del liceo. Altrimenti riconoscerebbe i sintomi della sua attesa. Un destino indulgente lo protegge da una consapevolezza un po’ troppo ingombrante perché lui si senta di maneggiarla con disinvoltura, senza equivoci. In fondo, due anni di frequentazioni carcerarie, in una vita di oltre quaranta, sono poco più che un noviziato. Nella sua presenza in penitenziario si è ripromesso di essere di tutti e per tutti. Non ha dimenticato la parola data a se stesso. Vuole tenere a ogni costo la barra dritta su questa rotta, è un intento che tradisce forza e insieme debolezza.

Lo scrupolo è dietro l’angolo a spiarlo, a misurarlo ogni volta che, come ha fatto poco fa, varca l’Ingresso Visite che ormai gli è familiare come un ufficio. Meglio ancora, come un club dove ritrovare amici o una sede di partito dove incontrare militanti. Lo scrupolo è se possibile più severo, quando ne esce. Aver tenuto la rotta oggi non volatilizza la paura di perderla domani, si limita a rimandarla fino a che non si farà nuovamente il punto nave. Niente ci rende insicuri come la troppa sicurezza. Ci si può progressivamente dimenticare qual è lo scopo originario per cui ci si reca da uno come Ignazio Dimmisi, come ci si dimentica o si trascura ogni altra cosa più o meno importante nella vita. È un paradosso che proprio l’intensità di un rapporto voglia incrinarne la verità, solo perché sa di predilezione anziché di equanime attenzione. Ma è la detenzione il vero paradosso, con un forte potere di contagio per chiunque a vario titolo la avvicini. Nascere liberi e morire reclusi è una sventura che solo l’uomo ha saputo escogitare, per i suoi simili e per gli animali degli zoo. È un  luogo irreparabilmente malsano questo, neanche mille Cesare Beccaria potrebbero renderlo migliore. È e resta una prigione. È così difficile portare ogni volta il cuore da una parte all’altra delle sbarre, tanto quanto la rotta che Francesco vuol perseguire non è chiara, né ben censita come una direzione di vento. È sottile come una lama di rasoio e a maneggiarla con troppa scioltezza ci si può far male. Alla galera, come vita, non si deve mai dare del tu.

Ma non c’è più tempo per divagare, Ignazio è arrivato, si vede che cerca di nascondere un’eco di malumore dietro un sorriso di accoglienza. Gli tende la mano ormai visitatori e detenuti si possono toccare, sia pure a fatica, il vetro divisorio è stato sostituito anche qui, come vuole il nuovo Regolamento, da un profondo tavolo.

 

«Allora, come sta il novello padre? Mi ha appena detto la guardia che il bambino è nato. Maschio, vero?»

«Sì, maschio.»

«Che nome gli mettete?»

«Massimo Valerio.»

«Per la miseria! Un nome da console romano.»

«Che si dice qui, Ignazio? Mi hanno detto che sabato avete inscenato nell’ora d’aria una protesta per la qualità del vitto.»

«Fesserie, Francesco! Io me ne stavo per conto mio. Non ho testa di combattere battaglie perse in partenza. Ma c’è qualcuno che lo fa, tanto per arrotarsi i denti e non perdere l’allenamento per quando esce. Io questo prurito non me lo posso grattare. Anzi, neanche lo sento più.»

«Non ho mai mangiato qui, ma se protestate dovete avere le vostre ragioni. Cercherò di informarmi meglio e vedrò se posso fare qualcosa. Stamattina ti vedo un po’ più buio del solito, Ignazio: problemi?»

«Amico mio, i problemi sono quelli che hanno soluzioni. I miei non le hanno, perciò degradiamoli alla truppa dei pensieri semplici e viviamo tutti più tranquilli. Questo genere di pensieri, sai, per restare nella metafora militare, si comportano come un attendente scrupoloso e fedele alla consegna. Quando li lasci sul cuscino la sera, la mattina li ritrovi sempre lì a darti il buongiorno. Non te li togli di torno. Ma se li promuovi al grado di problemi, è finita. Si montano la testa. Ma la mia testa è l’unico posto al mondo dove ancora comando e, visto dove sono, non ci voglio rinunciare.»

Francesco Aversa risponde senza parole, con un sorriso. Sa che Ignazio non si toglierà mai il vizio di parlare per apologhi. Sempre che non sia una virtù.

«Cosa stai leggendo, in questo periodo?»

«Un libro abbastanza cammurriuso che penso abbandonerò, I Sonnambuli di Broch. Lo sapevo che non dovevo iniziarlo. Dovrebbero impedire per principio di scrivere mattoni di settecento pagine a gente che non ha ancora dimostrato di essere né Cervantes né Dostoevskij. A me piace sempre ritrovare in un libro il filo di una storia, magari di dieci storie. Broch non si preoccupa affatto di questo mio desiderio, se ne fotte di annoiarmi. Le storie sono ciò che conta. Sono la pelle del mondo, la terra ne è foderata. Puoi vederle, ascoltarle, perfino calpestarle. Anche una cicca ancora fumante sulla carreggiata di una strada ha una storia da raccontarti. Quali erano i pensieri fumati insieme al suo tabacco. Se è stata lanciata in fretta e furia da un’auto in corsa, oppure soffocata con diligenza, o con rabbia, da una suola. La realtà è un tessuto e le storie sono i suoi invisibili, robustissimi fili. La Storia con la S maiuscola è solo il loro amalgama visibile, il loro Gran Totale. Comunque, bando alle ciance, ho preso le mie contromisure contro il signor Broch: ho iniziato pure Il Presidente di Simenon: grande libro, ho capito subito che me lo devo centellinare pagina a pagina, senza fretta.»

«Lusinghe di immedesimazione?»

«Non capisco, che vai dicendo, Francesco? Si parla di un ex Presidente della Repubblica!»

«Quindi di un uomo di potere.»

«E con ciò? Per il momento, in queste prime pagine, se ne sta nel suo buen retiro, un povero ottantenne che vive di ricordi, circondato da guardiani e infermiere.»

«Appunto! Non ci trovi analogie? Siccome il libro l’ho letto anch’io, non posso credere alla casualità della tua scelta. Però credo al fatto che i libri spesso scelgano i loro lettori. Parlano su una frequenza che solo il nostro profondo intercetta. E pensando di essere pescatori, in realtà siamo noi i pesci che si fanno prendere all’amo. Succede anche a me, soltanto dopo mi accorgo che una certa lettura mi era necessaria proprio in quel momento e non in un altro. Ottima scelta, Ignazio. Ma sei all’inizio, ti risparmio ovviamente il finale. Lo scoprirai da te e forse dovrai dare ragione al mio “sospetto”.»

«Non vedo l’ora di arrivare alla fine, allora, per smentirlo.»

«Non credo che potrai farlo.»

«Lasciami il beneficio del dubbio. Io sono già detenuto. Se dobbiamo proprio giocare a guardia e ladri, almeno fai fare a me la parte della guardia.»

«Touché!»

«E tu, stai leggendo qualcosa?»

Don Ignazio vede nuvole addensarsi sulla fronte di Francesco, intuisce che non è solo la stanchezza di una notte passata da sveglio, c’è dell’altro. Non si sente di fare domande importune, che devierebbero il dialogo verso rami morti.

«Un libro di Augias su Gesù. Gesù osservato da un laico, sia pure con il sostegno di un teologo, è un punto di vista che mi affascina. Come ti dicevo, più leggo e più mi convinco che anche in questo caso è il libro che mi ha scelto.»

I due sono abituati ai tempi stretti delle visite nel parlatorio, non si lasciano lunghe pause, spesso la conversazione è ancora un riflettere a voce alta. Non ci si concede il tempo di mettere a punto né la sintassi né la logica di un pensiero. Si va in media res, come viene viene, senza preamboli.

«Per tanto tempo, a dirti la verità», continua Francesco, «non mi sono posto il problema dell’esistenza di Dio. Probabilmente sono stato sempre un agnostico, un indifferente. Non mi è mai sembrato che scegliere per l’una o per l’altra via potesse cambiare la mia esistenza né quella degli altri. Negli ultimi tempi credo di aver capito perché era così. Nell’orizzonte della mia vita non era ancora apparso l’amore. Non vorrei essere frainteso, parlo di un sentimento a trecentosessanta gradi che non si focalizza solo sulla passione. Può essere amore per una donna, per un figlio, per uno sconosciuto con cui trovo un attimo di empatia, per un cane randagio che per strada mi guarda chiedendo qualcosa, attenzione, cibo, affetto. Non so se sono diventato un credente, non mi pare perché non ho il desiderio di pregare, né di andare in chiesa, ma so che non posso più dichiararmi ateo, se qualcuno mi fa la domanda così, a bruciapelo, perché la fisica e la chimica non riescono a spiegarmi cos’è questa … tendenza, non saprei come altro chiamarla, che tutti potenzialmente abbiamo dentro e per cui  abbiamo trovato un termine così generico, amore, fumoso per la ragione, che lì è costretta a fermarsi, ma non per il cuore che proprio in questa nebbia trova il suo terreno ideale, la sua vera luce. Resto uno né carne né pesce, Ignazio, un uomo che vorrebbe in cuor suo avere fede senza aver ancora capito di che si tratta e dove può portare. Resto nel limbo, ai margini della nebbia. Incapace di procedere oltre ma anche di voltare le spalle e tornarmene nel terreno rassicurante dove bastano e avanzano gli occhi della ragione. Forse devo solo aspettare, esercitare la pazienza, lasciare che sia la via a trovare me e non io a cercare lei. Come mi trovano i libri. Forse il mio destino è un altro, caro mio, è di morire prima che mi trovi. Ma non sarei il solo. E chi sono io per pretendere di essere diverso dagli altri?»

