17/03/2011

Le due notizie

Un tragico errore. Uno scambio di persona.

Mitigata da inutili frasi di circostanza: così è arrivata la notizia in casa Aversa.

Avevano trovato nel portafoglio del morto una carta d’identità scaduta con il vecchio indirizzo di famiglia — quello di Bianca — perché Francesco si era deciso a cambiare residenza solo qualche tempo dopo il matrimonio, benché non vivesse con sua madre da decenni.

Un tragico errore. Ma che vuol dire? Cosa c’entra con lei? Che ne sanno della sua vita queste stupide, mollicce sillabe senza ossa? Quando si originano dalla forma del sentimento anziché dalla sua sostanza, le parole non hanno forza per eludere il picchetto del luogo comune che le tiene sotto chiave, in un ghetto di genericità e di vuoto. Hanno un solletico di voce, appena udibile dentro l’inferno in cui un lutto fa sprofondare. Ma qualunque dramma ha i suoi rumori di fondo, incapaci di arrestarlo, di deviarne la forza d’urto, semplicemente di scalfirlo.

Un tragico errore. Uno scambio di persona.

A chi per mestiere è costretto a fare simili comunicazioni e non riesce a compensare la poca inventiva con l’empatia, dovrebbero fornire almeno un prontuario di frasi più decenti per andare a turbare l’ultima serenità dei parenti.

Tocca sempre a qualcuno sentirle. Era toccato a lei, sua madre. Un colpo secco, senza la mediazione di un volto familiare, di un collo amico da inumidire e da assordare. Quelle frasi di circostanza, Bianca neanche le ha ascoltate. Il suono improvviso del citofono in tarda mattinata era già stata un’irruzione, non sapeva di buono. L’aveva sorpresa ancora distesa nel letto, più calma dopo il pianto ma certo non serena. Era stato spontaneo per la sua mente ricollegare quella vibrazione elettrica così molesta a quanto le era accaduto solo poco prima alla fuga dalla clinica per il semplice fatto che un solo sentimento abitava dentro di lei e non lasciava spazio ad altro.

È stato quando ha aperto la porta che la tragedia, senza essere ancora comunicata, si è schierata davanti ai suoi occhi in tutta la sua marzialità, inequivocabile per il sesto senso di una madre. La sua terribile giornata era stata fino a quel momento un semplice assaggio, non aveva finito di trafiggerla: mancavano gli ultimi centimetri di lama da affondare. Era scritto che vi fosse un oggi in cui lei avrebbe provato il dolore assoluto e quell’oggi era arrivato. I due uomini della pattuglia erano schierati paralleli all’uscio, entrambi con il berretto in mano anziché sulla testa, come di solito quando un agente è in servizio. Il segno. Già quando, dopo il buongiorno, buttarono lì  la prima frase per chiederle se fosse una parente di Francesco Aversa, era tardi, troppo tardi per qualunque altra cosa nella sua vita.

Aveva intuito fin dall’inizio la profonda debolezza del suo progetto di famiglia: un solo figlio. Come scommettere tutto su un unico cavallo. Malgrado tutte le sue insistenze, Massimo non aveva voluto allargare il numero di bocche da sfamare e a un certo punto era stato tardi per recriminare, perché qualcosa — la morte di un padre — era venuto presto.

Ci sono paure mobili, che arrivano da una direzione come il vento, così ti indicano anche da quale parte fuggirle. Ce ne sono altre ferme, che accerchiano e ti lasciano solo col tuo senso di inazione. La paura di Bianca apparteneva alla seconda specie: non fosse che una nevicata di anni aveva avuto la pietà di attutirla, lei si sarebbe lasciata tenere in scacco da quel presentimento e non sarebbe più stata capace di rifarsi quella crosta di rassicurazione che le era così necessaria per tirare avanti da sola. In apparenza non aveva lasciato cicatrici. Negli anni, col crescere di Francesco, quel timore bituminoso aveva preso il colore indescrivibile di tutte le cose che lo perdono: le foglie morte, gli escrementi dei cani per strada, le pozzanghere, troppo sudicie per riflettere il cielo anche quando è azzurro. Sembrava perita dello stessa lama con cui voleva ferire.

Ma le paure non muoiono: neanche la sua. Si era addormentata nell’inerzia del viaggio finché una brusca frenata non l’aveva svegliata. L’atteggiamento dimesso dei due agenti, che non riuscivano a farsi piccoli quanto avrebbero sperato, l’aveva riportata in condizioni di nuocere in una frazione di secondo, restituendole molto più dello spettro che era stata, dandole una forma di concretezza presente, contro cui ci si rompono i denti. Dalla sua vecchiaia, Bianca si aspettava solitudine e sofferenza fisica, non una forca per cui non si è mai abbastanza vecchi, abbastanza insensibili, abbastanza inebetiti.

Solo più tardi Bianca si era ritrovata nella realtà, senza sapere come, seduta in cucina con i due agenti accanto uno le teneva cautamente la mano su una spalla, un altro le aveva chiesto il permesso di sentirle il polso. Appena un po’ accelerato. Niente di che. Il poliziotto aveva fatto in tempo a non spacciargliela per buona notizia. In quel momento, in quella casa nulla di buono sarebbe stato contagioso. Era la realtà ma alla padrona di casa continuava a sembrare un sogno, anzi un incubo. Lo spazio della cucina era una geometria deformata, la sua coscienza aveva occupato tutto il corpo, confinava con la pelle e qualunque parola, qualunque brusio la irritavano come se tutta la sua materia fosse un grande, compatto herpes. Dovevano averle detto già tutto il peggio, eppure Bianca non stava piangendo, perfino il suo dolore era colto alla sprovvista o forse aveva esaurito tutte le sue lacrime poco prima e le voci dei due uomini, che non cessavano di parlare, le arrivavano come attraverso un acquario. Le avevano fatto varie domande, neanche le ricordava più, per esempio se avesse in casa un ansiolitico, e lei si era quasi sorpresa sentendosi rispondere fermamente che non ne usava.

«Signora Aversa, se se la sente dovrebbe venire con noi. Capisce, il riconoscimento … a meno che non possa farlo qualcun altro al suo posto.»

«Sono vedova, non ho altri figli e mia nuora è in clinica dove ha appena partorito.»

Non poteva essere più diretta. Essere spietata anche con se stessa era la difesa contro il dolore che il momento le suggeriva. Uno dei due agenti aveva replicato semplicemente capisco e chiesto nuovamente scusa, senza dire altro. Che senso ha aggiungere condoglianze alle condoglianze, sarebbe come credere che esistano morti minori e morti maggiori. E le parole di un estraneo in simili circostanze sono sempre inadeguate. Solo il silenzio lo è.

Non c’era niente da fare. Non se ne sarebbero andati. Bianca aveva capito che non le veniva concesso il tempo di tenersi stretta il cuore tra le braccia per piegarsi sotto ciò che l’aveva colpita. Doveva afferrare la routine dei fatti che seguono una morte come un treno in corsa, senza il lusso di fermarsi a pensare che la vittima era proprio suo figlio. Un lutto mette sempre ansia ai minuti. Li costringe a spintonarsi l’un l’altro. Anche quando era morto Massimo era andata così. Aveva dovuto chiedere a una vicina di accompagnare Francesco a scuola per toglierlo dall’atmosfera irrespirabile della morte, aveva fatto un paio di telefonate perché la giornata continuava a camminare e se ne fregava che il mondo l’avesse appena resa vedova. Si era infilato il primo vestito che le era capitato tra le mani, senza neppure verificare che fosse scuro, ed era corsa all’agenzia funebre comunale col certificato di morte in mano perché la solita vicina, ben informata su tutto, le aveva detto che era molto più economica di quelle private. Quasi fosse al corrente delle scarse finanze di famiglia.

