27/03/2011

La vita è una guerra

La vita è una guerra personale. Per chiunque. Tutti contro tutti. Senza dichiarazioni preventive.

Più che un’ideologia, era un dono di battesimo, retaggio di chissà quale consanguineità. L’esperienza aveva perfezionato l’opera, mettendo all’istinto nudo il vestito della convinzione. La vita è guerra totale di tutti contro tutti e le associazioni degli uomini — nella politica, nel mondo degli affari che per definizione non potrà mai escludere quello del crimine — sono sempre alleanze momentanee, guerra comune contro un nemico comune. Le chiamano correnti, cordate, consorterie, cosche ma sono variazioni dello stesso tema e non solo perché iniziano con Co. Anche la Chiesa è stata attraversata da guerre fin dalle origini e, in pieno ventesimo secolo, le resta addosso il sospetto irrisolto di un papicidio autogestito. Perfino in seno a una famiglia ci sono guerre e non è mai stato difficile che il sangue finisse sotto i piedi dell’interesse. Il primo morto ammazzato resterà per sempre un fratello. Niente e nessuno si sottrae a questa legge che si definisce umana senza avere nulla di questo aggettivo. Gli uomini, per quanta strada abbiano messo tra loro e le caverne, non hanno perso né il ricordo della prima clava, né il gusto di brandirla alla prima occasione.

Questa la carta programmatica di Ignazio Dimmisi.

Mai scritta, sempre applicata. Siccome nel lupo il vizio sopravvive al pelo, don Ignazio non l’ha rinnegata soltanto perché gli è stato tolto un presente su cui continuare a spuntarla comma a comma. Semmai, l’isolamento ha stagionato la convinzione come la cantina invecchia un vino buono, dandogli il retrogusto della filosofia. Il vizio ha prestato a titolo gratuito mille e una ragione a una lunga pratica criminale e perfino a una ritirata, non completamente subita, non del tutto indesiderata. Sono i vigliacchi e gli stupidi a cambiare idea solo perché hanno perso. Se una battaglia può lasciare morti sul campo ma equilibri inalterati, una guerra fa sempre vincitori e vinti. E il vinto, se è uomo degno, uomo d’onore, deve trovare il coraggio di dirselo e di lasciare strada. Così vuole la vita e così sospinge gli uomini. Lui non è stato un’eccezione ma occorrenza di una regola.

 

A proposito di regole. Le leggi, lo sostiene uno che le ha schivate per mezzo secolo, sono fatte per essere regolarmente infrante, in primis da chi le fa, dal potere costituito. L’ultima cosa che un politico eletto dal popolo dovrebbe fare è mettere l’interesse personale davanti a quello pubblico. La cosa che più riesce facile a un politico è mettere l’interesse personale davanti a quello pubblico. Come accelerare in discesa. Lo stesso fa il manager di un’azienda. Si fa i cazzi suoi, col paravento dell’interesse della proprietà o degli azionisti.

Che cosa sarebbe questa mafia allora? È chi non è stato invitato alla tavola del potere, ma ha trovato il modo di gustare lo stesso menù restando in cucina? Siete fuori strada, illusi! Così era una volta. Oggi non più. A quel tavolo ci sta seduto, perché si è data una veste presentabile, imprenditoriale, e gli affari in qualunque società moderna sono sacri — anche quelli che hanno un retrobottega di lavoro sporco, un capitale che nasce facile e soprattutto cash, dal pizzo, dalla droga, o dal sesso comprato per strada. Questo lavoro non pulito, se e quando serve, lo fa la consociata che agisce in un offshore della legge e della morale: la dependance armata, il back office impresentabile della capofila, che ormai siede nei Consigli di Amministrazione con le sue teste di legno incravattate e ha accesso ai palazzi con gli “amici degli amici”.

La mafia in realtà non esiste, è un termine letterario. Lo citano i giornalisti, si ascolta nei film. Già i magistrati lo trovano impreciso e finiscono per usarlo solo in modo convenzionale, per farsi capire. Per questo, quando un presunto mafioso, un politico accusato di essere colluso dicono che la mafia non esiste, non mentono del tutto. Nuotano in un’imprecisione lessicale, in un limbo di significato. È un cavillo grammaticale che spiega molto di una mentalità costruita di poco fatto e tanto non detto.

Alle origini di tutto c’era e c’è l’onore, e se l’onore è la qualità di un uomo, quell’uomo diventa uomo d’onore.

Non da un giorno all’altro. Non per dinastia. Ci vogliono prove: costanti, ripetute nel tempo, convincenti per i più e tranquillizzanti per i meno. L’uomo d’onore può essere chiunque un agricoltore, un avvocato, pure un prete. Se non sa menare le mani o sparare, non è un problema. Qualcun altro, all’occorrenza, lo farà al posto suo.

Se l’onorata società fosse oggetto di brevetto, la Sicilia intera potrebbe vivere solo di royalties che affluirebbero dalle malavite di cinque continenti. Purtroppo per noi siciliani o per fortuna non è così. La mafia è un format gratuito, la cosa più facile da globalizzare dopo la Coca Cola, i bluejeans e il cellulare. Ma l’antistato non può campare sulle stesse regole dello stato. Deve farsi le sue. Deve avere un suo potere legislativo e un suo potere giudiziario. Chi decide le regole e chi, all’occorrenza, le fa rispettare. E il modo di farle rispettare è uno solo, pure questo globalizzato. Nella giurisprudenza mafiosa, la parola garantismo non esiste. Nessuna lungaggine burocratica: quando serve, il processo si celebra per direttissima, con rito sommario. La vera sfida di un antistato non è di schivare le leggi: è quella di misurare costantemente la propria architettura istituzionale con quella ufficiale, per dimostrare qual è la più forte, la più rispettata. La più efficace. Questo ho visto e questo so. Parola di Ignazio Dimmisi.

 

Come si diventa uomini d’onore? Per successione, per scelta, per fatalità?

Ammesso e non concesso che la lista sia completa, a Ignazio era capitata la terza via.

Veniva da una famiglia come tante di una valle intestina e dimenticata della Sicilia, una piccolissima borghesia di seconda generazione. Suo padre Cataldo, figlio di bracciante, faceva il contabile in una masseria di certi signorotti poco fuori del paese ed era stato il primo della schiatta ad avere studiato, arrivando a completare quello che allora si chiamava avviamento, perché avviava a un mestiere chi per nascita non poteva accampare diritti di aspirare a una professione. Ignazio, senza sconfinare, alzò di un tanto la pretesa: andò a studiare nel capoluogo dove conseguì il diploma di ragioneria al liceo i suoi non l’avrebbero mai mandato. Aveva insistito per proseguire, non tanto perché aspirasse a un lavoro migliore di quello di suo padre, ma perché i libri, lui, li aveva sempre amati, fin da ragazzino. Soldi per comprarne in casa non ce n’erano, così Ignazio si era fatto una cultura ben superiore al titolo scolastico, consumando letteralmente i volumi della biblioteca comunale. Leggeva tutto ciò che gli capitava tra le mani, purché fossero pagine rilegate. Da Montesquieu a Conrad, da Dumas a Darwin, senza esclusione di generi. Il bibliotecario, un tal Boccardo torinese finito chissà come in quella landa di fichidindia gli aveva predetto un avvenire da professore. Era un pessimo veggente ma in un piccolo dettaglio, come si saprà, non si era sbagliato.

Ai suoi tempi, il diploma di ragioniere non dava accesso ad altre facoltà se non a quella di economia e commercio, perciò a Ignazio, che amava la filosofia e la letteratura, non restò che cercarsi un impiego. Ne aveva trovato da poco uno, sempre nel capoluogo, in una ditta che esportava mandorle, di proprietà di un inglese, quando una brutta notizia lo richiamò subito in paese.

Avevano ammazzato il suo migliore amico, Carmelo, compagno di banco, di strada e poi di caccia alle prime femmine, con un apprendistato allora comune a tutti che era il bordello, la casa che la legge Merlin avrebbe reso letteralmente chiusa pochi anni dopo.

Ignazio ne restò sconvolto. Quella notizia non era qualcosa che arrivava e colpiva. Gli veniva strappata via come carne viva. Non se ne capacitava, la morte per lui ventenne era cosa astratta, straniera. Più lo avesse toccato da vicino, meno l’avrebbe potuta accettare. Quella morte non era solo vicina, era come fosse sua e per molti versi lo fu. Erano cresciuti insieme. Per lui Carmelo era più di un fratello. Era lontano da un po’, non poteva essere al corrente di tutto. Dunque non aveva saputo che Carmelo era diventato un picciotto. Quando glielo dissero non capì. E quando capì non ci volle credere. Un anno di separazione non poteva averli allontanati tanto.

C’era ancora, dalle loro parti, una classe di gabelloti arricchiti, scarpe grosse e cervello non altrettanto fino, tutt’altra cosa rispetto alla sofisticata industria criminale che si sarebbe sviluppata, di lì a non molto, anche in quella provincia povera e desolata. Ne annunciavano il futuro né più né meno come il Pitecantropo anticipa quello dell’Homo Sapiens. Ma in una valle dove la ricchezza era ancora in buona parte in mano a una classe di vecchi feudatari inetti e in piena decadenza, che il potere centrale aveva sperato di estinguere dando loro seggi in un qualche parlamento, fosse pure regionale, quella proto mafia di stampo rurale fioriva come il vischio prospera sui pioppi.

Al giovane Dimmisi, quel mondo cupo, ancestrale, incappucciato di silenzi e di ammiccamenti, non riusciva proprio a far impressione. Siccome era di carattere incendiario e non aveva ancora imparato a disinnescare le scintille della sua natura, tornò in paese deciso a fare giustizia. Con l’ingenuità sana sana dei vent’anni, cominciò dal portone principale. Si recò dalle forze dell’ordine a chiedere conto del delitto del suo amico, dello stato delle indagini. Trovò un muro di gomma. I genitori di Carmelo non avevano sporto denuncia, neppure contro ignoti. L’azione penale era obbligatoria ieri come lo è oggi, ma il maresciallo della locale stazione dei Carabinieri, uomo pacioso per carattere e coperto per parentela, non riteneva una gola tagliata la prova provata. Carmelo Addamo poteva essersi procurato quella ferita anche in modo accidentale, che so, facendosi la barba, anche se restava curioso che per farsela avesse scelto come posto una forra, senza neanche portare con sé specchio, rasoio e crema da barba.

Era un mondo in perenne bonaccia, senza vento di vita. Tutto ristagnava nella sua stessa indolenza e un dio locale, più poltrone di loro, li risparmiava tutti dal rischio che un alito di novità potesse turbarla. Nel fiume del tempo, nella navata centrale della Chiesa Madre non scorrevano solo bare di vecchi morti di troppa vita, ma anche di giovani fiori strappati prima che diventassero frutti, e nessuno ci faceva caso, nessuno si indignava. Ignazio era un vulcano in eruzione e non si capacitava dell’inazione di un società matrigna che non proteggeva i figli. Di quella finta giustizia, che restava immobile a registrare reati come fossero cambi di stato civile, anziché cercare di reprimerli o almeno di perseguirli. Ma le cose da quelle parti erano sempre andate così, gli disse suo padre. Ignazio lo guardò più con commiserazione che con affetto. Non si riconosceva in quel mondo subalterno, impastato di devozione e di fatalismo.

Se la giustizia con la G maiuscola non faceva il suo dovere, ci doveva pensare qualcun altro. Lo gridò prima di pensarlo. Era partito invettiva dalla sua bocca ed era arrivato minaccia nelle orecchie degli altri, fossero quelle di chi gli voleva bene, o di chi si godeva lo spettacolo a cavalcioni su una sedia accanto a un uscio, o spiando dietro una persiana, e lo andava poi a riferire. Trovò una fila di persone pronte a dissuaderlo: sua madre, donna di rosari e di silenzi, il parroco che non riconosceva più il bambino prudente in quel giovane sanguigno, uno zio che non si capiva bene cosa facesse ma era chiacchierato per le sue “amicizie” e, per finire, un uomo che apparteneva a quella cerchia chiacchierata e che si offrì di aiutarlo a scoprire perché e per quale mano era morto Carmelo.

Si chiamava Tano Salemi. Parlava solo in dialetto ma era da quella sintassi essenziale, intessuta di metafore antiche, che attingere una sua arte di persuadere: una dialettica di un’eleganza letteraria che al colto Ignazio non sfuggiva. Se Tano Salemi voleva illuminarlo, non come si fa luce in una cantina ma come si avvampa una torcia, trovava il combustibile adatto. Tutto sembrava cambiato in paese. In realtà poco lo era, in primo luogo Ignazio, diventato un uomo senza sembrarlo ancora. La sua terra, insinuava Salemi, aveva bisogno di qualcuno che si occupasse di difendere i deboli dai soprusi dei potenti, di non far calpestare i valori autentici l’amicizia, il senso della parola data, l’onore da quelli imperanti, in primo luogo uno che tutti li riassumeva: l’accondiscendenza al potentato di turno. La vera rovina della Sicilia era quella classe di leccaculo che barattava la dignità con la miseria di un favore. Ma la dignità non è cosa che si possa mercificare e se qualcuno la vende, vuol dire che imbroglia, che non ne ha.

La storia della sua terra, Ignazio un po’ la conosceva. Da almeno un millennio la Sicilia assaggiava il dominio di governi stranieri, la cui prima preoccupazione, come ogni invasore, era di costruire una classe locale di siffatti vassalli. Sotto questo aspetto, i Borboni non avevano fatto meglio degli Aragonesi, e i Sabaudi erano riusciti a fare peggio dei Borboni. C’era un terreno dove, per quanto inverosimile, il colto Dimmisi e il villano Salemi si potevano incontrare. Un crocevia di convergenze pericolose, come lo sono quelle dove la ragione fa la paglia e la collera il fuoco. Ignazio non sapeva ancora perché Carmelo era morto, ma cominciava a leggere nella sua scelta, a non sentirla più del tutto estranea. Ritrovare anche idee nelle ceneri del suo migliore amico gli era più di incitazione che di conforto.

La metamorfosi dal distacco all’adesione a quel mondo fu scandita dalla lentezza di una rivelazione quella di un mandante di un delitto — che doveva passare per un’attestazione di fiducia, per una iniziazione. Salemi aveva scambiato con scaltrezza il percorso con la meta e Ignazio in viaggio non se ne accorgeva. Il teorema di un antistato come la sola possibile risposta di quella terra alla sua sorte di eterna conquista e spoliazione, ebbe così il tempo di costruirsi anche culturalmente nella testa di Ignazio. Lui non era come i picciotti che si lasciavano assoldare per fame o per ignoranza; per quanto lo avesse amato, non era neanche come Carmelo. Aveva studiato, aveva letto. Portava in quell’ambiente la nota esotica dell’istruzione, e una determinazione di parole nuove che non passavano inosservate. Non era un picciotto e non lo sarebbe mai stato. Aveva altri limiti. Imbevuto delle sue letture, a metà strada tra Voltaire ed Edmond Dantès, non era in grado di decifrare l’inganno che gli spacciavano per annuncio. Di discriminare l’aspirazione ideologica, fosse pure rivoluzionaria e autonomista, dalla mera scalata sociale di un gruppo di potere in formazione.

La parola onore aveva un effetto prodigioso: fondeva lo scetticismo, cauterizzava il sangue appena schizzava da una gola. L’uomo d’onore agiva sotto la legge marziale, come un soldato in guerra. Con la carota della vendetta dell’amico, l’ignorante, il rozzo Salemi lo incamminò progressivamente dentro un labirinto di nuove conoscenze da cui Ignazio non avrebbe più trovato la via d’uscita. Iniziò offrendogli aiuto per arrivare all’assassino di Carmelo. Proseguì offrendogli un lavoro che ci stava a fare nel capoluogo come modesto contabile senza prospettive, lui era uno in gamba, in paese c’era bisogno di gente come Ignazio. Di che lavoro si trattava? Salemi disse che gli serviva un factotum. Per settimane lo tenne accanto a sé, pagandogli uno stipendio solo per fargli compagnia. Ignazio non avrebbe tardato a scoprire il perché.

Molto era cerimoniale e simbolo tra quegli uomini, che Ignazio conosceva sotto altre vesti, quelle pubbliche. C’era il maestro di scuola, il commerciante, venne fuori che anche il maresciallo era uno di loro. Sotto, una pletora di manovalanza. Si baciavano tra loro per strada ed erano i soli a farlo, all’epoca. Tra loro risparmiavano le parole, come fossero denaro. Le parole al vento, dette per dire, non erano da uomini d’onore, che officiavano il culto del silenzio, perché un silenzio al momento giusto sa stordire, se necessario, più di un urlo. Si sentivano una élite e da élite si comportavano. I migliori dettano le regole e le fanno rispettare. Amministrano la giustizia. Devono guidare la massa degli individui normali, che non sono uomini d’onore e, se il singolo sbaglia, devono dargli un insegnamento. Se il singolo poi persevera nell’errore, allora vuol dire che o è un cretino, o un infame. I primi non costituivano un problema, i secondi sì. C’era un codice per recapitare una minaccia, come ce n’era uno per eseguirla quando diventava inevitabile, imparò il giovane Ignazio.

Entrò in fretta in quella piccola nomenclatura in formazione, ancora così profondamente integrata nella vita sociale da esserne indistinguibile. Non dalla porta di servizio. Per ottenere quel privilegio portava in dote la sua istruzione e la sua determinazione. L’inglese Matthew Barnes, proprietario della ditta di mandorle dove aveva lavorato, gli aveva prestato l’Arte della Guerra di Sun-Tzu e lui aveva imparato un po’ di inglese apposta per leggerla, nella traduzione di Giles, quando pochi ancora la conoscevano in Italia. Ne era rimasto folgorato. La usava come un abbiccì per il suo apprendistato esistenziale. Presto il suo citarla per aforismi gli procurò l’ammirazione dei nuovi accoliti e la rese una specie di bibbia orale condivisa. Sull’immenso oceano culturale che divideva la Cina di Sun-Tzu dalla Sicilia di Tano Salemi e di Ignazio Dimmisi, realismo e utopia gettavano un improbabile ponte facendo un solo fascio di false assonanze e autentiche affinità.

Alla cultura della rivolta che si coagulava nella testa di Ignazio, né individuale né sociale ma rimasta a mezza via, l’onorata società era la possibilità di riscatto degli umili contro i potenti, degli uomini degni contro gli infami: quelli senza principi, che si vendevano al potente di turno. Andava scoprendo che, in fondo, quel mondo non gli era mai stato del tutto estraneo: gli somigliava, credeva in valori simili ai suoi, premiava l’onore e l’impulso. Più avanti quando era troppo tardi per uscirne si sarebbe reso conto che non era così, che la prima regola del potere è il pragmatismo: l’idealismo, che è la sua antitesi, ne sarebbe la dissoluzione. Ma il potere non può fare a meno degli idealisti. Ne ha bisogno perché sono loro a srotolare il tappeto della sua conservazione.

Quello del presunto assassino di Carmelo fu il primo delitto che Ignazio organizzò, e non ne ebbe sensi di colpa, almeno per un po’. Il tempo sufficiente a capire che non era il morto il vero colpevole. Il secondo fu quello del suo capo e protettore, Salemi, l’uomo che filosofava in dialetto, non appena Ignazio seppe con certezza ciò che già sospettava, ossia che era stato lui il vero mandante dell’omicidio di Carmelo, per una questione vile, di gelosia verso una donna che aveva preferito la gioventù al denaro. La miglior difesa è l’attacco, questo dovette pensare Salemi, senza aver letto Sun-Tzu, quando fece di tutto per accattivarsi le simpatie di chi era tornato in paese, a quanto si diceva, solo per vendicare la sua vittima. Calcolò l’impulsività di Ignazio Dimmisi, non la sua intelligenza.

