03/04/2011
Due visite
In casa c’è odore di pace.
Massimo Valerio dorme. Alberta sta imparando a conoscere i suoi ritmi, sa che tra poco si sveglierà.
È una tregua di porcellana, laccata e fragile. Un vagito o un pianto, all’improvviso, è atteso a farla tintinnare, vacillare, andare in pezzi.
Per il momento, il silenzio ha gioco facile a negare tutto quanto è accaduto nel volgere di due ore e di due visite, entrambe inattese. Inganna i mobili, gli oggetti inerti che recitano la solita parte di tutti i giorni. Non la padrona di casa, che le due visite le ha ricevute e cui gli incontri hanno lasciato in bocca, per motivi opposti, un sapore di occasione persa. Non basta un respiro profondo, tutto di bocca, a spazzarlo via.
Il commissario Pagliaro era già venuto una volta a trovarla e, nonostante le domande un po’ incalzanti e il tremendo scenario che aveva bruscamente agitato dentro la sua vita, in quell’occasione aveva fatto del suo meglio per non comportarsi da poliziotto.
È più giovane di lei, il classico uomo che davanti a una donna arrossirà per tutta la vita e che la lascia ogni volta divisa tra un senso di onnipotenza e un istinto di tenerezza. Sembra incredibile che un ometto quasi imberbe, con due baffetti poco fitti e una faccia pulita da liceale, possa fare quel mestiere e pure con un grado così elevato — commissario: uno che ha la responsabilità del lavoro e della vita di parecchi uomini che agiscono, secondo le sue direttive, in ambienti dove il rischio, la violenza e addirittura la morte alla lunga diventano routine.
Il suo modo di parlare aveva subito tradito, malgrado il cognome meridionale, un accento piemontese, anche se Alberta non avrebbe saputo dire se fosse di Torino o di qualche altra provincia. Sulle prime lei aveva scambiato tutte quelle cautele, quei giri di parole come formalismi, memore del detto, non del tutto infondato, che vuole i piemontesi falsi e cortesi. Ma alla fine di quella prima visita che l’aveva turbata perché insinuava una causa impensabile per la morte di Francesco, capì che si era sbagliata sul conto del giovane funzionario di polizia, perché i suoi modi — lo ha capito ancora meglio dopo il secondo incontro di oggi — miravano a tesserle una rete di protezione attorno, come in una scena ottocentesca un gentiluomo ospita la sua dama sotto il mantello per ripararla dalla pioggia che li ha colti di sorpresa fuori di un teatro. Le aveva infuso del veleno e insieme somministrato l’antidoto. Questo provò allora. Tant’è che, dopo aver chiuso la porta alle spalle del commissario, Alberta non poteva dire, di se stessa, che fosse nello stato in cui si attendeva di trovarsi dopo una simile notizia. Probabilmente Francesco era stato assassinato di proposito, perché nel corso della sua pratica di volontario presso la casa circondariale della città aveva avuto la sventura di conoscere un ex boss mafioso con cui aveva stretto quella che Pagliaro aveva definito, con termine caro a Laclos, un’amicizia pericolosa.
Francesco non parlava mai di che cosa facesse in quel carcere, né di chi incontrasse. Buio completo. A un certo punto lei aveva voluto credere, non senza ragione, che il suo mutismo fosse anche una forma di rispetto per lei, un filtro del male e del dolore che incontrava in quel posto e che evitava di portare dentro le pareti della sua casa. Alberta, dopo la prima visita del commissario, era rimasta a lungo immersa nell’atmosfera carezzevole che Federico Pagliaro le aveva costruito addosso come un abito su misura. Non avrebbe saputo ricordare tutte le parole, come accade quando in un incontro ci si fa distrarre dal non detto, quando si ascolta il proprio intuito più che il ragionamento di chi ci parla. Le piaceva pensare che il commissario Pagliaro, a compensazione della brutta notizia, avesse voluto portarle a domicilio un’immagine di suo marito che lei aveva sempre desiderato conoscere senza avere mai osato chiederlo.
Una cosa la ricordava bene: Pagliaro le aveva chiesto di tacere, per il momento, quelle rivelazioni a sua suocera. Almeno fintantoché erano solo materia di istruttoria e non diventavano pubbliche. Era una donna anziana, l’avrebbero sconvolta inutilmente e costretta a entrare nel personaggio di un copione che non era in grado di sostenere. Il commissario non conosceva Bianca, si disse immediatamente la recente vedova Aversa. Non avrebbe mai dimenticato il gelo della sua telefonata, quella in cui le annunciava che Francesco era morto. Un bisturi che le incideva la carne. Chissà perché il commissario aveva pensato, senza ancora conoscerla, che la moglie della vittima potesse invece sostenere sulle spalle il peso di un annuncio tanto ingombrante. Che cosa poteva saperne lui, estraneo, di quali erano i veri rapporti tra lei e Francesco, della china presa dal loro ménage — una convivenza fatta di affetto senza trasporto, in cui era diventato più naturale tacere che confidarsi. Quando le reticenze di una coppia si ammucchiano fino a formare una barricata per le parole, nessuna di esse vuol più correre il rischio di scavalcarla. Sarebbe la stecca di un musicista che attacca in ritardo, inseguirebbe pateticamente i pensieri, sempre un passo indietro. Non aggiungerebbe nulla a ciò che l’uno sa dell’altra, perché a un certo punto un silenzio parla più di una confessione, è il silenzio a esporci in tutta la nostra irraccontabile, cristallina verità. Ma l’investitura ricevuta dal commissario in qualche modo inorgoglì Alberta. Accettava la responsabilità come un riconoscimento perché andava oltre ciò che lei stessa avrebbe ritenuto di meritare.
