27/03/2011
La vita è una guerra
La vita è una guerra personale. Per chiunque. Tutti contro tutti. Senza dichiarazioni preventive.
Più che un’ideologia, era un dono di battesimo, retaggio di chissà quale consanguineità. L’esperienza aveva perfezionato l’opera, mettendo all’istinto nudo il vestito della convinzione. La vita è guerra totale di tutti contro tutti e le associazioni degli uomini — nella politica, nel mondo degli affari che per definizione non potrà mai escludere quello del crimine — sono sempre alleanze momentanee, guerra comune contro un nemico comune. Le chiamano correnti, cordate, consorterie, cosche ma sono variazioni dello stesso tema e non solo perché iniziano con Co. Anche la Chiesa è stata attraversata da guerre fin dalle origini e, in pieno ventesimo secolo, le resta addosso il sospetto irrisolto di un papicidio autogestito. Perfino in seno a una famiglia ci sono guerre e non è mai stato difficile che il sangue finisse sotto i piedi dell’interesse. Il primo morto ammazzato resterà per sempre un fratello. Niente e nessuno si sottrae a questa legge che si definisce umana senza avere nulla di questo aggettivo. Gli uomini, per quanta strada abbiano messo tra loro e le caverne, non hanno perso né il ricordo della prima clava, né il gusto di brandirla alla prima occasione.
Questa la carta programmatica di Ignazio Dimmisi.
Mai scritta, sempre applicata. Siccome nel lupo il vizio sopravvive al pelo, don Ignazio non l’ha rinnegata soltanto perché gli è stato tolto un presente su cui continuare a spuntarla comma a comma. Semmai, l’isolamento ha stagionato la convinzione come la cantina invecchia un vino buono, dandogli il retrogusto della filosofia. Il vizio ha prestato a titolo gratuito mille e una ragione a una lunga pratica criminale e perfino a una ritirata, non completamente subita, non del tutto indesiderata. Sono i vigliacchi e gli stupidi a cambiare idea solo perché hanno perso. Se una battaglia può lasciare morti sul campo ma equilibri inalterati, una guerra fa sempre vincitori e vinti. E il vinto, se è uomo degno, uomo d’onore, deve trovare il coraggio di dirselo e di lasciare strada. Così vuole la vita e così sospinge gli uomini. Lui non è stato un’eccezione ma occorrenza di una regola.
A proposito di regole. Le leggi, lo sostiene uno che le ha schivate per mezzo secolo, sono fatte per essere regolarmente infrante, in primis da chi le fa, dal potere costituito. L’ultima cosa che un politico eletto dal popolo dovrebbe fare è mettere l’interesse personale davanti a quello pubblico. La cosa che più riesce facile a un politico è mettere l’interesse personale davanti a quello pubblico. Come accelerare in discesa. Lo stesso fa il manager di un’azienda. Si fa i cazzi suoi, col paravento dell’interesse della proprietà o degli azionisti.
Che cosa sarebbe questa mafia allora? È chi non è stato invitato alla tavola del potere, ma ha trovato il modo di gustare lo stesso menù restando in cucina? Siete fuori strada, illusi! Così era una volta. Oggi non più. A quel tavolo ci sta seduto, perché si è data una veste presentabile, imprenditoriale, e gli affari in qualunque società moderna sono sacri — anche quelli che hanno un retrobottega di lavoro sporco, un capitale che nasce facile e soprattutto cash, dal pizzo, dalla droga, o dal sesso comprato per strada. Questo lavoro non pulito, se e quando serve, lo fa la consociata che agisce in un offshore della legge e della morale: la dependance armata, il back office impresentabile della capofila, che ormai siede nei Consigli di Amministrazione con le sue teste di legno incravattate e ha accesso ai palazzi con gli “amici degli amici”.
La mafia in realtà non esiste, è un termine letterario. Lo citano i giornalisti, si ascolta nei film. Già i magistrati lo trovano impreciso e finiscono per usarlo solo in modo convenzionale, per farsi capire. Per questo, quando un presunto mafioso, un politico accusato di essere colluso dicono che la mafia non esiste, non mentono del tutto. Nuotano in un’imprecisione lessicale, in un limbo di significato. È un cavillo grammaticale che spiega molto di una mentalità costruita di poco fatto e tanto non detto.
Alle origini di tutto c’era e c’è l’onore, e se l’onore è la qualità di un uomo, quell’uomo diventa uomo d’onore.
Non da un giorno all’altro. Non per dinastia. Ci vogliono prove: costanti, ripetute nel tempo, convincenti per i più e tranquillizzanti per i meno. L’uomo d’onore può essere chiunque — un agricoltore, un avvocato, pure un prete. Se non sa menare le mani o sparare, non è un problema. Qualcun altro, all’occorrenza, lo farà al posto suo.
Se l’onorata società fosse oggetto di brevetto, la Sicilia intera potrebbe vivere solo di royalties che affluirebbero dalle malavite di cinque continenti. Purtroppo per noi siciliani — o per fortuna — non è così. La mafia è un format gratuito, la cosa più facile da globalizzare dopo la Coca Cola, i bluejeans e il cellulare. Ma l’antistato non può campare sulle stesse regole dello stato. Deve farsi le sue. Deve avere un suo potere legislativo e un suo potere giudiziario. Chi decide le regole e chi, all’occorrenza, le fa rispettare. E il modo di farle rispettare è uno solo, pure questo globalizzato. Nella giurisprudenza mafiosa, la parola garantismo non esiste. Nessuna lungaggine burocratica: quando serve, il processo si celebra per direttissima, con rito sommario. La vera sfida di un antistato non è di schivare le leggi: è quella di misurare costantemente la propria architettura istituzionale con quella ufficiale, per dimostrare qual è la più forte, la più rispettata. La più efficace. Questo ho visto e questo so. Parola di Ignazio Dimmisi.
Come si diventa uomini d’onore? Per successione, per scelta, per fatalità?
Ammesso e non concesso che la lista sia completa, a Ignazio era capitata la terza via.
Veniva da una famiglia come tante di una valle intestina e dimenticata della Sicilia, una piccolissima borghesia di seconda generazione. Suo padre Cataldo, figlio di bracciante, faceva il contabile in una masseria di certi signorotti poco fuori del paese ed era stato il primo della schiatta ad avere studiato, arrivando a completare quello che allora si chiamava avviamento, perché avviava a un mestiere chi per nascita non poteva accampare diritti di aspirare a una professione. Ignazio, senza sconfinare, alzò di un tanto la pretesa: andò a studiare nel capoluogo dove conseguì il diploma di ragioneria — al liceo i suoi non l’avrebbero mai mandato. Aveva insistito per proseguire, non tanto perché aspirasse a un lavoro migliore di quello di suo padre, ma perché i libri, lui, li aveva sempre amati, fin da ragazzino. Soldi per comprarne in casa non ce n’erano, così Ignazio si era fatto una cultura ben superiore al titolo scolastico, consumando letteralmente i volumi della biblioteca comunale. Leggeva tutto ciò che gli capitava tra le mani, purché fossero pagine rilegate. Da Montesquieu a Conrad, da Dumas a Darwin, senza esclusione di generi. Il bibliotecario, un tal Boccardo — torinese finito chissà come in quella landa di fichidindia — gli aveva predetto un avvenire da professore. Era un pessimo veggente ma in un piccolo dettaglio, come si saprà, non si era sbagliato.