Ma allora Massimo era in casa, nel loro letto, visibilmente incapace di sorprenderla ancora e lì l’avrebbe aspettata, senza alcuna fretta, quando lei fosse tornata. Francesco, dov’era adesso? A quel punto, dopo tante risposte, aveva trovato la necessità e la forza di fare la prima domanda: se aveva sofferto, secondo loro. Non credo, signora, non può aver impiegato più di trenta secondi per perdere definitivamente i sensi. Perdere definitivamente i sensi: che ridicolo eufemismo per dire che era stato ammazzato, come un cane, su un marciapiede e senza un motivo. Quando sarebbe venuto per lei il momento in cui avrebbe fatto a pezzi ogni educato riserbo e si sarebbe avventata a morsi di cane ferito su ciò che si fingeva brutto sogno ed era realtà? Quando avrebbe urlato a Dio traditore la sua collera e lo avrebbe stramaledetto, perché credeva di aver già riscattato il prezzo della sua vita restando vedova tanto presto? Una come lei doveva essere ormai sottovento per il lezzo della morte, la prima in cui le sarebbe toccato imbattersi doveva essere la sua. In quei momenti, Bianca dimostrava solo quanta forza c’era dentro di lei, quanto in fondo fosse consapevole di averla anche se non poteva mai augurarsi che la realtà gliene volesse dare una dimostrazione così flagrante.

Ogni tragedia legittima la fuga dalla realtà. Le accorda uno stato di rifugio rivendicabile, una sostanza di oggettività parallela. Si ha il diritto di non lasciarsi travolgere dalla sofferenza, di ripararsi sotto un sogno a occhi aperti, in una zona franca delle emozioni dove i suoi tentacoli urticanti non si possono allungare. Bianca non aveva avuto il tempo di scavarsi quella tana che poteva esistere solo dentro di lei. Era rimasta a metà strada, in una pozza dove il dolore galleggia ma non urla, in bilico tra realtà ed evasione, dove si può ancora recitare la parte di se stessi come se si fosse un grande attore, grande perché capace di non far esplodere empatia ed estraniazione.

Per fortuna Alberta aveva già partorito. Il pensiero fu spontaneo e più rapido del ricordo così recente eppure già remoto. Già, Alberta … il ginecologo … Massimo Valerio, un nipote putativo che non aveva ancora visto e che non sapeva con che occhi guardare. Ma i bambini non hanno le colpe dei padri e delle madri, sono esseri innocenti che vanno innanzitutto amati e protetti, si diceva. Con la scoperta di quel mattino, la realtà l’aveva disillusa circa l’incredibile eventualità che un figlio possa nascere il giorno in cui un padre muore. Un tempo accadeva alle madri, e ancora in qualche landa periferica del mondo, rimasta ai margini della civiltà, doveva essere così. Ma che senso ha, oggi, pensare all’umanità, agli altri. Per loro, oggi, non c’è spazio, non c’è aria.

Erano arrivati davanti all’obitorio con l’auto di servizio. Soprattutto l’agente più anziano era di una gentilezza ammirevole nei suoi confronti. Si comportava come se Bianca fosse una zia. Fu lui ad accompagnarla dentro, mentre il collega restava in macchina. Il posto era meno brutto di come se l’era immaginato. — È stato rinnovato di recente, una volta era molto peggio! — Perché, un posto dove regna la morte può essere peggio di come è già? L’agente le risparmiò un po’ di burocrazia e, con l’addetto rigorosamente in camice bianco, arrivarono di fronte al frigorifero in cui non c’era stato ancora il tempo di mettere il cadavere di Francesco. Era lì di fronte, su una lettiga, coperto da un lenzuolo bianco, Bianca ebbe perfino il tempo di notare che era lindo e profumava di sapone di Marsiglia. L’addetto si allontanò: doveva pur difendersi anche lui da quei momenti, non erano più i cadaveri che lo spaventavano, ma le reazioni spesso imprevedibili dei parenti.

L’agente anziano guardò Bianca, come a chiederle il permesso di sollevare il lembo estremo del lenzuolo, quello che copriva il volto. Lei fece cenno di sì con la testa, terrorizzata da ciò che la stava aspettando. Sapeva che solo nel momento in cui lo avesse visto in quello stato, solo allora Francesco per lei sarebbe morto davvero, dopo tutti i preliminari che erano intervenuti tra lei e quella sciagura col solo scopo di certificargliela, tentando nel contempo l’impresa impossibile di renderla meno traumatica.

Il lenzuolo aveva scoperto i pochi capelli già sale e pepe, poi la fronte troppo bianca. In seguito, era stato il turno degli occhi che erano stati pietosamente chiusi, del naso grande e maschile che Francesco aveva preso da suo padre. Dopo che era apparsa la bocca, l’agente si era fermato perché non sapeva in quali condizioni fosse il resto. Aveva guardato la madre che gli era toccato lo strazio di mettere a confronto con un figlio morto. Quelle poche parole non aveva proprio saputo trattenerle: «Mi dispiace moltissimo, signora. Come se fosse una parente, mi creda», parole che come lo sguardo non avevano avuto risposta, né se l’aspettavano: il poliziotto colse solo un piccolo cenno del capo, non sapeva se attribuirlo a sé o a un filo di pensieri in cui la donna si era inoltrata da sola.

Fosse stato un bravo pittore, o un grande fotografo, avrebbe avuto tutto per catturare il momento in una tela. Bianca era Maria. La Maria di una Pietà: una madonna vecchia che nessuno aveva mai dipinto. Aveva tanti anni solo per sobbarcarsi il carico di tutti i figli morti, non soltanto del suo. Non poteva sfuggirgli che in quel volto c’era una luce che prevaleva sul buio, un amore più forte del dolore e sordo alle sue urla. Almeno nel momento in cui, prima raccolse tutto negli occhi il corpo di uomo fatto che quarantatre anni prima era uscito dal suo ventre, a costo delle urla più acute che la sua voce roca avesse mai prodotto, poi trovò il coraggio di raggiungerlo con la mano, e fu il primo sollievo, anche se il profilo che ripassava era freddo, inerte e silenzioso. Quella scena, ne era certo, il poliziotto non l’avrebbe dimenticata.

Francesco dormiva. Le accordavano almeno il piccolo miracolo di una decomposizione ritardata, perché conservasse di un figlio l’immagine di una tragedia sostenibile, quasi artistica. Di lì a poche ore, il volto si sarebbe alterato, avrebbe perso per sempre la forma di un sentire umano e si sarebbe lasciato cadere nell’abisso della dissoluzione. La mano di Bianca accarezzava qualcosa che anche fisicamente era ormai altrove, sfiorando un corpo lo rendeva già simulacro, un gesto misterico e sacro che sbigottì l’agente, abituato a vedere in quel posto scene strazianti, urla, imprecazioni e svenimenti. Quando la misura della tragedia anche per lui fu colma e trovò le parole per dire alla donna che potevano andare, capì che lei era definitivamente assente, in compagnia della vita di suo figlio che non poteva condividere con nessuno.

 

La morte fa ordine attorno a sé. Trasforma le persone vicine al morto in attori di una sceneggiatura che non lascia spazio all’improvvisazione, perché gran parte di ciò che accadrà in quei primi giorni, di ciò che si diranno è già scritto.

C’è stata una telefonata. Nessun altro oltre a lei poteva farla lei ed è stata tutt’altra da quella immaginata la mattina un po’ di scuse per la mancata visita alla clinica, che avrebbe rimandato al pomeriggio.

Di ciò che le aveva detto al telefono, del tono e delle parole che aveva usato, Bianca non ricordava più nulla, se ne proteggeva. Salvo quel pianto: uno scroscio di tempesta tropicale. Questo aveva evocato in Bianca, che pure non aveva idea di come fossero i Tropici né le loro tempeste. La tecnologia aveva dato una mano a renderlo più straziante e inumano. Spiare un sentimento in un cellulare era una falsificazione acustica prima che emotiva. Il suo primo pensiero non era stato per il cuore di Alberta, ma per la sua ferita. Una ipocrita solidarietà di donna. Francesco le aveva detto al telefono che avevano dovuto metterle dei punti per una lacerazione nella fase finale dell’espulsione. Aveva iniziato la telefonata con il buon proposito di attenuare e aveva finito per dilaniare. Dalla sua bocca erano uscite formule di circostanza, come se a pronunciarle non fosse la madre del morto ma una lontana parente o un’infermiera. Non le avevano ancora dato il tempo di fare i conti col proprio dolore: non poteva aiutare Alberta ad affrontare il suo.