Fare fuori Salemi e prenderne il posto fu tutt’uno, senza dare spiegazioni. Chi altro poteva prenderlo, se non chi lo aveva eliminato? Era andato a una scuola dove aveva imparato in fretta che l’impulso è una dote da spendere con parsimonia, da affidare alla guida della ragione. Solo così diventa più che efficace, si dimostra letale. Come la lingua retrattile del camaleonte. Il latore dell’insegnamento lo aveva pagato con la vita. Ignazio aveva oltrepassato una dogana invisibile, quella dove la società separa le persone per bene dai criminali. Non sarebbe più tornato indietro. Per il momento la cosiddetta giustizia chiudeva un occhio. Ma anche lui non li aveva del tutto aperti. Non sapeva ancora vedere lontano, valutare le conseguenze delle sue azioni se non a breve raggio. Sapeva invece che fino a quel giorno la vita con lui aveva babbiato. Solo ora, fosse come fosse, cominciava a fare sul serio. Un rituale macabro lo aveva iniziato al mondo degli adulti, ce lo aveva fatto entrare dalla cantica sbagliata: l’inferno. Alla cerimonia si era presentato portando in dono un sacrificio di cui non valutava tutta la perdita: i suoi sentimenti. D’ora in avanti li avrebbe censurati, dentro di sé non meno che fuori. Ci aveva inciampato con la faccenda di Carmelo e decideva di farne un fagotto, perché una sola volta la vita gli aveva dimostrato che erano una debolezza, una zavorra.

Iniziava giovanissimo una carriera già ai vertici. Ai nuovi subalterni, per impressionare, per rafforzare la leadership, raccontava le storie del potere acerbo, Alessandro il Macedone, Annibale, Napoleone, George Custer, tutti in sella poco più che ventenni. Un motivo ci doveva essere. Era l’età più sorda agli scrupoli morali, alle esitazioni. Se un ventenne ha coraggio e un obiettivo, li farà convergere camminando su tutto, a costo di sprofondarci. Quello che Ignazio aveva intrapreso era un viaggio senza una meta, che non arrivava a fare domande al domani perché a rispondere era più rapido l’oggi. Su un piano inclinato, non c’è bisogno di consumare energia, per precipitare basta la forza di gravità.

Sangue chiama sangue. Una prima violenza, una seconda si fanno ancora forza dell’odio verso qualcuno. Uno in particolare e nessun altro. Le successive di un odio diffuso, che non ha mira e spara alla cieca. In una vita che avanza un piede dopo l’altro sul filo del pericolo, si impara che la tranquillità non è di questo mondo, ma dell’altro, quello dove si manda anzitempo chi te la voleva togliere e non sapeva che non era possibile, perché l’avevi già persa da tempo, per sempre. In una vita a repentaglio, l’odio, così difficile da maneggiare per le persone comuni, è sentimento quotidiano e si deve mandare giù, a forza, per impedire allo stomaco di vomitare tutti gli altri. Anche quella particolare, raffinata forma di rancore che è il cinismo, il quale, quando nel suo espandersi arriva a investire se stessi, prende un altro nome, si chiama disgusto. Per Ignazio, che al primo colpo aveva abbattuto un falso bersaglio e intimamente ne aveva accusato l’errore, il disgusto fu una malattia primaticcia, per lungo tempo asintomatica. Voler vivere dopo aver ammazzato non è una voglia naturale, ha bisogno della volontà e della pazienza per ricostruirsi, a volte dal nulla.

Da allora, Ignazio Dimmisi ebbe sempre disprezzo per la violenza inutile, quella che praticavano per puro piacere certi animali che avevano l’abitudine di infilarsi i pantaloni quando si svegliavano al mattino. Nondimeno sapeva che c’era una violenza necessaria. Non la praticava mai direttamente. Non che gliene mancasse il coraggio. Contrariamente ad altri capi, inclini per mala razza a non voler cedere a nessuno il privilegio di spegnere un respiro con le proprie mani, la considerava cosa da picciotti, e ciò rientrava in una metafora anatomica del mondo in cui, se c’è una mente per comandare, ci devono essere pure braccia per eseguire. Il braccio dunque era sempre di qualcun altro. Quando considerava inevitabile togliere di mezzo qualcuno, non lo prendeva di petto. L’opposto. Trovava il modo di fargli credere in un tentativo di riconciliazione. Allorché l’altro si era convinto che non era un tranello, che Ignazio era sincero, lui lo invitava a casa. Preparava apposta una tavola elegante e un pranzo speciale. Dava a vedere che stava ammazzando il vitello grasso in suo onore. Poi, al dolce, trovava una scusa per assentarsi un istante e, quando tornava, trovava l’ospite con lo stomaco ancora pieno di cibo che non sarebbe mai arrivato all’intestino. La violenza? Certo non era una cosa esteticamente bella, un atto che gli piaceva. Ma nell’antistato era l’unico rimedio per risolvere una controversia che il negoziato pacifico non aveva potuto comporre. Era il solo tribunale disponibile per punire infami e mancati alleati. Chissà se il suo concetto di infamia era lo stesso aggredito dalla scritta murale che indirizzò Francesco Aversa sulla sua strada, quella che lo avrebbe portato fino al carcere fino a lui.

Ignazio Dimmisi fu il primo uomo d’onore della sua famiglia e questo la disonorò per sempre, al punto che lui stesso, un giorno, si recò da suo padre per dirgli che non solo voleva la sua maledizione, ma la voleva pubblicamente. Il poveretto, in lacrime, era troppo vecchio per afferrare la richiesta di Ignazio e troppo attaccato a lui per soddisfarla, ma Ignazio sapeva quel che faceva. Per proteggere i suoi decideva di rompere definitivamente con loro e di far sapere a tutti che era come cancellato dallo stato di famiglia, anzi che non c’era mai stato. Si vide ancora di nascosto per qualche anno con i vecchi genitori e, dopo che morirono senza che potesse accarezzare le loro bare, dimenticò di avere dei fratelli e loro si dimenticarono di lui. Fu così che salvò loro, se non la reputazione, almeno la vita.

 

Ogni capomafia si merita la sua ingiuria il nomignolo che gli viene affibbiato, inizialmente di nascosto. Il detto Vox Populi Vox Dei ha l’ostinazione di volersi verificare in qualunque contesto, abbattendo gli steccati morali. C’è sempre un momento in cui la diceria diventa ufficialità e l’ingiuria si eleva allo stato di antonomasia. Ignazio Dimmisi si meritò il soprannome di ‘U Prufissuri molto prima del don, segno di anzianità più che di importanza e infatti, a lui, in importanza non aggiunse nulla. Il bibliotecario del suo paese, almeno in quel dettaglio, aveva visto giusto.

L’ingiuria coglie un difetto fisico, un lato del carattere o del comportamento. Il capo di un’altra famiglia, in tutt’altro mandamento dell’isola, era noto per essere uomo sanguinario. Ma l’ingiuria che si era preso era quella di Raluggiaru, l’orologiaio, perché il suo passatempo preferito era aggiustare vecchi meccanismi a carica manuale. Per coltivare la sua passione si era attrezzato uno stanzino della sua villa a mo’ di laboratorio. La villa era hollywoodiana ma lo stanzino angusto e illuminato solo da una lampada da tavolo, perché così deve essere l’ambiente di un orologiaio. Dicevano che con i suoi orologi ci parlava, che li amava come figli. In quelle sere si trasformava, anche a vista d’occhio, in un innocuo artigiano. Poi, il giorno dopo, godeva a sgozzare come un maiale uno che sospettava di averlo tradito. Un altro boss di un certo rilievo era chiamato Basebball, detto alla siciliana ossia con tutte le b le elle possibili. Tutto nasceva dal film Gli Intoccabili, il suo preferito, che lo aveva ispirato soprattutto per l’originale composizione di vertenze di affari che vi si proponeva. Dopo aver visto De Niro – Al Capone spaccare la testa a un suo invitato con una mazza da baseball, gli era venuta voglia di provare l’efficacia dello strumento. Prima di sperimentare di persona quanto la scatola cranica di un uomo si riveli arrendevole nella gara di durezza con l’acero canadese, si era allenato su dei cocomeri poggiati su un mezzo palo. Perché avevano dentro un rosso annacquato, diceva, come la testa di un malu cristianu.

Don Ignazio Dimmisi si era guadagnato il nomignolo di ‘U Prufissuri perché condiva sempre di citazioni le sue conversazioni e, soprattutto, i suoi monologhi davanti alle assemblee, talora convocate talaltra improvvisate, degli affiliati. La maggior parte dell’uditorio aveva a stento la quinta elementare e non aveva mai sentito nominare gli autori di quelle massime, però il significato lo coglieva bene e, quando le riferiva a chi non aveva potuto assistere al saggio di cultura, azzeccava tutta la frase ma storpiava sistematicamente il nome dell’autore. Era difficile che con le manovre oratorie ‘U Prufissuri non riuscisse a convincere un interlocutore. O lo convinceva o lo metteva nell’angolo. Spesso era lui stesso a decidere preventivamente per la pace o per la guerra.

Pur essendo al vertice del suo mandamento da un tempo superiore alla media, grazie alla sua intelligenza, all’abilità diplomatica, nella nuova mafia imprenditoriale Ignazio Dimmisi era visto come un superstite. Quella metamorfosi dalla vecchia mafia che lui aveva conosciuto da giovane, l’aveva metabolizzata con disagio e, in un certo senso, subita. Restava una sopravvivenza di un mondo antico e una sorta di suo monumento vivente ancora rispettato. Per amor proprio, per irriducibile tenacia non si era lasciato mettere da parte e, per non farsi spezzare, ora aveva piegato altri, ora si era piegato lui.

Il seme della decadenza deve per forza attecchire nell’era del predominio, così come ogni vita porta in seno il codice indecifrabile della morte. Ogni volta che nei suoi “affari” sopraggiungeva una crisi, ogni volta che la negoziazione pacifica non trovava più spazi, restava solo la strada della violenza. Ma ogni volta, ordinare un’eliminazione o subirla non lasciava mai le cose come prima, spostava di un poco o di un tanto il punto di equilibrio, faceva cadere un altro granello di dubbio nell’ingranaggio che scandiva l’ineluttabilità di quella vita. Dubbio sul fatto che solo quel tipo di esistenza avesse un senso, che la legge della vita come guerra personale fosse ancora certa come lo era il sorgere del sole.

In fondo, la sua quotidianità si riproduceva secondo meccanismi regolati, come accade a un impiegato e a chiunque sia inchiodato per gran parte dell’esistenza ad abitudini costanti, riprodotte giorno per giorni senza eccezioni. Visto sotto questa luce, lui non era diverso da milioni di altri che pure non facevano alcuna guerra personale, perché nel gregge erano la pecora, non il cane pastore. La sua prigione di uomo d’onore, per quanto di primo piano, non era più espugnabile di quella di un uomo assoggettato alla tirannia del lavoro fisso, che riassapora la libertà solo con la pensione, spesso quando è troppo vecchio per fare progetti e ha troppo poca salute in corpo anche per oziare in modo soddisfacente.

Dal momento in cui gli fu chiaro che la morte per lui sarebbe arrivata improvvisa e non gli avrebbe concesso il privilegio di acclimatarsi con essa, di sistemare le sue cose, si abituò a lasciar piovere senza rimpianto le sue giornate giù dai calendari, come se il cuore fosse spettatore e non parte del corpo. Soffocò sul nascere l’aspirazione a una nuova famiglia, fatta di sangue suo. I motivi erano gli stessi per cui aveva preso le distanze da quella che lo aveva messo al mondo. Quando ancora giovane, senza poterne valutare le conseguenze, oltrepassò il suo punto di non ritorno, non aveva ignorato che doveva attendersi una condizione di solitudine e che alla sorte non si possono confondere le idee. Merda! E così sia si era detto con disprezzo: al destino le utopie giovanili e a lui tutto il resto. Il vuoto di affetti semplificava almeno le cose, per uno come lui che aveva dimostrato di non sapere rispondere a una perdita con una reazione che non fosse estrema, irreparabile. Di sentimenti, a uno come Ignazio Dimmisi, non era concesso il tempo di rimpiangere l’assenza. La regola monastica dell’esercizio del potere riproduceva a beneficio del suo corpo giornate normali e sostenibili, mentre l’anima si era ritirata in un altrove, un esilio dove la sua mente non la poteva seguire né sospettare che fosse ancora viva.

Fu il momento in cui il libro tornò a essere la compagnia preferita. Durante gli anni più infuocati del comando, lo aveva messo da parte per bruciare storie di vita. Ma un libro non porta rancore come un cristiano. Quando torni a cercarlo, sembra sempre che ti aspetti a pagine aperte, solo con un pizzico d’ansia per il tuo ritardo, come una madre scioglie la tensione in un sorriso quando vede un figlio rimaterializzarsi di fronte a sé, tornare dall’ignoto in cui la sua angoscia lo aveva visto perso, fosse anche per poche ore. I libri erano più fedeli dei suoi fedelissimi. Gli raccontavano il mondo meglio della realtà e, soprattutto, lo trovavano più disposto ad ascoltare le loro storie. Dal momento in cui lui e le sue letture si ritrovarono, non si persero più di vista. La malinconia di confessarsi che erano quelle le sue ore preferite ne portava con sé una seconda, più amara: la sua parabola si stava compiendo. Dopo che era toccato agli altri raggiungere il cono d’ombra, ora era il suo turno.

Non era nel suo carattere lasciarsi andare, darsi per vinto, e andare non si lasciò mai. Ma quando, dopo gli ultimi anni di una libertà che proprio libertà non era, visto che la giustizia la chiamava latitanza, insomma quando divenne collettiva la convinzione che il tempo di Ignazio Dimmisi era finito, provò di persona tutto il paradosso di come un arresto sia, per uomini nel suo stato, anche il suo opposto. In fondo, la sua persona conosceva una nuova forma di reclusione. La sua esistenza continuava, ma in realtà si chiudeva. Continuavano, il cuore a battere e i polmoni a respirare, come dentro un altro corpo. Quello precedente era sigillato in un sarcofago e insieme alla sua materia tutto ciò che di immateriale aveva prodotto: fatti e pensieri. Quel corpo morto non avrebbe mai potuto riferire niente a nessuno, non sarebbe mai diventato un collaboratore di giustizia. Per quella scelta non sarebbe bastata una resurrezione: ci sarebbero voluti un’altra vita, un uomo diverso.

 

Che il suo tempo fosse finito era nelle cose: nessuno dura in eterno. Molti però, non potendo mostrarsi fedeli alle sue parole, lo restarono in silenzio al suo ricordo. La sua uscita di scena li aveva lasciati orfani e non si erano fatti adottare autenticamente dai nuovi capi. Se hai avuto un maestro, questi non cessa di essere tale solo perché hai smesso di vederlo dietro la cattedra.

Quando Ignazio Dimmisi iniziò la sua terza e ultima vita, quella in cui avrebbe comandato, forse, solo ai suoi piedi, lo aspettava il carcere duro. Non durò tanto a lungo quanto si poteva immaginare. Il Ministro di turno, dopo qualche anno, tra i nominativi da prorogare non inserì anche il suo, chissà per quale motivo, e don Ignazio si ritrovò, senza aspettarselo e senza aver fatto nulla per meritarlo, un recluso come tanti altri.

Circolò nell’ambiente mafioso che Ignazio Dimmisi avesse collaborato, anche se mai vi fu in tal senso un’ammissione della magistratura, solo qualche rumour a mezzo stampa. Era una notizia che nemici di ieri e di oggi seminavano e che i vecchi amici, se non potevano estirpare, cercavano almeno di lasciare senz’aria. Fu l’occasione per il nuovo comando, se non di sgretolare il suo mito, almeno di fare la conta degli adepti più ostinati. Troppi. Era una sottofamiglia silente e gravida, troppo capillare nel mandamento per essere aggredita senza pagarne qualche conseguenza. Era rimasta solo l’eco della sua forza in un mondo che paradossalmente non controllava più e di cui non faceva parte: un’eco che per qualcuno era ristagno di un miasma. La forza simbolica che la sua vita di capomafia gli aveva lasciato come un vitalizio, don Ignazio non avrebbe più desiderato possederla e, a giudicare da ciò che stava accadendo, dalla morte inattesa di Visitor, qualcuno aveva trovato la via per trasformarla in una debolezza forse l’ultima che la sua vita gli avrebbe consentito di riconoscere tale.

Da quando è in carcere, Ignazio Dimmisi non si è mai permessa l’illusione di uscirne e, con l’andare del tempo, ha capito di non averne mai avuto il desiderio. Vive in un mondo più prossimo all’astrazione che alla concretezza, lavorato all’uncinetto di una saggezza non praticabile, se non nella vita spicciola di cella, in compagnia delle sue letture che, a dispetto di quanto ha contestato al povero Francesco, sono la cosa che lo tiene vivo, nella mente e di conseguenza nel corpo. Ma la saggezza non è distacco, per ben due volte è stato Francesco a dimostrarglielo. Innanzitutto, quando lo ha visto avvicinarsi a lui. La prima cosa che aveva pensato, malgrado le sue aperte smentite a chi gli aveva annunciato quella presenza in carcere, era che fosse davvero un infiltrato, qualcuno mandato sotto mentite spoglie a chiedere o, peggio, a fare qualcosa. La seconda volta, nel momento in cui ne ha appreso la morte. Francesco da morto, più che da vivo, era una straordinaria opportunità per chi aveva ancora qualcosa da chiedere al vecchio padrino o da fargli pagare.

Il rimasuglio di vita che trovava ragioni solo in un gesto, quotidianamente reiterato togliere un segnalibro là dove lo aveva lasciato l’ultima volta da quando Francesco non c’è più si è disperso, è finito nell’occhio di un mulinello e portato via, lontano. Tutto lo respinge e lo disgusta, perfino le pagine con il loro odore di carta sapiente, per lui sempre così invitanti. Non si vergogna di confessarsi che, da quando un ex fotoreporter, folgorato sulla via dell’amore per il prossimo, è entrato nella sua vita, tutto quanto egli ha letto, pensato, è stato fatto indirettamente per lui, per poterglielo raccontare, pochi minuti alla volta. Ai suoi occhi erano preziosi come possono esserlo quelli che un vecchio padre si vede dedicare da un figlio ormai adulto e lontano. Ignazio, chissà se padre lo è stato e, semmai ciò fosse accaduto, non lo ha saputo, che è come non esserlo. Se per una vita non ha meritato di avere figli, ora si è meritato lo schiaffo di perderne uno non suo. Nessuno si è avvicinato alla sua anima come ha fatto Francesco, al punto di fargli accettare che anche lui ne possiede una. Nessuno. Un figlio. Un figlio deve essere una cosa bella. Un figlio è certamente più di un amico. Oggi può dirlo, ma non sa più a chi. Non senti mai una cosa così profondamente tua come quando devi ammettere che non può esserlo. Come quando la perdi. Non ha potuto salvarlo. Se avesse saputo … ma non poteva sapere. Così va questa vita matrigna, questa vita puttana. Ora, cosa rimane? Le ore non sono più il gregge che si è incolonnato paziente in questi ultimi sette anni. Sono bestie indocili che faticano a restare nel branco, ad accettare di comporre un tentativo di futuro. Ignazio Dimmisi non vede davanti a sé altro che un vuoto. Ma il vuoto non si lascia considerare, fa a cazzotti con l’inerzia. Il vuoto attrae. Crea come dal nulla l’urgenza dell’azione.