Ai suoi tempi, il diploma di ragioniere non dava accesso ad altre facoltà se non a quella di economia e commercio, perciò a Ignazio, che amava la filosofia e la letteratura, non restò che cercarsi un impiego. Ne aveva trovato da poco uno, sempre nel capoluogo, in una ditta che esportava mandorle, di proprietà di un inglese, quando una brutta notizia lo richiamò subito in paese.
Avevano ammazzato il suo migliore amico, Carmelo, compagno di banco, di strada e poi di caccia alle prime femmine, con un apprendistato allora comune a tutti che era il bordello, la casa che la legge Merlin avrebbe reso letteralmente chiusa pochi anni dopo.
Ignazio ne restò sconvolto. Quella notizia non era qualcosa che arrivava e colpiva. Gli veniva strappata via come carne viva. Non se ne capacitava, la morte per lui ventenne era cosa astratta, straniera. Più lo avesse toccato da vicino, meno l’avrebbe potuta accettare. Quella morte non era solo vicina, era come fosse sua e per molti versi lo fu. Erano cresciuti insieme. Per lui Carmelo era più di un fratello. Era lontano da un po’, non poteva essere al corrente di tutto. Dunque non aveva saputo che Carmelo era diventato un picciotto. Quando glielo dissero non capì. E quando capì non ci volle credere. Un anno di separazione non poteva averli allontanati tanto.
C’era ancora, dalle loro parti, una classe di gabelloti arricchiti, scarpe grosse e cervello non altrettanto fino, tutt’altra cosa rispetto alla sofisticata industria criminale che si sarebbe sviluppata, di lì a non molto, anche in quella provincia povera e desolata. Ne annunciavano il futuro né più né meno come il Pitecantropo anticipa quello dell’Homo Sapiens. Ma in una valle dove la ricchezza era ancora in buona parte in mano a una classe di vecchi feudatari inetti e in piena decadenza, che il potere centrale aveva sperato di estinguere dando loro seggi in un qualche parlamento, fosse pure regionale, quella proto mafia di stampo rurale fioriva come il vischio prospera sui pioppi.
Al giovane Dimmisi, quel mondo cupo, ancestrale, incappucciato di silenzi e di ammiccamenti, non riusciva proprio a far impressione. Siccome era di carattere incendiario e non aveva ancora imparato a disinnescare le scintille della sua natura, tornò in paese deciso a fare giustizia. Con l’ingenuità sana sana dei vent’anni, cominciò dal portone principale. Si recò dalle forze dell’ordine a chiedere conto del delitto del suo amico, dello stato delle indagini. Trovò un muro di gomma. I genitori di Carmelo non avevano sporto denuncia, neppure contro ignoti. L’azione penale era obbligatoria ieri come lo è oggi, ma il maresciallo della locale stazione dei Carabinieri, uomo pacioso per carattere e coperto per parentela, non riteneva una gola tagliata la prova provata. Carmelo Addamo poteva essersi procurato quella ferita anche in modo accidentale, che so, facendosi la barba, anche se restava curioso che per farsela avesse scelto come posto una forra, senza neanche portare con sé specchio, rasoio e crema da barba.
Era un mondo in perenne bonaccia, senza vento di vita. Tutto ristagnava nella sua stessa indolenza e un dio locale, più poltrone di loro, li risparmiava tutti dal rischio che un alito di novità potesse turbarla. Nel fiume del tempo, nella navata centrale della Chiesa Madre non scorrevano solo bare di vecchi morti di troppa vita, ma anche di giovani fiori strappati prima che diventassero frutti, e nessuno ci faceva caso, nessuno si indignava. Ignazio era un vulcano in eruzione e non si capacitava dell’inazione di un società matrigna che non proteggeva i figli. Di quella finta giustizia, che restava immobile a registrare reati come fossero cambi di stato civile, anziché cercare di reprimerli o almeno di perseguirli. Ma le cose da quelle parti erano sempre andate così, gli disse suo padre. Ignazio lo guardò più con commiserazione che con affetto. Non si riconosceva in quel mondo subalterno, impastato di devozione e di fatalismo.
Se la giustizia con la G maiuscola non faceva il suo dovere, ci doveva pensare qualcun altro. Lo gridò prima di pensarlo. Era partito invettiva dalla sua bocca ed era arrivato minaccia nelle orecchie degli altri, fossero quelle di chi gli voleva bene, o di chi si godeva lo spettacolo a cavalcioni su una sedia accanto a un uscio, o spiando dietro una persiana, e lo andava poi a riferire. Trovò una fila di persone pronte a dissuaderlo: sua madre, donna di rosari e di silenzi, il parroco che non riconosceva più il bambino prudente in quel giovane sanguigno, uno zio che non si capiva bene cosa facesse ma era chiacchierato per le sue “amicizie” e, per finire, un uomo che apparteneva a quella cerchia chiacchierata e che si offrì di aiutarlo a scoprire perché e per quale mano era morto Carmelo.
Si chiamava Tano Salemi. Parlava solo in dialetto ma era da quella sintassi essenziale, intessuta di metafore antiche, che attingere una sua arte di persuadere: una dialettica di un’eleganza letteraria che al colto Ignazio non sfuggiva. Se Tano Salemi voleva illuminarlo, non come si fa luce in una cantina ma come si avvampa una torcia, trovava il combustibile adatto. Tutto sembrava cambiato in paese. In realtà poco lo era, in primo luogo Ignazio, diventato un uomo senza sembrarlo ancora. La sua terra, insinuava Salemi, aveva bisogno di qualcuno che si occupasse di difendere i deboli dai soprusi dei potenti, di non far calpestare i valori autentici — l’amicizia, il senso della parola data, l’onore — da quelli imperanti, in primo luogo uno che tutti li riassumeva: l’accondiscendenza al potentato di turno. La vera rovina della Sicilia era quella classe di leccaculo che barattava la dignità con la miseria di un favore. Ma la dignità non è cosa che si possa mercificare e se qualcuno la vende, vuol dire che imbroglia, che non ne ha.
La storia della sua terra, Ignazio un po’ la conosceva. Da almeno un millennio la Sicilia assaggiava il dominio di governi stranieri, la cui prima preoccupazione, come ogni invasore, era di costruire una classe locale di siffatti vassalli. Sotto questo aspetto, i Borboni non avevano fatto meglio degli Aragonesi, e i Sabaudi erano riusciti a fare peggio dei Borboni. C’era un terreno dove, per quanto inverosimile, il colto Dimmisi e il villano Salemi si potevano incontrare. Un crocevia di convergenze pericolose, come lo sono quelle dove la ragione fa la paglia e la collera il fuoco. Ignazio non sapeva ancora perché Carmelo era morto, ma cominciava a leggere nella sua scelta, a non sentirla più del tutto estranea. Ritrovare anche idee nelle ceneri del suo migliore amico gli era più di incitazione che di conforto.