«Francesco mio, ma se non sei credente tu … chi lo è? La fede non è quella che si sillaba nelle litanie del rosario o nelle formule della messa. Ricordi che, per farti smettere di chiamarmi don Ignazio, cominciai a chiamarti don Francesco, e ci riuscii perfettamente perché non sopportasti quel don per più di dieci minuti e mi chiedesti di passare a darci del tu per togliere di mezzo la frasca. Tu sei un credente, Francesco, perché credi in qualcosa e ti comporti in modo conseguente. Questa è fede. Non so se è nata prima la tua intenzione di credere o la tua fede, ma questo punto può mai avere importanza? Hai parlato di amore. Che cosa c’è di fumoso? Basta credere in quello, dammi retta, per avere tutto. Mi riesce difficile capire la sostanza della diversità tra un laico e un religioso che fanno entrambi professione e pratica di amore. Sono sulla stessa via, uomini paralleli. Hanno scelto di ascoltare una voce nuova, di servire un altro padrone. Sono ugualmente credenti. Hanno esattamente ciò di cui io, per fare un esempio, sono sprovvisto. Se ho mai creduto in qualcosa nella mia vita, deve essere successo prima che nascessi. La mia povera mamma se lo è tenuto nella pancia, o nel cordone ombelicale.»

«Tu e il tuo gusto dei paradossi! Anche tu credi in qualcosa, Ignazio. Io lo so. Hai i tuoi libri, le tue letture preferite, da cui non sapresti separarti. La tua vita non può concederti di aspirare più a molto altro, te lo concedo, ma non è poco. Il desiderio di leggere o ascoltare il pensiero di un altro, o la storia che ha da raccontare, è un incontro d’amore anch’esso.»

«Non è così, Francesco. Tu vedi le cose con gli occhi della tua età e della tua libertà, due condizioni che aspirano sempre a regole semplificatrici. Tutti sono destinati a perdere la prima, quelli come me anche la seconda. La realtà è più complessa, più sfaccettata, soprattutto più amara. Io sono un superstite. Non sono più della partita. Sono vecchio, Francesco mio. Vivo solo il castigo di non essere ancora andato a taliare i ficurinia, a guardare i fichidindia come altri del mondo cui sono appartenuto. Sopravvivo per scontare con la vita colpe mie e colpe di altri. Sono sempre stato solo, ma soltanto adesso la solitudine è un vuoto per me. Non sempre non resta solo chi ha avuto l’amore e la pazienza di coltivare la sua compagnia come un giardino. A volte si è premiati immeritatamente della compagnia altrui quando si ha la fortuna di incontrare chi è troppo debole per fare a meno della nostra, anche quando non ha mantenuto ciò che aveva promesso. Ma se non si è mai coltivato nulla in nessuno, non si può sperare di raccogliere. Ti racconto un fatto lontano della mia storia. Da bambino i vecchi, te lo dico in dialetto, mi fitevanu, hai capito no? Ne sentivo la puzza. Più erano vecchi, più la sentivo. Ancora non potevo capirlo che quella era la puzza della morte. Capita che cominci a puzzare di morte anche vent’anni prima di stirare le zampe. Io la mia, caro Francesco, forse questo vecchio rincoglionito te l’ha già detto altre volte, già la sentivo quando non ero qua dentro. Stare in galera non mi ha messo in salvo da lei. In qualche modo, mi ci ha consegnato definitivamente. Non mi ha più abbandonato neanche per un istante, la puzza della morte, fa parte di me, sono io. A volte ne provo vergogna, perché ho il timore che chi mi sta vicino, come te adesso, la senta anche lui e per pudore, magari per un briciolo di carità, non dica niente. Ma il pensiero cammina, anzi corre. Il pensiero celebra funerali in vita senza dover pronunciare una sola parola di condoglianza. Negli occhi di tanta gente che mi guarda io vedo riflessa la mia tomba. C’è un punto di vista per ogni cosa, come ci sono stagioni per ogni sentimento. Così è per la disgrazia. Sai che cos’è la disgrazia? è ciò di cui ridiamo da bambini vedendone solo il buffo, ciò che commiseriamo da adulti temendola, ciò che subiamo da vecchi rassegnandoci ad essa. Ecco un’altra buona ragione per chiamarla terza età.»

«Non mi dire, come fai spesso in questi casi, che parlo come un prete. Io non credo sia esattamente come dici. So che ti riesce difficile accogliere il giudizio sulla tua esistenza da una persona più giovane di te, ma io non posso rinunciare a riservarti la mia sincerità, quindi non posso evitare di dartelo. Voglio credere che ti sia stata data una seconda possibilità, per quanto possa apparirti incongrua, tardiva o perfino beffarda. Continuo a vedere in te la consapevolezza che vivere resti malgrado tutto un dono, sia pure nella segregazione del corpo, perché la tua coscienza è stata lasciata libera, anzi lo è ora come non lo è mai stata. È talmente libera, Ignazio, che paradossalmente lo è anche di mentire a se stessa.»

Ignazio Dimmisi tace per qualche istante. È corrucciato. Francesco non capisce ancora se si è sentito punto dalle sue parole o se la sua è solo attesa di elaborare una risposta pertinente, altrettanto “sincera”.

«Tu hai mai letto i racconti di Buzzati?»

«No. Ma lo farò volentieri se me li consigli.»

«Buzzati è il più grande narratore italiano del Novecento. Secondo il mio modesto parere. Più di Pirandello. Dico narratore ma voglio intendere inventore di storie. Vedi come torna questo concetto. Ne Le notti difficili c’è un racconto che si chiama, se non erro, Delicatezza. Un direttore di carcere cerca di convincere con il sillogismo e la dialettica un condannato alla pena capitale che la morte non esiste e che la fede è sempre un ottimo affare, sia che l’aldilà esista sia che non esista. La fede, insomma, più che una proiezione ontologica o una manifestazione mistica, sarebbe una regola pratica per campare meglio. Alla fine del racconto il povero condannato viene convinto che la condanna in realtà è fare l’amore con una donna bellissima, e proprio mentre si accinge a farlo riceve una revolverata che mette fine alla sua esistenza in modo rapido e del tutto imprevisto. Non gli è stata risparmiata la morte, ma almeno la paura di morire. Conviene credere in un mondo ultraterreno, per vivere meglio in quello sensibile. La fede, per chi ha la fortuna di averla e soprattutto di averla ritrovata da adulto, è un miracolo che da sé spiega tutto: l'origine della gioia e del dolore, il senso della vita. E' un formidabile atout invidiato da chiunque non la possieda e l’invidia si manifesta attraverso l’ostentazione di tolleranza, lo scetticismo e, nel peggiore dei casi, la derisione. Perché ti faccio questo esempio? Per farti capire che per me leggere non è un fine, non può esserlo. È una regola pratica come quella che il direttore del carcere applica ai suoi condannati nel racconto di Buzzati.»

«Leggerò questo racconto e forse capirò meglio ciò che mi vuoi dire, che per il momento resta per me un po’ nebuloso. Ma una cosa l’ho capita bene, e da tempo: tu schermisci il tuo desiderio di vivere ancora, e io ritengo che in fondo tu lo faccia perché non te ne senti degno. Il tuo processo si è concluso anni fa, non continuare a celebrarlo, dentro di te, giorno dopo giorno. I fatti e i misfatti passano come acqua di fiume sotto un mulino. Acqua che non macina più. Se si ha una vita, chiunque l’abbia non si può e, aggiungerei, non si deve considerare morto in anticipo. Forse nessuno riuscirà mai a smontare questa impalcatura, questa tua difesa, tanto meno io, ma voglio tu sappia che è questo ciò che penso, e te lo dico con l’affetto con cui te lo direbbe un amico.»

«Un amico? Io non ho pretesa di avere amici. Non mi posso permettere questo lusso. Ne avevo uno, nell’età in cui l’amicizia è un dono come la giovinezza: l’ho perso presto e quella morte ha cambiato la mia esistenza. Non avevo neanche ventidue anni. Tu forse sai già di cosa parlo, Francesco. E se non lo sai, un giorno che ne avrò voglia te lo racconterò. Sempre a proposito di storie, in un libro ho letto quella di un cieco. Cieco non per nascita ma per violenza. La Sharya del suo paese. Quest’uomo aveva commesso un delitto che doveva essere punito con la legge dell’occhio per occhio. Nel suo caso fu applicata alla lettera. Glieli cavarono entrambi. Non aveva mai fumato. Da cieco iniziò a farlo. Aveva piccole piaghe vive sulle prime falangi dell’indice e del medio. Annerimenti antichi e recenti cauterizzazioni si confondevano. Era stato un contadino e le sue mani callose avevano perso la sensibilità. Non vedendo, smetteva di fumare quando sentiva l’odore forte della sua pelle che bruciava. Non se ne lamentava, la libertà di fumare era più preziosa del danno che si procurava facendolo. Quando gli chiedevano perché avesse iniziato a fumare in tarda età, rispondeva: “Mi hanno tolto il vizio di guardare, questo è il primo vizio che mi è capitato a portata di mano.” Questa è la vita, Francesco. A volte si sceglie la prima cosa che capita sotto mano e la scelta apparentemente insignificante di un giorno, di un secondo decide il resto dei tuoi giorni.»

L’uomo si ferma, tace. Senza smettere di guardare il suo interlocutore. Francesco lo avverte palpabilmente: non potrebbe sembrare più sconfitto di come è adesso. Non è che le parole pronunciate lo abbiano invecchiato: hanno solo portato alla luce, come un atteggiamento rimasto a lungo in secondo piano, una specie di secolare stanchezza. La parole si sono fermate perché non ne esistono nel vocabolario per dire ciò che racconta ora uno sguardo di occhi. Occhi che parlano e occhi che ascoltano. Poi il silenzio è nuovamente rotto, perché è troppo prezioso per potersi elargire a lungo, soprattutto dove si trovano questi due uomini.