Se sul momento si fornì scusanti, più tardi se ne pentì. Quando le fu chiaro di aver sottoposto Alberta a una prova crudele e inutile, di aver voluto misurare l’intensità del suo male per confrontarla con quella che si sarebbe aspettata di provocare. Ebbene, l’intensità ascoltata era superiore a quella attesa, proprio il giorno in cui Bianca credeva di aver avuto le prove del contrario. Non avrebbe più ricordato le parole che le aveva detto, né sarebbe ormai servito ritrovarle a questo pensò la prima notte che passò in quella casa, di cui possedeva per cautela le chiavi e dove non si era mai trattenuta per più di un paio d’ore, benché Francesco avesse sempre una camera pronta per lei — quella dove dormì, se così si può dire, quella prima notte. Il referto del medico legale era stato insolitamente rapido e la polizia mortuaria aveva dato l’assenso al trasporto della salma a casa.

Ogni tanto, nella quiete assoluta della notte che l’insonnia sa popolare di spettri, quando la sola presenza che si riesce ad ascoltare è il sibilo assordante delle proprie orecchie, incapaci di sostenere il silenzio, le arrivava l’eco di un pianto di neonato. Non poteva essere Massimo Valerio, che era in clinica con la mamma e non sarebbe uscito prima di un paio di giorni. Chissà se era un pianto reale o qualcosa che urlava solo dentro di lei, i primi vagiti di Francesco che tornavano dal passato, da quella spoglia stanza d’ospedale dove lo aveva messo al mondo. Stando supina in un letto estraneo dove non aveva trovato neppure la voglia di spogliarsi — si era tolta solo le scarpe e gettata addosso un plaid — vedeva roteare il buio perfetto attorno a sé, a circoli concentrici, sentiva il cuore pulsare nelle tempie. Guardò l’orologio, un modesto modello al quarzo con le lancette fosforescenti: le quattro meno un quarto. Doveva alzarsi dal letto. Cominciò a vagare per la casa: non la riconosceva più. Andò verso l’ingresso, spontaneamente incontro al pianto del bambino. Si ritrovò nella tromba delle scale: non era più quella della casa di Francesco. Si era trasformata in quella in affitto in cui abitarono con Massimo prima che lui nascesse. La porta si era d’improvviso richiusa alle sue spalle. Come avrebbe fatto adesso, scalza e senza chiavi? Nel frattempo il pianto del bambino si era fatto più presente, ce lo aveva conficcato nella testa e le pareva che la stesse braccando. Doveva andare via, ma come? La porta restava chiusa. Per incanto, al solo suo gesto di riavvicinarsi, si aprì di nuovo. Ora percorreva le poche stanze di quella vecchia casa in cui non entrava da decenni, tutta diversa da allora e deserta, luci soffuse ovunque, fintantoché non arrivò nel salotto, vuoto, dove c’erano solo una strana musica e, allineate, due bare. Quella grande conteneva Massimo, con il volto giovane e il vestito che aveva quando l’aveva sposata; la piccola, bianca, un neonato. Alla sola idea di doverci guardare dentro, Bianca emise l’urlo che la svegliò. Si ritrovò, vestita, nella cameretta in cui si era stesa. L’orologio sosteneva che fossero le sette del mattino.

Che cosa la stava proteggendo dalla catastrofe? Il dolore, che per nessuno al mondo poteva essere così irreparabile come per lei, era un inferno ancora inaccessibile, circondato da un campo magnetico respingente. Bianca era consapevole di tutto e al tempo stesso non le consentivano di  accostarsi all’idea che suo figlio non ci fosse più, che giacesse senza più vita a pochi passi di corridoio da lei, in un contenitore estraneo, foderato di raso giallo, che non sapeva nulla di quella vita perduta né delle emozioni che l’avevano attraversata. Da quando, la sera prima, la bara era stata poggiata su quattro sedie del salotto, non aveva osato avvicinarsi. Una cara vicina di casa si era offerta di vegliarla al suo posto. Dopo le ventiquattr’ore di rito l’avrebbero chiusa in vista del funerale, per il quale si attendeva che Alberta fosse dimessa dalla clinica, cosa che sarebbe avvenuta dopo un ulteriore giorno. Il suo organismo, consapevole che da un viaggio nel dolore non si torna uguali a prima, si difendeva rinviando il momento finché era possibile. Non sarebbe stata una lunga proroga perché, dopo che tutta l’inerzia del lutto si fosse esaurita — l’organizzazione del funerale, l’inumazione della cassa, gli ultimi saluti ai pochi che le avrebbero accompagnate — ad attenderla avrebbe trovato ciò che sapeva.

La simpatia scatta, non si prescrive. Se tra loro due non era mai scoccata, un motivo doveva esserci ed era più facile per Bianca, se non superare l’ostacolo, almeno dirsene la ragione. Un volto che senti lontano, la tua mano non fa neanche lo sforzo di tendersi per accarezzarlo. La vecchia non ignorava la sua piccola colpa, né costruiva pretesti per assolverla. Ci conviveva con indolenza, come se Alberta fosse una delle tante compagne di una stagione che lei non aveva conosciuto e non la donna che aveva saputo mettere radici nella casa e nel cuore di suo figlio fino a prenderne anche il cognome. Per mesi Alberta aveva aspettato che sua suocera facesse un vero passo verso di lei, fuori dalla formalità che regnava nei loro rari incontri. Sperava che un giorno l’avrebbe presa da una parte mentre Francesco si affaccendava davanti ai fornelli e l’avrebbe trascinata dentro un discorso di donne, uno qualsiasi, per aprirle almeno la porta della propria complicità e magari, un giorno, della propria confidenza. Non era accaduto. Quando le aveva confessato i suoi progetti di maternità, le era parso di raccogliere solo le briciole di un’emozione che certamente doveva essere assai maggiore di quella di cui Bianca si degnava di renderla partecipe.

Che cosa prevedeva il copione del lutto per il loro primo incontro dopo? Un abbraccio. Ci fu. Ma le lacrime di Alberta, che sgorgarono spontanee come non era ancora riuscita a fare da quando aveva saputo, come se tutto quel dolore aspettasse il solo testimone in grado di comprenderlo e di benedirlo, non trovarono ad attenderle quelle di Bianca. L’abbraccio della vecchia madre era freddo, i due corpi non aderivano completamente in un abbandono. Restava un cuscinetto di distanza che, per Alberta, ignara di quel che era venuta a sapere Bianca, era la prova definitiva che sua suocera, per motivi che le sfuggivano, continuava a disprezzarla anche in una simile circostanza. Neppure una solidarietà tra vedove, una antica e l’altra recente, riusciva a scioglierla, a farle desiderare uno specchio umano del suo dolore.

C’era sempre qualcuno attorno a loro ed era un sollievo per l’una non meno che per l’altra. Per motivi completamente diversi, non avrebbero sopportato di trovarsi sole insieme in un simile momento. Gli eventi scivolarono sul piano inclinato del lutto fino alla cerimonia funebre, senza un solo attimo di arbitrio per il comportamento dell’una o dell’altra. La madre si occupava del funerale, la vedova era troppo presa dal bambino per poter seguire altro. Se è vero che un neonato assorbe come una spugna i sentimenti da ciò che lo circonda, quella povera creatura era stata catapultata in un vero inferno. Per quanto Alberta si fosse abituata alla freddezza di Bianca, restò ugualmente sorpresa che non avesse ancora voluto prendere in braccio suo nipote. Quando glielo porse la prima volta e la vide alzare la mano, scusandosi e dicendo che era meglio di no in quel momento, perché non si sentiva molto sicura sulle gambe, credette che non avrebbe saputo prevedere qualcosa di peggio. Le venne allora il dubbio assurdo che Bianca sapesse e non parlasse di proposito. Ma non poteva essere, era il classico sospetto che nasce nei colpevoli, spinti a fiutare ovunque attorno a sé la consapevolezza del proprio misfatto.

In certi momenti, Alberta arrivava a provare il desiderio di dire tutto. Ma sgravarsi la coscienza sarebbe servito? Per lei sarebbe stato più duro del parto, perché suo figlio era stato spinto fuori dalla sua voglia di nascere, mentre la colpa di Alberta non aveva il coraggio di uscire allo scoperto, non c’erano argomenti che si offrissero di perorare la sua causa e lo stesso trascurarla di Francesco non era mai parso neanche a lei una ragione sufficiente per ciò che si era trovata a fare.