La metamorfosi dal distacco all’adesione a quel mondo fu scandita dalla lentezza di una rivelazione — quella di un mandante di un delitto — che doveva passare per un’attestazione di fiducia, per una iniziazione. Salemi aveva scambiato con scaltrezza il percorso con la meta e Ignazio in viaggio non se ne accorgeva. Il teorema di un antistato come la sola possibile risposta di quella terra alla sua sorte di eterna conquista e spoliazione, ebbe così il tempo di costruirsi anche culturalmente nella testa di Ignazio. Lui non era come i picciotti che si lasciavano assoldare per fame o per ignoranza; per quanto lo avesse amato, non era neanche come Carmelo. Aveva studiato, aveva letto. Portava in quell’ambiente la nota esotica dell’istruzione, e una determinazione di parole nuove che non passavano inosservate. Non era un picciotto e non lo sarebbe mai stato. Aveva altri limiti. Imbevuto delle sue letture, a metà strada tra Voltaire ed Edmond Dantès, non era in grado di decifrare l’inganno che gli spacciavano per annuncio. Di discriminare l’aspirazione ideologica, fosse pure rivoluzionaria e autonomista, dalla mera scalata sociale di un gruppo di potere in formazione.
La parola onore aveva un effetto prodigioso: fondeva lo scetticismo, cauterizzava il sangue appena schizzava da una gola. L’uomo d’onore agiva sotto la legge marziale, come un soldato in guerra. Con la carota della vendetta dell’amico, l’ignorante, il rozzo Salemi lo incamminò progressivamente dentro un labirinto di nuove conoscenze da cui Ignazio non avrebbe più trovato la via d’uscita. Iniziò offrendogli aiuto per arrivare all’assassino di Carmelo. Proseguì offrendogli un lavoro — che ci stava a fare nel capoluogo come modesto contabile senza prospettive, lui era uno in gamba, in paese c’era bisogno di gente come Ignazio. Di che lavoro si trattava? Salemi disse che gli serviva un factotum. Per settimane lo tenne accanto a sé, pagandogli uno stipendio solo per fargli compagnia. Ignazio non avrebbe tardato a scoprire il perché.
Molto era cerimoniale e simbolo tra quegli uomini, che Ignazio conosceva sotto altre vesti, quelle pubbliche. C’era il maestro di scuola, il commerciante, venne fuori che anche il maresciallo era uno di loro. Sotto, una pletora di manovalanza. Si baciavano tra loro per strada ed erano i soli a farlo, all’epoca. Tra loro risparmiavano le parole, come fossero denaro. Le parole al vento, dette per dire, non erano da uomini d’onore, che officiavano il culto del silenzio, perché un silenzio al momento giusto sa stordire, se necessario, più di un urlo. Si sentivano una élite e da élite si comportavano. I migliori dettano le regole e le fanno rispettare. Amministrano la giustizia. Devono guidare la massa degli individui normali, che non sono uomini d’onore e, se il singolo sbaglia, devono dargli un insegnamento. Se il singolo poi persevera nell’errore, allora vuol dire che o è un cretino, o un infame. I primi non costituivano un problema, i secondi sì. C’era un codice per recapitare una minaccia, come ce n’era uno per eseguirla quando diventava inevitabile, imparò il giovane Ignazio.
Entrò in fretta in quella piccola nomenclatura in formazione, ancora così profondamente integrata nella vita sociale da esserne indistinguibile. Non dalla porta di servizio. Per ottenere quel privilegio portava in dote la sua istruzione e la sua determinazione. L’inglese Matthew Barnes, proprietario della ditta di mandorle dove aveva lavorato, gli aveva prestato l’Arte della Guerra di Sun-Tzu e lui aveva imparato un po’ di inglese apposta per leggerla, nella traduzione di Giles, quando pochi ancora la conoscevano in Italia. Ne era rimasto folgorato. La usava come un abbiccì per il suo apprendistato esistenziale. Presto il suo citarla per aforismi gli procurò l’ammirazione dei nuovi accoliti e la rese una specie di bibbia orale condivisa. Sull’immenso oceano culturale che divideva la Cina di Sun-Tzu dalla Sicilia di Tano Salemi e di Ignazio Dimmisi, realismo e utopia gettavano un improbabile ponte facendo un solo fascio di false assonanze e autentiche affinità.
Alla cultura della rivolta che si coagulava nella testa di Ignazio, né individuale né sociale ma rimasta a mezza via, l’onorata società era la possibilità di riscatto degli umili contro i potenti, degli uomini degni contro gli infami: quelli senza principi, che si vendevano al potente di turno. Andava scoprendo che, in fondo, quel mondo non gli era mai stato del tutto estraneo: gli somigliava, credeva in valori simili ai suoi, premiava l’onore e l’impulso. Più avanti — quando era troppo tardi per uscirne — si sarebbe reso conto che non era così, che la prima regola del potere è il pragmatismo: l’idealismo, che è la sua antitesi, ne sarebbe la dissoluzione. Ma il potere non può fare a meno degli idealisti. Ne ha bisogno perché sono loro a srotolare il tappeto della sua conservazione.
Quello del presunto assassino di Carmelo fu il primo delitto che Ignazio organizzò, e non ne ebbe sensi di colpa, almeno per un po’. Il tempo sufficiente a capire che non era il morto il vero colpevole. Il secondo fu quello del suo capo e protettore, Salemi, l’uomo che filosofava in dialetto, non appena Ignazio seppe con certezza ciò che già sospettava, ossia che era stato lui il vero mandante dell’omicidio di Carmelo, per una questione vile, di gelosia verso una donna che aveva preferito la gioventù al denaro. La miglior difesa è l’attacco, questo dovette pensare Salemi, senza aver letto Sun-Tzu, quando fece di tutto per accattivarsi le simpatie di chi era tornato in paese, a quanto si diceva, solo per vendicare la sua vittima. Calcolò l’impulsività di Ignazio Dimmisi, non la sua intelligenza.
Fare fuori Salemi e prenderne il posto fu tutt’uno, senza dare spiegazioni. Chi altro poteva prenderlo, se non chi lo aveva eliminato? Era andato a una scuola dove aveva imparato in fretta che l’impulso è una dote da spendere con parsimonia, da affidare alla guida della ragione. Solo così diventa più che efficace, si dimostra letale. Come la lingua retrattile del camaleonte. Il latore dell’insegnamento lo aveva pagato con la vita. Ignazio aveva oltrepassato una dogana invisibile, quella dove la società separa le persone per bene dai criminali. Non sarebbe più tornato indietro. Per il momento la cosiddetta giustizia chiudeva un occhio. Ma anche lui non li aveva del tutto aperti. Non sapeva ancora vedere lontano, valutare le conseguenze delle sue azioni se non a breve raggio. Sapeva invece che fino a quel giorno la vita con lui aveva babbiato. Solo ora, fosse come fosse, cominciava a fare sul serio. Un rituale macabro lo aveva iniziato al mondo degli adulti, ce lo aveva fatto entrare dalla cantica sbagliata: l’inferno. Alla cerimonia si era presentato portando in dono un sacrificio di cui non valutava tutta la perdita: i suoi sentimenti. D’ora in avanti li avrebbe censurati, dentro di sé non meno che fuori. Ci aveva inciampato con la faccenda di Carmelo e decideva di farne un fagotto, perché una sola volta la vita gli aveva dimostrato che erano una debolezza, una zavorra.