Ha finito di leggere Il Presidente di Simenon. Da diversi giorni. Prima ancora di sapere della fine del suo amico Visitor. Ha seguito la vicenda del protagonista e si è illuso di veder indirizzare il finale del romanzo dove sperava lui e dove sembrava destinarlo anche l’autore. Ma quel finale si è infoibato in un cunicolo senza aria, dove lui non può né vuole seguirlo. Perché i desideri è più facile che non si realizzino. Come un riflusso di marea, dopo averle sommerse questa lettura ha prosciugato le sue ultime giornate sfibrandole in un acciottolio di rimorsi. Ogni volta, più che a se stesso, era a Francesco Aversa che lo riportava, lui che con una benevola provocazione aveva voluto vedervi uno specchio letterario del suo amico ergastolano.

Non potrà più confutarlo. Se fosse ancora vivo, dovrebbero spartirsi la ragione, prendendosene ciascuno una metà quasi inconciliabile con l’altra. Augustin, l’ottantenne Presidente del libro, circondato da figure solo apparentemente bendisposte e infine reso innocuo nell’ultimo rischio potenziale che continua a rappresentare per qualcuno, è troppo diverso da lui e, al di là delle false analogie, don Ignazio non farà con lui un tratto di strada comune. L’ultimo. C’è un punto che resta a lungo cieco nella vita di un essere umano. Un appuntamento dove l’intelligenza e la rassegnazione sono destinate a scendere definitivamente a patti. Augustin quel momento lo incontra, suo malgrado, nelle ultime pagine del libro e con le ultime forze della sua vita. Per Ignazio Dimmisi, che aveva sperato di finire come il Presidente, che aveva creduto di essere approdato a una sua piccola, assai poco lussuosa Les Ébegues tra le mura di una cella di penitenziario, andrà diversamente.

Il trattato di pace col mondo è andato in pezzi.

È ricominciata la guerra.

 

17/03/2011

Le due notizie

Un tragico errore. Uno scambio di persona.

Mitigata da inutili frasi di circostanza: così è arrivata la notizia in casa Aversa.

Avevano trovato nel portafoglio del morto una carta d’identità scaduta con il vecchio indirizzo di famiglia — quello di Bianca — perché Francesco si era deciso a cambiare residenza solo qualche tempo dopo il matrimonio, benché non vivesse con sua madre da decenni.

Un tragico errore. Ma che vuol dire? Cosa c’entra con lei? Che ne sanno della sua vita queste stupide, mollicce sillabe senza ossa? Quando si originano dalla forma del sentimento anziché dalla sua sostanza, le parole non hanno forza per eludere il picchetto del luogo comune che le tiene sotto chiave, in un ghetto di genericità e di vuoto. Hanno un solletico di voce, appena udibile dentro l’inferno in cui un lutto fa sprofondare. Ma qualunque dramma ha i suoi rumori di fondo, incapaci di arrestarlo, di deviarne la forza d’urto, semplicemente di scalfirlo.

Un tragico errore. Uno scambio di persona.

A chi per mestiere è costretto a fare simili comunicazioni e non riesce a compensare la poca inventiva con l’empatia, dovrebbero fornire almeno un prontuario di frasi più decenti per andare a turbare l’ultima serenità dei parenti.

Tocca sempre a qualcuno sentirle. Era toccato a lei, sua madre. Un colpo secco, senza la mediazione di un volto familiare, di un collo amico da inumidire e da assordare. Quelle frasi di circostanza, Bianca neanche le ha ascoltate. Il suono improvviso del citofono in tarda mattinata era già stata un’irruzione, non sapeva di buono. L’aveva sorpresa ancora distesa nel letto, più calma dopo il pianto ma certo non serena. Era stato spontaneo per la sua mente ricollegare quella vibrazione elettrica così molesta a quanto le era accaduto solo poco prima alla fuga dalla clinica per il semplice fatto che un solo sentimento abitava dentro di lei e non lasciava spazio ad altro.

È stato quando ha aperto la porta che la tragedia, senza essere ancora comunicata, si è schierata davanti ai suoi occhi in tutta la sua marzialità, inequivocabile per il sesto senso di una madre. La sua terribile giornata era stata fino a quel momento un semplice assaggio, non aveva finito di trafiggerla: mancavano gli ultimi centimetri di lama da affondare. Era scritto che vi fosse un oggi in cui lei avrebbe provato il dolore assoluto e quell’oggi era arrivato. I due uomini della pattuglia erano schierati paralleli all’uscio, entrambi con il berretto in mano anziché sulla testa, come di solito quando un agente è in servizio. Il segno. Già quando, dopo il buongiorno, buttarono lì  la prima frase per chiederle se fosse una parente di Francesco Aversa, era tardi, troppo tardi per qualunque altra cosa nella sua vita.

Aveva intuito fin dall’inizio la profonda debolezza del suo progetto di famiglia: un solo figlio. Come scommettere tutto su un unico cavallo. Malgrado tutte le sue insistenze, Massimo non aveva voluto allargare il numero di bocche da sfamare e a un certo punto era stato tardi per recriminare, perché qualcosa — la morte di un padre — era venuto presto.

Ci sono paure mobili, che arrivano da una direzione come il vento, così ti indicano anche da quale parte fuggirle. Ce ne sono altre ferme, che accerchiano e ti lasciano solo col tuo senso di inazione. La paura di Bianca apparteneva alla seconda specie: non fosse che una nevicata di anni aveva avuto la pietà di attutirla, lei si sarebbe lasciata tenere in scacco da quel presentimento e non sarebbe più stata capace di rifarsi quella crosta di rassicurazione che le era così necessaria per tirare avanti da sola. In apparenza non aveva lasciato cicatrici. Negli anni, col crescere di Francesco, quel timore bituminoso aveva preso il colore indescrivibile di tutte le cose che lo perdono: le foglie morte, gli escrementi dei cani per strada, le pozzanghere, troppo sudicie per riflettere il cielo anche quando è azzurro. Sembrava perita dello stessa lama con cui voleva ferire.

Ma le paure non muoiono: neanche la sua. Si era addormentata nell’inerzia del viaggio finché una brusca frenata non l’aveva svegliata. L’atteggiamento dimesso dei due agenti, che non riuscivano a farsi piccoli quanto avrebbero sperato, l’aveva riportata in condizioni di nuocere in una frazione di secondo, restituendole molto più dello spettro che era stata, dandole una forma di concretezza presente, contro cui ci si rompono i denti. Dalla sua vecchiaia, Bianca si aspettava solitudine e sofferenza fisica, non una forca per cui non si è mai abbastanza vecchi, abbastanza insensibili, abbastanza inebetiti.

Solo più tardi Bianca si era ritrovata nella realtà, senza sapere come, seduta in cucina con i due agenti accanto uno le teneva cautamente la mano su una spalla, un altro le aveva chiesto il permesso di sentirle il polso. Appena un po’ accelerato. Niente di che. Il poliziotto aveva fatto in tempo a non spacciargliela per buona notizia. In quel momento, in quella casa nulla di buono sarebbe stato contagioso. Era la realtà ma alla padrona di casa continuava a sembrare un sogno, anzi un incubo. Lo spazio della cucina era una geometria deformata, la sua coscienza aveva occupato tutto il corpo, confinava con la pelle e qualunque parola, qualunque brusio la irritavano come se tutta la sua materia fosse un grande, compatto herpes. Dovevano averle detto già tutto il peggio, eppure Bianca non stava piangendo, perfino il suo dolore era colto alla sprovvista o forse aveva esaurito tutte le sue lacrime poco prima e le voci dei due uomini, che non cessavano di parlare, le arrivavano come attraverso un acquario. Le avevano fatto varie domande, neanche le ricordava più, per esempio se avesse in casa un ansiolitico, e lei si era quasi sorpresa sentendosi rispondere fermamente che non ne usava.

«Signora Aversa, se se la sente dovrebbe venire con noi. Capisce, il riconoscimento … a meno che non possa farlo qualcun altro al suo posto.»

«Sono vedova, non ho altri figli e mia nuora è in clinica dove ha appena partorito.»

Non poteva essere più diretta. Essere spietata anche con se stessa era la difesa contro il dolore che il momento le suggeriva. Uno dei due agenti aveva replicato semplicemente capisco e chiesto nuovamente scusa, senza dire altro. Che senso ha aggiungere condoglianze alle condoglianze, sarebbe come credere che esistano morti minori e morti maggiori. E le parole di un estraneo in simili circostanze sono sempre inadeguate. Solo il silenzio lo è.

Non c’era niente da fare. Non se ne sarebbero andati. Bianca aveva capito che non le veniva concesso il tempo di tenersi stretta il cuore tra le braccia per piegarsi sotto ciò che l’aveva colpita. Doveva afferrare la routine dei fatti che seguono una morte come un treno in corsa, senza il lusso di fermarsi a pensare che la vittima era proprio suo figlio. Un lutto mette sempre ansia ai minuti. Li costringe a spintonarsi l’un l’altro. Anche quando era morto Massimo era andata così. Aveva dovuto chiedere a una vicina di accompagnare Francesco a scuola per toglierlo dall’atmosfera irrespirabile della morte, aveva fatto un paio di telefonate perché la giornata continuava a camminare e se ne fregava che il mondo l’avesse appena resa vedova. Si era infilato il primo vestito che le era capitato tra le mani, senza neppure verificare che fosse scuro, ed era corsa all’agenzia funebre comunale col certificato di morte in mano perché la solita vicina, ben informata su tutto, le aveva detto che era molto più economica di quelle private. Quasi fosse al corrente delle scarse finanze di famiglia.

Ma allora Massimo era in casa, nel loro letto, visibilmente incapace di sorprenderla ancora e lì l’avrebbe aspettata, senza alcuna fretta, quando lei fosse tornata. Francesco, dov’era adesso? A quel punto, dopo tante risposte, aveva trovato la necessità e la forza di fare la prima domanda: se aveva sofferto, secondo loro. Non credo, signora, non può aver impiegato più di trenta secondi per perdere definitivamente i sensi. Perdere definitivamente i sensi: che ridicolo eufemismo per dire che era stato ammazzato, come un cane, su un marciapiede e senza un motivo. Quando sarebbe venuto per lei il momento in cui avrebbe fatto a pezzi ogni educato riserbo e si sarebbe avventata a morsi di cane ferito su ciò che si fingeva brutto sogno ed era realtà? Quando avrebbe urlato a Dio traditore la sua collera e lo avrebbe stramaledetto, perché credeva di aver già riscattato il prezzo della sua vita restando vedova tanto presto? Una come lei doveva essere ormai sottovento per il lezzo della morte, la prima in cui le sarebbe toccato imbattersi doveva essere la sua. In quei momenti, Bianca dimostrava solo quanta forza c’era dentro di lei, quanto in fondo fosse consapevole di averla anche se non poteva mai augurarsi che la realtà gliene volesse dare una dimostrazione così flagrante.

Ogni tragedia legittima la fuga dalla realtà. Le accorda uno stato di rifugio rivendicabile, una sostanza di oggettività parallela. Si ha il diritto di non lasciarsi travolgere dalla sofferenza, di ripararsi sotto un sogno a occhi aperti, in una zona franca delle emozioni dove i suoi tentacoli urticanti non si possono allungare. Bianca non aveva avuto il tempo di scavarsi quella tana che poteva esistere solo dentro di lei. Era rimasta a metà strada, in una pozza dove il dolore galleggia ma non urla, in bilico tra realtà ed evasione, dove si può ancora recitare la parte di se stessi come se si fosse un grande attore, grande perché capace di non far esplodere empatia ed estraniazione.

Per fortuna Alberta aveva già partorito. Il pensiero fu spontaneo e più rapido del ricordo così recente eppure già remoto. Già, Alberta … il ginecologo … Massimo Valerio, un nipote putativo che non aveva ancora visto e che non sapeva con che occhi guardare. Ma i bambini non hanno le colpe dei padri e delle madri, sono esseri innocenti che vanno innanzitutto amati e protetti, si diceva. Con la scoperta di quel mattino, la realtà l’aveva disillusa circa l’incredibile eventualità che un figlio possa nascere il giorno in cui un padre muore. Un tempo accadeva alle madri, e ancora in qualche landa periferica del mondo, rimasta ai margini della civiltà, doveva essere così. Ma che senso ha, oggi, pensare all’umanità, agli altri. Per loro, oggi, non c’è spazio, non c’è aria.

Erano arrivati davanti all’obitorio con l’auto di servizio. Soprattutto l’agente più anziano era di una gentilezza ammirevole nei suoi confronti. Si comportava come se Bianca fosse una zia. Fu lui ad accompagnarla dentro, mentre il collega restava in macchina. Il posto era meno brutto di come se l’era immaginato. — È stato rinnovato di recente, una volta era molto peggio! — Perché, un posto dove regna la morte può essere peggio di come è già? L’agente le risparmiò un po’ di burocrazia e, con l’addetto rigorosamente in camice bianco, arrivarono di fronte al frigorifero in cui non c’era stato ancora il tempo di mettere il cadavere di Francesco. Era lì di fronte, su una lettiga, coperto da un lenzuolo bianco, Bianca ebbe perfino il tempo di notare che era lindo e profumava di sapone di Marsiglia. L’addetto si allontanò: doveva pur difendersi anche lui da quei momenti, non erano più i cadaveri che lo spaventavano, ma le reazioni spesso imprevedibili dei parenti.

L’agente anziano guardò Bianca, come a chiederle il permesso di sollevare il lembo estremo del lenzuolo, quello che copriva il volto. Lei fece cenno di sì con la testa, terrorizzata da ciò che la stava aspettando. Sapeva che solo nel momento in cui lo avesse visto in quello stato, solo allora Francesco per lei sarebbe morto davvero, dopo tutti i preliminari che erano intervenuti tra lei e quella sciagura col solo scopo di certificargliela, tentando nel contempo l’impresa impossibile di renderla meno traumatica.

Il lenzuolo aveva scoperto i pochi capelli già sale e pepe, poi la fronte troppo bianca. In seguito, era stato il turno degli occhi che erano stati pietosamente chiusi, del naso grande e maschile che Francesco aveva preso da suo padre. Dopo che era apparsa la bocca, l’agente si era fermato perché non sapeva in quali condizioni fosse il resto. Aveva guardato la madre che gli era toccato lo strazio di mettere a confronto con un figlio morto. Quelle poche parole non aveva proprio saputo trattenerle: «Mi dispiace moltissimo, signora. Come se fosse una parente, mi creda», parole che come lo sguardo non avevano avuto risposta, né se l’aspettavano: il poliziotto colse solo un piccolo cenno del capo, non sapeva se attribuirlo a sé o a un filo di pensieri in cui la donna si era inoltrata da sola.

Fosse stato un bravo pittore, o un grande fotografo, avrebbe avuto tutto per catturare il momento in una tela. Bianca era Maria. La Maria di una Pietà: una madonna vecchia che nessuno aveva mai dipinto. Aveva tanti anni solo per sobbarcarsi il carico di tutti i figli morti, non soltanto del suo. Non poteva sfuggirgli che in quel volto c’era una luce che prevaleva sul buio, un amore più forte del dolore e sordo alle sue urla. Almeno nel momento in cui, prima raccolse tutto negli occhi il corpo di uomo fatto che quarantatre anni prima era uscito dal suo ventre, a costo delle urla più acute che la sua voce roca avesse mai prodotto, poi trovò il coraggio di raggiungerlo con la mano, e fu il primo sollievo, anche se il profilo che ripassava era freddo, inerte e silenzioso. Quella scena, ne era certo, il poliziotto non l’avrebbe dimenticata.

Francesco dormiva. Le accordavano almeno il piccolo miracolo di una decomposizione ritardata, perché conservasse di un figlio l’immagine di una tragedia sostenibile, quasi artistica. Di lì a poche ore, il volto si sarebbe alterato, avrebbe perso per sempre la forma di un sentire umano e si sarebbe lasciato cadere nell’abisso della dissoluzione. La mano di Bianca accarezzava qualcosa che anche fisicamente era ormai altrove, sfiorando un corpo lo rendeva già simulacro, un gesto misterico e sacro che sbigottì l’agente, abituato a vedere in quel posto scene strazianti, urla, imprecazioni e svenimenti. Quando la misura della tragedia anche per lui fu colma e trovò le parole per dire alla donna che potevano andare, capì che lei era definitivamente assente, in compagnia della vita di suo figlio che non poteva condividere con nessuno.

 

La morte fa ordine attorno a sé. Trasforma le persone vicine al morto in attori di una sceneggiatura che non lascia spazio all’improvvisazione, perché gran parte di ciò che accadrà in quei primi giorni, di ciò che si diranno è già scritto.

C’è stata una telefonata. Nessun altro oltre a lei poteva farla lei ed è stata tutt’altra da quella immaginata la mattina un po’ di scuse per la mancata visita alla clinica, che avrebbe rimandato al pomeriggio.

Di ciò che le aveva detto al telefono, del tono e delle parole che aveva usato, Bianca non ricordava più nulla, se ne proteggeva. Salvo quel pianto: uno scroscio di tempesta tropicale. Questo aveva evocato in Bianca, che pure non aveva idea di come fossero i Tropici né le loro tempeste. La tecnologia aveva dato una mano a renderlo più straziante e inumano. Spiare un sentimento in un cellulare era una falsificazione acustica prima che emotiva. Il suo primo pensiero non era stato per il cuore di Alberta, ma per la sua ferita. Una ipocrita solidarietà di donna. Francesco le aveva detto al telefono che avevano dovuto metterle dei punti per una lacerazione nella fase finale dell’espulsione. Aveva iniziato la telefonata con il buon proposito di attenuare e aveva finito per dilaniare. Dalla sua bocca erano uscite formule di circostanza, come se a pronunciarle non fosse la madre del morto ma una lontana parente o un’infermiera. Non le avevano ancora dato il tempo di fare i conti col proprio dolore: non poteva aiutare Alberta ad affrontare il suo.

Se sul momento si fornì scusanti, più tardi se ne pentì. Quando le fu chiaro di aver sottoposto Alberta a una prova crudele e inutile, di aver voluto misurare l’intensità del suo male per confrontarla con quella che si sarebbe aspettata di provocare. Ebbene, l’intensità ascoltata era superiore a quella attesa, proprio il giorno in cui Bianca credeva di aver avuto le prove del contrario. Non avrebbe più ricordato le parole che le aveva detto, né sarebbe ormai servito ritrovarle a questo pensò la prima notte che passò in quella casa, di cui possedeva per cautela le chiavi e dove non si era mai trattenuta per più di un paio d’ore, benché Francesco avesse sempre una camera pronta per lei — quella dove dormì, se così si può dire, quella prima notte. Il referto del medico legale era stato insolitamente rapido e la polizia mortuaria aveva dato l’assenso al trasporto della salma a casa.