Come avrebbe potuto capire, Alberta, che Bianca non osava prendere in braccio quel bambino perché sarebbe stato come scucire l’otre dei venti? Se si fosse lasciata scappare ciò che comprimeva dentro sé, non sarebbe semplicemente uscito, sarebbe esploso. Una catastrofe, in primo luogo per se stessa e poi per chi le stava attorno, nel momento in cui tutto e tutti avevano bisogno di lei, del suo sangue freddo, del suo senso pratico. Non fosse stata disillusa dalla casualità della sua scoperta, Bianca si sarebbe gettata a capofitto nell’amore verso un nipote che sapeva carnale. Lo avrebbe abbracciato convinta di sentire in quel corpo nuovo che trovava un po’ di quello che aveva perso per sempre. In quei giorni, più di una volta era arrivata a maledire la sua premura di prendere l’autobus delle otto e quattordici. Senza quella fretta, non avrebbe saputo e il suo presente sarebbe stato meno insopportabile. Meglio vivere in una serena menzogna che sotto una dura verità. Non sapendo come uscire dall’impasse, si augurava, implorava Francesco di venirla a cercare. Si aggrappava alla speranza di un incontro di anime che riempisse con i suoi suggerimenti un cuore dove per ora regnava il vuoto.

Quei due giorni che passò in casa di Alberta, che come era logico era diventata il quartier generale della famiglia Aversa nella fase acuta del lutto, aveva vagato un po’ nello studio di Francesco, l’unico posto dove le pareva di poterlo sentire ancora, perché molte sue cose, libri, fotografie, erano vive come quando anche lui lo era e ciò le era di qualche conforto.

Fu più per sbadataggine che per curiosità se aprì un cassetto, convinta di trovarvi solo oggetti di suo figlio. Evidentemente lo studio era un luogo condiviso, dove le cose di un marito e di una moglie si mescolano a occhi estranei in uno stesso spazio, restando riconoscibili per una misteriosa regola di separazione che solo a loro due è dato conoscere. Quel cassetto conteneva, da una parte trucchi, confezioni di assorbenti, dall’altra carte e agende. Più che la curiosità, fu il bisogno di distrarsi a spingere Bianca a inforcare gli occhiali. Sollevò un mucchio di lettere accanto alle agende, scelse la prima il colore celestino della busta l’aveva richiamata volle leggerla.

Era una scrittura femminile, rotonda, quasi infantile. Cominciava così:

 

Lo sai che quando si è tanto felici, i sorrisi che illuminano le stanze non bastano?
Senza rendertene conto, ci sono lacrime che sgorgano, mi è successo poco fa, stavo sotto la doccia e insieme all'acqua anch'esse sono scivolate via, ma non puoi fare a meno di riconoscerle, sono dolci e profumano di un aroma che soltanto loro posseggono!

La felicità si nasconde anche nel sacchetto della spesa che prendi dall'auto per metterlo in dispensa, e d'un tratto ti rendi conto di essere così meravigliosamente affamata da mangiare un intero pacchetto di grissini al sesamo!
Oppure, mentre ti guardi le ginocchia martoriate dai lividi, le tocchi e ti fanno sussultare, sono viola. Eppure, ogni volta che il tessuto dei pantaloni ti procura dolore, sorridi, sorridi come una sciocca perche tu sola sai cosa ha provocato tutto questo!

La felicità sta in un maglione blu che non scorderemo facilmente, ora è nell'armadio, ma so che ogni mattina, quando aprirò il guardaroba, vedendolo me ne starò con te, nel tuo salotto a baciarti!

Devo scriverti perché farlo mi fa sentire lì, dove sei tu! Non so se riuscirò a dartela, questa lettera. Ma so che ogni volta che ti vedrò, staccarmi da te sarà una sofferenza come è stato ieri. Del viaggio di ritorno non ricordo nulla, credo di aver volato, forse la nebbia che ho trovato per strada ha fatto sì che potessi sognare fino a casa. Adesso ti ho imparato a memoria, sai? so tutto di te e continuo ad accarezzarti!

Ti sei accorto che le tue braccia sono giuste per abbracciarmi e tenermi stretta? Che la tua spalla sembra fatta apposta per il mio capo? Quando mi appoggio lì, senza alcuno sforzo posso baciarti e starmene così ad occhi chiusi!
Ti guardavo mangiare insieme a me e d'un tratto mi sono resa conto di quanto ti amo: parlavo, parlavo, per tentare di soffocare questa sensazione così totale che mi stava prendendo. Ti ho preso una mano, guardavo le tue dita, avrei voluto prenderti e andarmene con te.

Ma tu hai una vaga idea di quello che mi regali ogni giorno? No, nonostante tu mi legga così bene dentro, temo non ti renda conto di quale regalo stupefacente sei e sarai sempre per me. Nulla e nessuno potrà scalfire questa mia certezza, tienilo bene a mente.

 

A quel punto del foglio, Bianca era certa di aver messo le mani nel punto dolente della vita di Francesco. Quella lettera, Alberta l’aveva scritta al suo amante, il padre del bambino. E non aveva avuto la cautela di nasconderla meglio. Continuò a leggere, con il volto irrigidito dall’amarezza, e fu un bene:

 

Una carezza, uguale e diversa dalle mille che ti ho dato, buona serata Francesco, stanotte starò con te, mi raggomitolerò fra le tue braccia, staremo in silenzio e pian piano ci addormenteremo, stanchi di una stanchezza bellissima. Un altro bacio al mio amore, dalla tua golosa gatta.

Alberta

 

Gli occhi di Bianca risalirono in fretta alla data messa in epigrafe, che iniziando a leggere aveva trascurato. Ora vedevano tutto sfocato, si erano velati. Era il 14 gennaio di quattro anni prima. Lei ne era ancora all’oscuro, dovevano essere i primi giorni della loro relazione, quando non vivevano insieme. La rilesse altre due volte. Si puniva così, scoprendo che una convinzione troppo forte nutre in sé il germe della sua smentita. Era amara quella che Bianca stava provando, di un’amarezza diversa da pochi istanti prima, tutta diretta contro se stessa. Aveva pagato a caro prezzo la scoperta di quel tributo d’amore a suo figlio: il prezzo dell’indiscrezione, di una violazione di sentimenti che a lei dovevano restare inaccessibili. Così l’avrebbe pensata, a parti invertite tra sé e Alberta. Ma tutto in quei giorni era sotto sopra, senza il beneficio di una logica. Forse era solo il momento, o forse non sarebbe mai stata in grado di maneggiare la grande emozione che strabordava da quelle righe. Lei non si sarebbe potuta trovare al posto di Alberta. Non aveva mai scritto lettere di quel genere: avrebbe voluto, certo da ragazza lo aveva sognato ma la vita non le aveva mai offerto l’occasione per parlare e neanche per pensare così. Ora, davanti a parole così inequivocabili, era più forte l’invidia per sua nuora, che aveva saputo farsi scorrere addosso il suo amare senza il timore di restarne sommersa, che non la consolazione che quell’amore fosse stato diretto, almeno allora, su suo figlio Francesco.

 

A una popstar, a un calciatore, a un ministro basta avere un’unghia incarnita per finire in prima pagina sui giornali.

Ma la morte di uno sconosciuto, di un essere anonimo come Francesco Aversa non ce la fa a diventare notizia con le sue sole forze. Tutt’al più, per il fatto di essere violenta, arriva a occupare un trafiletto nella pagina della cronaca cittadina, e non è sempre detto.

Francesco, salito agli onori della cronaca solo grazie alle firme abbastanza defilate delle sue foto scandalistiche, scattate in una semivita precedente a quella che non aveva potuto far durare a lungo come aveva sperato, era un morto come mille altri, di cui si sa solo attraverso il necrologio di un giornale e il passaparola discreto delle conoscenze immediate. Un tempo anche lui avrebbe potuto brillare, sia pure di luce indiretta, se un vip avesse deciso di procurargli un trauma cranico spaccandogli il teleobiettivo sulle corna. Non era accaduto, per sua fortuna.