Iniziava giovanissimo una carriera già ai vertici. Ai nuovi subalterni, per impressionare, per rafforzare la leadership, raccontava le storie del potere acerbo, Alessandro il Macedone, Annibale, Napoleone, George Custer, tutti in sella poco più che ventenni. Un motivo ci doveva essere. Era l’età più sorda agli scrupoli morali, alle esitazioni. Se un ventenne ha coraggio e un obiettivo, li farà convergere camminando su tutto, a costo di sprofondarci. Quello che Ignazio aveva intrapreso era un viaggio senza una meta, che non arrivava a fare domande al domani perché a rispondere era più rapido l’oggi. Su un piano inclinato, non c’è bisogno di consumare energia, per precipitare basta la forza di gravità.
Sangue chiama sangue. Una prima violenza, una seconda si fanno ancora forza dell’odio verso qualcuno. Uno in particolare e nessun altro. Le successive di un odio diffuso, che non ha mira e spara alla cieca. In una vita che avanza un piede dopo l’altro sul filo del pericolo, si impara che la tranquillità non è di questo mondo, ma dell’altro, quello dove si manda anzitempo chi te la voleva togliere e non sapeva che non era possibile, perché l’avevi già persa da tempo, per sempre. In una vita a repentaglio, l’odio, così difficile da maneggiare per le persone comuni, è sentimento quotidiano e si deve mandare giù, a forza, per impedire allo stomaco di vomitare tutti gli altri. Anche quella particolare, raffinata forma di rancore che è il cinismo, il quale, quando nel suo espandersi arriva a investire se stessi, prende un altro nome, si chiama disgusto. Per Ignazio, che al primo colpo aveva abbattuto un falso bersaglio e intimamente ne aveva accusato l’errore, il disgusto fu una malattia primaticcia, per lungo tempo asintomatica. Voler vivere dopo aver ammazzato non è una voglia naturale, ha bisogno della volontà e della pazienza per ricostruirsi, a volte dal nulla.
Da allora, Ignazio Dimmisi ebbe sempre disprezzo per la violenza inutile, quella che praticavano per puro piacere certi animali che avevano l’abitudine di infilarsi i pantaloni quando si svegliavano al mattino. Nondimeno sapeva che c’era una violenza necessaria. Non la praticava mai direttamente. Non che gliene mancasse il coraggio. Contrariamente ad altri capi, inclini per mala razza a non voler cedere a nessuno il privilegio di spegnere un respiro con le proprie mani, la considerava cosa da picciotti, e ciò rientrava in una metafora anatomica del mondo in cui, se c’è una mente per comandare, ci devono essere pure braccia per eseguire. Il braccio dunque era sempre di qualcun altro. Quando considerava inevitabile togliere di mezzo qualcuno, non lo prendeva di petto. L’opposto. Trovava il modo di fargli credere in un tentativo di riconciliazione. Allorché l’altro si era convinto che non era un tranello, che Ignazio era sincero, lui lo invitava a casa. Preparava apposta una tavola elegante e un pranzo speciale. Dava a vedere che stava ammazzando il vitello grasso in suo onore. Poi, al dolce, trovava una scusa per assentarsi un istante e, quando tornava, trovava l’ospite con lo stomaco ancora pieno di cibo che non sarebbe mai arrivato all’intestino. La violenza? Certo non era una cosa esteticamente bella, un atto che gli piaceva. Ma nell’antistato era l’unico rimedio per risolvere una controversia che il negoziato pacifico non aveva potuto comporre. Era il solo tribunale disponibile per punire infami e mancati alleati. Chissà se il suo concetto di infamia era lo stesso aggredito dalla scritta murale che indirizzò Francesco Aversa sulla sua strada, quella che lo avrebbe portato fino al carcere — fino a lui.
Ignazio Dimmisi fu il primo uomo d’onore della sua famiglia e questo la disonorò per sempre, al punto che lui stesso, un giorno, si recò da suo padre per dirgli che non solo voleva la sua maledizione, ma la voleva pubblicamente. Il poveretto, in lacrime, era troppo vecchio per afferrare la richiesta di Ignazio e troppo attaccato a lui per soddisfarla, ma Ignazio sapeva quel che faceva. Per proteggere i suoi decideva di rompere definitivamente con loro e di far sapere a tutti che era come cancellato dallo stato di famiglia, anzi che non c’era mai stato. Si vide ancora di nascosto per qualche anno con i vecchi genitori e, dopo che morirono senza che potesse accarezzare le loro bare, dimenticò di avere dei fratelli e loro si dimenticarono di lui. Fu così che salvò loro, se non la reputazione, almeno la vita.
Ogni capomafia si merita la sua ingiuria — il nomignolo che gli viene affibbiato, inizialmente di nascosto. Il detto Vox Populi Vox Dei ha l’ostinazione di volersi verificare in qualunque contesto, abbattendo gli steccati morali. C’è sempre un momento in cui la diceria diventa ufficialità e l’ingiuria si eleva allo stato di antonomasia. Ignazio Dimmisi si meritò il soprannome di ‘U Prufissuri molto prima del don, segno di anzianità più che di importanza e infatti, a lui, in importanza non aggiunse nulla. Il bibliotecario del suo paese, almeno in quel dettaglio, aveva visto giusto.
L’ingiuria coglie un difetto fisico, un lato del carattere o del comportamento. Il capo di un’altra famiglia, in tutt’altro mandamento dell’isola, era noto per essere uomo sanguinario. Ma l’ingiuria che si era preso era quella di Raluggiaru, l’orologiaio, perché il suo passatempo preferito era aggiustare vecchi meccanismi a carica manuale. Per coltivare la sua passione si era attrezzato uno stanzino della sua villa a mo’ di laboratorio. La villa era hollywoodiana ma lo stanzino angusto e illuminato solo da una lampada da tavolo, perché così deve essere l’ambiente di un orologiaio. Dicevano che con i suoi orologi ci parlava, che li amava come figli. In quelle sere si trasformava, anche a vista d’occhio, in un innocuo artigiano. Poi, il giorno dopo, godeva a sgozzare come un maiale uno che sospettava di averlo tradito. Un altro boss di un certo rilievo era chiamato Basebball, detto alla siciliana ossia con tutte le b le elle possibili. Tutto nasceva dal film Gli Intoccabili, il suo preferito, che lo aveva ispirato soprattutto per l’originale composizione di vertenze di affari che vi si proponeva. Dopo aver visto De Niro – Al Capone spaccare la testa a un suo invitato con una mazza da baseball, gli era venuta voglia di provare l’efficacia dello strumento. Prima di sperimentare di persona quanto la scatola cranica di un uomo si riveli arrendevole nella gara di durezza con l’acero canadese, si era allenato su dei cocomeri poggiati su un mezzo palo. Perché avevano dentro un rosso annacquato, diceva, come la testa di un malu cristianu.
Don Ignazio Dimmisi si era guadagnato il nomignolo di ‘U Prufissuri perché condiva sempre di citazioni le sue conversazioni e, soprattutto, i suoi monologhi davanti alle assemblee, talora convocate talaltra improvvisate, degli affiliati. La maggior parte dell’uditorio aveva a stento la quinta elementare e non aveva mai sentito nominare gli autori di quelle massime, però il significato lo coglieva bene e, quando le riferiva a chi non aveva potuto assistere al saggio di cultura, azzeccava tutta la frase ma storpiava sistematicamente il nome dell’autore. Era difficile che con le manovre oratorie ‘U Prufissuri non riuscisse a convincere un interlocutore. O lo convinceva o lo metteva nell’angolo. Spesso era lui stesso a decidere preventivamente per la pace o per la guerra.