Ogni tanto, nella quiete assoluta della notte che l’insonnia sa popolare di spettri, quando la sola presenza che si riesce ad ascoltare è il sibilo assordante delle proprie orecchie, incapaci di sostenere il silenzio, le arrivava l’eco di un pianto di neonato. Non poteva essere Massimo Valerio, che era in clinica con la mamma e non sarebbe uscito prima di un paio di giorni. Chissà se era un pianto reale o qualcosa che urlava solo dentro di lei, i primi vagiti di Francesco che tornavano dal passato, da quella spoglia stanza d’ospedale dove lo aveva messo al mondo. Stando supina in un letto estraneo dove non aveva trovato neppure la voglia di spogliarsi — si era tolta solo le scarpe e gettata addosso un plaid — vedeva roteare il buio perfetto attorno a sé, a circoli concentrici, sentiva il cuore pulsare nelle tempie. Guardò l’orologio, un modesto modello al quarzo con le lancette fosforescenti: le quattro meno un quarto. Doveva alzarsi dal letto. Cominciò a vagare per la casa: non la riconosceva più. Andò verso l’ingresso, spontaneamente incontro al pianto del bambino. Si ritrovò nella tromba delle scale: non era più quella della casa di Francesco. Si era trasformata in quella in affitto in cui abitarono con Massimo prima che lui nascesse. La porta si era d’improvviso richiusa alle sue spalle. Come avrebbe fatto adesso, scalza e senza chiavi? Nel frattempo il pianto del bambino si era fatto più presente, ce lo aveva conficcato nella testa e le pareva che la stesse braccando. Doveva andare via, ma come? La porta restava chiusa. Per incanto, al solo suo gesto di riavvicinarsi, si aprì di nuovo. Ora percorreva le poche stanze di quella vecchia casa in cui non entrava da decenni, tutta diversa da allora e deserta, luci soffuse ovunque, fintantoché non arrivò nel salotto, vuoto, dove c’erano solo una strana musica e, allineate, due bare. Quella grande conteneva Massimo, con il volto giovane e il vestito che aveva quando l’aveva sposata; la piccola, bianca, un neonato. Alla sola idea di doverci guardare dentro, Bianca emise l’urlo che la svegliò. Si ritrovò, vestita, nella cameretta in cui si era stesa. L’orologio sosteneva che fossero le sette del mattino.

Che cosa la stava proteggendo dalla catastrofe? Il dolore, che per nessuno al mondo poteva essere così irreparabile come per lei, era un inferno ancora inaccessibile, circondato da un campo magnetico respingente. Bianca era consapevole di tutto e al tempo stesso non le consentivano di  accostarsi all’idea che suo figlio non ci fosse più, che giacesse senza più vita a pochi passi di corridoio da lei, in un contenitore estraneo, foderato di raso giallo, che non sapeva nulla di quella vita perduta né delle emozioni che l’avevano attraversata. Da quando, la sera prima, la bara era stata poggiata su quattro sedie del salotto, non aveva osato avvicinarsi. Una cara vicina di casa si era offerta di vegliarla al suo posto. Dopo le ventiquattr’ore di rito l’avrebbero chiusa in vista del funerale, per il quale si attendeva che Alberta fosse dimessa dalla clinica, cosa che sarebbe avvenuta dopo un ulteriore giorno. Il suo organismo, consapevole che da un viaggio nel dolore non si torna uguali a prima, si difendeva rinviando il momento finché era possibile. Non sarebbe stata una lunga proroga perché, dopo che tutta l’inerzia del lutto si fosse esaurita — l’organizzazione del funerale, l’inumazione della cassa, gli ultimi saluti ai pochi che le avrebbero accompagnate — ad attenderla avrebbe trovato ciò che sapeva.

La simpatia scatta, non si prescrive. Se tra loro due non era mai scoccata, un motivo doveva esserci ed era più facile per Bianca, se non superare l’ostacolo, almeno dirsene la ragione. Un volto che senti lontano, la tua mano non fa neanche lo sforzo di tendersi per accarezzarlo. La vecchia non ignorava la sua piccola colpa, né costruiva pretesti per assolverla. Ci conviveva con indolenza, come se Alberta fosse una delle tante compagne di una stagione che lei non aveva conosciuto e non la donna che aveva saputo mettere radici nella casa e nel cuore di suo figlio fino a prenderne anche il cognome. Per mesi Alberta aveva aspettato che sua suocera facesse un vero passo verso di lei, fuori dalla formalità che regnava nei loro rari incontri. Sperava che un giorno l’avrebbe presa da una parte mentre Francesco si affaccendava davanti ai fornelli e l’avrebbe trascinata dentro un discorso di donne, uno qualsiasi, per aprirle almeno la porta della propria complicità e magari, un giorno, della propria confidenza. Non era accaduto. Quando le aveva confessato i suoi progetti di maternità, le era parso di raccogliere solo le briciole di un’emozione che certamente doveva essere assai maggiore di quella di cui Bianca si degnava di renderla partecipe.

Che cosa prevedeva il copione del lutto per il loro primo incontro dopo? Un abbraccio. Ci fu. Ma le lacrime di Alberta, che sgorgarono spontanee come non era ancora riuscita a fare da quando aveva saputo, come se tutto quel dolore aspettasse il solo testimone in grado di comprenderlo e di benedirlo, non trovarono ad attenderle quelle di Bianca. L’abbraccio della vecchia madre era freddo, i due corpi non aderivano completamente in un abbandono. Restava un cuscinetto di distanza che, per Alberta, ignara di quel che era venuta a sapere Bianca, era la prova definitiva che sua suocera, per motivi che le sfuggivano, continuava a disprezzarla anche in una simile circostanza. Neppure una solidarietà tra vedove, una antica e l’altra recente, riusciva a scioglierla, a farle desiderare uno specchio umano del suo dolore.

C’era sempre qualcuno attorno a loro ed era un sollievo per l’una non meno che per l’altra. Per motivi completamente diversi, non avrebbero sopportato di trovarsi sole insieme in un simile momento. Gli eventi scivolarono sul piano inclinato del lutto fino alla cerimonia funebre, senza un solo attimo di arbitrio per il comportamento dell’una o dell’altra. La madre si occupava del funerale, la vedova era troppo presa dal bambino per poter seguire altro. Se è vero che un neonato assorbe come una spugna i sentimenti da ciò che lo circonda, quella povera creatura era stata catapultata in un vero inferno. Per quanto Alberta si fosse abituata alla freddezza di Bianca, restò ugualmente sorpresa che non avesse ancora voluto prendere in braccio suo nipote. Quando glielo porse la prima volta e la vide alzare la mano, scusandosi e dicendo che era meglio di no in quel momento, perché non si sentiva molto sicura sulle gambe, credette che non avrebbe saputo prevedere qualcosa di peggio. Le venne allora il dubbio assurdo che Bianca sapesse e non parlasse di proposito. Ma non poteva essere, era il classico sospetto che nasce nei colpevoli, spinti a fiutare ovunque attorno a sé la consapevolezza del proprio misfatto.

In certi momenti, Alberta arrivava a provare il desiderio di dire tutto. Ma sgravarsi la coscienza sarebbe servito? Per lei sarebbe stato più duro del parto, perché suo figlio era stato spinto fuori dalla sua voglia di nascere, mentre la colpa di Alberta non aveva il coraggio di uscire allo scoperto, non c’erano argomenti che si offrissero di perorare la sua causa e lo stesso trascurarla di Francesco non era mai parso neanche a lei una ragione sufficiente per ciò che si era trovata a fare.

Come avrebbe potuto capire, Alberta, che Bianca non osava prendere in braccio quel bambino perché sarebbe stato come scucire l’otre dei venti? Se si fosse lasciata scappare ciò che comprimeva dentro sé, non sarebbe semplicemente uscito, sarebbe esploso. Una catastrofe, in primo luogo per se stessa e poi per chi le stava attorno, nel momento in cui tutto e tutti avevano bisogno di lei, del suo sangue freddo, del suo senso pratico. Non fosse stata disillusa dalla casualità della sua scoperta, Bianca si sarebbe gettata a capofitto nell’amore verso un nipote che sapeva carnale. Lo avrebbe abbracciato convinta di sentire in quel corpo nuovo che trovava un po’ di quello che aveva perso per sempre. In quei giorni, più di una volta era arrivata a maledire la sua premura di prendere l’autobus delle otto e quattordici. Senza quella fretta, non avrebbe saputo e il suo presente sarebbe stato meno insopportabile. Meglio vivere in una serena menzogna che sotto una dura verità. Non sapendo come uscire dall’impasse, si augurava, implorava Francesco di venirla a cercare. Si aggrappava alla speranza di un incontro di anime che riempisse con i suoi suggerimenti un cuore dove per ora regnava il vuoto.

Quei due giorni che passò in casa di Alberta, che come era logico era diventata il quartier generale della famiglia Aversa nella fase acuta del lutto, aveva vagato un po’ nello studio di Francesco, l’unico posto dove le pareva di poterlo sentire ancora, perché molte sue cose, libri, fotografie, erano vive come quando anche lui lo era e ciò le era di qualche conforto.

Fu più per sbadataggine che per curiosità se aprì un cassetto, convinta di trovarvi solo oggetti di suo figlio. Evidentemente lo studio era un luogo condiviso, dove le cose di un marito e di una moglie si mescolano a occhi estranei in uno stesso spazio, restando riconoscibili per una misteriosa regola di separazione che solo a loro due è dato conoscere. Quel cassetto conteneva, da una parte trucchi, confezioni di assorbenti, dall’altra carte e agende. Più che la curiosità, fu il bisogno di distrarsi a spingere Bianca a inforcare gli occhiali. Sollevò un mucchio di lettere accanto alle agende, scelse la prima il colore celestino della busta l’aveva richiamata volle leggerla.

Era una scrittura femminile, rotonda, quasi infantile. Cominciava così:

 

Lo sai che quando si è tanto felici, i sorrisi che illuminano le stanze non bastano?
Senza rendertene conto, ci sono lacrime che sgorgano, mi è successo poco fa, stavo sotto la doccia e insieme all'acqua anch'esse sono scivolate via, ma non puoi fare a meno di riconoscerle, sono dolci e profumano di un aroma che soltanto loro posseggono!

La felicità si nasconde anche nel sacchetto della spesa che prendi dall'auto per metterlo in dispensa, e d'un tratto ti rendi conto di essere così meravigliosamente affamata da mangiare un intero pacchetto di grissini al sesamo!
Oppure, mentre ti guardi le ginocchia martoriate dai lividi, le tocchi e ti fanno sussultare, sono viola. Eppure, ogni volta che il tessuto dei pantaloni ti procura dolore, sorridi, sorridi come una sciocca perche tu sola sai cosa ha provocato tutto questo!

La felicità sta in un maglione blu che non scorderemo facilmente, ora è nell'armadio, ma so che ogni mattina, quando aprirò il guardaroba, vedendolo me ne starò con te, nel tuo salotto a baciarti!

Devo scriverti perché farlo mi fa sentire lì, dove sei tu! Non so se riuscirò a dartela, questa lettera. Ma so che ogni volta che ti vedrò, staccarmi da te sarà una sofferenza come è stato ieri. Del viaggio di ritorno non ricordo nulla, credo di aver volato, forse la nebbia che ho trovato per strada ha fatto sì che potessi sognare fino a casa. Adesso ti ho imparato a memoria, sai? so tutto di te e continuo ad accarezzarti!

Ti sei accorto che le tue braccia sono giuste per abbracciarmi e tenermi stretta? Che la tua spalla sembra fatta apposta per il mio capo? Quando mi appoggio lì, senza alcuno sforzo posso baciarti e starmene così ad occhi chiusi!
Ti guardavo mangiare insieme a me e d'un tratto mi sono resa conto di quanto ti amo: parlavo, parlavo, per tentare di soffocare questa sensazione così totale che mi stava prendendo. Ti ho preso una mano, guardavo le tue dita, avrei voluto prenderti e andarmene con te.

Ma tu hai una vaga idea di quello che mi regali ogni giorno? No, nonostante tu mi legga così bene dentro, temo non ti renda conto di quale regalo stupefacente sei e sarai sempre per me. Nulla e nessuno potrà scalfire questa mia certezza, tienilo bene a mente.

 

A quel punto del foglio, Bianca era certa di aver messo le mani nel punto dolente della vita di Francesco. Quella lettera, Alberta l’aveva scritta al suo amante, il padre del bambino. E non aveva avuto la cautela di nasconderla meglio. Continuò a leggere, con il volto irrigidito dall’amarezza, e fu un bene:

 

Una carezza, uguale e diversa dalle mille che ti ho dato, buona serata Francesco, stanotte starò con te, mi raggomitolerò fra le tue braccia, staremo in silenzio e pian piano ci addormenteremo, stanchi di una stanchezza bellissima. Un altro bacio al mio amore, dalla tua golosa gatta.

Alberta

 

Gli occhi di Bianca risalirono in fretta alla data messa in epigrafe, che iniziando a leggere aveva trascurato. Ora vedevano tutto sfocato, si erano velati. Era il 14 gennaio di quattro anni prima. Lei ne era ancora all’oscuro, dovevano essere i primi giorni della loro relazione, quando non vivevano insieme. La rilesse altre due volte. Si puniva così, scoprendo che una convinzione troppo forte nutre in sé il germe della sua smentita. Era amara quella che Bianca stava provando, di un’amarezza diversa da pochi istanti prima, tutta diretta contro se stessa. Aveva pagato a caro prezzo la scoperta di quel tributo d’amore a suo figlio: il prezzo dell’indiscrezione, di una violazione di sentimenti che a lei dovevano restare inaccessibili. Così l’avrebbe pensata, a parti invertite tra sé e Alberta. Ma tutto in quei giorni era sotto sopra, senza il beneficio di una logica. Forse era solo il momento, o forse non sarebbe mai stata in grado di maneggiare la grande emozione che strabordava da quelle righe. Lei non si sarebbe potuta trovare al posto di Alberta. Non aveva mai scritto lettere di quel genere: avrebbe voluto, certo da ragazza lo aveva sognato ma la vita non le aveva mai offerto l’occasione per parlare e neanche per pensare così. Ora, davanti a parole così inequivocabili, era più forte l’invidia per sua nuora, che aveva saputo farsi scorrere addosso il suo amare senza il timore di restarne sommersa, che non la consolazione che quell’amore fosse stato diretto, almeno allora, su suo figlio Francesco.

 

A una popstar, a un calciatore, a un ministro basta avere un’unghia incarnita per finire in prima pagina sui giornali.

Ma la morte di uno sconosciuto, di un essere anonimo come Francesco Aversa non ce la fa a diventare notizia con le sue sole forze. Tutt’al più, per il fatto di essere violenta, arriva a occupare un trafiletto nella pagina della cronaca cittadina, e non è sempre detto.

Francesco, salito agli onori della cronaca solo grazie alle firme abbastanza defilate delle sue foto scandalistiche, scattate in una semivita precedente a quella che non aveva potuto far durare a lungo come aveva sperato, era un morto come mille altri, di cui si sa solo attraverso il necrologio di un giornale e il passaparola discreto delle conoscenze immediate. Un tempo anche lui avrebbe potuto brillare, sia pure di luce indiretta, se un vip avesse deciso di procurargli un trauma cranico spaccandogli il teleobiettivo sulle corna. Non era accaduto, per sua fortuna.

Sono trascorsi quattro giorni dalla sua morte, il funerale è cosa passata e il suo corpo, per sua stessa volontà messa per iscritto, non esiste più, o meglio si è trasformato in poche manciate di cenere, difficile da separare da quella della bara, perché il crematorio non fa distinzioni tra contenuto e contenitore, brucia tutto insieme e nell’urna ci si prende, insieme alle ceneri care di un congiunto, anche quelle estranee del legno che ne ha contenuto il corpo inerte solo per qualche ora.

Nessuna sorpresa, dunque, se pochi sanno che Visitor non c’è più, e di questi nessuno di quelli che lo conosce sotto questo nomignolo — nessuno nel carcere della città.

Un detenuto riceve due generi di visite. Alle prime, che si svolgono nella sala colloqui, teoricamente può anche rifiutarsi di andare, è una nelle sue poche prerogative di recluso. Il secondo tipo di visite, che si svolge in altri luoghi del penitenziario, non è un’opzione, non vi si può sottrarre. Chiamarle visite è un eufemismo. Più corretto definirli interrogatori o, nella migliore delle ipotesi, convocazioni.

Questa mattina Ignazio Dimmisi è abbastanza seccato di riceverne una. Seccato perché la convocazione negli uffici della Direzione gli costerà la sua ora d’aria, seccato perché è una bellissima giornata di fine ottobre, come raramente se ne vedono in questa città del Nord. Era immerso nella sua lettura, quando il suo compagno di cella del momento, uno spacciatore albanese — il terzo letto, stranamente a dirsi, è vacante e questo fa notizia nel sovraffollamento generale delle galere — ha cercato di richiamarlo alla realtà. Il fatto è che il capo — l’agente di custodia — chiedeva proprio di lui.

Don Ignazio non viene chiamato in Direzione dall’epoca in cui, senza apparente spiegazione, lo hanno tolto dal 41 bis. Ora si è abituato a godere dei piccoli vantaggi di questa situazione, non più nuova visto che sono passati quattro anni, ma all’inizio per lui fu una specie di declassamento, prima nella sua coscienza che in ciò che l’ex boss poteva immaginare ne pensassero gli altri. La sua testa preferiva restare sola, tanto valeva che lo fosse anche il corpo.

In questa stanza non è mai entrato. Niente vetrate, è un ufficio, il piantone resta schierato, schiena alla porta, mentre a un tavolino discosto un agente sembra distratto, alla tastiera di un computer. Tra poco, quando inizierà la conversazione, probabilmente comincerà a verbalizzare. Seduto attorno al tavolo centrale della stanza, in una delle due sedie, c’è un giovane signore. L’aria inequivocabile, per quanto camuffata dal vestito borghese, è quella del poliziotto. Non appena vede Ignazio Dimmisi, si alza, gli si avvicina, gli manda un buongiorno a occhi bassi, senza stringere mani e lo invita a sedersi davanti a lui.

«Dimmisi, mi chiamo Federico Pagliaro e sono un commissario di polizia.»

«Lieto di conoscerla, dottor Pagliaro. Ho sentito parlare di lei. E molto bene, aggiungo. Se non ha un omonimo col suo stesso grado, è lei che se non sbaglio chiamavano ‘u duttureddu a Trapani diversi anni fa perché, ancora fresco di corso alla Scuola Superiore non si scantava, mi scusi, non si metteva paura di buttarsi in mezzo a una rapina sventata, disarmato e senza scorta, cercando di convincere i malviventi a liberare gli ostaggi presi in una banca o in un supermercato. Lei gode di una certa fama. Buona fama, le assicuro. Sicché l’hanno trasferita qui al Nord?»

«Sono qui solo da pochi mesi.»

«Promoveatur ut amoveatur?»

«A dire il vero non ho avuto alcuna promozione. Ma non divaghiamo, Dimmisi. Io sono qui per un motivo molto preciso.»

«Lo immagino e la ascolto, commissario, mi scusi se ho divagato. Sono a sua completa disposizione, solo  un po’ sorpreso perché pensavo che, dopo avermi chiuso qua dentro, il Ministero della Giustizia e le Forze dell’Ordine fossero convinti di aver perduto la chiave.»

«Mi risulta, Ignazio Dimmisi, che lei conosca un certo Francesco Aversa, lo conferma?»

«Sì, lo confermo. L’ho conosciuto dentro queste mura, è un volontario, una specie di dama di san Vincenzo, viene a trovare i detenuti e tra questi anche me. Nessuna ironia nelle mie parole, è solo per farle capire. Perché questa domanda, se posso, dottore Pagliaro?»