Sono trascorsi quattro giorni dalla sua morte, il funerale è cosa passata e il suo corpo, per sua stessa volontà messa per iscritto, non esiste più, o meglio si è trasformato in poche manciate di cenere, difficile da separare da quella della bara, perché il crematorio non fa distinzioni tra contenuto e contenitore, brucia tutto insieme e nell’urna ci si prende, insieme alle ceneri care di un congiunto, anche quelle estranee del legno che ne ha contenuto il corpo inerte solo per qualche ora.

Nessuna sorpresa, dunque, se pochi sanno che Visitor non c’è più, e di questi nessuno di quelli che lo conosce sotto questo nomignolo — nessuno nel carcere della città.

Un detenuto riceve due generi di visite. Alle prime, che si svolgono nella sala colloqui, teoricamente può anche rifiutarsi di andare, è una nelle sue poche prerogative di recluso. Il secondo tipo di visite, che si svolge in altri luoghi del penitenziario, non è un’opzione, non vi si può sottrarre. Chiamarle visite è un eufemismo. Più corretto definirli interrogatori o, nella migliore delle ipotesi, convocazioni.

Questa mattina Ignazio Dimmisi è abbastanza seccato di riceverne una. Seccato perché la convocazione negli uffici della Direzione gli costerà la sua ora d’aria, seccato perché è una bellissima giornata di fine ottobre, come raramente se ne vedono in questa città del Nord. Era immerso nella sua lettura, quando il suo compagno di cella del momento, uno spacciatore albanese — il terzo letto, stranamente a dirsi, è vacante e questo fa notizia nel sovraffollamento generale delle galere — ha cercato di richiamarlo alla realtà. Il fatto è che il capo — l’agente di custodia — chiedeva proprio di lui.

Don Ignazio non viene chiamato in Direzione dall’epoca in cui, senza apparente spiegazione, lo hanno tolto dal 41 bis. Ora si è abituato a godere dei piccoli vantaggi di questa situazione, non più nuova visto che sono passati quattro anni, ma all’inizio per lui fu una specie di declassamento, prima nella sua coscienza che in ciò che l’ex boss poteva immaginare ne pensassero gli altri. La sua testa preferiva restare sola, tanto valeva che lo fosse anche il corpo.

In questa stanza non è mai entrato. Niente vetrate, è un ufficio, il piantone resta schierato, schiena alla porta, mentre a un tavolino discosto un agente sembra distratto, alla tastiera di un computer. Tra poco, quando inizierà la conversazione, probabilmente comincerà a verbalizzare. Seduto attorno al tavolo centrale della stanza, in una delle due sedie, c’è un giovane signore. L’aria inequivocabile, per quanto camuffata dal vestito borghese, è quella del poliziotto. Non appena vede Ignazio Dimmisi, si alza, gli si avvicina, gli manda un buongiorno a occhi bassi, senza stringere mani e lo invita a sedersi davanti a lui.

«Dimmisi, mi chiamo Federico Pagliaro e sono un commissario di polizia.»

«Lieto di conoscerla, dottor Pagliaro. Ho sentito parlare di lei. E molto bene, aggiungo. Se non ha un omonimo col suo stesso grado, è lei che se non sbaglio chiamavano ‘u duttureddu a Trapani diversi anni fa perché, ancora fresco di corso alla Scuola Superiore non si scantava, mi scusi, non si metteva paura di buttarsi in mezzo a una rapina sventata, disarmato e senza scorta, cercando di convincere i malviventi a liberare gli ostaggi presi in una banca o in un supermercato. Lei gode di una certa fama. Buona fama, le assicuro. Sicché l’hanno trasferita qui al Nord?»

«Sono qui solo da pochi mesi.»

«Promoveatur ut amoveatur?»

«A dire il vero non ho avuto alcuna promozione. Ma non divaghiamo, Dimmisi. Io sono qui per un motivo molto preciso.»

«Lo immagino e la ascolto, commissario, mi scusi se ho divagato. Sono a sua completa disposizione, solo  un po’ sorpreso perché pensavo che, dopo avermi chiuso qua dentro, il Ministero della Giustizia e le Forze dell’Ordine fossero convinti di aver perduto la chiave.»

«Mi risulta, Ignazio Dimmisi, che lei conosca un certo Francesco Aversa, lo conferma?»

«Sì, lo confermo. L’ho conosciuto dentro queste mura, è un volontario, una specie di dama di san Vincenzo, viene a trovare i detenuti e tra questi anche me. Nessuna ironia nelle mie parole, è solo per farle capire. Perché questa domanda, se posso, dottore Pagliaro?»

«Può ma, se permette, devo prima chiederle in che tipo di relazione lei è stato in questi ultimi mesi con Francesco Aversa. Quante volte vi siete visti, con quale frequenza?»

«L’ultima volta è successo la settimana scorsa. Almeno una volta al mese, forse due, nell’ultimo anno. Ma io non capisco perché lo viene a chiedere a me quando basta consultare i registri del carcere. C’è forse qualcosa di male nel fatto che Francesco Aversa mi sia venuto a trovare?»

«Assolutamente no. Non per lei almeno. Ignazio Dimmisi, non ho da darle buone notizie. Cerco di essere breve, a costo di essere brusco. Francesco Aversa, qualche giorno fa, è stato vittima di un agguato. Mortale. A giudicare dalla dinamica dei fatti, abbiamo ragione di ritenere che si sia trattato di un’esecuzione di stampo mafioso … Be’, non ha niente da dire? Mi ha sentito, Dimmisi? Ha capito ciò che le ho detto o devo ripetere?»

«No. Non ho capito. Se permette, signor commissario, mi vorrei ritirare nella mia cella.»

«Non scherziamo, Dimmisi. Come lei certo capirà, non sono venuto fin qui solo per darle una notizia, per questo basta la televisione e a quanto ho capito non ne ha parlato. Mi rendo conto che per lei possa essere …»

«Quello che è per me, con rispetto parlando commissario, sono fatti miei. La prego, se possibile, di lasciarmi …»

«Non posso lasciarla andare, Dimmisi. Ho bisogno di farle alcune domande. Sono stato incaricato dal Pubblico Ministero responsabile dell’inchiesta di collaborare alle indagini preliminari in ordine a questo omicidio. Francesco Aversa è stato ammazzato per strada, mentre si recava verosimilmente a casa sua o nella clinica dove sua moglie aveva appena partorito, dopo aver fatto la sua solita visita qui in carcere. Era proprio il giorno del suo ultimo colloquio con lei. Nello specifico, dopo aver visto lei è rimasto anche il turno successivo con un altro detenuto, tale Mohamed El Khadiri, ovviamente ho controllato. L’inchiesta è solo agli inizi ma, per quanto ho potuto finora appurare, non ritengo si sia trattato di uno scambio di persona. E sulla natura dell’esecuzione non ci possono essere dubbi. Non c’è nulla nella vita di Aversa che faccia pensare a un nemico, che so, un rivale in amore, o un vecchio conto non saldato con qualcuno. Francesco Aversa aveva un passato da fotoreporter scandalistico, ma è un lavoro che non faceva più da diversi anni; in ogni caso non ha mai ricevuto minacce né grane con la giustizia e, per quanto ci risulta, non ha mai pestato i piedi a nessuno. Insomma, nella sua vita attuale non c’era nulla di pericoloso … tranne lei.»

«Ho capito dove vuole arrivare. Lei è qui perché pensa che io sappia qualcosa e possa aiutarla. Ma io non so niente e per lei non posso fare niente, commissario.»

«Ne è sicuro, Dimmisi?»

«Come lo sono di essere qui con lei in questo momento.»

«Io conosco un po’ la sua storia, Dimmisi, e ho ragione di credere che con questo omicidio abbiano voluto colpire lei. Perdipiù, sono convinto che, dal momento in cui gliel’ho detto, anche lei lo pensa. Anche se si guarda bene dal tendermi una mano.»

Ignazio Dimmisi, da quando è in galera, non ha più affrontato il suo passato con nessuno. Sa che ogni sua parola sarebbe studiata, vivisezionata, in ogni contesto fosse detta, davanti a un giudice e forse anche più durante l’ora d’aria, perché le orecchie che vogliono sapere cosa dice sono sempre presenti anche quando attorno a lui c’è il vuoto e ognuno sembra pensare ai cazzi suoi. Non è solo per questo se ora ogni parola che il commissario lo obbliga ora a pronunciare è dolorosa, è perché nasce con un sentimento e quando si fa suono ne deve esibire un altro.