Pur essendo al vertice del suo mandamento da un tempo superiore alla media, grazie alla sua intelligenza, all’abilità diplomatica, nella nuova mafia imprenditoriale Ignazio Dimmisi era visto come un superstite. Quella metamorfosi dalla vecchia mafia che lui aveva conosciuto da giovane, l’aveva metabolizzata con disagio e, in un certo senso, subita. Restava una sopravvivenza di un mondo antico e una sorta di suo monumento vivente ancora rispettato. Per amor proprio, per irriducibile tenacia non si era lasciato mettere da parte e, per non farsi spezzare, ora aveva piegato altri, ora si era piegato lui.
Il seme della decadenza deve per forza attecchire nell’era del predominio, così come ogni vita porta in seno il codice indecifrabile della morte. Ogni volta che nei suoi “affari” sopraggiungeva una crisi, ogni volta che la negoziazione pacifica non trovava più spazi, restava solo la strada della violenza. Ma ogni volta, ordinare un’eliminazione o subirla non lasciava mai le cose come prima, spostava di un poco o di un tanto il punto di equilibrio, faceva cadere un altro granello di dubbio nell’ingranaggio che scandiva l’ineluttabilità di quella vita. Dubbio sul fatto che solo quel tipo di esistenza avesse un senso, che la legge della vita come guerra personale fosse ancora certa come lo era il sorgere del sole.
In fondo, la sua quotidianità si riproduceva secondo meccanismi regolati, come accade a un impiegato e a chiunque sia inchiodato per gran parte dell’esistenza ad abitudini costanti, riprodotte giorno per giorni senza eccezioni. Visto sotto questa luce, lui non era diverso da milioni di altri che pure non facevano alcuna guerra personale, perché nel gregge erano la pecora, non il cane pastore. La sua prigione di uomo d’onore, per quanto di primo piano, non era più espugnabile di quella di un uomo assoggettato alla tirannia del lavoro fisso, che riassapora la libertà solo con la pensione, spesso quando è troppo vecchio per fare progetti e ha troppo poca salute in corpo anche per oziare in modo soddisfacente.
Dal momento in cui gli fu chiaro che la morte per lui sarebbe arrivata improvvisa e non gli avrebbe concesso il privilegio di acclimatarsi con essa, di sistemare le sue cose, si abituò a lasciar piovere senza rimpianto le sue giornate giù dai calendari, come se il cuore fosse spettatore e non parte del corpo. Soffocò sul nascere l’aspirazione a una nuova famiglia, fatta di sangue suo. I motivi erano gli stessi per cui aveva preso le distanze da quella che lo aveva messo al mondo. Quando ancora giovane, senza poterne valutare le conseguenze, oltrepassò il suo punto di non ritorno, non aveva ignorato che doveva attendersi una condizione di solitudine e che alla sorte non si possono confondere le idee. Merda! E così sia — si era detto con disprezzo: al destino le utopie giovanili e a lui tutto il resto. Il vuoto di affetti semplificava almeno le cose, per uno come lui che aveva dimostrato di non sapere rispondere a una perdita con una reazione che non fosse estrema, irreparabile. Di sentimenti, a uno come Ignazio Dimmisi, non era concesso il tempo di rimpiangere l’assenza. La regola monastica dell’esercizio del potere riproduceva a beneficio del suo corpo giornate normali e sostenibili, mentre l’anima si era ritirata in un altrove, un esilio dove la sua mente non la poteva seguire né sospettare che fosse ancora viva.
Fu il momento in cui il libro tornò a essere la compagnia preferita. Durante gli anni più infuocati del comando, lo aveva messo da parte per bruciare storie di vita. Ma un libro non porta rancore come un cristiano. Quando torni a cercarlo, sembra sempre che ti aspetti a pagine aperte, solo con un pizzico d’ansia per il tuo ritardo, come una madre scioglie la tensione in un sorriso quando vede un figlio rimaterializzarsi di fronte a sé, tornare dall’ignoto in cui la sua angoscia lo aveva visto perso, fosse anche per poche ore. I libri erano più fedeli dei suoi fedelissimi. Gli raccontavano il mondo meglio della realtà e, soprattutto, lo trovavano più disposto ad ascoltare le loro storie. Dal momento in cui lui e le sue letture si ritrovarono, non si persero più di vista. La malinconia di confessarsi che erano quelle le sue ore preferite ne portava con sé una seconda, più amara: la sua parabola si stava compiendo. Dopo che era toccato agli altri raggiungere il cono d’ombra, ora era il suo turno.
Non era nel suo carattere lasciarsi andare, darsi per vinto, e andare non si lasciò mai. Ma quando, dopo gli ultimi anni di una libertà che proprio libertà non era, visto che la giustizia la chiamava latitanza, insomma quando divenne collettiva la convinzione che il tempo di Ignazio Dimmisi era finito, provò di persona tutto il paradosso di come un arresto sia, per uomini nel suo stato, anche il suo opposto. In fondo, la sua persona conosceva una nuova forma di reclusione. La sua esistenza continuava, ma in realtà si chiudeva. Continuavano, il cuore a battere e i polmoni a respirare, come dentro un altro corpo. Quello precedente era sigillato in un sarcofago e insieme alla sua materia tutto ciò che di immateriale aveva prodotto: fatti e pensieri. Quel corpo morto non avrebbe mai potuto riferire niente a nessuno, non sarebbe mai diventato un collaboratore di giustizia. Per quella scelta non sarebbe bastata una resurrezione: ci sarebbero voluti un’altra vita, un uomo diverso.
Che il suo tempo fosse finito era nelle cose: nessuno dura in eterno. Molti però, non potendo mostrarsi fedeli alle sue parole, lo restarono in silenzio al suo ricordo. La sua uscita di scena li aveva lasciati orfani e non si erano fatti adottare autenticamente dai nuovi capi. Se hai avuto un maestro, questi non cessa di essere tale solo perché hai smesso di vederlo dietro la cattedra.
Quando Ignazio Dimmisi iniziò la sua terza e ultima vita, quella in cui avrebbe comandato, forse, solo ai suoi piedi, lo aspettava il carcere duro. Non durò tanto a lungo quanto si poteva immaginare. Il Ministro di turno, dopo qualche anno, tra i nominativi da prorogare non inserì anche il suo, chissà per quale motivo, e don Ignazio si ritrovò, senza aspettarselo e senza aver fatto nulla per meritarlo, un recluso come tanti altri.