«Può ma, se permette, devo prima chiederle in che tipo di relazione lei è stato in questi ultimi mesi con Francesco Aversa. Quante volte vi siete visti, con quale frequenza?»

«L’ultima volta è successo la settimana scorsa. Almeno una volta al mese, forse due, nell’ultimo anno. Ma io non capisco perché lo viene a chiedere a me quando basta consultare i registri del carcere. C’è forse qualcosa di male nel fatto che Francesco Aversa mi sia venuto a trovare?»

«Assolutamente no. Non per lei almeno. Ignazio Dimmisi, non ho da darle buone notizie. Cerco di essere breve, a costo di essere brusco. Francesco Aversa, qualche giorno fa, è stato vittima di un agguato. Mortale. A giudicare dalla dinamica dei fatti, abbiamo ragione di ritenere che si sia trattato di un’esecuzione di stampo mafioso … Be’, non ha niente da dire? Mi ha sentito, Dimmisi? Ha capito ciò che le ho detto o devo ripetere?»

«No. Non ho capito. Se permette, signor commissario, mi vorrei ritirare nella mia cella.»

«Non scherziamo, Dimmisi. Come lei certo capirà, non sono venuto fin qui solo per darle una notizia, per questo basta la televisione e a quanto ho capito non ne ha parlato. Mi rendo conto che per lei possa essere …»

«Quello che è per me, con rispetto parlando commissario, sono fatti miei. La prego, se possibile, di lasciarmi …»

«Non posso lasciarla andare, Dimmisi. Ho bisogno di farle alcune domande. Sono stato incaricato dal Pubblico Ministero responsabile dell’inchiesta di collaborare alle indagini preliminari in ordine a questo omicidio. Francesco Aversa è stato ammazzato per strada, mentre si recava verosimilmente a casa sua o nella clinica dove sua moglie aveva appena partorito, dopo aver fatto la sua solita visita qui in carcere. Era proprio il giorno del suo ultimo colloquio con lei. Nello specifico, dopo aver visto lei è rimasto anche il turno successivo con un altro detenuto, tale Mohamed El Khadiri, ovviamente ho controllato. L’inchiesta è solo agli inizi ma, per quanto ho potuto finora appurare, non ritengo si sia trattato di uno scambio di persona. E sulla natura dell’esecuzione non ci possono essere dubbi. Non c’è nulla nella vita di Aversa che faccia pensare a un nemico, che so, un rivale in amore, o un vecchio conto non saldato con qualcuno. Francesco Aversa aveva un passato da fotoreporter scandalistico, ma è un lavoro che non faceva più da diversi anni; in ogni caso non ha mai ricevuto minacce né grane con la giustizia e, per quanto ci risulta, non ha mai pestato i piedi a nessuno. Insomma, nella sua vita attuale non c’era nulla di pericoloso … tranne lei.»

«Ho capito dove vuole arrivare. Lei è qui perché pensa che io sappia qualcosa e possa aiutarla. Ma io non so niente e per lei non posso fare niente, commissario.»

«Ne è sicuro, Dimmisi?»

«Come lo sono di essere qui con lei in questo momento.»

«Io conosco un po’ la sua storia, Dimmisi, e ho ragione di credere che con questo omicidio abbiano voluto colpire lei. Perdipiù, sono convinto che, dal momento in cui gliel’ho detto, anche lei lo pensa. Anche se si guarda bene dal tendermi una mano.»

Ignazio Dimmisi, da quando è in galera, non ha più affrontato il suo passato con nessuno. Sa che ogni sua parola sarebbe studiata, vivisezionata, in ogni contesto fosse detta, davanti a un giudice e forse anche più durante l’ora d’aria, perché le orecchie che vogliono sapere cosa dice sono sempre presenti anche quando attorno a lui c’è il vuoto e ognuno sembra pensare ai cazzi suoi. Non è solo per questo se ora ogni parola che il commissario lo obbliga ora a pronunciare è dolorosa, è perché nasce con un sentimento e quando si fa suono ne deve esibire un altro.

«Si sbaglia, io non penso niente e quanto alla mano, se vuole gliela tendo, ma questa qui, la mia mano destra. La aiuterei volentieri, se potessi. Ma io qui sono un dimenticato, una lapide. Ignazio Dimmisi è già morto e lei che è commissario, se è così ben informato sulla mia storia, dovrebbe sapere che la parola fine per me è stata scritta parecchi anni fa.»

«Personalmente ho qualche dubbio. Lo è forse per lei, vorrebbe che fosse così. Per qualcuno là fuori, non finga di non saperlo, non lo è. Se lei, come ho ragione di ritenere, era affezionato a Francesco Aversa, deve aiutare la legge a fare il suo corso, a portare chiarezza in questo assurdo assassinio. Mi deve dare qualche elemento. Se ne deve sentire responsabile, se non per un debito verso la giustizia, per quello verso la famiglia del morto. Se sente questo debito, e non vedo come possa non sentirlo, la invito a dire tutto quello che sa o che almeno sospetta.»

«Io da quando sono morto e tumulato qua dentro, dottor Pagliaro, non ho dato mai elementi a nessuno, perché un morto non fa di queste cose. Quanto alla famiglia di Francesco Aversa, sono addolorato, mi deve credere. Ma questo presunto debito, mi scusi, al momento è solo una sua ipotesi. E le altre? È sicuro di poterle scartare? Io ho già abbastanza debiti per conto mio che non potrò onorare, non posso caricarmene altri a gratis.»

«Senta, Dimmisi … Ho capito che oggi non caviamo un ragno dal buco. Per ora non insisto. La lascio cuocere un po’ nel suo brodo. Le do il tempo di riflettere. Quando ci ripensa, quando le torna la memoria o la voglia, sa come farmi trovare. Spero davvero che le prossime notti le portino consiglio. So che lei non si è mai proposto come testimone di giustizia ai sensi della Legge 45, ma in questo caso mi pare ci sia di mezzo un rapporto, come definirlo … posso dire di cordialità o sono in torto?»

«Io non so cosa intende lei per cordialità, dottore, e lei non sa come la intendo io. E il mio concetto di cordialità io ce l’ho da prima di essere ospite gratuito dello Stato. Ma quella legge che lei cita no, non l’ho mai invocata. E non perché non avessi con chi sentirmi cordiale o con chi invece sentirmi nella situazione opposta. Ma sto dicendo troppe parole a uno come lei che capisce al volo. Mi creda, nessun pregiudizio, nessun partito preso contro di lei. La stimo, commissario. Lei è un uomo che sapevo coraggioso e, oggi posso dirlo con cognizione di causa, tenace.»

«Lasci perdere il sottoscritto, Dimmisi. Non usciamo dal seminato. Glielo ripeto ancora una volta: è sicuro di non volermi dire qualcosa di più? Rifletta. Io non ho nessuna fretta di andarmene. Posso aspettare e anche lei non mi risulta abbia altri appuntamenti.»

«Lei ha capito che la sua pazienza è sprecata, commissario, perché io non ho parole per questo argomento.»

«Già. Io ho capito anche più di quanto lei vorrebbe concedermi di capire. Anche la sua reticenza, le assicuro, mi è d’aiuto. Talvolta il silenzio è assenso. Per oggi me lo faccio bastare. Sono fiducioso che cambierà presto idea e atteggiamento.»

«Posso tornarmene nella mia cella, per favore?»

«Può andare. Ma ci rivedremo presto, può starne certo.»

«Mi permetta di non condividere la sua certezza, commissario. Buona giornata!»

Ignazio Dimmisi si alza, saluta di nuovo con un cenno del capo e si avvicina al piantone, che fa un saluto militare al commissario e porta via il detenuto. Il commissario Pagliaro resta seduto ancora per un po’, pensieroso, col gomito poggiato sul tavolo e la mano a stropicciarsi i baffetti. Poi d’improvviso alza la testa e con voce stentorea esclama guardando altrove: «De Angelis, hai scritto tutto? Mi posso fidare?»

 

Don Ignazio è di nuovo nella sua cella e nemmeno risponde al pusher albanese. Gli ha chiesto se gli hanno comunicato novità. Non osa insistere, ha troppo rispetto per don Ignazio e ha capito che non è aria. Dimmisi non ha sentito la domanda, ma sente la presenza di chi l’ha fatta.

«Cazzo, ma non dovevi stare all’ora d’aria tu?»

«Ci ho rinunciato, pensavo di aspettare lei per … »

«Ma che cazzo ti viene in mente di aspettare me? Ma che siamo, parenti? (si avvicina con un indice minaccioso all’albanese) Dì un po’, siamo parenti per caso io e te?»

Non ha mai trattato nessuno là dentro con tanta insolenza. Non aveva mai alzato la voce con chicchessia, negli ultimi sette anni. È il ruggito di una tigre in cattività che non se lo conosceva più e che non tarda a sentirsi di nuovo a casa nella sua pelle di felino. Ma la sfuriata è finita prima di cominciare.

Dopo lo sfogo, fulmineo e dimenticato, senza minimamente badare alla reazione dell’altro, che si vorrebbe sotterrare e non osa chiedere scusa per il suo eccesso di deferenza, si stende sulla branda facendola cigolare a lungo, sinistramente. Ha chiuso gli occhi per fingere una calma ritrovata, un tentativo di sonno. Con quello che ha in corpo adesso, neppure una dose da cavallo di sonnifero lo stenderebbe. Vorrebbe stare solo, questo vorrebbe. Per riflettere. Per comprendere. Per decidere. Arrivano momenti nella vita in cui queste tre azioni sono una catena che non si può interrompere, se qualcuno o qualcosa la innesca. Momenti non cercati, momenti che trovano. Anzi, stanano.

Chi ha fatto esperienza di questo volto quando era fuori di qui d’oro riconoscerebbe che sentimento lo sta attraversando. Gli occhi semichiusi, certi piccoli tic alla guancia destra tradiscono la rabbia sorda che Ignazio Dimmisi ha sempre fatto sciacquare come una tempesta soltanto nell’intimo, senza mai lasciarla tracimare in un gesto esplicito di collera. Proprio questo di lui faceva paura, una volta. Don Ignazio perdeva la favella e la luce degli occhi, non guardava nessuno, tutti segni che qualcuno vicino o lontano doveva interpretare con terrore. La notizia della morte del suo amico di gioventù Carmelo quello di cui avrebbe voluto parlare a Francesco, dopo averne taciuto con tutti, e non potrà più lontana come fosse di un’altra vita, non deve aver suscitato sentimenti troppo diversi in lui. C’è sempre un’occasione nella vita in cui il tempo ti svela che in qualche modo per te è passato invano, che in fondo sei sempre quello di una volta e che il tuo carattere non è negoziabile neppure con l’esperienza di cinquant’anni. Tanti ne sono passati da allora.

In questi anni don Ignazio si è costruito la sua mitologia dell’esilio e dell’oblio con tanta cura da riuscire a convincere della finzione anche se stesso. L’allestimento del mausoleo del vecchio boss “posato” gli è riuscito alla perfezione, da grande commediante. Il più delle volte una diminutio capitis non è sintomo di umiltà ma del sentimento contrario. L’amor proprio di don Ignazio è smisurato. Lo è da sempre. C’è una continuità con il passato nel suo comportamento da recluso: l’atteggiamento aristocratico. Si sentiva migliore quando era lui a giudicare, lui a stabilire la pena. Poi i giudici sono cambiati e don Ignazio, prima di aspettare la sentenza, ha preferito condannarsi da sé. Ora è in villiggiatura, al fresco come dicono in gergo. Ma è difficile che una nuova nomenclatura cancelli del tutto quella che ha scalzato. Per quanto possa apparire paradossale in un mondo in cui niente sembra essere rimasto dei valori fondanti dell’onorata società, c’è una silenziosa colonna che non ha dimenticato il vecchio capo, perché la fedeltà è qualcosa su cui si può passare sopra per quieto vivere, perché si ha una famiglia, non dimenticare. E questo don Ignazio lo sa. Se solo gli venisse la voglia di sfogliare mentalmente una rubrica di volti, ne troverebbe molti ancora disposti a rispondere presente all’appello. Non ha mai voluto scoperchiare la pentola, e la pentola in questi anni si è tenuta buona buona il nuovo coperchio. I messaggi che sono arrivati là dentro da vecchi amici, segnali discreti di vicinanza, hanno ricevuto risposte in linea con il nuovo ruolo di vecchio saggio e distante, che non prende parti, che dà solo buoni consigli. Del resto, un uomo d’onore posato non può intrattenere rapporti con i vecchi membri del clan. Chi gli è stato molto vicino un tempo non ha mai creduto che l’uscita dal 41 bis sia stato un premio per qualcos’altro. Sono solo male voci, nessuno può dire con un minimo di prove che don Ignazio ha nuociuto a chicchessia da quando non è più latitante. Le male voci sono parte integrante di un progetto di cancellazione, così necessario perché una nuova gerarchia si possa fondare con sicurezza. Succedeva ai faraoni, agli imperatori romani, succede oggi ai mafiosi. Ma è evidente che il progetto della nuova casa non si era ancora completato, mancava l’ultima tavola, quella del tetto.

Ignazio Dimmisi era convinto di esserne fuori. Bisognava finire dentro per arrivarci. In fondo la sua cattura era stata l’unica liberazione percepibile. Essere posato è uno dei due sbocchi naturali, l’altro è essere accoppato. Nessuna tentazione di rivalsa. Che lo avrebbero lasciato in pace a spegnersi là dentro era una eventualità verosimile, ecco perché è potuta essere il puntello delle sue giornate, prima e più dei libri. Se il dubbio di non essere moralmente morto fosse riapparso come un intruso tra le pagine, gli avrebbe tolto la tranquillità di leggerle, quali che fossero. Ma ogni certezza umana è della stessa natura dell’uomo che vi si affida, temporanea. Non si ha il diritto di coltivarne neanche da vecchi, quando si può ragionevolmente credere che la vita abbia detto tutto quello che doveva dire. C’è sempre tempo per un ultimo errore di valutazione e questo tempo è arrivato per Ignazio Dimmisi.

Le letture e la solitudine. Le due cose si sono alleate nella sua mente e nel suo cuore per firmare un trattato di pace apparente.

Apparente. Se ne dava per convinto, fino a qualche minuto fa. Ora che Francesco Aversa è morto, non può più esserlo.

Francesco è morto e lui è ancora vivo.

Non tornerà più a trovarlo e non perché avrà mancato alla sua promessa. Non farà le tante cose che di lui Ignazio non conosceva e poteva solo immaginare. Nessuna potrà più farne. Non leggerà mai Delicatezza, il racconto di Buzzati che lui gli ha raccomandato nel loro ultimo incontro. Eppure è morto di una morte simile, stupida e inattesa, che lo ha colto nel momento in cui la vita lo stava ancora illudendo di progetti e di dubbi.

No, il racconto è il dettaglio di una coincidenza, non c’entra nulla con questa morte. È un’altra la questione.

Francesco è morto e lui è ancora vivo.

Non è neanche un pensiero: è solo un’immagine che uccide tutte le altre per contatto. Nel cuore della notte e nel silenzio della cella, rotto solo dal russare pesante dell’albanese, non altera nulla nella fisionomia di chi insonne lo cova, non vi muove un muscolo facciale, non provoca un battito di ciglia.

 

06/03/2011

Il vento

C’è sempre da attendere, in parlatorio.

Il detenuto viene avvertito e portato dall’agente della Sezione solo quando il familiare è già presente. Questa attesa, sommata alla perquisizione di prammatica, porta via i primi dieci minuti dell’ora di colloquio, quando tutto va bene. Gli ultimi dieci servono per fare sgomberare i presenti e permettere di entrare a quelli del turno successivo, sicché dell’ora teorica di colloquio ne resta poco più della metà realmente disponibile. A volte meno. L’incontro finisce sempre quando sembra appena iniziato: il tempo prezioso vola, è quello ordinario che arranca.

Di questo posto, Francesco conosce a memoria ogni particolare, la crepa dalla forma ramificata sulla parete sinistra e perfino la ragnatela nell’angolo del soffitto, fitta e infeltrita come una garza sporca, che nessuno si prenderà mai la briga di togliere. Tutti i sentimenti umani che vi passano, tutte le manifestazioni di affetto consumate in fretta da detenuti e parenti non riescono a sfidare l’impermanenza, a rimuovere un solo briciolo di desolazione.

È nei colloqui difficili, quelli in cui riceve solo segnali di resistenza, che lo sguardo vagante di Visitor ha imparato a memoria i piccoli dettagli del quadro dell’attesa. Attesa di parole mandate che non fanno eco, di parole sperate che non si decidono a uscire. Quando al contrario ha davanti un’anima che si lascia incontrare, la sala colloqui, con tutto lo squallore delle lampade fluorescenti accese in pieno giorno, si riduce a un innocuo, disarmonico fondale. La conversazione per così dire la attraversa e, se invece di essere chiusi in un carcere, lui e il detenuto che gli sta di fronte se ne stessero a passeggiare in un parco pubblico, le sensazioni sarebbero identiche, forse per entrambi. Perché il pensiero non si lascia imprigionare come il corpo, il pensiero evade in continuazione da qualunque reclusione senza violare nessun articolo del Codice. Francesco Aversa porta qua dentro aria di vita esterna e il carcerato ne ha un tale bisogno che a volte non si limita ad ascoltare, cerca di aspirare. Quella folata di libertà che arriva insieme a Visitor come vento premonitore di un futuro ancora lontano, basta annusarla pochi istanti perché anche chi non lo è si senta di nuovo un po’ libero, sia pure grazie a un illusionismo.

Sta per arrivare il definitivo Dimmisi Ignazio. Definitivo è in gergo il detenuto comune che ha superato i tre gradi di giudizio. Quest’uomo, passato in giudicato per avere ordinato una decina di esecuzioni sommarie, oltre che per una serie di altri reati per così dire minori, sta scontando il primo e ovviamente ultimo dei suoi ergastoli.

Nel lessico di Francesco, amicizia è una parola in prestito, nota per sentito dire. Non può dire di averne mai fatta esperienza diretta, neanche ai tempi del liceo. Altrimenti riconoscerebbe i sintomi della sua attesa. Un destino indulgente lo protegge da una consapevolezza un po’ troppo ingombrante perché lui si senta di maneggiarla con disinvoltura, senza equivoci. In fondo, due anni di frequentazioni carcerarie, in una vita di oltre quaranta, sono poco più che un noviziato. Nella sua presenza in penitenziario si è ripromesso di essere di tutti e per tutti. Non ha dimenticato la parola data a se stesso. Vuole tenere a ogni costo la barra dritta su questa rotta, è un intento che tradisce forza e insieme debolezza.