«Schiettezza per schiettezza, caro Francesco … per tornare al tema della tua fede, ti confesso a cosa sto pensando in questo momento. Ci sono secondo me due tipi di uomini. L’uomo dell’apnea e l’uomo del respiro. L’uomo dell’apnea non aspetta altro che il tempo passi, quasi che il tempo che scorre invano non sia veramente suo. Qualunque cosa venga nella sua giornata, è qualcosa di interlocutorio che prelude a un istante desiderato — il riposo dopo una giornata di un lavoro che non gli piace, rivedere la persona amata dopo una lunga attesa — o, se è il proprio il momento desiderato, passerà veloce e sarà seguito da altre ore non gradite. Per lui, paradossalmente, il tempo cattivo quello che vorrebbe veder passare in fretta si dilata mentre quello buono si contrae. L’uomo dell’apnea è tutto dentro una visione aberrata del suo tempo. Vive per così dire in una gabbia che lui stesso si è costruito, benché ne collochi altrove le cause. Ha appreso un atteggiamento di automutilazione per difendersi dal dolore — dall’ansia, dall’angoscia o dalla noia. Non si rende conto che per curare la pianta finisce per soffocarla. L’uomo del respiro, viceversa, non si augura mai che il tempo scorra inutilmente, neanche quando la sorte rema contro. Vive appunto col ritmo del proprio respiro, con i battiti del proprio cuore. Ha la consapevolezza che ogni attimo della sua vita sia unico e irripetibile e che, se non lo saprà cogliere, comprendere, perderà per sempre un’occasione. Se il momento gli riserva un dolore, si vive il dolore. Se gli destina il buonumore, si gode la sua risata. È sempre presente, non è mai altrove se non per voli brevi. Ecco, io so che tu appartieni ormai a questa seconda categoria, anche se hai vissuto buona parte della tua vita nella prima. Come tu abbia potuto trasmigrare dall’una all’altra, è uno dei misteri che rendono straordinaria l’esistenza umana. Altro che fede! Se non ti invidio questa condizione, credimi, è solo perché me ne rallegro per te. Ma il nostro tempo sta per finire e tu anche senza volerlo mi conduci sempre a parlarti di cose che forse non ti interessano e che probabilmente ti rattristano. Torniamo all’oggi, anzi al domani. Come sta tua moglie? Spero davvero che questo bambino vi porti tutta la felicità che certamente meritate.»

«Schiettezza per schiettezza, Ignazio, non sono neanche sicuro che sia mio.»

Don Ignazio cambia colore.

«Ma che dici, Francesco? Tu mi vuoi coglionare!»

Francesco tace per pochi secondi. Quelli in cui rivive in un baleno una scena accaduta più o meno nove mesi fa. Era tornato a casa a metà mattinata perché, dietro a certi suoi pensieri, sentiva di essere in colpa nei confronti di Alberta. Dieci piccole, innocue disattenzioni possono coalizzarsi e creare un sospetto di negligenza imperdonabile anche quando essa è già condonata in partenza. Avvertiva l’urgenza indifferibile di dirle che la amava come e più di prima, voleva sentire la propria voce dirle quanto lei fosse ancora importante per lui. A casa non c’era nessuno. Aveva chiamato: nessuno aveva risposto. Alberta doveva essere appena uscita, sentiva ancora il suo profumo aleggiare tra le stanze deserte. Per accertarsene era comunque tornato fino alla camera da letto, immaginando che potesse essere ancora nel bagno. Non c’era. Il letto era sfatto e un fazzoletto di carta usato giaceva per terra. D’istinto lo aveva raccolto, gli era arrivato subito al naso un odore che non poteva non riconoscere. Sperma. Uguale al suo. Non lo era. Non avevano fatto l’amore quel mattino. Né la sera prima. Non lo facevano da tempo e quell’odore estraneo, prima che indignazione, prima che gelosia, creò un immediato indurimento del suo sesso e insieme un malinconico, struggente rimpianto. Ebbe la sensazione di essere arrivato troppo tardi, in tutti i sensi, e che quel colpo avrebbe dovuto attenderselo, prima o poi.

«Ignazio, la vita è già di per sé una cosa complicata, ma quella sentimentale è il massimo della complicazione.»

«Il matrimonio è una strana partita quanto a distribuzione dei punti: si vince in due o si perde in due. Zero punti per entrambi o punteggio doppio. Non mi raccontare altro, non voglio sapere. Mi piacerebbe poter fugare i tuoi dubbi, ma non ho nessun mezzo per farlo. Tanto vale che stia zitto. Questo vecchio non ti può proprio aiutare in niente, figlio mio.»

«Non preoccuparti, è un mio problema. Anzi, il problema è sempre lo stesso per tutti, Ignazio. Molti non mantengono ciò che promettono: in politica, in commercio, nel lavoro, perfino in amore che è la cosa peggiore. Ma non sarebbe infinitamente meglio, quasi meraviglioso, non solo per chi ne beneficia, mantenere ciò che non si è promesso?»

«Hai ragione, Francesco: è quello che tu stai facendo con me. L’agente alle tue spalle fa segno che devi andare. Stai bene, mi raccomando. E non dimenticarti di questo vecchio solo che, ogni tanto, in una tua visita qua dentro ci conta.»

«Di te non mi dimentico, Ignazio. Lo sai. A presto. Stai bene anche tu.»

E prima di varcare la porta si volta verso il detenuto per aggiungere l’ultima frase:

«Comprerò il libro di Buzzati!»

 

Francesco Aversa si sente un guitto. Se ne vergogna.

Stamattina ha recitato, non è stato se stesso. O forse è stato per una volta se stesso perché è nelle altre occasioni che recita una parte. Quelle in cui viene qua dentro a dispensare un’umanità in fascicoli, fatta di buone parole pronte da rilegare, da infiocchettare, da lanciare in un simile deserto dove qualunque frase, qualunque gesto si può spacciare per dono per il solo fatto di essere gratuito, non richiesto. Questo inutile affronto, a Ignazio, non doveva farlo. Ha lanciato il sasso nello stagno sbagliato, sperando che qualcuno mostrasse la mano al posto suo. È stato un vigliacco.

Quando due anni fa comunicò a sua moglie la decisione di iniziare a fare opera di volontariato con i detenuti, lo fece con un entusiasmo tutto personale, di quelli che difficilmente gli altri possono condividere. Ma anche con la speranza che lei non lo avrebbe lasciato solo, che avrebbe compreso e, se non altro per amor suo, avrebbe incoraggiato la sua scelta. Invece Alberta non fu all’altezza della difficoltà in cui lui la metteva. Mostrò tutti insieme i limiti che le conosceva già e che, con un minimo di saggezza, avrebbe dovuto calcolare. Sul volto che mostrò, nelle parole che pronunciò. Non capisco cosa ci vai a fare in mezzo ai galeotti gli disse senza usare perifrasi. Non credo sia una cosa giusta. Non mi piace, non capisco, ma fa come credi. Lo scosse, gli lasciò l’amaro in bocca. Non abbastanza da indurlo a un ripensamento. Non era un giudizio critico alla scelta in sé: era un attacco perché la scelta era stata presa dal suo Francesco.

Una piccola lite, una divergenza di idee possono sembrare nulla, una nuvola in transito nel sereno di un rapporto solido e duraturo. È così, tutto si rimargina in apparenza. Tutto si ritrova uguale a prima. Perfino la tenerezza, le parole d’amore e di passione che si sussurrano in un letto sembrano le stesse. Nessuno dei due vuole credere che qualcosa sia cambiato o possa cambiare per tanto poco e, per confortare se stesso, adotta un comportamento che suona inevitabilmente come una conferma e un sollievo anche per l’altro. Una piccola crepa nell’intonaco non fa crollare una casa. Può restare là per anni, a rappresentare un assestamento lontano e trascurabile. Spesso per avere le cose importanti della vita un amore, un lavoro non ci vuole né intelligenza né fatica, ci vuole soprattutto fortuna. È nel mantenerle che servono queste qualità, ma non è facile capirlo quando si sta comodamente seduti, addirittura inerti e stravaccati sulle proprie fallaci sicurezze, convinti che nessuno potrà più strapparcele, certi di poter dormire tra due guanciali il sonno del giusto. È proprio in momenti come questi che la vita ti frega.

Dal giorno in cui ha messo sul tavolo la sua dichiarazione di intenti, Francesco si è sentito autorizzato a tradurla in azioni. È sparito sistematicamente, un paio di volte a settimana, pago della superficiale convinzione di farlo con la benedizione di Alberta. In fondo al cuore non poteva credere che fosse così facile, che le parole di incomprensione di Alberta fossero solo vento che soffia sul grano, piegando le spighe senza spezzarle. Non valutava deliberatamente l’entità del danno procurato dalla sua scelta al loro rapporto. Spiava la loro quotidianità ed essa gli mandava un messaggio di tranquillizzante continuità, gli forniva insomma un alibi. Stava trattando Alberta come lei aveva fatto con lui all’inizio: la cristallizzava in uno stereotipo, la chiudeva nella prigione della sua idea di lei, da cui non le era consentito, non era neppure pensabile che Alberta potesse evadere. Per una volta, gli faceva comodo la semplicità, il conformismo, la prevedibilità di sua moglie. Ma i conti fatti sulla superficie di una donna sono sempre sbagliati. E quelli sulla sua profondità, per converso, sono semplicemente impossibili.

Non ha mai affrontato Alberta per chiederle conto di ciò che aveva fatto, forse una sola volta, forse cinque, chissà. Poco meno di un anno fa, ha accettato il voltafaccia della sorte come una punizione, esattamente come Luigi Monne detto il Sardo, anziché cercare di rimediare, o almeno di capire. Forse ha ragione Ignazio, sta diventando un prete, ma nel modo più inutile e fatalistico, nel senso dell’offrire passivamente l’altra guancia al destino, senza una dialettica e senza una conciliazione. Ha sperato, come uno struzzo che nasconde la testa, che la sua scelta di omertoso, vile silenzio non gli avrebbe fatto pagare alcun prezzo. In certi momenti è arrivato a carezzare l’ipocrisia di una comprensione per Alberta e per il suo tradimento. Ma neanche quel mattino in cui ne ha avuto certezza ha provato qualcosa che si possa apparentare a gelosia. L’ha sempre considerato un sentimento ignobile, il contrario dell’amore che dovrebbe significare innanzitutto volere il bene dell’altra persona. Eppure, in più di una circostanza, la mancata gelosia si è immediatamente declinata in un senso di vuoto emotivo, come se questa nuova vita, per rimetterlo al pari con agli altri, non gli abbia risparmiato lo sgradito effetto di sentirsi molto più che ridimensionato, addirittura castigato nell’intensità delle sue passioni, dei suoi desideri. C’è un nucleo di egoismo a cui non si può rinunciare perché è la proiezione, nella sfera delle relazioni umane, del puro istinto di sopravvivenza.