Circolò nell’ambiente mafioso che Ignazio Dimmisi avesse collaborato, anche se mai vi fu in tal senso un’ammissione della magistratura, solo qualche rumour a mezzo stampa. Era una notizia che nemici di ieri e di oggi seminavano e che i vecchi amici, se non potevano estirpare, cercavano almeno di lasciare senz’aria. Fu l’occasione per il nuovo comando, se non di sgretolare il suo mito, almeno di fare la conta degli adepti più ostinati. Troppi. Era una sottofamiglia silente e gravida, troppo capillare nel mandamento per essere aggredita senza pagarne qualche conseguenza. Era rimasta solo l’eco della sua forza in un mondo che paradossalmente non controllava più e di cui non faceva parte: un’eco che per qualcuno era ristagno di un miasma. La forza simbolica che la sua vita di capomafia gli aveva lasciato come un vitalizio, don Ignazio non avrebbe più desiderato possederla e, a giudicare da ciò che stava accadendo, dalla morte inattesa di Visitor, qualcuno aveva trovato la via per trasformarla in una debolezza — forse l’ultima che la sua vita gli avrebbe consentito di riconoscere tale.
Da quando è in carcere, Ignazio Dimmisi non si è mai permessa l’illusione di uscirne e, con l’andare del tempo, ha capito di non averne mai avuto il desiderio. Vive in un mondo più prossimo all’astrazione che alla concretezza, lavorato all’uncinetto di una saggezza non praticabile, se non nella vita spicciola di cella, in compagnia delle sue letture che, a dispetto di quanto ha contestato al povero Francesco, sono la cosa che lo tiene vivo, nella mente e di conseguenza nel corpo. Ma la saggezza non è distacco, per ben due volte è stato Francesco a dimostrarglielo. Innanzitutto, quando lo ha visto avvicinarsi a lui. La prima cosa che aveva pensato, malgrado le sue aperte smentite a chi gli aveva annunciato quella presenza in carcere, era che fosse davvero un infiltrato, qualcuno mandato sotto mentite spoglie a chiedere o, peggio, a fare qualcosa. La seconda volta, nel momento in cui ne ha appreso la morte. Francesco da morto, più che da vivo, era una straordinaria opportunità per chi aveva ancora qualcosa da chiedere al vecchio padrino — o da fargli pagare.
Il rimasuglio di vita che trovava ragioni solo in un gesto, quotidianamente reiterato — togliere un segnalibro là dove lo aveva lasciato l’ultima volta — da quando Francesco non c’è più si è disperso, è finito nell’occhio di un mulinello e portato via, lontano. Tutto lo respinge e lo disgusta, perfino le pagine con il loro odore di carta sapiente, per lui sempre così invitanti. Non si vergogna di confessarsi che, da quando un ex fotoreporter, folgorato sulla via dell’amore per il prossimo, è entrato nella sua vita, tutto quanto egli ha letto, pensato, è stato fatto indirettamente per lui, per poterglielo raccontare, pochi minuti alla volta. Ai suoi occhi erano preziosi come possono esserlo quelli che un vecchio padre si vede dedicare da un figlio ormai adulto e lontano. Ignazio, chissà se padre lo è stato e, semmai ciò fosse accaduto, non lo ha saputo, che è come non esserlo. Se per una vita non ha meritato di avere figli, ora si è meritato lo schiaffo di perderne uno non suo. Nessuno si è avvicinato alla sua anima come ha fatto Francesco, al punto di fargli accettare che anche lui ne possiede una. Nessuno. Un figlio. Un figlio deve essere una cosa bella. Un figlio è certamente più di un amico. Oggi può dirlo, ma non sa più a chi. Non senti mai una cosa così profondamente tua come quando devi ammettere che non può esserlo. Come quando la perdi. Non ha potuto salvarlo. Se avesse saputo … ma non poteva sapere. Così va questa vita matrigna, questa vita puttana. Ora, cosa rimane? Le ore non sono più il gregge che si è incolonnato paziente in questi ultimi sette anni. Sono bestie indocili che faticano a restare nel branco, ad accettare di comporre un tentativo di futuro. Ignazio Dimmisi non vede davanti a sé altro che un vuoto. Ma il vuoto non si lascia considerare, fa a cazzotti con l’inerzia. Il vuoto attrae. Crea come dal nulla l’urgenza dell’azione.
Ha finito di leggere Il Presidente di Simenon. Da diversi giorni. Prima ancora di sapere della fine del suo amico Visitor. Ha seguito la vicenda del protagonista e si è illuso di veder indirizzare il finale del romanzo dove sperava lui e dove sembrava destinarlo anche l’autore. Ma quel finale si è infoibato in un cunicolo senza aria, dove lui non può né vuole seguirlo. Perché i desideri è più facile che non si realizzino. Come un riflusso di marea, dopo averle sommerse questa lettura ha prosciugato le sue ultime giornate sfibrandole in un acciottolio di rimorsi. Ogni volta, più che a se stesso, era a Francesco Aversa che lo riportava, lui che con una benevola provocazione aveva voluto vedervi uno specchio letterario del suo amico ergastolano.
Non potrà più confutarlo. Se fosse ancora vivo, dovrebbero spartirsi la ragione, prendendosene ciascuno una metà quasi inconciliabile con l’altra. Augustin, l’ottantenne Presidente del libro, circondato da figure solo apparentemente bendisposte e infine reso innocuo nell’ultimo rischio potenziale che continua a rappresentare per qualcuno, è troppo diverso da lui e, al di là delle false analogie, don Ignazio non farà con lui un tratto di strada comune. L’ultimo. C’è un punto che resta a lungo cieco nella vita di un essere umano. Un appuntamento dove l’intelligenza e la rassegnazione sono destinate a scendere definitivamente a patti. Augustin quel momento lo incontra, suo malgrado, nelle ultime pagine del libro e con le ultime forze della sua vita. Per Ignazio Dimmisi, che aveva sperato di finire come il Presidente, che aveva creduto di essere approdato a una sua piccola, assai poco lussuosa Les Ébegues tra le mura di una cella di penitenziario, andrà diversamente.
Il trattato di pace col mondo è andato in pezzi.
È ricominciata la guerra.
09:45 Scritto da: nowhere_man in Storie | Link permanente | Commenti (15) | Segnala
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Commenti
Certo che ascolto Gramellini e il paradosso di ieri l'ho sentito.
Ora vado a leggere, ma mi ci vorrà un po' di tempo. A dopo.
Scritto da: setteparole | 27/03/2011
Ecco, ho finito.
Che dirti? Questo stralcio è stato molto più complesso degli altri, anche se mi sembra di intravederne il motivo.
Le continue analisi sulla mafia e sul modo di incontrarla e accettarla da parte di Ignazio, benchè profonde e chiare nella spiegazione, mi risultano tuttavia poco comprensibili. Sembrano avere una fatalità che richiama più al sangue che alla ragione. Davvero tutta la cultura e le letture di Ignazio non sono riuscite a tenerlo lontano dal suo destino? Questo per me è sconfortante.E capisco che lui non potrà essere "il Presidente"...
E tuttavia mi chiedo, se neppure libri e conoscenza riescono a tenere lontane le ombre di un atavica predestinazione, che cosa mai potrà farlo?
Alla prossima, amico, ma mi sembra di cominciare ad intuire che in fondo il vero protagonista è lui, 'u Prufissuri, e Francesco ha avuto "solo" il ruolo di agitare le acque.Mi dispiace per Clara.
Staremo a vedere.Buona domenica.
Anna
PS: Scusami se faccio un sacco di chiacchiere e cerco sempre di passare tutto sotto la mia lente che non è detto sia uguale alla tua.Questo non toglie niente alla appassionante lettura che tu mi offri.