Lo scrupolo è dietro l’angolo a spiarlo, a misurarlo ogni volta che, come ha fatto poco fa, varca l’Ingresso Visite che ormai gli è familiare come un ufficio. Meglio ancora, come un club dove ritrovare amici o una sede di partito dove incontrare militanti. Lo scrupolo è se possibile più severo, quando ne esce. Aver tenuto la rotta oggi non volatilizza la paura di perderla domani, si limita a rimandarla fino a che non si farà nuovamente il punto nave. Niente ci rende insicuri come la troppa sicurezza. Ci si può progressivamente dimenticare qual è lo scopo originario per cui ci si reca da uno come Ignazio Dimmisi, come ci si dimentica o si trascura ogni altra cosa più o meno importante nella vita. È un paradosso che proprio l’intensità di un rapporto voglia incrinarne la verità, solo perché sa di predilezione anziché di equanime attenzione. Ma è la detenzione il vero paradosso, con un forte potere di contagio per chiunque a vario titolo la avvicini. Nascere liberi e morire reclusi è una sventura che solo l’uomo ha saputo escogitare, per i suoi simili e per gli animali degli zoo. È un  luogo irreparabilmente malsano questo, neanche mille Cesare Beccaria potrebbero renderlo migliore. È e resta una prigione. È così difficile portare ogni volta il cuore da una parte all’altra delle sbarre, tanto quanto la rotta che Francesco vuol perseguire non è chiara, né ben censita come una direzione di vento. È sottile come una lama di rasoio e a maneggiarla con troppa scioltezza ci si può far male. Alla galera, come vita, non si deve mai dare del tu.

Ma non c’è più tempo per divagare, Ignazio è arrivato, si vede che cerca di nascondere un’eco di malumore dietro un sorriso di accoglienza. Gli tende la mano ormai visitatori e detenuti si possono toccare, sia pure a fatica, il vetro divisorio è stato sostituito anche qui, come vuole il nuovo Regolamento, da un profondo tavolo.

 

«Allora, come sta il novello padre? Mi ha appena detto la guardia che il bambino è nato. Maschio, vero?»

«Sì, maschio.»

«Che nome gli mettete?»

«Massimo Valerio.»

«Per la miseria! Un nome da console romano.»

«Che si dice qui, Ignazio? Mi hanno detto che sabato avete inscenato nell’ora d’aria una protesta per la qualità del vitto.»

«Fesserie, Francesco! Io me ne stavo per conto mio. Non ho testa di combattere battaglie perse in partenza. Ma c’è qualcuno che lo fa, tanto per arrotarsi i denti e non perdere l’allenamento per quando esce. Io questo prurito non me lo posso grattare. Anzi, neanche lo sento più.»

«Non ho mai mangiato qui, ma se protestate dovete avere le vostre ragioni. Cercherò di informarmi meglio e vedrò se posso fare qualcosa. Stamattina ti vedo un po’ più buio del solito, Ignazio: problemi?»

«Amico mio, i problemi sono quelli che hanno soluzioni. I miei non le hanno, perciò degradiamoli alla truppa dei pensieri semplici e viviamo tutti più tranquilli. Questo genere di pensieri, sai, per restare nella metafora militare, si comportano come un attendente scrupoloso e fedele alla consegna. Quando li lasci sul cuscino la sera, la mattina li ritrovi sempre lì a darti il buongiorno. Non te li togli di torno. Ma se li promuovi al grado di problemi, è finita. Si montano la testa. Ma la mia testa è l’unico posto al mondo dove ancora comando e, visto dove sono, non ci voglio rinunciare.»

Francesco Aversa risponde senza parole, con un sorriso. Sa che Ignazio non si toglierà mai il vizio di parlare per apologhi. Sempre che non sia una virtù.

«Cosa stai leggendo, in questo periodo?»

«Un libro abbastanza cammurriuso che penso abbandonerò, I Sonnambuli di Broch. Lo sapevo che non dovevo iniziarlo. Dovrebbero impedire per principio di scrivere mattoni di settecento pagine a gente che non ha ancora dimostrato di essere né Cervantes né Dostoevskij. A me piace sempre ritrovare in un libro il filo di una storia, magari di dieci storie. Broch non si preoccupa affatto di questo mio desiderio, se ne fotte di annoiarmi. Le storie sono ciò che conta. Sono la pelle del mondo, la terra ne è foderata. Puoi vederle, ascoltarle, perfino calpestarle. Anche una cicca ancora fumante sulla carreggiata di una strada ha una storia da raccontarti. Quali erano i pensieri fumati insieme al suo tabacco. Se è stata lanciata in fretta e furia da un’auto in corsa, oppure soffocata con diligenza, o con rabbia, da una suola. La realtà è un tessuto e le storie sono i suoi invisibili, robustissimi fili. La Storia con la S maiuscola è solo il loro amalgama visibile, il loro Gran Totale. Comunque, bando alle ciance, ho preso le mie contromisure contro il signor Broch: ho iniziato pure Il Presidente di Simenon: grande libro, ho capito subito che me lo devo centellinare pagina a pagina, senza fretta.»

«Lusinghe di immedesimazione?»

«Non capisco, che vai dicendo, Francesco? Si parla di un ex Presidente della Repubblica!»

«Quindi di un uomo di potere.»

«E con ciò? Per il momento, in queste prime pagine, se ne sta nel suo buen retiro, un povero ottantenne che vive di ricordi, circondato da guardiani e infermiere.»

«Appunto! Non ci trovi analogie? Siccome il libro l’ho letto anch’io, non posso credere alla casualità della tua scelta. Però credo al fatto che i libri spesso scelgano i loro lettori. Parlano su una frequenza che solo il nostro profondo intercetta. E pensando di essere pescatori, in realtà siamo noi i pesci che si fanno prendere all’amo. Succede anche a me, soltanto dopo mi accorgo che una certa lettura mi era necessaria proprio in quel momento e non in un altro. Ottima scelta, Ignazio. Ma sei all’inizio, ti risparmio ovviamente il finale. Lo scoprirai da te e forse dovrai dare ragione al mio “sospetto”.»

«Non vedo l’ora di arrivare alla fine, allora, per smentirlo.»

«Non credo che potrai farlo.»

«Lasciami il beneficio del dubbio. Io sono già detenuto. Se dobbiamo proprio giocare a guardia e ladri, almeno fai fare a me la parte della guardia.»

«Touché!»

«E tu, stai leggendo qualcosa?»

Don Ignazio vede nuvole addensarsi sulla fronte di Francesco, intuisce che non è solo la stanchezza di una notte passata da sveglio, c’è dell’altro. Non si sente di fare domande importune, che devierebbero il dialogo verso rami morti.

«Un libro di Augias su Gesù. Gesù osservato da un laico, sia pure con il sostegno di un teologo, è un punto di vista che mi affascina. Come ti dicevo, più leggo e più mi convinco che anche in questo caso è il libro che mi ha scelto.»

I due sono abituati ai tempi stretti delle visite nel parlatorio, non si lasciano lunghe pause, spesso la conversazione è ancora un riflettere a voce alta. Non ci si concede il tempo di mettere a punto né la sintassi né la logica di un pensiero. Si va in media res, come viene viene, senza preamboli.

«Per tanto tempo, a dirti la verità», continua Francesco, «non mi sono posto il problema dell’esistenza di Dio. Probabilmente sono stato sempre un agnostico, un indifferente. Non mi è mai sembrato che scegliere per l’una o per l’altra via potesse cambiare la mia esistenza né quella degli altri. Negli ultimi tempi credo di aver capito perché era così. Nell’orizzonte della mia vita non era ancora apparso l’amore. Non vorrei essere frainteso, parlo di un sentimento a trecentosessanta gradi che non si focalizza solo sulla passione. Può essere amore per una donna, per un figlio, per uno sconosciuto con cui trovo un attimo di empatia, per un cane randagio che per strada mi guarda chiedendo qualcosa, attenzione, cibo, affetto. Non so se sono diventato un credente, non mi pare perché non ho il desiderio di pregare, né di andare in chiesa, ma so che non posso più dichiararmi ateo, se qualcuno mi fa la domanda così, a bruciapelo, perché la fisica e la chimica non riescono a spiegarmi cos’è questa … tendenza, non saprei come altro chiamarla, che tutti potenzialmente abbiamo dentro e per cui  abbiamo trovato un termine così generico, amore, fumoso per la ragione, che lì è costretta a fermarsi, ma non per il cuore che proprio in questa nebbia trova il suo terreno ideale, la sua vera luce. Resto uno né carne né pesce, Ignazio, un uomo che vorrebbe in cuor suo avere fede senza aver ancora capito di che si tratta e dove può portare. Resto nel limbo, ai margini della nebbia. Incapace di procedere oltre ma anche di voltare le spalle e tornarmene nel terreno rassicurante dove bastano e avanzano gli occhi della ragione. Forse devo solo aspettare, esercitare la pazienza, lasciare che sia la via a trovare me e non io a cercare lei. Come mi trovano i libri. Forse il mio destino è un altro, caro mio, è di morire prima che mi trovi. Ma non sarei il solo. E chi sono io per pretendere di essere diverso dagli altri?»

«Francesco mio, ma se non sei credente tu … chi lo è? La fede non è quella che si sillaba nelle litanie del rosario o nelle formule della messa. Ricordi che, per farti smettere di chiamarmi don Ignazio, cominciai a chiamarti don Francesco, e ci riuscii perfettamente perché non sopportasti quel don per più di dieci minuti e mi chiedesti di passare a darci del tu per togliere di mezzo la frasca. Tu sei un credente, Francesco, perché credi in qualcosa e ti comporti in modo conseguente. Questa è fede. Non so se è nata prima la tua intenzione di credere o la tua fede, ma questo punto può mai avere importanza? Hai parlato di amore. Che cosa c’è di fumoso? Basta credere in quello, dammi retta, per avere tutto. Mi riesce difficile capire la sostanza della diversità tra un laico e un religioso che fanno entrambi professione e pratica di amore. Sono sulla stessa via, uomini paralleli. Hanno scelto di ascoltare una voce nuova, di servire un altro padrone. Sono ugualmente credenti. Hanno esattamente ciò di cui io, per fare un esempio, sono sprovvisto. Se ho mai creduto in qualcosa nella mia vita, deve essere successo prima che nascessi. La mia povera mamma se lo è tenuto nella pancia, o nel cordone ombelicale.»

«Tu e il tuo gusto dei paradossi! Anche tu credi in qualcosa, Ignazio. Io lo so. Hai i tuoi libri, le tue letture preferite, da cui non sapresti separarti. La tua vita non può concederti di aspirare più a molto altro, te lo concedo, ma non è poco. Il desiderio di leggere o ascoltare il pensiero di un altro, o la storia che ha da raccontare, è un incontro d’amore anch’esso.»

«Non è così, Francesco. Tu vedi le cose con gli occhi della tua età e della tua libertà, due condizioni che aspirano sempre a regole semplificatrici. Tutti sono destinati a perdere la prima, quelli come me anche la seconda. La realtà è più complessa, più sfaccettata, soprattutto più amara. Io sono un superstite. Non sono più della partita. Sono vecchio, Francesco mio. Vivo solo il castigo di non essere ancora andato a taliare i ficurinia, a guardare i fichidindia come altri del mondo cui sono appartenuto. Sopravvivo per scontare con la vita colpe mie e colpe di altri. Sono sempre stato solo, ma soltanto adesso la solitudine è un vuoto per me. Non sempre non resta solo chi ha avuto l’amore e la pazienza di coltivare la sua compagnia come un giardino. A volte si è premiati immeritatamente della compagnia altrui quando si ha la fortuna di incontrare chi è troppo debole per fare a meno della nostra, anche quando non ha mantenuto ciò che aveva promesso. Ma se non si è mai coltivato nulla in nessuno, non si può sperare di raccogliere. Ti racconto un fatto lontano della mia storia. Da bambino i vecchi, te lo dico in dialetto, mi fitevanu, hai capito no? Ne sentivo la puzza. Più erano vecchi, più la sentivo. Ancora non potevo capirlo che quella era la puzza della morte. Capita che cominci a puzzare di morte anche vent’anni prima di stirare le zampe. Io la mia, caro Francesco, forse questo vecchio rincoglionito te l’ha già detto altre volte, già la sentivo quando non ero qua dentro. Stare in galera non mi ha messo in salvo da lei. In qualche modo, mi ci ha consegnato definitivamente. Non mi ha più abbandonato neanche per un istante, la puzza della morte, fa parte di me, sono io. A volte ne provo vergogna, perché ho il timore che chi mi sta vicino, come te adesso, la senta anche lui e per pudore, magari per un briciolo di carità, non dica niente. Ma il pensiero cammina, anzi corre. Il pensiero celebra funerali in vita senza dover pronunciare una sola parola di condoglianza. Negli occhi di tanta gente che mi guarda io vedo riflessa la mia tomba. C’è un punto di vista per ogni cosa, come ci sono stagioni per ogni sentimento. Così è per la disgrazia. Sai che cos’è la disgrazia? è ciò di cui ridiamo da bambini vedendone solo il buffo, ciò che commiseriamo da adulti temendola, ciò che subiamo da vecchi rassegnandoci ad essa. Ecco un’altra buona ragione per chiamarla terza età.»

«Non mi dire, come fai spesso in questi casi, che parlo come un prete. Io non credo sia esattamente come dici. So che ti riesce difficile accogliere il giudizio sulla tua esistenza da una persona più giovane di te, ma io non posso rinunciare a riservarti la mia sincerità, quindi non posso evitare di dartelo. Voglio credere che ti sia stata data una seconda possibilità, per quanto possa apparirti incongrua, tardiva o perfino beffarda. Continuo a vedere in te la consapevolezza che vivere resti malgrado tutto un dono, sia pure nella segregazione del corpo, perché la tua coscienza è stata lasciata libera, anzi lo è ora come non lo è mai stata. È talmente libera, Ignazio, che paradossalmente lo è anche di mentire a se stessa.»

Ignazio Dimmisi tace per qualche istante. È corrucciato. Francesco non capisce ancora se si è sentito punto dalle sue parole o se la sua è solo attesa di elaborare una risposta pertinente, altrettanto “sincera”.

«Tu hai mai letto i racconti di Buzzati?»

«No. Ma lo farò volentieri se me li consigli.»

«Buzzati è il più grande narratore italiano del Novecento. Secondo il mio modesto parere. Più di Pirandello. Dico narratore ma voglio intendere inventore di storie. Vedi come torna questo concetto. Ne Le notti difficili c’è un racconto che si chiama, se non erro, Delicatezza. Un direttore di carcere cerca di convincere con il sillogismo e la dialettica un condannato alla pena capitale che la morte non esiste e che la fede è sempre un ottimo affare, sia che l’aldilà esista sia che non esista. La fede, insomma, più che una proiezione ontologica o una manifestazione mistica, sarebbe una regola pratica per campare meglio. Alla fine del racconto il povero condannato viene convinto che la condanna in realtà è fare l’amore con una donna bellissima, e proprio mentre si accinge a farlo riceve una revolverata che mette fine alla sua esistenza in modo rapido e del tutto imprevisto. Non gli è stata risparmiata la morte, ma almeno la paura di morire. Conviene credere in un mondo ultraterreno, per vivere meglio in quello sensibile. La fede, per chi ha la fortuna di averla e soprattutto di averla ritrovata da adulto, è un miracolo che da sé spiega tutto: l'origine della gioia e del dolore, il senso della vita. E' un formidabile atout invidiato da chiunque non la possieda e l’invidia si manifesta attraverso l’ostentazione di tolleranza, lo scetticismo e, nel peggiore dei casi, la derisione. Perché ti faccio questo esempio? Per farti capire che per me leggere non è un fine, non può esserlo. È una regola pratica come quella che il direttore del carcere applica ai suoi condannati nel racconto di Buzzati.»

«Leggerò questo racconto e forse capirò meglio ciò che mi vuoi dire, che per il momento resta per me un po’ nebuloso. Ma una cosa l’ho capita bene, e da tempo: tu schermisci il tuo desiderio di vivere ancora, e io ritengo che in fondo tu lo faccia perché non te ne senti degno. Il tuo processo si è concluso anni fa, non continuare a celebrarlo, dentro di te, giorno dopo giorno. I fatti e i misfatti passano come acqua di fiume sotto un mulino. Acqua che non macina più. Se si ha una vita, chiunque l’abbia non si può e, aggiungerei, non si deve considerare morto in anticipo. Forse nessuno riuscirà mai a smontare questa impalcatura, questa tua difesa, tanto meno io, ma voglio tu sappia che è questo ciò che penso, e te lo dico con l’affetto con cui te lo direbbe un amico.»

«Un amico? Io non ho pretesa di avere amici. Non mi posso permettere questo lusso. Ne avevo uno, nell’età in cui l’amicizia è un dono come la giovinezza: l’ho perso presto e quella morte ha cambiato la mia esistenza. Non avevo neanche ventidue anni. Tu forse sai già di cosa parlo, Francesco. E se non lo sai, un giorno che ne avrò voglia te lo racconterò. Sempre a proposito di storie, in un libro ho letto quella di un cieco. Cieco non per nascita ma per violenza. La Sharya del suo paese. Quest’uomo aveva commesso un delitto che doveva essere punito con la legge dell’occhio per occhio. Nel suo caso fu applicata alla lettera. Glieli cavarono entrambi. Non aveva mai fumato. Da cieco iniziò a farlo. Aveva piccole piaghe vive sulle prime falangi dell’indice e del medio. Annerimenti antichi e recenti cauterizzazioni si confondevano. Era stato un contadino e le sue mani callose avevano perso la sensibilità. Non vedendo, smetteva di fumare quando sentiva l’odore forte della sua pelle che bruciava. Non se ne lamentava, la libertà di fumare era più preziosa del danno che si procurava facendolo. Quando gli chiedevano perché avesse iniziato a fumare in tarda età, rispondeva: “Mi hanno tolto il vizio di guardare, questo è il primo vizio che mi è capitato a portata di mano.” Questa è la vita, Francesco. A volte si sceglie la prima cosa che capita sotto mano e la scelta apparentemente insignificante di un giorno, di un secondo decide il resto dei tuoi giorni.»

L’uomo si ferma, tace. Senza smettere di guardare il suo interlocutore. Francesco lo avverte palpabilmente: non potrebbe sembrare più sconfitto di come è adesso. Non è che le parole pronunciate lo abbiano invecchiato: hanno solo portato alla luce, come un atteggiamento rimasto a lungo in secondo piano, una specie di secolare stanchezza. La parole si sono fermate perché non ne esistono nel vocabolario per dire ciò che racconta ora uno sguardo di occhi. Occhi che parlano e occhi che ascoltano. Poi il silenzio è nuovamente rotto, perché è troppo prezioso per potersi elargire a lungo, soprattutto dove si trovano questi due uomini.

«Schiettezza per schiettezza, caro Francesco … per tornare al tema della tua fede, ti confesso a cosa sto pensando in questo momento. Ci sono secondo me due tipi di uomini. L’uomo dell’apnea e l’uomo del respiro. L’uomo dell’apnea non aspetta altro che il tempo passi, quasi che il tempo che scorre invano non sia veramente suo. Qualunque cosa venga nella sua giornata, è qualcosa di interlocutorio che prelude a un istante desiderato — il riposo dopo una giornata di un lavoro che non gli piace, rivedere la persona amata dopo una lunga attesa — o, se è il proprio il momento desiderato, passerà veloce e sarà seguito da altre ore non gradite. Per lui, paradossalmente, il tempo cattivo quello che vorrebbe veder passare in fretta si dilata mentre quello buono si contrae. L’uomo dell’apnea è tutto dentro una visione aberrata del suo tempo. Vive per così dire in una gabbia che lui stesso si è costruito, benché ne collochi altrove le cause. Ha appreso un atteggiamento di automutilazione per difendersi dal dolore — dall’ansia, dall’angoscia o dalla noia. Non si rende conto che per curare la pianta finisce per soffocarla. L’uomo del respiro, viceversa, non si augura mai che il tempo scorra inutilmente, neanche quando la sorte rema contro. Vive appunto col ritmo del proprio respiro, con i battiti del proprio cuore. Ha la consapevolezza che ogni attimo della sua vita sia unico e irripetibile e che, se non lo saprà cogliere, comprendere, perderà per sempre un’occasione. Se il momento gli riserva un dolore, si vive il dolore. Se gli destina il buonumore, si gode la sua risata. È sempre presente, non è mai altrove se non per voli brevi. Ecco, io so che tu appartieni ormai a questa seconda categoria, anche se hai vissuto buona parte della tua vita nella prima. Come tu abbia potuto trasmigrare dall’una all’altra, è uno dei misteri che rendono straordinaria l’esistenza umana. Altro che fede! Se non ti invidio questa condizione, credimi, è solo perché me ne rallegro per te. Ma il nostro tempo sta per finire e tu anche senza volerlo mi conduci sempre a parlarti di cose che forse non ti interessano e che probabilmente ti rattristano. Torniamo all’oggi, anzi al domani. Come sta tua moglie? Spero davvero che questo bambino vi porti tutta la felicità che certamente meritate.»