Ma all’alba di stamattina, quando ha intravisto Massimo Valerio in quella strana teca dove una luce azzurra gli toglieva quel po’ di ittero del parto, non ha pensato neppure per un istante che non fosse suo. Gli è parso impossibile che Alberta sia potuta arrivare a tanto. Perché allora questa recita davanti a don Ignazio? Per farsi compatire? Per sfregiare il quadretto di buoni sentimenti che il suo comportamento propone tra le mura del carcere? Che sceneggiata insulsa! Francesco non ha fatto ancora i conti con qualcosa dentro di sé, ma è tardi per fermare il tempo e chiedere una pausa di riflessione. Il suo tempo è andato avanti, il suo matrimonio è andato avanti così come è andata avanti, fino al suo termine, la gravidanza di Alberta. Ora lui è padre e questo cambia tutto, nel senso più profondo e radicale che niente da domani sarà come era ieri. Perché ha voluto comunque venire nel penitenziario, quando il suo posto sarebbe stato in clinica, vicino a suo figlio e a sua moglie? Sta cedendo in partenza alla paura che nelle intenzioni vorrebbe combattere. Il timore che non ce la farà a mantenere la sua promessa di due anni fa, che abbandonerà questa strada così presto e in modo definitivo al primo impegno stringente, non delegabile, come un giovane uomo è costretto ad accantonare un hobby perché ha trovato il suo primo lavoro. Una nave mal progettata, la sua, che alle prime intemperie fa naufragio. Cause di forza maggiore. Francesco ha un’urgenza febbrile di riprendere in mano il bandolo di sé, di ritrovare i suoi veri desideri senza che essi si lascino schiacciare dalle nuove responsabilità, cui di certo non vorrà né potrà sottrarsi. Non ci si può dedicare alle vite altrui scappando dalla propria, è un assurdo, una falsificazione della verità. Quanto vorrebbe poter fuggire via, magari solo per un paio di giorni: trovare un posto dove riflettere in tranquillità, un eremo, un rifugio alpino, un’isola deserta. Non li ha, questi due giorni. La sua coscienza glieli negherebbe ancor prima della sua agenda. I suoi piedi se ne fregano dei tentennamenti: già da parecchi minuti, da quando è uscito dal carcere, lo stanno portando là dove la sua testa sembra ricalcitrante a dirigersi.

 

Un uomo lo sa che una donna è una creatura più complessa di quanto lui sia o si creda. E se non lo sa, lo impara. E se non lo impara, cazzi suoi.

Non è questione di età, di cultura o di segno zodiacale. Non si sceglie di essere difficili. Se lo si è, è per necessità. Solo chi ha la forza e la società dalla sua può permettersi il lusso di essere sempre diretto. L’altro, il più debole, finisce per parlare soprattutto quando tace.

Quando si ritrovarono sarebbe meglio dire quando si incontrarono per la prima vera volta Alberta era persuasa che Francesco non dovesse essere protetto dal suo futuro, semmai dal suo passato quel mondo posticcio e maledetto che se lo era preso per quindici anni mentre lei, lei l’aveva respinta subito e senza troppi complimenti. Il futuro di Francesco era lei e per altro non c’era, non poteva esserci spazio. Si era comportata di conseguenza, mettendoci il meglio di sé. Per qualche tempo le sue contromisure l’avevano premiata, prendendo il sapore delle soluzioni definitive, quelle che rafforzano convinzione e autostima in chiunque sia stato capace di idearle o anche solo di applicarle. Le vaghe elucubrazioni di Francesco, i suoi astratti intenti umanitari erano il ronzare di un temporale lontano. L’avevano innervosita, non allarmata. Poi il fulmine, improvviso, proprio sulla sua testa. Spaesamento è perdita di riferimenti. In una coppia, il riferimento è incrociato: è la centralità di se stessi nella vita dell’altro. Alberta non si vide solo spiazzata dalla scelta di Francesco. Si sentì tradita. Tradita dal mondo prima che da suo marito. Inizialmente se la prese con se stessa. Non era abbastanza intelligente, abbastanza forte, abbastanza comprensiva per bastare a Francesco. Non era neanche capace di darle un figlio, sebbene entrambi non prendessero più precauzioni da vari mesi.

Lo vedeva sparire due volte a settimana e a ogni ritorno sembrava sempre meno lo stesso Francesco. Un uomo impercettibilmente cambiato, in cosa non avrebbe saputo dire, ma il suo intuito di certo non le mentiva. Si allontanava, non in ciò che si esprime in una parola, in un sorriso o in un bacio, ma in tutto quel sommerso di una persona che resta inespresso e che si ha gioco facile nel credere inesprimibile. Soprattutto se non si è conosciuta la fase in cui un rapporto supera la confidenza e diventa fusione: è allora che l’amore abbassa il livello dell’inespressione, prosciuga quel mare che nella persona amata spaventa e che arrivati a un certo punto di un ménage, per non sfasciare tutto, può far comodo abbandonare a una pretesa insondabilità.

Lui restava volutamente evasivo ogni volta che lei si sforzava, non senza impaccio, di chiedergli come andava, che cosa faceva là dentro con i detenuti non che avesse capito che galeotti era un termine anacronistico, ma le era chiaro che Francesco non lo gradiva, perciò lo aveva messo da parte. Erano domande rituali. Tradivano una motivazione bugiarda e Francesco, sentendo il suono della moneta falsa, contraccambiava con risposte altrettanto rituali, totalmente sfuggenti. Alberta gli lasciava percepire che non era veramente interessata alla sua attività e lui non riusciva, forse non trovava neanche giusto ripagarla con la propria sincerità. La scena si ripeteva e ripetendosi scavava il solco. Ritrovarsi, nell’intesa dei discorsi, in quella dei corpi, costava ogni volta un piccolo incremento di tempo e di apprensione. Ciò convinceva, assai più Alberta di quanto accadesse a Francesco, che lei lo stava perdendo e doveva fare assolutamente qualcosa.

Poiché Francesco non trovava né il tempo né la voglia di scoprire se per la medicina poteva o no essere un padre, si era rassegnata ad agire unilateralmente, cercando almeno di verificare se lei poteva diventare madre. Il dottor Giovanni Perez era il suo ginecologo da quando, anni prima, glielo aveva consigliato una vecchia compagna di scuola. Voleva un figlio. Si può dire che lo desiderasse da sempre, ma ora più che mai le sembrava la sola cosa importante da fare. Abbracciava la maternità come un nuovo, definitivo punto e a capo nella sua vita. Non vi si aggrappava come una giovane sposa che, ridotta alla disperazione, non trova altro mezzo per combattere una vecchia amante di suo marito. La nuova passione di Francesco da cui Alberta doveva difendere la loro unione non era una donna, non poteva essere combattuta con armi femminili. Una cura. Stava facendo una cura. Di estrogeni e di speranze. Non avrebbe mai pensato che con Gianni sarebbe finita in quel modo, su un letto. Non avrebbe voluto. Però era accaduto e ormai non poteva farci niente. In grembo aveva un figlio e quel bambino era in primo luogo di sua madre. Per anni sarebbe dipeso soprattutto da lei, sarebbe stato tutto suo, senza concorrenza.

Era sempre stato molto cortese con lei. Fin dalla prima volta che l’aveva visitata. E ciò aveva impressionato particolarmente Alberta. Gli uomini gentili la colpivano sempre, come una nota piacevolmente stonata. In fondo per lei la dolcezza era una qualità femminile: l’uomo che la possedeva profondamente in realtà era come se l’avesse presa in prestito dal sesso opposto. Il più delle volte il prestito, come aveva avuto modo di appurare, era temporaneo o, per meglio dire, tattico. Di solito un uomo sfoggia la sua gentilezza come un’arma di seduzione o come una forma di dissimulazione di un disegno non ancora confessabile. Gianni per lei non dissimulava: era così. Troppo costante e naturale il suo atteggiamento per essere costruito.

Non poteva escludere che lui avesse fin da subito fatto pensieri su di loro. Non profondi, non prolungati. Quei pensieri che possono balenare nell’incontro tra un medico e una paziente e restano buoni in platea ad assistere alla recita della perfetta professionalità. Un giorno però Alberta, incoraggiata da tanta attenzione e disponibilità, gli usò una confidenza imprevista sul suo rapporto coniugale. Si fece scappare una frase sul senso di solitudine che provava negli ultimi mesi, come se fosse lei sola ad aver scelto di diventare madre, come se Francesco fosse presente a parole ma lontano col cuore. Il medico non si ritrasse, apparve ancora più partecipe. Si sarebbe detto che la sua comprensività aspettasse di essere sottoposta alla nuova prova. Ascoltare gli sfoghi di Alberta, sempre meno velati, sempre più lunghi, diventò un elemento consueto dei loro incontri. Per via della cura, dovevano vedersi con regolarità. Un tardo pomeriggio, Alberta dopo la visita vide che il ginecologo usciva insieme a lei dallo studio. Era l’ultima. Si offrì di accompagnarla fino a casa. Quella sera, Francesco sarebbe andato a trovare sua madre. Perché non mangiare qualcosa insieme? Le propose. Perché no? Rispose Alberta. Quella sera non se la sentiva proprio di restare sola a casa. Aveva un desiderio quasi struggente di essere ascoltata, compresa, compatita. L’invito la sottrasse a un pianto sicuro.