«Si sbaglia, io non penso niente e quanto alla mano, se vuole gliela tendo, ma questa qui, la mia mano destra. La aiuterei volentieri, se potessi. Ma io qui sono un dimenticato, una lapide. Ignazio Dimmisi è già morto e lei che è commissario, se è così ben informato sulla mia storia, dovrebbe sapere che la parola fine per me è stata scritta parecchi anni fa.»

«Personalmente ho qualche dubbio. Lo è forse per lei, vorrebbe che fosse così. Per qualcuno là fuori, non finga di non saperlo, non lo è. Se lei, come ho ragione di ritenere, era affezionato a Francesco Aversa, deve aiutare la legge a fare il suo corso, a portare chiarezza in questo assurdo assassinio. Mi deve dare qualche elemento. Se ne deve sentire responsabile, se non per un debito verso la giustizia, per quello verso la famiglia del morto. Se sente questo debito, e non vedo come possa non sentirlo, la invito a dire tutto quello che sa o che almeno sospetta.»

«Io da quando sono morto e tumulato qua dentro, dottor Pagliaro, non ho dato mai elementi a nessuno, perché un morto non fa di queste cose. Quanto alla famiglia di Francesco Aversa, sono addolorato, mi deve credere. Ma questo presunto debito, mi scusi, al momento è solo una sua ipotesi. E le altre? È sicuro di poterle scartare? Io ho già abbastanza debiti per conto mio che non potrò onorare, non posso caricarmene altri a gratis.»

«Senta, Dimmisi … Ho capito che oggi non caviamo un ragno dal buco. Per ora non insisto. La lascio cuocere un po’ nel suo brodo. Le do il tempo di riflettere. Quando ci ripensa, quando le torna la memoria o la voglia, sa come farmi trovare. Spero davvero che le prossime notti le portino consiglio. So che lei non si è mai proposto come testimone di giustizia ai sensi della Legge 45, ma in questo caso mi pare ci sia di mezzo un rapporto, come definirlo … posso dire di cordialità o sono in torto?»

«Io non so cosa intende lei per cordialità, dottore, e lei non sa come la intendo io. E il mio concetto di cordialità io ce l’ho da prima di essere ospite gratuito dello Stato. Ma quella legge che lei cita no, non l’ho mai invocata. E non perché non avessi con chi sentirmi cordiale o con chi invece sentirmi nella situazione opposta. Ma sto dicendo troppe parole a uno come lei che capisce al volo. Mi creda, nessun pregiudizio, nessun partito preso contro di lei. La stimo, commissario. Lei è un uomo che sapevo coraggioso e, oggi posso dirlo con cognizione di causa, tenace.»

«Lasci perdere il sottoscritto, Dimmisi. Non usciamo dal seminato. Glielo ripeto ancora una volta: è sicuro di non volermi dire qualcosa di più? Rifletta. Io non ho nessuna fretta di andarmene. Posso aspettare e anche lei non mi risulta abbia altri appuntamenti.»

«Lei ha capito che la sua pazienza è sprecata, commissario, perché io non ho parole per questo argomento.»

«Già. Io ho capito anche più di quanto lei vorrebbe concedermi di capire. Anche la sua reticenza, le assicuro, mi è d’aiuto. Talvolta il silenzio è assenso. Per oggi me lo faccio bastare. Sono fiducioso che cambierà presto idea e atteggiamento.»

«Posso tornarmene nella mia cella, per favore?»

«Può andare. Ma ci rivedremo presto, può starne certo.»

«Mi permetta di non condividere la sua certezza, commissario. Buona giornata!»

Ignazio Dimmisi si alza, saluta di nuovo con un cenno del capo e si avvicina al piantone, che fa un saluto militare al commissario e porta via il detenuto. Il commissario Pagliaro resta seduto ancora per un po’, pensieroso, col gomito poggiato sul tavolo e la mano a stropicciarsi i baffetti. Poi d’improvviso alza la testa e con voce stentorea esclama guardando altrove: «De Angelis, hai scritto tutto? Mi posso fidare?»

 

Don Ignazio è di nuovo nella sua cella e nemmeno risponde al pusher albanese. Gli ha chiesto se gli hanno comunicato novità. Non osa insistere, ha troppo rispetto per don Ignazio e ha capito che non è aria. Dimmisi non ha sentito la domanda, ma sente la presenza di chi l’ha fatta.

«Cazzo, ma non dovevi stare all’ora d’aria tu?»

«Ci ho rinunciato, pensavo di aspettare lei per … »

«Ma che cazzo ti viene in mente di aspettare me? Ma che siamo, parenti? (si avvicina con un indice minaccioso all’albanese) Dì un po’, siamo parenti per caso io e te?»

Non ha mai trattato nessuno là dentro con tanta insolenza. Non aveva mai alzato la voce con chicchessia, negli ultimi sette anni. È il ruggito di una tigre in cattività che non se lo conosceva più e che non tarda a sentirsi di nuovo a casa nella sua pelle di felino. Ma la sfuriata è finita prima di cominciare.

Dopo lo sfogo, fulmineo e dimenticato, senza minimamente badare alla reazione dell’altro, che si vorrebbe sotterrare e non osa chiedere scusa per il suo eccesso di deferenza, si stende sulla branda facendola cigolare a lungo, sinistramente. Ha chiuso gli occhi per fingere una calma ritrovata, un tentativo di sonno. Con quello che ha in corpo adesso, neppure una dose da cavallo di sonnifero lo stenderebbe. Vorrebbe stare solo, questo vorrebbe. Per riflettere. Per comprendere. Per decidere. Arrivano momenti nella vita in cui queste tre azioni sono una catena che non si può interrompere, se qualcuno o qualcosa la innesca. Momenti non cercati, momenti che trovano. Anzi, stanano.

Chi ha fatto esperienza di questo volto quando era fuori di qui d’oro riconoscerebbe che sentimento lo sta attraversando. Gli occhi semichiusi, certi piccoli tic alla guancia destra tradiscono la rabbia sorda che Ignazio Dimmisi ha sempre fatto sciacquare come una tempesta soltanto nell’intimo, senza mai lasciarla tracimare in un gesto esplicito di collera. Proprio questo di lui faceva paura, una volta. Don Ignazio perdeva la favella e la luce degli occhi, non guardava nessuno, tutti segni che qualcuno vicino o lontano doveva interpretare con terrore. La notizia della morte del suo amico di gioventù Carmelo quello di cui avrebbe voluto parlare a Francesco, dopo averne taciuto con tutti, e non potrà più lontana come fosse di un’altra vita, non deve aver suscitato sentimenti troppo diversi in lui. C’è sempre un’occasione nella vita in cui il tempo ti svela che in qualche modo per te è passato invano, che in fondo sei sempre quello di una volta e che il tuo carattere non è negoziabile neppure con l’esperienza di cinquant’anni. Tanti ne sono passati da allora.