«Schiettezza per schiettezza, Ignazio, non sono neanche sicuro che sia mio.»

Don Ignazio cambia colore.

«Ma che dici, Francesco? Tu mi vuoi coglionare!»

Francesco tace per pochi secondi. Quelli in cui rivive in un baleno una scena accaduta più o meno nove mesi fa. Era tornato a casa a metà mattinata perché, dietro a certi suoi pensieri, sentiva di essere in colpa nei confronti di Alberta. Dieci piccole, innocue disattenzioni possono coalizzarsi e creare un sospetto di negligenza imperdonabile anche quando essa è già condonata in partenza. Avvertiva l’urgenza indifferibile di dirle che la amava come e più di prima, voleva sentire la propria voce dirle quanto lei fosse ancora importante per lui. A casa non c’era nessuno. Aveva chiamato: nessuno aveva risposto. Alberta doveva essere appena uscita, sentiva ancora il suo profumo aleggiare tra le stanze deserte. Per accertarsene era comunque tornato fino alla camera da letto, immaginando che potesse essere ancora nel bagno. Non c’era. Il letto era sfatto e un fazzoletto di carta usato giaceva per terra. D’istinto lo aveva raccolto, gli era arrivato subito al naso un odore che non poteva non riconoscere. Sperma. Uguale al suo. Non lo era. Non avevano fatto l’amore quel mattino. Né la sera prima. Non lo facevano da tempo e quell’odore estraneo, prima che indignazione, prima che gelosia, creò un immediato indurimento del suo sesso e insieme un malinconico, struggente rimpianto. Ebbe la sensazione di essere arrivato troppo tardi, in tutti i sensi, e che quel colpo avrebbe dovuto attenderselo, prima o poi.

«Ignazio, la vita è già di per sé una cosa complicata, ma quella sentimentale è il massimo della complicazione.»

«Il matrimonio è una strana partita quanto a distribuzione dei punti: si vince in due o si perde in due. Zero punti per entrambi o punteggio doppio. Non mi raccontare altro, non voglio sapere. Mi piacerebbe poter fugare i tuoi dubbi, ma non ho nessun mezzo per farlo. Tanto vale che stia zitto. Questo vecchio non ti può proprio aiutare in niente, figlio mio.»

«Non preoccuparti, è un mio problema. Anzi, il problema è sempre lo stesso per tutti, Ignazio. Molti non mantengono ciò che promettono: in politica, in commercio, nel lavoro, perfino in amore che è la cosa peggiore. Ma non sarebbe infinitamente meglio, quasi meraviglioso, non solo per chi ne beneficia, mantenere ciò che non si è promesso?»

«Hai ragione, Francesco: è quello che tu stai facendo con me. L’agente alle tue spalle fa segno che devi andare. Stai bene, mi raccomando. E non dimenticarti di questo vecchio solo che, ogni tanto, in una tua visita qua dentro ci conta.»

«Di te non mi dimentico, Ignazio. Lo sai. A presto. Stai bene anche tu.»

E prima di varcare la porta si volta verso il detenuto per aggiungere l’ultima frase:

«Comprerò il libro di Buzzati!»

 

Francesco Aversa si sente un guitto. Se ne vergogna.

Stamattina ha recitato, non è stato se stesso. O forse è stato per una volta se stesso perché è nelle altre occasioni che recita una parte. Quelle in cui viene qua dentro a dispensare un’umanità in fascicoli, fatta di buone parole pronte da rilegare, da infiocchettare, da lanciare in un simile deserto dove qualunque frase, qualunque gesto si può spacciare per dono per il solo fatto di essere gratuito, non richiesto. Questo inutile affronto, a Ignazio, non doveva farlo. Ha lanciato il sasso nello stagno sbagliato, sperando che qualcuno mostrasse la mano al posto suo. È stato un vigliacco.

Quando due anni fa comunicò a sua moglie la decisione di iniziare a fare opera di volontariato con i detenuti, lo fece con un entusiasmo tutto personale, di quelli che difficilmente gli altri possono condividere. Ma anche con la speranza che lei non lo avrebbe lasciato solo, che avrebbe compreso e, se non altro per amor suo, avrebbe incoraggiato la sua scelta. Invece Alberta non fu all’altezza della difficoltà in cui lui la metteva. Mostrò tutti insieme i limiti che le conosceva già e che, con un minimo di saggezza, avrebbe dovuto calcolare. Sul volto che mostrò, nelle parole che pronunciò. Non capisco cosa ci vai a fare in mezzo ai galeotti gli disse senza usare perifrasi. Non credo sia una cosa giusta. Non mi piace, non capisco, ma fa come credi. Lo scosse, gli lasciò l’amaro in bocca. Non abbastanza da indurlo a un ripensamento. Non era un giudizio critico alla scelta in sé: era un attacco perché la scelta era stata presa dal suo Francesco.

Una piccola lite, una divergenza di idee possono sembrare nulla, una nuvola in transito nel sereno di un rapporto solido e duraturo. È così, tutto si rimargina in apparenza. Tutto si ritrova uguale a prima. Perfino la tenerezza, le parole d’amore e di passione che si sussurrano in un letto sembrano le stesse. Nessuno dei due vuole credere che qualcosa sia cambiato o possa cambiare per tanto poco e, per confortare se stesso, adotta un comportamento che suona inevitabilmente come una conferma e un sollievo anche per l’altro. Una piccola crepa nell’intonaco non fa crollare una casa. Può restare là per anni, a rappresentare un assestamento lontano e trascurabile. Spesso per avere le cose importanti della vita un amore, un lavoro non ci vuole né intelligenza né fatica, ci vuole soprattutto fortuna. È nel mantenerle che servono queste qualità, ma non è facile capirlo quando si sta comodamente seduti, addirittura inerti e stravaccati sulle proprie fallaci sicurezze, convinti che nessuno potrà più strapparcele, certi di poter dormire tra due guanciali il sonno del giusto. È proprio in momenti come questi che la vita ti frega.

Dal giorno in cui ha messo sul tavolo la sua dichiarazione di intenti, Francesco si è sentito autorizzato a tradurla in azioni. È sparito sistematicamente, un paio di volte a settimana, pago della superficiale convinzione di farlo con la benedizione di Alberta. In fondo al cuore non poteva credere che fosse così facile, che le parole di incomprensione di Alberta fossero solo vento che soffia sul grano, piegando le spighe senza spezzarle. Non valutava deliberatamente l’entità del danno procurato dalla sua scelta al loro rapporto. Spiava la loro quotidianità ed essa gli mandava un messaggio di tranquillizzante continuità, gli forniva insomma un alibi. Stava trattando Alberta come lei aveva fatto con lui all’inizio: la cristallizzava in uno stereotipo, la chiudeva nella prigione della sua idea di lei, da cui non le era consentito, non era neppure pensabile che Alberta potesse evadere. Per una volta, gli faceva comodo la semplicità, il conformismo, la prevedibilità di sua moglie. Ma i conti fatti sulla superficie di una donna sono sempre sbagliati. E quelli sulla sua profondità, per converso, sono semplicemente impossibili.

Non ha mai affrontato Alberta per chiederle conto di ciò che aveva fatto, forse una sola volta, forse cinque, chissà. Poco meno di un anno fa, ha accettato il voltafaccia della sorte come una punizione, esattamente come Luigi Monne detto il Sardo, anziché cercare di rimediare, o almeno di capire. Forse ha ragione Ignazio, sta diventando un prete, ma nel modo più inutile e fatalistico, nel senso dell’offrire passivamente l’altra guancia al destino, senza una dialettica e senza una conciliazione. Ha sperato, come uno struzzo che nasconde la testa, che la sua scelta di omertoso, vile silenzio non gli avrebbe fatto pagare alcun prezzo. In certi momenti è arrivato a carezzare l’ipocrisia di una comprensione per Alberta e per il suo tradimento. Ma neanche quel mattino in cui ne ha avuto certezza ha provato qualcosa che si possa apparentare a gelosia. L’ha sempre considerato un sentimento ignobile, il contrario dell’amore che dovrebbe significare innanzitutto volere il bene dell’altra persona. Eppure, in più di una circostanza, la mancata gelosia si è immediatamente declinata in un senso di vuoto emotivo, come se questa nuova vita, per rimetterlo al pari con agli altri, non gli abbia risparmiato lo sgradito effetto di sentirsi molto più che ridimensionato, addirittura castigato nell’intensità delle sue passioni, dei suoi desideri. C’è un nucleo di egoismo a cui non si può rinunciare perché è la proiezione, nella sfera delle relazioni umane, del puro istinto di sopravvivenza.

Ma all’alba di stamattina, quando ha intravisto Massimo Valerio in quella strana teca dove una luce azzurra gli toglieva quel po’ di ittero del parto, non ha pensato neppure per un istante che non fosse suo. Gli è parso impossibile che Alberta sia potuta arrivare a tanto. Perché allora questa recita davanti a don Ignazio? Per farsi compatire? Per sfregiare il quadretto di buoni sentimenti che il suo comportamento propone tra le mura del carcere? Che sceneggiata insulsa! Francesco non ha fatto ancora i conti con qualcosa dentro di sé, ma è tardi per fermare il tempo e chiedere una pausa di riflessione. Il suo tempo è andato avanti, il suo matrimonio è andato avanti così come è andata avanti, fino al suo termine, la gravidanza di Alberta. Ora lui è padre e questo cambia tutto, nel senso più profondo e radicale che niente da domani sarà come era ieri. Perché ha voluto comunque venire nel penitenziario, quando il suo posto sarebbe stato in clinica, vicino a suo figlio e a sua moglie? Sta cedendo in partenza alla paura che nelle intenzioni vorrebbe combattere. Il timore che non ce la farà a mantenere la sua promessa di due anni fa, che abbandonerà questa strada così presto e in modo definitivo al primo impegno stringente, non delegabile, come un giovane uomo è costretto ad accantonare un hobby perché ha trovato il suo primo lavoro. Una nave mal progettata, la sua, che alle prime intemperie fa naufragio. Cause di forza maggiore. Francesco ha un’urgenza febbrile di riprendere in mano il bandolo di sé, di ritrovare i suoi veri desideri senza che essi si lascino schiacciare dalle nuove responsabilità, cui di certo non vorrà né potrà sottrarsi. Non ci si può dedicare alle vite altrui scappando dalla propria, è un assurdo, una falsificazione della verità. Quanto vorrebbe poter fuggire via, magari solo per un paio di giorni: trovare un posto dove riflettere in tranquillità, un eremo, un rifugio alpino, un’isola deserta. Non li ha, questi due giorni. La sua coscienza glieli negherebbe ancor prima della sua agenda. I suoi piedi se ne fregano dei tentennamenti: già da parecchi minuti, da quando è uscito dal carcere, lo stanno portando là dove la sua testa sembra ricalcitrante a dirigersi.

 

Un uomo lo sa che una donna è una creatura più complessa di quanto lui sia o si creda. E se non lo sa, lo impara. E se non lo impara, cazzi suoi.

Non è questione di età, di cultura o di segno zodiacale. Non si sceglie di essere difficili. Se lo si è, è per necessità. Solo chi ha la forza e la società dalla sua può permettersi il lusso di essere sempre diretto. L’altro, il più debole, finisce per parlare soprattutto quando tace.

Quando si ritrovarono sarebbe meglio dire quando si incontrarono per la prima vera volta Alberta era persuasa che Francesco non dovesse essere protetto dal suo futuro, semmai dal suo passato quel mondo posticcio e maledetto che se lo era preso per quindici anni mentre lei, lei l’aveva respinta subito e senza troppi complimenti. Il futuro di Francesco era lei e per altro non c’era, non poteva esserci spazio. Si era comportata di conseguenza, mettendoci il meglio di sé. Per qualche tempo le sue contromisure l’avevano premiata, prendendo il sapore delle soluzioni definitive, quelle che rafforzano convinzione e autostima in chiunque sia stato capace di idearle o anche solo di applicarle. Le vaghe elucubrazioni di Francesco, i suoi astratti intenti umanitari erano il ronzare di un temporale lontano. L’avevano innervosita, non allarmata. Poi il fulmine, improvviso, proprio sulla sua testa. Spaesamento è perdita di riferimenti. In una coppia, il riferimento è incrociato: è la centralità di se stessi nella vita dell’altro. Alberta non si vide solo spiazzata dalla scelta di Francesco. Si sentì tradita. Tradita dal mondo prima che da suo marito. Inizialmente se la prese con se stessa. Non era abbastanza intelligente, abbastanza forte, abbastanza comprensiva per bastare a Francesco. Non era neanche capace di darle un figlio, sebbene entrambi non prendessero più precauzioni da vari mesi.

Lo vedeva sparire due volte a settimana e a ogni ritorno sembrava sempre meno lo stesso Francesco. Un uomo impercettibilmente cambiato, in cosa non avrebbe saputo dire, ma il suo intuito di certo non le mentiva. Si allontanava, non in ciò che si esprime in una parola, in un sorriso o in un bacio, ma in tutto quel sommerso di una persona che resta inespresso e che si ha gioco facile nel credere inesprimibile. Soprattutto se non si è conosciuta la fase in cui un rapporto supera la confidenza e diventa fusione: è allora che l’amore abbassa il livello dell’inespressione, prosciuga quel mare che nella persona amata spaventa e che arrivati a un certo punto di un ménage, per non sfasciare tutto, può far comodo abbandonare a una pretesa insondabilità.

Lui restava volutamente evasivo ogni volta che lei si sforzava, non senza impaccio, di chiedergli come andava, che cosa faceva là dentro con i detenuti non che avesse capito che galeotti era un termine anacronistico, ma le era chiaro che Francesco non lo gradiva, perciò lo aveva messo da parte. Erano domande rituali. Tradivano una motivazione bugiarda e Francesco, sentendo il suono della moneta falsa, contraccambiava con risposte altrettanto rituali, totalmente sfuggenti. Alberta gli lasciava percepire che non era veramente interessata alla sua attività e lui non riusciva, forse non trovava neanche giusto ripagarla con la propria sincerità. La scena si ripeteva e ripetendosi scavava il solco. Ritrovarsi, nell’intesa dei discorsi, in quella dei corpi, costava ogni volta un piccolo incremento di tempo e di apprensione. Ciò convinceva, assai più Alberta di quanto accadesse a Francesco, che lei lo stava perdendo e doveva fare assolutamente qualcosa.

Poiché Francesco non trovava né il tempo né la voglia di scoprire se per la medicina poteva o no essere un padre, si era rassegnata ad agire unilateralmente, cercando almeno di verificare se lei poteva diventare madre. Il dottor Giovanni Perez era il suo ginecologo da quando, anni prima, glielo aveva consigliato una vecchia compagna di scuola. Voleva un figlio. Si può dire che lo desiderasse da sempre, ma ora più che mai le sembrava la sola cosa importante da fare. Abbracciava la maternità come un nuovo, definitivo punto e a capo nella sua vita. Non vi si aggrappava come una giovane sposa che, ridotta alla disperazione, non trova altro mezzo per combattere una vecchia amante di suo marito. La nuova passione di Francesco da cui Alberta doveva difendere la loro unione non era una donna, non poteva essere combattuta con armi femminili. Una cura. Stava facendo una cura. Di estrogeni e di speranze. Non avrebbe mai pensato che con Gianni sarebbe finita in quel modo, su un letto. Non avrebbe voluto. Però era accaduto e ormai non poteva farci niente. In grembo aveva un figlio e quel bambino era in primo luogo di sua madre. Per anni sarebbe dipeso soprattutto da lei, sarebbe stato tutto suo, senza concorrenza.

Era sempre stato molto cortese con lei. Fin dalla prima volta che l’aveva visitata. E ciò aveva impressionato particolarmente Alberta. Gli uomini gentili la colpivano sempre, come una nota piacevolmente stonata. In fondo per lei la dolcezza era una qualità femminile: l’uomo che la possedeva profondamente in realtà era come se l’avesse presa in prestito dal sesso opposto. Il più delle volte il prestito, come aveva avuto modo di appurare, era temporaneo o, per meglio dire, tattico. Di solito un uomo sfoggia la sua gentilezza come un’arma di seduzione o come una forma di dissimulazione di un disegno non ancora confessabile. Gianni per lei non dissimulava: era così. Troppo costante e naturale il suo atteggiamento per essere costruito.

Non poteva escludere che lui avesse fin da subito fatto pensieri su di loro. Non profondi, non prolungati. Quei pensieri che possono balenare nell’incontro tra un medico e una paziente e restano buoni in platea ad assistere alla recita della perfetta professionalità. Un giorno però Alberta, incoraggiata da tanta attenzione e disponibilità, gli usò una confidenza imprevista sul suo rapporto coniugale. Si fece scappare una frase sul senso di solitudine che provava negli ultimi mesi, come se fosse lei sola ad aver scelto di diventare madre, come se Francesco fosse presente a parole ma lontano col cuore. Il medico non si ritrasse, apparve ancora più partecipe. Si sarebbe detto che la sua comprensività aspettasse di essere sottoposta alla nuova prova. Ascoltare gli sfoghi di Alberta, sempre meno velati, sempre più lunghi, diventò un elemento consueto dei loro incontri. Per via della cura, dovevano vedersi con regolarità. Un tardo pomeriggio, Alberta dopo la visita vide che il ginecologo usciva insieme a lei dallo studio. Era l’ultima. Si offrì di accompagnarla fino a casa. Quella sera, Francesco sarebbe andato a trovare sua madre. Perché non mangiare qualcosa insieme? Le propose. Perché no? Rispose Alberta. Quella sera non se la sentiva proprio di restare sola a casa. Aveva un desiderio quasi struggente di essere ascoltata, compresa, compatita. L’invito la sottrasse a un pianto sicuro.

Gianni si mostrava tanto gentile, attento, premuroso con lei quanto Francesco le sembrava assente, indifferente alla sua sensibilità, al suo momento fragile. Era il suo “momento fragile” a radicalizzare le differenze ben oltre la loro verità. Era troppo fragile, si disse anche dopo quella prima volta. Quell’aggettivo, scaturito da un nucleo emotivo reale, stava diventando una panacea per falsificare tutto quanto accadeva nel suo intorno.

Non ricordava come le cose fossero potute precipitare. Avevano finito la bottiglia in due e lei non era abituata a bere. Sentiva che la debolezza del suo momento e la piccola sbornia non erano scuse sufficienti a giustificarla, ma aveva comunque bisogno di quegli espedienti, gli unici a disposizione, per scagionarsi.