Gianni si mostrava tanto gentile, attento, premuroso con lei quanto Francesco le sembrava assente, indifferente alla sua sensibilità, al suo momento fragile. Era il suo “momento fragile” a radicalizzare le differenze ben oltre la loro verità. Era troppo fragile, si disse anche dopo quella prima volta. Quell’aggettivo, scaturito da un nucleo emotivo reale, stava diventando una panacea per falsificare tutto quanto accadeva nel suo intorno.

Non ricordava come le cose fossero potute precipitare. Avevano finito la bottiglia in due e lei non era abituata a bere. Sentiva che la debolezza del suo momento e la piccola sbornia non erano scuse sufficienti a giustificarla, ma aveva comunque bisogno di quegli espedienti, gli unici a disposizione, per scagionarsi.

Vi furono altri due incontri, uno nello studio di Gianni, un altro a casa di Francesco, una mattina. Vennero per inerzia, prima ancora che venisse anche il tempo di riflettere, almeno per lei, su cosa stessero facendo. Come un pesce all’amo, abboccava alla lusinga di sentirsi nuovamente importante per qualcuno, chiunque avesse il potere di riuscirci. E Gianni non era chiunque. Era un medico capace, un fine parlatore, un maschio desiderabile.

Benché la cura che stava facendo non dovesse ancora produrre gli effetti desiderati, benché i due avessero preso le normali precauzioni, Alberta scoprì di avere un ritardo. Due, tre giorni. Una settimana. Non faceva l’amore con suo marito da almeno quindici giorni. La mattina che comprò il test di gravidanza in farmacia e vide che era positivo, si sentì investita da una doccia scozzese di sentimenti. Felicità. Angoscia. Il secondo inquinava irrimediabilmente il primo, come in genetica un carattere dominante prevale su uno recessivo. L’avevano fatta grossa. Quella stessa sera, fece di tutto per fare l’amore con Francesco. Gli disse mentendo che, secondo il suo medico, era il momento più fertile del ciclo. Che dovevano provare. Lo trovò stranamente freddo, come se lo stesse facendo, in apparenza per non dispiacerle, in realtà perché percepiva la sua menzogna. Ma è sempre così, le bugie sono esposte al gelo della verità, anche quando non soffia dall’esterno ma solo dalla intima, segreta consapevolezza che sono tali. Quella notte, le notti che seguirono, si diede a lui selvaggiamente, come se coltivasse la pazzesca illusione che il seme legittimo potesse scacciare dal suo utero quello fraudolento che vi aveva già attecchito.

Con Gianni non ebbe più il coraggio di incontrarsi, se non per motivi medici. Il senso di colpa era più forte della lusinga di essere ancora al centro delle attenzioni di quell’uomo per molti versi affascinante. Lui in tutta evidenza avrebbe voluto continuare e, quando si sentì dire che quasi certamente era stato lui a metterla incinta, sembrò addirittura contento. Accusò suo marito. Pensando di consolarla, le disse che il problema della coppia era lui e non Alberta. Gratuitamente, per il gusto fatuo di prevalere. Non c’erano elementi clinici per affermarlo, c’era solo il desiderio un po’ vile e un po’ malvagio di colpire un avversario senza doverlo affrontare. Alberta non seppe cosa rispondere a quell’inatteso, incongruo atto di gelosia. Si pentì di essersi confidata, in fondo a cosa era servito? Certo non poteva convincere Francesco a fare uno spermiogramma ora che lei aspettava un bambino! Gianni la disorientò. Si rivelò in quella circostanza più volgare di quanto le fosse mai apparso.

In occasione delle visite di controllo, la incalzava ma con una tenacia flemmatica, come lo stillicidio di un rubinetto nel bagno può incombere su un sonno notturno. Mai abbastanza per superare il limite della decenza. Non tanto da non accettare la volontà ferma di Alberta di ristabilire le distanze tra loro, anche se ormai il loro non sarebbe più potuto tornare il rapporto di un tempo, quello tra un medico comprensivo e una paziente fiduciosa. Erano diventati complici, non tanto di un adulterio, un fatto così comune da discolparsi da sé, quanto di un furto, per quanto involontario, di paternità.

 

Strada facendo, Francesco torna sulle ultime parole di don Ignazio, è quello che tu stai facendo con me. Lì per lì non l’hanno colpito. Sono rimaste tra le quinte della mente, in attesa del loro turno, pronte ad avanzare nel proscenio. Se ne sta convincendo: non era un complimento buttato lì tanto per compiacere, don Ignazio diceva la sua verità. Non ci si riconosce in ciò che dicono gli altri di noi, soprattutto quando è vero. Francesco non si rende neanche conto di quanto questa esperienza in carcere abbia attaccato come una ruggine, non soltanto il suo modo di pensare, ma addirittura la sua indole. In che cosa il suo oggi somiglia a quello che viveva quando inseguiva per lavoro persone famose da cogliere nei loro momenti di intimità, nelle loro debolezze? Non c’è un solo punto comune, se non quelli primari, mangiare, dormire, scopare. A volte devono essere gli altri a scrivere sul registro della nostra vita i suoi cambiamenti indelebili, a darci meriti che noi non riconosceremmo mai a noi stessi. Questo merito che si è sentito attribuire, solo pochi minuti fa, rimane in secondo piano, non riesce a suscitare un briciolo di orgoglio perché altro occupa la mente di Francesco, che pure non lo sta sottovalutando. Se tuttavia lo raffronta con i suoi demeriti, gli sembra davvero poca cosa. La semplificazione della sua vita, il volerla far tendere a una verità esterna a sé e alla sua storia passata è un progetto fragile, che ha raccolto piccoli successi con persone sconosciute e grandi fallimenti con quelle a lui più care.

Continua a camminare, senza trovarsi dentro un desiderio vero di prendere la strada che lo porta da Alberta e da Massimo Valerio. Però deve. In senso reale e figurato. È il momento di passare sopra ogni sciocca boria di maschio ferito. Di accettare che la vita non è una camera, che è facile riordinare perché gli oggetti non si ribellano alle mani di chi li sposta. La vita ha un suo disordine irriducibile, spesso doloroso, che a volte vi troviamo e a volte vi portiamo. È il momento di riavvicinarsi a una persona, con l’animo svelenito, senza pretesa di confessione, senza profferta di perdono. Ora come ora, la prima sarebbe una carognata inqualificabile e la seconda una tardiva, ridicola ipocrisia. Forse Alberta non domanda altro, o forse è troppo tardi. Comunque sia, sarà cento volte meglio che restare con la testa sotto la sabbia a far finta di niente. Sì, questa è la cosa giusta da fare, si dice Francesco mentre si avvicina sempre più alla clinica.

Giorno dopo giorno, negli ultimi tempi ha cercato di educarsi ad accogliere tutte le risposte del mondo, soprattutto quelle per cui lui non ha fatto domande. È una ginnastica difficile e insieme inevitabile. A mente fredda, non si sente più di ripudiarla come stava per fare poco fa. In coscienza, non può dire di non aver agito per il meglio. La verità, dolce o amara che sia, è come un pallone che si tenti di tenere sommerso: ci resta solo finché una forza ve lo tiene. Chissà se è veramente un uomo del respiro come l’ha definito poco fa Ignazio, però la definizione gli è piaciuta e, retrospettivamente, aspirerebbe a esserlo, perciò si aggrappa al viatico del suo amico detenuto come a un oroscopo personale. Se riuscisse davvero a imparare a vivere ogni nuovo giorno come se fosse l’ultimo, come se anche lui fosse un condannato a morte, o un malato terminale, per trovare il coraggio di dare e di chiedere tutto alla vita, congedandosi da essa senza rimpianti.

Oggi è una bellissima giornata di fine ottobre. Francesco rivolge gli occhi verso l’alto e si lascia emozionare dalla vista delle nuvole che si sfanno per poi ricomporsi al vento di tramontana, come giganteschi stormi di candidi uccelli migratori. Lo stormire dei platani al vento, con le ultime foglie già ingiallite ma non ancora cadute, è una voce così potente che non la si può ignorare. Francesco comprende quanto l’uomo per avvicinarsi a nuove divinità — il benessere materiale, l’Hi-Tech, la ricchezza — si sia allontanato da quella che era stata la sua prima. È così evidente che in questo istante gli alberi e il vento si stanno parlando, come potrebbe essere più chiaro? Gli uccelli colgono dai segni attorno a sé qual è il momento di migrare, o di alzarsi in volo per evitare un ciclone in arrivo. Un cane si allontana da un uomo che vuole accarezzarlo, oppure gli abbaia d’istinto, senza apparente ragione, perché sente addosso a quell’uomo una malvagità che ha commesso: ha picchiato, o forse ha addirittura ucciso. Gli è rimasto attorno l’alone della sua violenza e il cane lo avverte. Solo l’uomo, che un tempo era parte di questo armonico disegno, ne è oggi escluso, non capisce più questo linguaggio, eppure è lo stesso che la natura ha sempre parlato e che tutte le specie vegetali e animali eccetto lui comprendono. Anche le girandole e i tricolori confitti nei balconi vanno tutti insieme all’impazzata dietro al vento, perfino questo sembra voler significare qualcosa. Probabilmente Francesco è il solo idiota in città ad alzare la testa in cielo in questo momento, probabilmente è il solo a far caso a simili dettagli, a lasciarsi intenerire da essi. Tutto questo, se non altro, ha il potere di non farlo sentire solo, come era fino a poco fa. Gli infonde un senso di concordia generale, perseguibile, a portata di tutti, senza per questo fargli dimenticare cosa lo attende. È la vita di tutti non avere la mente sgombra, sentirsi assillati da qualche problema più o meno grande. L’importante è andare avanti, qualunque cosa ci aspetti, con serenità e con onestà, mai come se si andasse al patibolo. L’importate nella vita è avere qualcosa da lasciare. Lui sa finalmente cosa lascerà. Non è ancora riuscito a vedere bene suo figlio. Era nell’incubatrice quando è andato via. Questo desiderio affretta il suo passo.