Scritto da: setteparole | 27/03/2011
Ho passato piacevolmente, in compagnia dei tuoi scritti, parte di questa bella domenica assolata, e ti ringrazio della sempre gradevole lettura, non mi piace sviscerare i testi che leggo, preferisco adagiarmi nelle riflessioni che provocano, e qui trovo dei punti di partenza solidi dai cui far decollare l'immaginario.
Come sempre perfetto e coinvolgente.
grazie
frantzisca
Scritto da: frantzisca | 27/03/2011
Ho letto con molto interesse e con calma la tua analisi neccessaria sulla mafia. All'inizio mi è sembrato di leggere un saggio, dove viene descritto punto per punto tutto il processo e la dinamica mafiosa con i suoi numerosi risvolti psicologici, ambientali e culturali. Il tutto per spiegare chi fosse e cosa avesse costruito la figura di Don Ignazio.
Entrato nella spirale della criminalità senza quasi rendersene conto,come succede sempre, quasi provando gusto a compiere un atto di giustizia dovuto e non compiuto. Ma egli è un uomo di cultura, la sua mente è aperta a più elevati obiettivi, le sue mani non sono rozze e non potrebbero macchiarsi di sangue egli raggiunge così un potere più assoluto, quello di colui che in apparenza regge i fili del potere, ma che in realtà regge qualcosa d'insistente come tu stesso hai scritto, in fondo la mafia non esiste, è l'antistato, oppure lo Stato nello Stato.
Ho ricordato un comissario di polizia, marito di una mia amica. Costui per un periodo di specializzazione è stato mandato in Sicilia a compiere il suo servizio. In un secondo tempo avrebbe dovuto raggiungerlo la sua famiglia. Quando fu sul posto si accorse che tutti coloro che avrebbero dovuto far rispettare la legge, chiudevano sempre un occhio o anche tutti e due. Cercò di compiere con zelo il suo lavoro ma un giorno incontrò un tizio che gli disse:- se non sbaglio la tua famiglia deve raggiungerti..so che tieni una bella famiglia.-Lui comprese e chiese l'immediato traferimento.
Ma torniamo al tuo dettagliato racconto.
Don ignazio fino a questo punto della sua esistenza fa due incontri importanti. Il primo sono stati i libri, che sicuramente l'hanno condizionato nelle scelte di vita, alimentando forse un po' troppo il suo desiderio di onnipotenza. Il secondo importante incontro è stato Francesco Anversa, il visitor, il fotoreporter, con il quale poteva condividere il suo primo incontro, i personaggi delle sue letture, in questo caso non utilizzati come forma di potere, ma come scambio di pensiero.Credo lo sentisse quasi come una sua creatura, inconsapevole di provare un sentimento d'affetto sconosciuto a quelli come lui. Quei personaggi all'apparenza abiutdinari e piatti. Forte l'immagine di colui che aveva la passione degli orologi e dell'ambiente che aveva a proposito creato nella sua villa. Uomini sanguinari all'apparenza normalissimi, fin troppo.Riporto una parte scritta in questo racconto
:"Dinanzi all’eterna replica della consuetudine, anche lui tradiva una stanchezza simile a quella di tante persone normali, lontanissime dal suo modo di vivere. La sua prigione di uomo d’onore, per quanto di primo piano, non era più espugnabile di quella di un uomo assoggettato alla tirannia del lavoro fisso, che riassapora la libertà solo con la pensione, spesso quando è troppo vecchio per fare progetti e ha troppo poca salute in corpo anche per oziare in modo soddisfacente."
A questo punto una sorta di terremoto interiore attraversa l'animo del cosidetto mafioso, consapevole che deve ancora fare i conti con la realtà la fuori dalle sbarre del carcere, che deve rifare i conti con se stesso.
Cosà animerà la sua mente a questo punto?
Una sorta di desiderio di vendetta oppure la tentazione di avvicinarsi alle persone che Francesco ha lasciato su questa terra, aiutandole in qualche modo a colmare una parte di vuoto lasciato, cercando di non rendere inutile la sua morte.
Ecco, che forse il senso di giustizia riemerge, sarà giustizia sommaria o ragionata e riflettuta?
A questo punto è la sua vita ad essere ribaltata, in gioco ed in pericolo.
So che ci riserverai ancora tante sorprese.
Scritto da: alessandra62 | 27/03/2011
Ho letto con molto interesse e con calma la tua analisi neccessaria sulla mafia. All'inizio mi è sembrato di leggere un saggio, dove viene descritto punto per punto tutto il processo e la dinamica mafiosa con i suoi numerosi risvolti psicologici, ambientali e culturali. Il tutto per spiegare chi fosse e cosa avesse costruito la figura di Don Ignazio.Entrato nella spirale della criminalità senza quasi rendersene conto,come succede sempre, quasi provando gusto a compiere un atto di giustizia dovuto e non compiuto. Ma egli è un uomo di cultura, la sua mente è aperta a più elevati obiettivi, le sue mani non sono rozze e non potrebbero macchiarsi di sangue egli raggiunge così un potere più assoluto, quello di colui che in apparenza regge i fili del potere, ma che in realtà regge qualcosa d'insistente come tu stesso hai scritto, in fondo la mafia non esiste, è l'antistato, oppure lo Stato nello Stato.Ho ricordato un comissario di polizia, marito di una mia amica. Costui per un periodo di specializzazione è stato mandato in Sicilia a compiere il suo servizio. In un secondo tempo avrebbe dovuto raggiungerlo la sua famiglia. Quando fu sul posto si accorse che tutti coloro che avrebbero dovuto far rispettare la legge, chiudevano sempre un occhio o anche tutti e due. Cercò di compiere con zelo il suo lavoro ma un giorno incontrò un tizio che gli disse:- se non sbaglio la tua famiglia deve raggiungerti..so che tieni una bella famiglia.-Lui comprese e chiese l'immediato traferimento.Ma torniamo al tuo dettagliato racconto.Don ignazio fino a questo punto della sua esistenza fa due incontri importanti. Il primo sono stati i libri, che sicuramente l'hanno condizionato nelle scelte di vita, alimentando forse un po' troppo il suo desiderio di onnipotenza. Il secondo importante incontro è stato Francesco Anversa, il visitor, il fotoreporter, con il quale poteva condividere il suo primo incontro, i personaggi delle sue letture, in questo caso non utilizzati come forma di potere, ma come scambio di pensiero.Credo lo sentisse quasi come una sua creatura, inconsapevole di provare un sentimento d'affetto sconosciuto a quelli come lui. Quei personaggi all'apparenza abiutdinari e piatti. Forte l'immagine di colui che aveva la passione degli orologi e dell'ambiente che aveva a proposito creato nella sua villa. Uomini sanguinari all'apparenza normalissimi, fin troppo.Riporto una parte scritta in questo racconto:"Dinanzi all’eterna replica della consuetudine, anche lui tradiva una stanchezza simile a quella di tante persone normali, lontanissime dal suo modo di vivere. La sua prigione di uomo d’onore, per quanto di primo piano, non era più espugnabile di quella di un uomo assoggettato alla tirannia del lavoro fisso, che riassapora la libertà solo con la pensione, spesso quando è troppo vecchio per fare progetti e ha troppo poca salute in corpo anche per oziare in modo soddisfacente."A questo punto una sorta di terremoto interiore attraversa l'animo del cosidetto mafioso, consapevole che deve ancora fare i conti con la realtà la fuori dalle sbarre del carcere, che deve rifare i conti con se stesso. Cosà animerà la sua mente a questo punto?Una sorta di desiderio di vendetta oppure la tentazione di avvicinarsi alle persone che Francesco ha lasciato su questa terra, aiutandole in qualche modo a colmare una parte di vuoto lasciato, cercando di non rendere inutile la sua morte.Ecco, che forse il senso di giustizia riemerge, sarà giustizia sommaria o ragionata e riflettuta?A questo punto è la sua vita ad essere ribaltata, in gioco ed in pericolo.So che ci riserverai ancora tante sorprese.