In questi anni don Ignazio si è costruito la sua mitologia dell’esilio e dell’oblio con tanta cura da riuscire a convincere della finzione anche se stesso. L’allestimento del mausoleo del vecchio boss “posato” gli è riuscito alla perfezione, da grande commediante. Il più delle volte una diminutio capitis non è sintomo di umiltà ma del sentimento contrario. L’amor proprio di don Ignazio è smisurato. Lo è da sempre. C’è una continuità con il passato nel suo comportamento da recluso: l’atteggiamento aristocratico. Si sentiva migliore quando era lui a giudicare, lui a stabilire la pena. Poi i giudici sono cambiati e don Ignazio, prima di aspettare la sentenza, ha preferito condannarsi da sé. Ora è in villiggiatura, al fresco come dicono in gergo. Ma è difficile che una nuova nomenclatura cancelli del tutto quella che ha scalzato. Per quanto possa apparire paradossale in un mondo in cui niente sembra essere rimasto dei valori fondanti dell’onorata società, c’è una silenziosa colonna che non ha dimenticato il vecchio capo, perché la fedeltà è qualcosa su cui si può passare sopra per quieto vivere, perché si ha una famiglia, non dimenticare. E questo don Ignazio lo sa. Se solo gli venisse la voglia di sfogliare mentalmente una rubrica di volti, ne troverebbe molti ancora disposti a rispondere presente all’appello. Non ha mai voluto scoperchiare la pentola, e la pentola in questi anni si è tenuta buona buona il nuovo coperchio. I messaggi che sono arrivati là dentro da vecchi amici, segnali discreti di vicinanza, hanno ricevuto risposte in linea con il nuovo ruolo di vecchio saggio e distante, che non prende parti, che dà solo buoni consigli. Del resto, un uomo d’onore posato non può intrattenere rapporti con i vecchi membri del clan. Chi gli è stato molto vicino un tempo non ha mai creduto che l’uscita dal 41 bis sia stato un premio per qualcos’altro. Sono solo male voci, nessuno può dire con un minimo di prove che don Ignazio ha nuociuto a chicchessia da quando non è più latitante. Le male voci sono parte integrante di un progetto di cancellazione, così necessario perché una nuova gerarchia si possa fondare con sicurezza. Succedeva ai faraoni, agli imperatori romani, succede oggi ai mafiosi. Ma è evidente che il progetto della nuova casa non si era ancora completato, mancava l’ultima tavola, quella del tetto.

Ignazio Dimmisi era convinto di esserne fuori. Bisognava finire dentro per arrivarci. In fondo la sua cattura era stata l’unica liberazione percepibile. Essere posato è uno dei due sbocchi naturali, l’altro è essere accoppato. Nessuna tentazione di rivalsa. Che lo avrebbero lasciato in pace a spegnersi là dentro era una eventualità verosimile, ecco perché è potuta essere il puntello delle sue giornate, prima e più dei libri. Se il dubbio di non essere moralmente morto fosse riapparso come un intruso tra le pagine, gli avrebbe tolto la tranquillità di leggerle, quali che fossero. Ma ogni certezza umana è della stessa natura dell’uomo che vi si affida, temporanea. Non si ha il diritto di coltivarne neanche da vecchi, quando si può ragionevolmente credere che la vita abbia detto tutto quello che doveva dire. C’è sempre tempo per un ultimo errore di valutazione e questo tempo è arrivato per Ignazio Dimmisi.

Le letture e la solitudine. Le due cose si sono alleate nella sua mente e nel suo cuore per firmare un trattato di pace apparente.

Apparente. Se ne dava per convinto, fino a qualche minuto fa. Ora che Francesco Aversa è morto, non può più esserlo.

Francesco è morto e lui è ancora vivo.

Non tornerà più a trovarlo e non perché avrà mancato alla sua promessa. Non farà le tante cose che di lui Ignazio non conosceva e poteva solo immaginare. Nessuna potrà più farne. Non leggerà mai Delicatezza, il racconto di Buzzati che lui gli ha raccomandato nel loro ultimo incontro. Eppure è morto di una morte simile, stupida e inattesa, che lo ha colto nel momento in cui la vita lo stava ancora illudendo di progetti e di dubbi.

No, il racconto è il dettaglio di una coincidenza, non c’entra nulla con questa morte. È un’altra la questione.

Francesco è morto e lui è ancora vivo.

Non è neanche un pensiero: è solo un’immagine che uccide tutte le altre per contatto. Nel cuore della notte e nel silenzio della cella, rotto solo dal russare pesante dell’albanese, non altera nulla nella fisionomia di chi insonne lo cova, non vi muove un muscolo facciale, non provoca un battito di ciglia.

 

Commenti

Un racconto faticoso e duro, così come dura e faticosa è la vita di questi personaggi che la realtà ha prestato alla fantasia. Storie di tutti i giorni, si potrebbe dire , parafrasando il titolo di una vecchia canzone, storie che scavano e incidono la carne e i pensieri. Al piacere di rileggerti.
Buona giornata speciale, Annarita.

Scritto da: annarita | 17/03/2011

OT. Forse, Maurizio, con l'età che avanza, mi sto rincitrullendo, ma non ho capito il tuo commento "non si può certo dire che l'elzeviro sia nelle tue corde" (sic).
Forse, hai omesso un "non"?
Con calma, leggerò poi la tua nuova "tranche".
Un abbraccio.
Grazia

Scritto da: grazia | 17/03/2011

"....C’è sempre un momento nella vita in cui il tempo ti confessa che in qualche modo per te è passato invano, che in fondo sei sempre quello di una volta e che il carattere profondo di una persona non è negoziabile neppure con l’esperienza di cinquant’anni."
Il tempo non va considerato solo nei suoi termini quantitativi,si può vivere fino a cent'anni e più ed essere scontenti di tutto ciò che si è fatto nell'arco di un'esistenza così lunga.Conta invece la qualità:IN CHE MODO IMPIEGHIAMO IL TEMPO, CON QUALE ANIMO VIVIAMO, A QUALI OBIETTIVI MIRIAMO.Se le mete del nostro cammino sono la saggezza e la perfezione della vita morale, spendiamo bene il tempo a nostra disposizione.
I tuoi racconti invitano alla riflessione .Grazie

Scritto da: Maria Allo | 18/03/2011

Incredibilie! Fuori sta piovendo, è l'imbrunire ed io sento tante emozioni che si sovrappongono dettate dalla storia di vita di personaggi totalmente diversi fra loro ma ora accomunati da un medesimo dramma che li porta inesorabilmente verso nuove consapevolezze di vita, di passato e presente, mentre il futuro rimane astratto e molto confuso.
Confuso proprio nel momento in cui ognuno di loro pensava di aver trovato delle risposte, di aver raggiunto un guado, ma per quanta logica matematica e per quanti conti possiamo fare con l'imprevidibilità dell'esistenza , non otterremo mai un risultato, come tu stesso hai scritto.
Sono rimasta sbalordita da come lo scrittore sia sia intercalato così bene negli stati d'animo di ogni circostanza, quasi fosse stato presente, nelle stanze, negli ambienti e nei cuori.
Comincio dall'inizio toccando a grandi linee gli accadimenti del racconto in quanto ogni passaggio è degno di attenzione.
La morte che si presenta ad una madre, la morte peggiore di tutte, quella di una figlio, una parte di te che viene strappata e scaraventata via con violenza,un dolore che nessuno dovrebbe provare.
L'intontimento, le sensazioni in obitorio, le stesse che ho provato io, la freddezza strana che all'improvviso ti estranea dal mondo.
La volta che successe a me pensai:- ma perchè lo lasciano al freddo?-
L'abilità dello scrittore di spaccare la realtà rendendola quasi da sogno, la notte, le stanze buie, il freddo nell'anima..e poi..i rancori, l'oblio, la sensazione che quel figlio le fosse stato tolto anzitempo, prima dello spettro con la falce. Prima di quando tutto l'amore materno si era focalizzato in quell'unico essere al punto da diventarne egoistico e possessivo al punto da non lasciare spazio ad altro amore.
Il suo atteggiamento verso Alberta, la scusa buona che potesse redimere ogni colpevolezza dettata dall'incapacità di perdono. Ah, questa Bianca! Povera donna!
Poi c'è Alberta, la bellissima lettera d'amore che la scagiona da ogni debolezza e fragilità umana, scagli la prima pietra chi non ha mai commesso errore, forse non Bianca, forse lei no.
Hai saputo entrare fra le pieghe dell'animo di una donna innamorata, quasi sussurrandone i sospiri , descritti nel trattenere le dita di una mano, nell'accarezzare un maglione deposto nell'armadio che profuma di Francesco, di una donna che non viveva distanze, ma che in lei era presente tutta l'aspettativa, tutta la speranza, tutto il sogno di un sentimento bello, leggero, limpido. L'ho riletta più volta la lettera, parole che in cui ogni donna sicuramente si riconoscerebbe.

Poi si arriva al punto che la storia prende le dimensioni di un vero e proprio giallo.
La descrizione del l'ispettore, di don Ignazio, della stanza, degli atteggiamenti e dei sospetti. La reazione del boss.
Ho pensato che sarebbe stata una bella sceneggiatura per un film.
Si conclude con L'immagine di un uomo disteso in una brandina mentre sta facendo i conti con il suo dolore, la sua finta pace,un nuovo ribaltimento della sua vita dovuta alla scomparsa di una persona apparentemente insignificante, ma così sconvolgente nella vita di coloro che ne facevano parte.