In fondo alla strada alberata che sta percorrendo, deserta a quest’ora di tardo mattino, intravede un paio di persone. Vestiti di scuro, hanno l’aria di una scorta a un’auto blu, che però da quelle parti non ha mai visto. Un politico, forse un magistrato, deve abitare in quel palazzo. A questo punto delle sue riflessioni, qualunque cosa gli appaia davanti sarebbe rassicurante, anche un mondo fatto di vip e di scorte, mai così lontano dalla sua vita come in questo periodo.

Più si avvicina, meno Francesco ha la sensazione di essere solo un passante, più è forte quella di essere in qualche modo atteso. È assurdo, non può essere così. Fa anche in tempo a pensare che è un abitudinario e che ogni volta fa quella stessa strada a piedi anche per tornare a casa dal carcere. E questa non è una coincidenza tranquillizzante. Gli uomini vestiti di blu che sembrava aspettino chissà chi, a mano a mano che lui si avvicina tradiscono negli sguardi di intesa e in certi piccoli movimenti che è proprio lui la persona che stanno aspettando. Non può essere! Perché mai dovrebbero aspettarlo? Ma l’istinto gli dice che è così: lo stanno aspettando. È la verità o si sta facendo suggestionare? Non può ancora saperlo. Cosa può fare? Tornare indietro? Cambiare strada? Non avrebbe senso. Si sentirebbe ridicolo di fronte a se stesso. Se poi dovesse risultare che la sua era una paura del tutto infondata, come è assai probabile? Cosa potrebbero mai fargli, mai volere da lui? Nel frattempo, l’altra metà della sua testa, quella che ha suonato il campanello d’allarme, è convinta che non ce la farebbe comunque — sono troppo vicini, anche se Francesco ha visibilmente rallentato il passo.

Ecco, ci siamo. Gli passa quasi accanto, non più di un metro perché il marciapiede in questo punto è ristretto dall’aiuola di un albero. Volutamente ha evitato di guardarli. È fatta. Ne è fuori, sembra non stia succedendo niente, nessun rumore sospetto alle spalle. Non è lui la persona che aspettano. Questi uomini di scorta: sospettosi con tutti, tutti vestiti uguali, irriconoscibili l’uno dall’altro. Il sipario della normalità si richiude, dopo un piccolo squarcio di paura ingiustificata. Sei un coglione, Francesco! Troppi pensieri. Ha il tempo di sorridere di sé, di sollevare un nuovo sguardo liberatorio verso il cielo. Vede due gabbiani planare, poi inseguirsi nei loro ampi svolazzi. Forse sono un maschio e una femmina. Questa è la vita. Si sente più vicino a loro che ai suoi simili bipedi, tutti così indifferenti. Ha l’aspirazione di volerli raggiungere, di poterlo fare semplicemente sollevandosi sulle punte. Di diventare della loro stessa sostanza. Leggero.

Un rumore. Sordo, soffocato.

Francesco si sente venire meno. Ha una nausea dolciastra in bocca, non riesce a capire cosa sia ma le gambe improvvisamente non reggono più.

Calore.

Un alone di calore. Intenso. Dalla schiena si irradia a tutto il tronco. Gli occhi si annebbiano Che cosa succede? Perché proprio a me? Dio mio, cosa mi hanno fatto?

Con un assurdo ritardo, ha il potere di vedere, come se le sue spalle l’avessero registrata per lui, l’immagine di una mano: una mano che si solleva e punta una pistola con un silenziatore. Il rombo di un’auto che si riavvia in fretta e il suo sgommare gli entrano nel corpo, ci entrano come il dettaglio preminente, passeggero, di un’agonia.

È questa dunque la morte, Francesco? È l’oltre dove la paura non è più inganno ma verità? Una tragedia come non se ne possono concepire altre, che non ha il diritto di consumarsi in un suo spazio riservato ed esclusivo, ma deve esporsi al quotidiano, all’indifferenza del mondo che continua a essere assorbito dalla sua vita spicciola, che non arresta soltanto per te i suoi rumori di clacson, i suoi cinguettii di passeri, i suoi martellii di artigiani al lavoro.

Lo sguardo è vivo, dunque non sei ancora morto, Francesco, ma il tuo cielo non ha più gabbiani premonitori: si è popolato di volti, alcuni diritti, altri capovolti. Capisci che sei disteso supino, sul marciapiede. I volti sono quelli dei primi curiosi. Qualcuno ti ha visto accasciarti, qualcun altro di passaggio si è aggiunto ma, se avesse capito che non era un malore, che avevano sparato a quell’uomo per terra, avrebbe sicuramente tirato diritto. Stranamente il marciapiede non è duro, ti sembra addirittura soffice. Un signore ti ha sfilato lo zainetto dalle spalle e se n’è pentito perché ora non sa come pulirsi dal sangue che lo ha macchiato ovunque. — Ma da dove è partito il colpo? — Perché, gli hanno sparato? — Dov’è il foro della pallottola? — Ma non la vede, la chiazza di sangue che si allarga dietro la schiena? — Dio mio, Carlo, non posso guardare! — Qualcuno ha chiamato il 118? — Sì, l’ho chiamato io, signora. — Secondo me non ce la fa, se lo portano via cadavere. — Ma ti sta sentendo, sta zitto! Dio mio, ha ancora gli occhi aperti, respira! — Non è un respiro, signora, è un rantolo.

Non c’è bisogno di una sinfonia tragica per morire. La morte è un vento improvviso che coalizza tutto il tragico attorno a te, lo va a stanare dagli scantinati del mondo e te lo porta attorno, te ne circonda come un corredo funebre. È un grande teatro che ti mette non davanti a una platea ma al centro dell’universo, tu sei l’attore protagonista, tu il grande istrione, gli altri sono figurine del presepe, personaggi irreali, spettatori nel proscenio della tua vita che grandiosamente si spegne, come se dopo di essa non dovesse esserci più nulla per nessuno.

Francesco non prova più dolore fisico, assiste vigile al consumarsi di questa tragedia quasi non fosse più la sua, nel bisbiglio dei testimoni. Riuscire a decifrare l’esistenza del mondo attorno a sé non lo illude che se la potrà cavare. Lo sa che sta morendo. Qualcuno ha pronunciato la parola ambulanza come se fosse già arrivata, qualcun altro lo guarda con pietà, altri con costernazione si coprono il volto o si allontanano passandosi le mani sui capelli e cedendo il posto in prima fila a qualcun altro. Una signora più debole di stomaco ha un conato di vomito e si allontana, ma lui non vuole ancora morire, è sempre lì, presente, ostinata sopravvivenza di se stesso, in mezzo a quella piccola folla di estranei che non può fare più niente per lui, solo ammirare la sua recita straordinariamente realistica in preda all’orrore, alla curiosità o alla compassione. — Dunque questa è la tua morte, questo è il tuo momento, così ti è toccato congedarti da tutti. Se solo potessi dire tutto quello che vorrei in questo momento … se solo potessi raccontare questo dilatarsi dei miei istanti, quasi che nessuno di essi voglia prendersi la responsabilità di essere l’ultimo …

Che morte stronza mi è toccata come se la morte potesse fare a meno di esserlo. La Stronza Morte concede ancora l’ultimo Tempo: quello di rimpiangere ciò che non potrà mai fare. Non si presenterà al suo appuntamento quotidiano col sole, già vecchio e forse solo, nella panchina di un parco. Non conoscerà i nomi e i volti della sua progenie, non potrà accarezzarli, né loro potranno affezionarsi a un padre o un nonno che hanno conosciuto solo dalle foto, volergli bene veramente. Non farà bilanci, non saprà se ha davvero imparato la lezione che gli era stata riservata. L’ultima lezione è questa e l’orario è finito. Tutto resta come sospeso e incompleto, questa è la vita, un progetto interrotto, e questa è la morte, l’ultimo sogno.

Ora Francesco vede i volti dei passanti, li vede uno a uno e tutti insieme contemporaneamente, ma non più come se lui fosse disteso e loro in piedi, no: è come in un sogno, quei volti sconosciuti che in pochi attimi gli sono diventati quasi familiari, così stranamente vicini e cari, scorrono davanti ai suoi occhi in rassegna, con tutta la gamma dei sentimenti che volto di uomo o di donna possa mostrare dinanzi a un evento come questo. Quando ne vede le teste dall’alto, simili a un capannello di persone vestite a lutto attorno a una bara che sta per essere tumulata, capisce che il suo tempo è davvero finito e non ce ne sarà dell’altro. Quei volti di sconosciuti si sono insensibilmente trasformati nelle presenze importanti della sua vita. C’è sua madre che già vestita a lutto scuote silenziosamente la testa, come se avesse previsto tutto. C’è Alberta senza bambino ma ancora con la pancia di otto mesi e nella larga camicia da notte turchina che le ha comprato appena ha saputo che era rimasta incinta. C’è la figlia illegittima dell’ex ministro, che si fa il segno della croce e getta nella fossa un giglio bianco. C’è Ignazio che, incredibile a vedersi, sta singhiozzando e nascondendo la sua commozione tra le mani mentre sussurra: “figlio mio! figlio mio!” C’è suo padre, un po’ discosto, con il volto corrucciato che gli ha sempre conosciuto e che era la rappresentazione della sua perenne contrarietà, le mani giunte a tenere il cappello di feltro grigio che metteva sempre la mattina per andare in ufficio. Infine c’è suo figlio, non è più nell’incubatrice ma dalla culla vede suo padre e gli sorride.

È finita. Altre cento immagini si susseguono, sempre più deboli, imprecise, impersonali. Poi tutte insieme precipitano, come una massa d’acqua non più arginata da una diga. Sommergono la sua coscienza. L’ultima sensazione che il suo cervello registra è di essere reso cieco da una dissolvenza in rosso.