Vi furono altri due incontri, uno nello studio di Gianni, un altro a casa di Francesco, una mattina. Vennero per inerzia, prima ancora che venisse anche il tempo di riflettere, almeno per lei, su cosa stessero facendo. Come un pesce all’amo, abboccava alla lusinga di sentirsi nuovamente importante per qualcuno, chiunque avesse il potere di riuscirci. E Gianni non era chiunque. Era un medico capace, un fine parlatore, un maschio desiderabile.

Benché la cura che stava facendo non dovesse ancora produrre gli effetti desiderati, benché i due avessero preso le normali precauzioni, Alberta scoprì di avere un ritardo. Due, tre giorni. Una settimana. Non faceva l’amore con suo marito da almeno quindici giorni. La mattina che comprò il test di gravidanza in farmacia e vide che era positivo, si sentì investita da una doccia scozzese di sentimenti. Felicità. Angoscia. Il secondo inquinava irrimediabilmente il primo, come in genetica un carattere dominante prevale su uno recessivo. L’avevano fatta grossa. Quella stessa sera, fece di tutto per fare l’amore con Francesco. Gli disse mentendo che, secondo il suo medico, era il momento più fertile del ciclo. Che dovevano provare. Lo trovò stranamente freddo, come se lo stesse facendo, in apparenza per non dispiacerle, in realtà perché percepiva la sua menzogna. Ma è sempre così, le bugie sono esposte al gelo della verità, anche quando non soffia dall’esterno ma solo dalla intima, segreta consapevolezza che sono tali. Quella notte, le notti che seguirono, si diede a lui selvaggiamente, come se coltivasse la pazzesca illusione che il seme legittimo potesse scacciare dal suo utero quello fraudolento che vi aveva già attecchito.

Con Gianni non ebbe più il coraggio di incontrarsi, se non per motivi medici. Il senso di colpa era più forte della lusinga di essere ancora al centro delle attenzioni di quell’uomo per molti versi affascinante. Lui in tutta evidenza avrebbe voluto continuare e, quando si sentì dire che quasi certamente era stato lui a metterla incinta, sembrò addirittura contento. Accusò suo marito. Pensando di consolarla, le disse che il problema della coppia era lui e non Alberta. Gratuitamente, per il gusto fatuo di prevalere. Non c’erano elementi clinici per affermarlo, c’era solo il desiderio un po’ vile e un po’ malvagio di colpire un avversario senza doverlo affrontare. Alberta non seppe cosa rispondere a quell’inatteso, incongruo atto di gelosia. Si pentì di essersi confidata, in fondo a cosa era servito? Certo non poteva convincere Francesco a fare uno spermiogramma ora che lei aspettava un bambino! Gianni la disorientò. Si rivelò in quella circostanza più volgare di quanto le fosse mai apparso.

In occasione delle visite di controllo, la incalzava ma con una tenacia flemmatica, come lo stillicidio di un rubinetto nel bagno può incombere su un sonno notturno. Mai abbastanza per superare il limite della decenza. Non tanto da non accettare la volontà ferma di Alberta di ristabilire le distanze tra loro, anche se ormai il loro non sarebbe più potuto tornare il rapporto di un tempo, quello tra un medico comprensivo e una paziente fiduciosa. Erano diventati complici, non tanto di un adulterio, un fatto così comune da discolparsi da sé, quanto di un furto, per quanto involontario, di paternità.

 

Strada facendo, Francesco torna sulle ultime parole di don Ignazio, è quello che tu stai facendo con me. Lì per lì non l’hanno colpito. Sono rimaste tra le quinte della mente, in attesa del loro turno, pronte ad avanzare nel proscenio. Se ne sta convincendo: non era un complimento buttato lì tanto per compiacere, don Ignazio diceva la sua verità. Non ci si riconosce in ciò che dicono gli altri di noi, soprattutto quando è vero. Francesco non si rende neanche conto di quanto questa esperienza in carcere abbia attaccato come una ruggine, non soltanto il suo modo di pensare, ma addirittura la sua indole. In che cosa il suo oggi somiglia a quello che viveva quando inseguiva per lavoro persone famose da cogliere nei loro momenti di intimità, nelle loro debolezze? Non c’è un solo punto comune, se non quelli primari, mangiare, dormire, scopare. A volte devono essere gli altri a scrivere sul registro della nostra vita i suoi cambiamenti indelebili, a darci meriti che noi non riconosceremmo mai a noi stessi. Questo merito che si è sentito attribuire, solo pochi minuti fa, rimane in secondo piano, non riesce a suscitare un briciolo di orgoglio perché altro occupa la mente di Francesco, che pure non lo sta sottovalutando. Se tuttavia lo raffronta con i suoi demeriti, gli sembra davvero poca cosa. La semplificazione della sua vita, il volerla far tendere a una verità esterna a sé e alla sua storia passata è un progetto fragile, che ha raccolto piccoli successi con persone sconosciute e grandi fallimenti con quelle a lui più care.

Continua a camminare, senza trovarsi dentro un desiderio vero di prendere la strada che lo porta da Alberta e da Massimo Valerio. Però deve. In senso reale e figurato. È il momento di passare sopra ogni sciocca boria di maschio ferito. Di accettare che la vita non è una camera, che è facile riordinare perché gli oggetti non si ribellano alle mani di chi li sposta. La vita ha un suo disordine irriducibile, spesso doloroso, che a volte vi troviamo e a volte vi portiamo. È il momento di riavvicinarsi a una persona, con l’animo svelenito, senza pretesa di confessione, senza profferta di perdono. Ora come ora, la prima sarebbe una carognata inqualificabile e la seconda una tardiva, ridicola ipocrisia. Forse Alberta non domanda altro, o forse è troppo tardi. Comunque sia, sarà cento volte meglio che restare con la testa sotto la sabbia a far finta di niente. Sì, questa è la cosa giusta da fare, si dice Francesco mentre si avvicina sempre più alla clinica.

Giorno dopo giorno, negli ultimi tempi ha cercato di educarsi ad accogliere tutte le risposte del mondo, soprattutto quelle per cui lui non ha fatto domande. È una ginnastica difficile e insieme inevitabile. A mente fredda, non si sente più di ripudiarla come stava per fare poco fa. In coscienza, non può dire di non aver agito per il meglio. La verità, dolce o amara che sia, è come un pallone che si tenti di tenere sommerso: ci resta solo finché una forza ve lo tiene. Chissà se è veramente un uomo del respiro come l’ha definito poco fa Ignazio, però la definizione gli è piaciuta e, retrospettivamente, aspirerebbe a esserlo, perciò si aggrappa al viatico del suo amico detenuto come a un oroscopo personale. Se riuscisse davvero a imparare a vivere ogni nuovo giorno come se fosse l’ultimo, come se anche lui fosse un condannato a morte, o un malato terminale, per trovare il coraggio di dare e di chiedere tutto alla vita, congedandosi da essa senza rimpianti.

Oggi è una bellissima giornata di fine ottobre. Francesco rivolge gli occhi verso l’alto e si lascia emozionare dalla vista delle nuvole che si sfanno per poi ricomporsi al vento di tramontana, come giganteschi stormi di candidi uccelli migratori. Lo stormire dei platani al vento, con le ultime foglie già ingiallite ma non ancora cadute, è una voce così potente che non la si può ignorare. Francesco comprende quanto l’uomo per avvicinarsi a nuove divinità — il benessere materiale, l’Hi-Tech, la ricchezza — si sia allontanato da quella che era stata la sua prima. È così evidente che in questo istante gli alberi e il vento si stanno parlando, come potrebbe essere più chiaro? Gli uccelli colgono dai segni attorno a sé qual è il momento di migrare, o di alzarsi in volo per evitare un ciclone in arrivo. Un cane si allontana da un uomo che vuole accarezzarlo, oppure gli abbaia d’istinto, senza apparente ragione, perché sente addosso a quell’uomo una malvagità che ha commesso: ha picchiato, o forse ha addirittura ucciso. Gli è rimasto attorno l’alone della sua violenza e il cane lo avverte. Solo l’uomo, che un tempo era parte di questo armonico disegno, ne è oggi escluso, non capisce più questo linguaggio, eppure è lo stesso che la natura ha sempre parlato e che tutte le specie vegetali e animali eccetto lui comprendono. Anche le girandole e i tricolori confitti nei balconi vanno tutti insieme all’impazzata dietro al vento, perfino questo sembra voler significare qualcosa. Probabilmente Francesco è il solo idiota in città ad alzare la testa in cielo in questo momento, probabilmente è il solo a far caso a simili dettagli, a lasciarsi intenerire da essi. Tutto questo, se non altro, ha il potere di non farlo sentire solo, come era fino a poco fa. Gli infonde un senso di concordia generale, perseguibile, a portata di tutti, senza per questo fargli dimenticare cosa lo attende. È la vita di tutti non avere la mente sgombra, sentirsi assillati da qualche problema più o meno grande. L’importante è andare avanti, qualunque cosa ci aspetti, con serenità e con onestà, mai come se si andasse al patibolo. L’importate nella vita è avere qualcosa da lasciare. Lui sa finalmente cosa lascerà. Non è ancora riuscito a vedere bene suo figlio. Era nell’incubatrice quando è andato via. Questo desiderio affretta il suo passo.

In fondo alla strada alberata che sta percorrendo, deserta a quest’ora di tardo mattino, intravede un paio di persone. Vestiti di scuro, hanno l’aria di una scorta a un’auto blu, che però da quelle parti non ha mai visto. Un politico, forse un magistrato, deve abitare in quel palazzo. A questo punto delle sue riflessioni, qualunque cosa gli appaia davanti sarebbe rassicurante, anche un mondo fatto di vip e di scorte, mai così lontano dalla sua vita come in questo periodo.

Più si avvicina, meno Francesco ha la sensazione di essere solo un passante, più è forte quella di essere in qualche modo atteso. È assurdo, non può essere così. Fa anche in tempo a pensare che è un abitudinario e che ogni volta fa quella stessa strada a piedi anche per tornare a casa dal carcere. E questa non è una coincidenza tranquillizzante. Gli uomini vestiti di blu che sembrava aspettino chissà chi, a mano a mano che lui si avvicina tradiscono negli sguardi di intesa e in certi piccoli movimenti che è proprio lui la persona che stanno aspettando. Non può essere! Perché mai dovrebbero aspettarlo? Ma l’istinto gli dice che è così: lo stanno aspettando. È la verità o si sta facendo suggestionare? Non può ancora saperlo. Cosa può fare? Tornare indietro? Cambiare strada? Non avrebbe senso. Si sentirebbe ridicolo di fronte a se stesso. Se poi dovesse risultare che la sua era una paura del tutto infondata, come è assai probabile? Cosa potrebbero mai fargli, mai volere da lui? Nel frattempo, l’altra metà della sua testa, quella che ha suonato il campanello d’allarme, è convinta che non ce la farebbe comunque — sono troppo vicini, anche se Francesco ha visibilmente rallentato il passo.

Ecco, ci siamo. Gli passa quasi accanto, non più di un metro perché il marciapiede in questo punto è ristretto dall’aiuola di un albero. Volutamente ha evitato di guardarli. È fatta. Ne è fuori, sembra non stia succedendo niente, nessun rumore sospetto alle spalle. Non è lui la persona che aspettano. Questi uomini di scorta: sospettosi con tutti, tutti vestiti uguali, irriconoscibili l’uno dall’altro. Il sipario della normalità si richiude, dopo un piccolo squarcio di paura ingiustificata. Sei un coglione, Francesco! Troppi pensieri. Ha il tempo di sorridere di sé, di sollevare un nuovo sguardo liberatorio verso il cielo. Vede due gabbiani planare, poi inseguirsi nei loro ampi svolazzi. Forse sono un maschio e una femmina. Questa è la vita. Si sente più vicino a loro che ai suoi simili bipedi, tutti così indifferenti. Ha l’aspirazione di volerli raggiungere, di poterlo fare semplicemente sollevandosi sulle punte. Di diventare della loro stessa sostanza. Leggero.

Un rumore. Sordo, soffocato.

Francesco si sente venire meno. Ha una nausea dolciastra in bocca, non riesce a capire cosa sia ma le gambe improvvisamente non reggono più.

Calore.

Un alone di calore. Intenso. Dalla schiena si irradia a tutto il tronco. Gli occhi si annebbiano Che cosa succede? Perché proprio a me? Dio mio, cosa mi hanno fatto?

Con un assurdo ritardo, ha il potere di vedere, come se le sue spalle l’avessero registrata per lui, l’immagine di una mano: una mano che si solleva e punta una pistola con un silenziatore. Il rombo di un’auto che si riavvia in fretta e il suo sgommare gli entrano nel corpo, ci entrano come il dettaglio preminente, passeggero, di un’agonia.

È questa dunque la morte, Francesco? È l’oltre dove la paura non è più inganno ma verità? Una tragedia come non se ne possono concepire altre, che non ha il diritto di consumarsi in un suo spazio riservato ed esclusivo, ma deve esporsi al quotidiano, all’indifferenza del mondo che continua a essere assorbito dalla sua vita spicciola, che non arresta soltanto per te i suoi rumori di clacson, i suoi cinguettii di passeri, i suoi martellii di artigiani al lavoro.

Lo sguardo è vivo, dunque non sei ancora morto, Francesco, ma il tuo cielo non ha più gabbiani premonitori: si è popolato di volti, alcuni diritti, altri capovolti. Capisci che sei disteso supino, sul marciapiede. I volti sono quelli dei primi curiosi. Qualcuno ti ha visto accasciarti, qualcun altro di passaggio si è aggiunto ma, se avesse capito che non era un malore, che avevano sparato a quell’uomo per terra, avrebbe sicuramente tirato diritto. Stranamente il marciapiede non è duro, ti sembra addirittura soffice. Un signore ti ha sfilato lo zainetto dalle spalle e se n’è pentito perché ora non sa come pulirsi dal sangue che lo ha macchiato ovunque. — Ma da dove è partito il colpo? — Perché, gli hanno sparato? — Dov’è il foro della pallottola? — Ma non la vede, la chiazza di sangue che si allarga dietro la schiena? — Dio mio, Carlo, non posso guardare! — Qualcuno ha chiamato il 118? — Sì, l’ho chiamato io, signora. — Secondo me non ce la fa, se lo portano via cadavere. — Ma ti sta sentendo, sta zitto! Dio mio, ha ancora gli occhi aperti, respira! — Non è un respiro, signora, è un rantolo.

Non c’è bisogno di una sinfonia tragica per morire. La morte è un vento improvviso che coalizza tutto il tragico attorno a te, lo va a stanare dagli scantinati del mondo e te lo porta attorno, te ne circonda come un corredo funebre. È un grande teatro che ti mette non davanti a una platea ma al centro dell’universo, tu sei l’attore protagonista, tu il grande istrione, gli altri sono figurine del presepe, personaggi irreali, spettatori nel proscenio della tua vita che grandiosamente si spegne, come se dopo di essa non dovesse esserci più nulla per nessuno.

Francesco non prova più dolore fisico, assiste vigile al consumarsi di questa tragedia quasi non fosse più la sua, nel bisbiglio dei testimoni. Riuscire a decifrare l’esistenza del mondo attorno a sé non lo illude che se la potrà cavare. Lo sa che sta morendo. Qualcuno ha pronunciato la parola ambulanza come se fosse già arrivata, qualcun altro lo guarda con pietà, altri con costernazione si coprono il volto o si allontanano passandosi le mani sui capelli e cedendo il posto in prima fila a qualcun altro. Una signora più debole di stomaco ha un conato di vomito e si allontana, ma lui non vuole ancora morire, è sempre lì, presente, ostinata sopravvivenza di se stesso, in mezzo a quella piccola folla di estranei che non può fare più niente per lui, solo ammirare la sua recita straordinariamente realistica in preda all’orrore, alla curiosità o alla compassione. — Dunque questa è la tua morte, questo è il tuo momento, così ti è toccato congedarti da tutti. Se solo potessi dire tutto quello che vorrei in questo momento … se solo potessi raccontare questo dilatarsi dei miei istanti, quasi che nessuno di essi voglia prendersi la responsabilità di essere l’ultimo …

Che morte stronza mi è toccata come se la morte potesse fare a meno di esserlo. La Stronza Morte concede ancora l’ultimo Tempo: quello di rimpiangere ciò che non potrà mai fare. Non si presenterà al suo appuntamento quotidiano col sole, già vecchio e forse solo, nella panchina di un parco. Non conoscerà i nomi e i volti della sua progenie, non potrà accarezzarli, né loro potranno affezionarsi a un padre o un nonno che hanno conosciuto solo dalle foto, volergli bene veramente. Non farà bilanci, non saprà se ha davvero imparato la lezione che gli era stata riservata. L’ultima lezione è questa e l’orario è finito. Tutto resta come sospeso e incompleto, questa è la vita, un progetto interrotto, e questa è la morte, l’ultimo sogno.

Ora Francesco vede i volti dei passanti, li vede uno a uno e tutti insieme contemporaneamente, ma non più come se lui fosse disteso e loro in piedi, no: è come in un sogno, quei volti sconosciuti che in pochi attimi gli sono diventati quasi familiari, così stranamente vicini e cari, scorrono davanti ai suoi occhi in rassegna, con tutta la gamma dei sentimenti che volto di uomo o di donna possa mostrare dinanzi a un evento come questo. Quando ne vede le teste dall’alto, simili a un capannello di persone vestite a lutto attorno a una bara che sta per essere tumulata, capisce che il suo tempo è davvero finito e non ce ne sarà dell’altro. Quei volti di sconosciuti si sono insensibilmente trasformati nelle presenze importanti della sua vita. C’è sua madre che già vestita a lutto scuote silenziosamente la testa, come se avesse previsto tutto. C’è Alberta senza bambino ma ancora con la pancia di otto mesi e nella larga camicia da notte turchina che le ha comprato appena ha saputo che era rimasta incinta. C’è la figlia illegittima dell’ex ministro, che si fa il segno della croce e getta nella fossa un giglio bianco. C’è Ignazio che, incredibile a vedersi, sta singhiozzando e nascondendo la sua commozione tra le mani mentre sussurra: “figlio mio! figlio mio!” C’è suo padre, un po’ discosto, con il volto corrucciato che gli ha sempre conosciuto e che era la rappresentazione della sua perenne contrarietà, le mani giunte a tenere il cappello di feltro grigio che metteva sempre la mattina per andare in ufficio. Infine c’è suo figlio, non è più nell’incubatrice ma dalla culla vede suo padre e gli sorride.

È finita. Altre cento immagini si susseguono, sempre più deboli, imprecise, impersonali. Poi tutte insieme precipitano, come una massa d’acqua non più arginata da una diga. Sommergono la sua coscienza. L’ultima sensazione che il suo cervello registra è di essere reso cieco da una dissolvenza in rosso.

È finita. Non può più sentire la sirena dell’ambulanza che proprio in questo istante è arrivata sul posto. L’uomo disteso sul marciapiede ha un estremo scossone del collo all’indietro, la bocca emette un fiotto di sangue raggrumato invece dell’ultima aria dei polmoni, gli occhi roteano verso l’alto verso l’abisso mentre il vento spettina per l’ultima volta i suoi pochi, lunghi capelli.

Il mondo intero, che sembrava sordo al suo dissolversi, quel mondo che pareva potesse continuare a esistere anche senza di lui, emette un fremito a bassissima frequenza: è un singhiozzo di addio.

L’addio a Francesco Aversa, al definitivo silenzio del suo respiro.

 

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