Concludo riportando ancora una volta un passaggio che più mi ha colpito, anche se sarebbero molti.

"Un dolore enorme legittima la fuga dalla realtà. Le conferisce uno stato di rifugio necessario, una sostanza di oggettività parallela. Abbiamo tutto il diritto di non farci travolgere dalla sofferenza, di acquattarci in un sogno a occhi aperti, in una zona franca delle emozioni dove essa ci dia tregua. Bianca non aveva ancora avuto il tempo di costruirsi questo angolo che esiste solo dentro se stessi. Era in un limbo dove il dolore galleggia ma non urla, una via di mezzo tra realtà ed evasione in cui si può recitare la parte di se stessi come se si fosse un grande attore, il quale è grande proprio perché è capace di conciliare empatia ed estraniazione."
Complimenti scrittore!

Scritto da: alessandra62 | 19/03/2011

già, Francesco non c'è più...
ma perchè?
aveva tanto da dare a se stesso ancora, tanto da chiarire con Alberta, magari era amore alla fine...
grazie Maurizio

Scritto da: sistercesy | 19/03/2011

SCENE PARALLELE
di tempi o spazi che non s'incontrano,direbbe Amleto "Orazio,quando avrai scorso questa lettera,dà a questi uomini il mezzo per giungere al re.Essi hanno una lettera per lui.Prima che avessimo fatto due giornate di navigazione,una nave pirata armata di tutto punto ci dette la caccia.Fummo costretti ad affrontarli con valore ma la nave pirata mi fece prigioniero.Unico prigioniero (...)Anche in questo fu il Cielo a disporre (Amleto IV 6 V 2)
Scrivi come gli scrittori "seri" di un tempo a me caro.Ho un rotolo dei TUOI scritti sul comodino della mia camera da letto che aspettano il mio momento giusto per essere letti.Cosa che sicuramente farò.Bianca 2007

Scritto da: Bianca2007 | 20/03/2011

Quello che più mi turba in questo tuo romanzo (perchè è ormai chiro che di questo si tratta) è il fatto di mettermi ogni volta in una prospettiva diversa. All'inizio pensavo che la protagonista fosse Bianca (e forse per me un po' lo rimane). Poi ho pensato che fosse Francesco, un po' meno Alberta. Ora mi sembra che don Ignazio abbia un suo ruolo preponderante.
E tuttavia mi rendo conto che il vero protagonista sei tu. Sei tu il regista e l'attore, colui che riesce ad interpretare così bene i ruoli, da saper vivere aspetti differenti del dolore, tutti ugualmente "sentiti" come se fossi ogni volta nella pelle dei tuoi protagonisti.
Forse la storia ora avrà risvolti impensabili all'inizio, ma quel che è certo è che una così profonda analisi del sentire umano ogni volta cancella in me ciò che avevo già pensato e lo trasforma.
Decisa a seguirti fino in fondo.
Anna
ps.Non mi ero accorta che avessi già scritto, aspettavo la domenica, come sempre

Scritto da: setteparole | 20/03/2011

Entriamo in un labirintico caleidoscopio - leggendoti - che ci riverbera diversi aspetti della stessa faccia, come se le tessere musive di un contorto mosaico, quasi ci gnignassero contro. E qui sta anche e non solo, l'originalità del tuo narrare.
Veramente grande nell'esprimere lo strazio del dolore e, nel contempo, la dignità di Bianca cui perdoniamo di cuore l'indulgere a qualche indiscrezione.
T'intrufoli nel cuore di uomini e donne con penna implacabile.
Cosa mai dico penna?
La tua è un affilato bisturi letterario che penetra, incidendo forti sensazioni anche nel nostro immaginario.
grazia*

Scritto da: grazia | 20/03/2011

ecco, adesso che mi sono resa conto che si gratta di un romanzo, e non di un racconto, posso dire che hai catturato la mia attenzione fino a farmi seguire una narrazione a puntate.
è piacevole assistere quasi alla costruzione di una vicenda, anzi di più vicende contemporaneamente, in una coloritura di caratteri, ambientazioni e circostanze molto ben concatenate tra loro.
alla prossima, allora.

Scritto da: cristina bove | 20/03/2011

Stando in ufficio non mi riesce proprio di leggere il tuo racconto, così ho stampato tutti i capitoli che mi sono persa e stasera, seduta comodamente sul mio divano, me li leggerò.

P.s. quanto al commento che hai lasciato da me, sono contenta che qualche volta, qualche mio commentatore non abbia il timore di dire ciò che pensa, senza mezzi termini. A volte ho la sensazione che per non perdere pubblico qualcuno preferisca mantenersi sul politically correct. :o)

Scritto da: penny | 21/03/2011

Complimenti davvero

Scritto da: Briciolanellatte | 21/03/2011

.. ho letto il primo capoverso e già solo l'incipit appeno l'ho letto
"Un tragico errore" mi ha catturato subito.. :))
.. il resto l'ho stampato e come faccio spesso ultimamente lo leggero nei miei momenti di relax o mentre attraverso la città

a presto
un caro saluto

Scritto da: albafucens | 22/03/2011

non c'è più meraviglia nel talento ma c'è meraviglia nella sua espressione, sempre

non sbagli un colpo
:-)

Scritto da: le agane | 22/03/2011

"gli amici degli amici" pericolosissimi sono...

non si esce mai dalla propria vita, dalla fitta rete che si struttura lentamente, giorno per giorno e nella quale inevitabilmente si resta invischiati... vittime e prigionieri delle nostre stesse scelte che si intrecciano come i disegni di un destino ineluttabile... così, a volte, senza nemmeno accorgercene ci immoliamo, seguendo il flusso che ci trascina e che noi abbiamo iniziato, senza sapere più nemmeno il perché...
un bel capitolo di transizione che porterà nuovi sviluppi nell'intreccio, ma soprattutto nel percorso di consapevolezza dei personaggi...
un abbraccio

Scritto da: dalloway66 | 22/03/2011

.. eccomi come promesso, letto tutto di un fiato talmente ed era coinvolgente cheho anche rischiato di saltare la mia fermata tanto era presa ^ __ ^

è uno dei capitoli forse più belli o comunque più comunicativi e travolgenti.. di questa splendida storia di vita che ci vai ad illustrare di passo in passo e dai risvolti imprevisti

.. e la descrizione dei momenti di dolore.. ma anche di amore come la bella lettera di Alberta, che la storia narra sono talmente ben descritti da essere percepiti quasi a pelle e facilmente tramutabili in immagini.

Francesco, Alberta, Bianca, don Ignazio.. tutte vite che si intersecano.. studiano.. scrutano.. che sono in qualche modo legate tra di loro da un filo invisibile che li porterà chissà dove..

uno splendido capitolo intenso e splendidamente scritto
lo so che mi ripeto ma mi piace molto il tuo stile elegante e fluido, intenso, e la scelta che fai delle parole per descrivere le emozioni che attraversano i personaggi della storia rendendoli "vivi"

un caro saluto

Scritto da: albafucens | 22/03/2011

Una storia senza protagonista, ma costellata di personaggi con pari dignità narrativa: una scelta che mi piace. Morto Francesco, l'anello di congiunzione tra Bianca e Alberta, la storia non si ferma ma si espande: suggestivo...
Realistici i dialoghi in carcere, intensi i pensieri dolenti di Bianca, dense le descrizioni dei sentimenti; notevole il cambio di registro linguistico nella lettera di Alberta; belle le citazioni e i riferimenti letterari.
Insomma, bello... :)

Un saluto, Linda

Scritto da: linda | 24/03/2011

Sempre bello rileggerTi ! Ciao

Scritto da: Maria Allo | 26/03/2011

Avvincente, come tutti i tuoi scritti. Aspetto impaziente il seguito
del racconto.
Mi stupisce sempre l'intensità con cui descrivi i vari personaggi, nessuno è secondario nel racconto ma ognuno, a suo modo, è protagonista... perchè così è nella vita, per quanto insignificante possa essere la nostra storia, ne siamo protagonisti.
Ciao M.

Scritto da: eilidh | 27/03/2011

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