È finita. Non può più sentire la sirena dell’ambulanza che proprio in questo istante è arrivata sul posto. L’uomo disteso sul marciapiede ha un estremo scossone del collo all’indietro, la bocca emette un fiotto di sangue raggrumato invece dell’ultima aria dei polmoni, gli occhi roteano verso l’alto verso l’abisso mentre il vento spettina per l’ultima volta i suoi pochi, lunghi capelli.

Il mondo intero, che sembrava sordo al suo dissolversi, quel mondo che pareva potesse continuare a esistere anche senza di lui, emette un fremito a bassissima frequenza: è un singhiozzo di addio.

L’addio a Francesco Aversa, al definitivo silenzio del suo respiro.

 

Commenti

Accidenti! Il finale mi ha completamente spiazzato. Merita una più profonda rilettura per tutti i sentieri che hai aperto in questo ultimo colloquio. Punti di vista alcuni che condivido, altri di cui devo coglierne la vera essenza per arrivare a una maggiore comprensione di chi li ha scritti. Poichè penso che ci si metta sempre del proprio quando si scrive.
Leggerti è un vero piacere, lo ripeto, e tu sei molto bravo.

grazie, e buona domenica

frantzisca

Scritto da: frantzisca | 06/03/2011

Due considerazioni prima di cominciare a leggere. Una, qua il vento, di là la pioggia...La seconda : si è vero non è autobiografica,ma è fatta di tanti piccoli squarci autobiografici e che assomigliano alle biografie di tutti e sì, è vero, è una storia di donne (infatti volevo aggiungerla a quel piccolo gruppo di storie di qualche tempo fa (Flora e le altre).
E ora la lettura. A dopo.

Scritto da: setteparole | 06/03/2011

Ah, questa volta è stato un vero colpo, mio caro amico,inaspettato e violento. Mentre pensavo a tutte le riflessioni che avevo fatto durante la lettura, mentre cercavo di collocarmi in un posto più chiaro rispetto al problema della fede o di decidere se mi sentivo più "uomo di apnea o di respiro" ( era molto più facile stabilire se ero di libertà o di amore nel famoso film "Così parlò Bellavista"),mentre, all'approssimarsi di Francesco alla clinica, cercavo di capire quale delitto potesse essere stato commesso, ecco qui la verità. Inaspettata,insieme teatrale e così ben descritta, come in un romanzo filosofico, che ancora non riesco a capacitarmi. No, non l'avevo previsto e penso che un finale così renda la storia più vera di qualunque realtà. Perchè le cose avvengono così, senza un preavviso, inutile arzigogolare su cosa accadrà, perchè la vita sa accadere da sola.
Complimenti, Maurizio

Scritto da: setteparole | 06/03/2011

Si, però Francesco sembra morire quasi senza sofferenza. Tuttavia l'idea di morire "soli" pur condividendola, mi fa paura.
Mi sembrava che fosse finito presto per essere un romanzo, ma allora non era lui il protagonista? Forse è una storia più corale...In ogni caso staremo a vedere.

Scritto da: setteparole | 06/03/2011

stravaccati sulle proprie fallaci sicurezze,
già, gli dei sono gelosi,
ma non giustifico Alberta, non è amore quello che spacciava a Francesco,
a lui una lacrima per una morte "stronza" e senza la certezza di quello che avrebbe scelto e fatto, in fondo direi che anche questa morte è arrivata a puntino....
bellissimo racconto, grazie delle sensazioni,
buona serata,
Cesy

Scritto da: SISTERCESY | 06/03/2011

stravaccati sulle proprie fallaci sicurezze,
già, gli dei sono gelosi,
ma non giustifico Alberta, non è amore quello che spacciava a Francesco,
a lui una lacrima per una morte "stronza" e senza la certezza di quello che avrebbe scelto e fatto, in fondo direi che anche questa morte è arrivata a puntino....
bellissimo racconto, grazie delle sensazioni,
buona serata,
Cesy

Scritto da: SISTERCESY | 06/03/2011

FORTE RACCONTO
che esprime la lucida angoscia di chi la vita non ha risparmiato nè le beffe nè gli inganni.E tali anguste secche e scarne meditazioni devono avere messo in subbuglio anche i guardiani (secondini).Ma sarà un "mal di denti" ad interromperle.La meraviglia di uno specchio che a terra cade e si frantuma e con lui l'incantesimo infantile nel quale da tempo ci si era rinchiusi,per dare il posto a un gesto autentico d'amore che aveva tutta la straordinarietà di quel mal di denti,portato da un vento in tutta la sua pienezza lieve di novità che le costringe gli occhi a riconoscere,una volta per tutte" che la vita può lasciare un "biglietto" vincente nell'ora (oscura) in cui si riposa e che il viaggiatore vede e prende nei tre o quattro istanti decisivi al trasporto per il resto dell'intero viaggio.Biglietto che imprevedibile com'è la vita e contro la stessa nostra volontà la vita ci regala ad assoluzione piena dìogni colpa che pur grave possa essere è semplicemente una camicia sporca dal viaggio,pulita con tutte le "sacralità" di una consapevolezza che, vivere è disagio,si,certezza di fallimento pure,di successo,a volte,GUIDA sempre di un NOI a protagonisti per un nuovo purificato solo dall'Amore che nulla chiede se non in quell'ESSERCI vuoto di tutto pieno di sè molecola d'universo che festosamente brilla.Bianca 2007

Scritto da: Bianca 2007 | 07/03/2011

Sto piangendo, veramente..parto dalla fine e mi chiedo quanto tu possa esserti immedesimato in quell'istante che sembra infinito qual'è la morte.
Tu sai che ho vissuto questa esperienza da spettatrice, i suoi occhi erano aperti, non guardavo il suo corpo ma in alto, sembrava fosse sopra di me. Le immagini ed i ricordi che tu descrivi li ho vissuti io, in una frazione di secondo che, in un tempo che sembrava un'eternità e che invece si riduceva in pochi minuti.
Quel vento , quel volo di gabbiani, quell'anima che presagiva un distacco terreno, secondo me un'anima troppo debole, troppo fragile e sensibile per sopravvivere . Non importa il modo in cui la morte è sopravvenuta , è semplicemente arrivata, quasi pietosamente, per portarlo via da tutto il suo dolore esistenziale.

La giornata inizia in un modo molto significativo, un riassunto delle sue scelte di vita, una strana inquietudine che lo porta ad un confronto con se stesso attraverso chi dietro le sbarre ha consumato le sue ultime possibilità di redenzione, ma non di certo incatenato nelle ali della libertà, poichè attraverso i libri i suoi pensieri possono ancora spaziare in orrizzonti lontani.

Riflessioni profonde e filosofiche,tratte da letture importanti, letture che ti scelgono in un determinato momento della tua vita, e che parlano solo a te.
Riflessioni spirituali, di fede, un avvicinarsi al divino come possibile risposta, forse l'unica.
Ho visto un film comico ieri, ma che ad un certo punto in una frasetta banale ha rivelato una grande verità, che mi ricongiunge al racconto.
C'erano due amici di cui uno vergine, costui si professava ateo, diceva di non credere in nulla. L'altro gli rispose:-per forza non credi in nulla, non hai mai fatto l'amore!-
Ecco, l'amore, verso Dio, verso gli Dei, verso i tuoi simili, l'amore visto come risposta.
Poi la vita, e quì riporto una parte meravigliosa da te descritta.



"L’uomo del respiro, viceversa, non si augura mai che il tempo scorra inutilmente, neanche quando la sorte rema contro. Vive appunto col ritmo del proprio respiro, con i battiti del proprio cuore. Ha la consapevolezza che ogni attimo della sua vita sia unico e irripetibile e che, se non lo saprà cogliere, comprendere, perderà per sempre un’occasione. Se il momento gli riserva un dolore, si vive il dolore. Se gli destina il buonumore, si gode la sua risata. È sempre presente, non è mai altrove se non per voli
brevi"

Ci sarebbe molto da dire, ma forse è meglio che tocchi a grandi linee il seguito della storia.
Sai, la capisco Alberta, la capisco in tutto, e tu bravo, l'hai compresa anche tu. In fondo ti sei messo un po' anche dalla sua parte, ti sei immedisimato nella sua essenza di donna, senza scontatamente metterti dalla parte di francesco, quale uomo tradito.
Ma forse egli non si è tradito da se?
Nel carcere cercava di dare oppure di ritrovarsi?
In fondo in quel grande gesto di generosità non si nascondeva come sempre un egoismo cammuffato?
La scorrere della lettura mi porta a molte domande, a pensare, a ragionare sulla mia stessa vita e questo è il bello di uno scritto importante, curioso ed interessante, il libro che ognuno dovrebbe incontrare.Complimenti.

Scritto da: alessandra62 | 07/03/2011

Sono parecchio in arretrato con la lettura dei tuoi racconti... mi spiace tanto... ultimamente mi perdo nel buio.

Scritto da: penny | 08/03/2011

Leggerti porta sempre a una riflessione più accurata sulle tracce di umanità che dissemini qua e là nella narrazione. Grazie e cotrdiali saluti, Annarita

Scritto da: annarita | 08/03/2011

Sai, caro , hai espresso nel finale del racconto una verità sconvolgente che ha suscitato in me emozioni molto forti:
"Il mondo intero, che sembrava sordo al suo dissolversi, quel mondo che pareva potesse continuare a esistere anche senza di lui, emette un fremito a bassissima frequenza: è un singhiozzo di addio — l’addio a Francesco Aversa, al definitivo silenzio del suo respiro."
Questo mondo di mortalità non è che un'ombra .Grazie

Scritto da: Maria Allo | 09/03/2011

Prima o poi riuscirò a leggerti, mannaggia! Sono presissima dal lavoro, non riesco a trovare il tempo, lavoro anche di notte... :(
A presto.
TT

Scritto da: TT | 09/03/2011

Vorrei poterti dire quanti pensieri, quante riflessioni ha suscitato in me questo racconto, con la fine inaspettata di Francesco.Quasi ad ogni fine periodo alzavo gli occhi dalle tue parole e mi mettevo a pensare. Un vento di emozioni, ecco.Di cui ti ringrazio.