Scritto da: alessandra62 | 27/03/2011
Sempre attuali i temi che analizzi. E' un piacere leggerti.
Grazie dei passaggi!
TT
Scritto da: TT | 28/03/2011
Credo che Mario Puzo sarebbe potuto venire un po' a scuola da te, tanto è intelligente e acuto il tuo viaggio dentro l'animo mafioso e tanto hai saputo penetrare dentro i pensieri contorti di quell'Ignazio così elusivo e sorprendente.
A sorprendermi non è il tuo talento, perché questo è un fatto da tempo assodato.
Abbraccio.
grazia*
Scritto da: grazia | 28/03/2011
Che dire... ho letto anche questa parte e mi sono ritrovata a provare commozione e trsitezza per Ignazio. Ero rimasta stupita dalla morte di Francesco, e infastidita da questo ergastolano un poco sfuggente e pericoloso, quasi impassibile e intoccabile da qualsiasi passione o slancio del cuore... invece, ecco che devo cambiare prospettiva e modo di pensare... veramente bravissimo. Un saluto e buobna settimana, M.L.
Scritto da: Gea | 28/03/2011
Una crescita dolorosa e cruda, quella di 'U Prufissuri. All'inizio mi aveva lasciata perplessa questa figura che mi sembrava aperta e chiusa in se stessa, poi ho incominciato a rendermi conto del meccanismo nascoto tra le parole della tua storia. Seguiamo Ignazio Dimmisi nel suo crudo e doloroso percorso, mi ripeto, ma sono i termini che a mio parere più gli si addicono. Toccante la richiesta di una pubblica maledizione paterna per amore dei vecchi genitori. In attesa di continuare la lettura, salutissimi. Annarita.
Scritto da: annarita | 29/03/2011
Dalla tua riflessione -incipit -saggio -inchiesta si dipana la vita dei personaggi inghiottiti nell'avventura umana. Sai cogliere i vizi e le poche virtù della nostra epoca con lievità e non abbandoni ideali e sentimenti."
Perché i desideri è più facile che non si realizzino. Come un riflusso di marea, soprattutto nella sua impronta di contrarietà, questa lettura ha attraversato con la sua onda lunga le sue ultime giornate. Più di una volta lo ha condotto a pensare, più che a se stesso, a Francesco Aversa che, con una benevola provocazione, aveva voluto vedervi una specie di specchio letterario del suo amico ergastolano."
Soli, alla fine, galleggiano i resti di una umanità incapace di prendere sul serio anche la propria rovina. COMPLIMENTI DAVVERO!
Scritto da: Maria Allo | 01/04/2011
un pezzo davvero straordinario... la profonda analisi socio-psicologica che fai presumo abbia dietro una documentazione accurata... I vari passaggi della vita del mafioso-letterato mi hanno fatto sentire bene l'impossibilità di sfuggire al proprio destino... specialmente nell'ultima parte, quando ormai credeva di potersi sottrarre al suo passato... di evitarlo in quella sorta di limbo carcerario... invece c'è sempre qualcosa o qualcuno che ci trascina indietro e ci mette davanti allo specchio dove ci sono immagini che si riflettono in eterno e nulla mai si dimentica veramente... e così, dall'oblio ciò che eravamo torna inevitabilmente...
un forte abbraccio
Scritto da: dalloway66 | 03/04/2011
I personaggi.. come tante tessere di un puzzle
si muovono nella storia andando ad illustrare uno splendido ed intenso panorama fatto di sensazioni ed emozioni, che ben rappresentano, raccontano e tratteggiano la sottile impalpabilità e imprevidibilità della vita, fatta spesso di strane coincidenze che ne condizionano il tragitto, dandole un'impronta che mai avremmo pensato.. così come succede ad Ignazio in seguito all'omicidio di Carmelo
"..la morte per un ventenne è una cosa strana, inconcepibile".
.. quanta amara verità in questa bellissima frase, che mi fa pensare ancora di più alla sottile evanescenza della vita, a come spesso si rimandi al domani.. senza però sapere..
Mi piace, un vero colpo di genio far incontrare Ignazio e Tano l'uomo che altri non è che il responsabile della svolta che la vita di U' Prufissuri ha preso suo malgrado, costringendolo tra l'altro a prendere le distanze dalla famiglia perchè vivessero.. e a rinunciare agli affetti personali formando una famiglia tutta sua, spingendolo a coltivare ulteriormente il suo interesse..cercando poi conforto nella lettura, in una compagna di vita che nessuno avrebbe mai potrebbe violare o uccidere.
.. la latinanza, l'arresto e l'inizio della sua terza vita la detenzione, l'incontro con Francesco ed infine il brutale distacco, che lo mette faccia a faccia con una realtà che fintanto che aveva innanzi non immaginava.. e cioè di quanto Francesco rappresentasse nella sua vita, e che ora.. la sua morte lo costringe a passare attraverso un ulteriore metamorfosi, forse una sua quarta vita ??
.. magari lo scoprirò leggendo la puntata successiva nei prossimi giorni :))
complimenti davvero nowhereman un episodio bellissimo, e splendida anche la frase
"Il primo morto ammazzato resterà sempre un fratello"
un caro saluto e a presto
Scritto da: albafucens | 04/04/2011
ho rimandato la lettura di questo testo, ogni volta perché mi pareva di avere poco tempo disponibile, e invece volevo leggerlo con la massima attenzione.
finalmente ho dedicato come si conviene questo pomeriggio a leggerli entrambi, questo e il successivo.
stavolta approfitto davvero di tutti i precedenti commenti, ché li condivido tutti.
è un piacere, ecco, ti dico solo questo, è un vero piacere leggere quanto scrivi con scioltezza impareggiabile e avvincente sotto ogni aspetto.
Scritto da: cristina bove | 08/04/2011
ho rimandato la lettura di questo testo, ogni volta perché mi pareva di avere poco tempo disponibile, e invece volevo leggerlo con la massima attenzione.
finalmente ho dedicato come si conviene questo pomeriggio a leggerli entrambi, questo e il successivo.
stavolta approfitto davvero di tutti i precedenti commenti, ché li condivido tutti.
è un piacere, ecco, ti dico solo questo, è un vero piacere leggere quanto scrivi con scioltezza impareggiabile e avvincente sotto ogni aspetto.
Scritto da: cristina bove | 08/04/2011
si, a volte il rimpiangere è un lusso..
ma ora ricomincia la guerra,
rieccomi a leggerti, in ritardo, brutto periodo,
un abbraccio
Scritto da: sistercesy | 10/04/2011
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