Scritto da: Riyueren | 09/03/2011

Ciao. Devo leggere a spizzichi e bocconi e non è forse il metodo migliore, ma di certo è l'unico che ho per non rinunciare ai tuoi racconti... Per ora ci rimettono i commenti, ma credimi l'apprezzamento resta e lo esprimerò meglio più avanti. Buona serata, M.L.

Scritto da: Gea | 09/03/2011

ecco, finalmente ho completato la lettura di questo testo .
"Alla vita non si deve mai dare del tu."
chissà perché sono stata colpita così tanto da questa frase...
tutto il racconto ha mille rivoli in cui dirigere l'attenzione, si dipana con la lucidità dell'osservatore da una parte e con la passionalità dell'immedesimazione dall'altra.
quante riflessioni possono nascere da una parola, da un gesto, da un accadimento, per sfociare infine in una scelta, giusta o sbagliata che sia.
il bene e il male: questo hai in sintesi espresso, non c'è una linea di demarcazione, il primo innestato sull'altro e viceversa.
"«Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l'immagine e l'allegoria perfino dell'odio. (...) Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà.» La maschera è dunque un mezzo ambiguo, dietro il quale da un lato la verità ama nascondersi per salvaguardare la propria profondità; ma che dall'altro noi utilizziamo per non vedere la realtà, per sfuggire da essa."
così l'analisi di Nietzsche rende bene la realtà in cui i tuoi personaggi si muovono e vivono, specchio preciso della realtà di ogni essere pensante, quando pensa davvero.
ciao
grazie della bella lettura.

Scritto da: cristina bove | 10/03/2011

Avevo lasciato un commento che non vedo uscire.
Parlavo - e non solo - del finale mozzafiato cui si giunge attraverso i tuoi preziosi "ingranaggi" psicologici, meraviglioso orologio di rara bravura.
Abbraccio.
grazia*

Scritto da: grazia | 10/03/2011

Non so se Clara avesse un progetto. Quando ho cominciato a scrivere avevo in mente solo la difficoltà di vivere di questi giovani che di programmi riescono a farne ben pochi. Quello che mi colpisce in loro, e ne conosco tanti,è proprio l'assenza di speranze, la loro mediocre , ma ineluttabile quotidianità, la corsa disperata contro il tempo e la quasi totale assenza di sorrisi. Clara aveva almeno un sogno e la capacità straordinaria di colorarsi la vita. Il mio raccontino voleva essere solo un altro ritrattino di una condizione difficile, quella di chi ha poco o niente, che è sempre nei miei pensieri.
L'idea finale è venuta in corso d'opera e mi preoccupa. E' come se io non riuscissi a immaginare che finali tristi...
Buona domenica Maurizio.
Anna

Scritto da: setteparole | 13/03/2011

Caro Nowhereman,
Sono riflessioni, le Tue, quasi appartenenti a luoghi comuni, perché sono state già sentite e risentite, nel passato e purtroppo anche nel presente. Il tutto espresso senza eccessiva sinteticità. Sembra di leggere Verga o De Amicis. E di questo, oggi, c’è certamente bisogno. (E cioè dei bei pensieri e delle oneste riflessioni che, per così come sono state espresse, risalgono al così detto “tempo che fù” e che Ti consentono di sintonizzarti con gran parte dei Tuoi lettori, anche quelli non più giovanissimi. Con successo. Bravissimo. (Non volermene…non lo faccio più)
. Ciao. .BlueWind

Scritto da: lupoblu | 15/03/2011

Caro Nowhereman,
Sono riflessioni, le Tue, quasi appartenenti a luoghi comuni, perché sono state già sentite e risentite, nel passato e purtroppo anche nel presente. Il tutto espresso senza eccessiva sinteticità. Sembra di leggere Verga o De Amicis. E di questo, oggi, c’è certamente bisogno. (E cioè dei bei pensieri e delle oneste riflessioni che, per così come sono state espresse, risalgono al così detto “tempo che fù” e che Ti consentono di sintonizzarti con gran parte dei Tuoi lettori, anche quelli non più giovanissimi. Con successo. Bravissimo. (Non volermene…non lo faccio più)
. Ciao. .BlueWind

Scritto da: lupoblu | 15/03/2011

Mi piace Francesco il suo portare ai detenuti la vita che è fuori.. dentro le mura, perché ne respirino l'aria, questo suo regalargli in qualche modo quello che di più prezioso han perduto la libertà..

e bella na che la figura di Ignazio una figura dignitosa e che cerca in qualche modo di riabilitarsi.. emergere dalle quattro pareti attraverso la lettura, e di come riesca nella sua situazione a trovarvi anche una vena di ironia quando dice..

«Lasciami il beneficio del dubbio. Io sono già detenuto. Se dobbiamo proprio giocare a guardia e ladri, almeno fai fare a me la parte della guardia.»

.. il suo definirsi uno sconfitto.. un superstite.. fa riflettere così come il suo discorso sulle tre età della vita..e il racconto "Delicatezza"

Iganzio e Francesco, sono probabilmente non so.. due anime che si suppportano a vicenda.. chi aiuta l'altro a volte è difficile da capire, il confine è labile e si mescola e confonde spesso, ed entrambi si regalano momenti di ascolto, riflessione..

e anche quando affrontano il tema della fede..in fondo quandi ci si avvicina a qualcosa.. come può essere la religione, credo si mantenga forse sempre un margine che ci consenta poi di trovare o ritrovare la strada, e mi piace come Ignazio risponde alle sue perplessità.. conc ludenso con la bellissima frase...
"La mia povera mamma se lo è tenuto nella pancia, o nel cordone ombelicale"

.. è un gran pensatore Ignazio così perlomeno lo percepisco.. ci sono dei passi che sono una vera fonte di meditazione in questo tuo racconto, come lo splendido discorso sull'uomo in apnea... e del respiro..

la dichiarazione di intenti di Francesco.. lo ha proiettato in una realtà completamente diversa da quella vissuta finora.. e forse in carcere cerca le risposte che la vita non riesce a dargli, ma giustamente si può aiutare veramente gli altri se prima non aiutiamo noi stessi??

e Alberta.. con il suo desiderio di maternità.. solitudine..il bisogno di essere ascoltata, che la spinge a cadere nelle braccia di Gianni.. e di come alla scoperta di essere incinta..
"..cerca disperatamente che il seme legittimo potesse scacciare dal suo utero quello fraudolento che vi aveva già attecchito"

Francesco percepisce infine che
..." L’importante è andare anche verso il dovere con serenità e con onestà" e quando tutto sembra riusolversi, essere più chiaro e il cielo rasserenarsi.. improvvismente la sua vita passata e quella che sarebbe potuta essere gli sfila davanti.. e piano piano cala il buio, la desscrizione della sua morte,, del suo affrancarsi con un singhiozzo.. mi ha fatto venire i brividi e un po' forse mi rammarico per questa fine..

splendido racconto, ora dolce a momenti amaro, ma denso di significati e riflessioni, e mi chiedevo non è che magari Francesco potremmo solo farlo svenire ^ __ ^

un caro saluto
complimenti e grazie per questa bella lettura

Scritto da: albafucens | 15/03/2011

Molte cose mi hanno colpito di questo episodio, cose che penso, cose che vivo, cose che rimpiango; in particolare là dove ti soffermi a parlare del limbo in cui Francesco vive la sua non-fede, forse perché la sento sulla pelle, molto più di quanto non voglia ammettere; ché la fede mi manca, e che darei chissà cosa per poterla generare nel cuore, senza ostacoli emotivi e muri cerebrali. E concordo anche con quanto fai dire ad Ignazio, ossia che conviene credere in un mondo ultraterreno, per vivere meglio in quello sensibile.
Se credessi, sarei meno infelice e probabilmente lo sarebbe (stato) anche Francesco, perché si sarebbe sentito parte di puzzle e non un singolo frammento non ricongiunto.

La scelta di farlo morire non l'ho compresa, leggendo il singolo episodio, ma credo che lo capirò leggendo il seguito.
Un abbraccio

Scritto da: Linda | 18/03/2011

Un racconto molto articolato e complesso, caro Maurizio. La prima parte con Francesco a colloquio con Don Ignazio mi ha ricordato alcuni dialoghi contenuti nelle Operette morali Leopardiane, non - ovvio - per lo stile, ma per il tono e l'indagine filosofica sul senso dell'esistenza. La dicotomia tra uomo dell'apnea e del respiro me la appunto, perché è magistrale, ma ancor più interessante è la gestione del rapporto tra Francesco e Alberta, basato su una sostanziale incomunicabilità. Ho come l'impressione che entrambi siano individui disperatamente soli e si cerchino come un naufrago si aggrappa a un tronco che emerge tra i flutti - e solo in questa accezzione si amino, come il "primo vizio" che capita a tiro al malcapitato cui hanno cavato gli occhi. In chiusura, di grande effetto, l'uscita di scena di Francesco, carica di pathos: epilogo perturbante e imprevedibile per un volo a vite in un abisso di smarrimento. Inquietante, condotto con mano sicura, senza farti mancare qualche nume tutelare: Simenon, Broch, Buzzati. Ossequi.

Scritto da: Alberto Carollo | 21/03/2011

Dopo tante riflessioni sui vari eventi della vita, così importanti e intense, l'intervento inaspettato e repentino della morte, ne produce una determinante, ovvero che per quanto ci si affanni alla ricerca di un senso e per quanto ci si perda nel tormento delle nostre anime travagliate, troppo spesso capita di dimenticare che siamo effimeri... leggeri come quei fiori di ciliegio che volteggiano nell'aria primaverile, creando uno spettacolo meraviglioso, ma breve, come la nostra vita terrena, che a tutti i costi vogliamo che ci sembri eterna... e che invece non dura che un istante...
un forte abbraccio

Scritto da: dalloway66 | 22/03/2011

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