Dopo tante domande ricevute, una l’aveva fatta: l’ora esatta della morte. Nessuno gliel’aveva mai comunicata. Tarda mattinata, poco prima delle dodici. Mentre il suo sguardo, fisso sul commissario seduto nella poltrona di fronte, si lasciava sfocare dal suo abbandonarsi alla memoria, lei viaggiava verso l’Alberta che in quel momento era ancora nella clinica. Che cosa stava facendo? Dov’era Massimo Valerio? Non riusciva a vedersi. Forse stava allattando. A che poteva servire saperlo? Non avrebbe saputo esprimerlo eppure era importante. Non era una donna introspettiva, né aveva mai ritenuto contasse esserlo nella vita. Sempre stata soprattutto un’istintiva. Quell’ultima curiosità su Francesco era il suo tentativo ingenuo di afferrarlo per sempre almeno da morto, lui che da vivo le stava inesorabilmente sfuggendo. Era il saluto che non gli aveva potuto dare. Si regalava la certezza postuma che proprio in quell’istante lei lo stesse pensando, come lui sicuramente le aveva dedicato un pensiero, steso su quel marciapiede, perché la contemporaneità delle emozioni, la telepatia come la chiamano, è una cosa che esiste tra gli esseri umani, ne era convinta.
È una ben misera consolazione constatare che un dramma grande ha come beneficio collaterale la rimozione di uno che si rivela, al confronto, davvero poca cosa. Solo quando era vicina ormai al parto, cominciò a pensare con terrore alle somiglianze che suo figlio avrebbe rivelato. Sperava con tutta se stessa che, da bravo maschio, avrebbe preso tutto da lei e poco dal padre. Questa paura ha preteso molto per abbandonarla.
C’è stato il suo tradimento e niente potrà cancellarlo, dal momento che si è fatto carne, la carne che le è più cara, che più dipende da lei. Che cosa l’abbia spinta tra le braccia di Gianni è un punto di buio su cui non vorrebbe più interrogarsi, perché ogni volta fa apparire più logora, nebulosa e banale la riflessione precedente. Si sforza di girare pagina, di convincersi che è un capitolo chiuso per la sua coscienza. Non è sufficiente, il pensiero galleggia, non vuol saperne di andare a fondo.
Non nega che il dottor Giovanni Perez l’abbia sempre attratta: per la figura, per l’intelligenza, per i modi. Se aveva una fiducia sconfinata nel medico, ne aveva anche di più nell’uomo. Non si sarebbe mai aspettata che quella persona avrebbe finito per compenetrarsi nel modo più profondo con la sua vita, al punto di farle concepire un figlio suo e non di suo marito. Non era stato difficile calcolarlo. Quando glielo disse, Gianni anziché adombrarsi si illuminò. Era uno scapolone impenitente. Frequentavano persone diverse, non c’era mai stata occasione perché Alberta venisse a saperlo. Chissà in quante altre circostanze aveva eluso il rischio di una paternità indesiderata. Anche con lei aveva messo in atto le solite cautele ed era semplicemente paradossale che un ginecologo, abituato a calcolare i calendari delle ovulazioni, consapevole che un coitus interruptus di per sé non garantisce, avesse potuto commettere una simile sventatezza. Ma sono gli uomini a sbagliare, non le professioni che indossano, magari con un camice bianco per dieci ore al giorno. Uno psicanalista avrebbe saputo sospettare e forse ricostruire in quell’uomo un desiderio occulto. Il bisogno di una smentita umana. Se quel lettino delle confidenze fosse esistito, se Alberta avesse potuto mettersi alle spalle di un ipotetico terapeuta e ascoltare, avrebbe capito che quel figlio Gianni glielo aveva estorto.
Quando il commissario Pagliaro la lasciò sola dopo quell’incontro iniziale, la prima verità che Alberta volle confermarsi fu che l’amore che aveva provato per Francesco e l’attrazione che lo aveva spinto tra le braccia di Gianni non erano dello stesso conio. Più profondo, se non più forte il primo. Non rinunciava a raccontarsi la bugia che loro due erano fatti l’uno per l’altra e che solo le contrarietà della vita avevano potuto allontanarli. Anche per questo, in quei giorni rifiutava ogni richiesta d’aiuto dal medico. Più di una volta non aveva risposto alle sue chiamate al cellulare. Aveva bisogno di tenerlo lontano. Ciò non le impediva di considerare quelle due storie sentimentali come gli archetipi dei due tipi di attrazione, estremamente diversi tra loro, che una donna può provare verso gli uomini nella sua vita senza per questo sentirsi una puttana. Le venne da pensare che anche lei aveva già avuto tutto quanto poteva aspettarsi e che la maternità si sarebbe piazzata sopra la sua passione come una pietra tombale. Non la sentì come una privazione, semmai come la constatazione di essere definitivamente passata in una fase dell’esistenza segnata da sicurezze: di ciò che si è avuto e di ciò che si è perso.
Malgrado tutto, quel che le era accaduto in poche settimane non riusciva a toglierle una duratura, per lei inconsueta serenità. Per quanto appaia paradossale, erano state quelle settimane a portarla dentro di sé. Una sola cosa continuava a rimproverarsi: l’aver rubato incautamente a Francesco la sua legittima paternità. Se ne sentiva interamente responsabile, come se l’apporto di Gianni fosse ininfluente. E anche se Francesco non avrebbe più potuto saperlo, aveva intimamente deciso che il miglior tributo che poteva rendere a lui, alla memoria del loro amore che prima di indebolirsi era stato così forte, era restituirgliene una postuma, senza future ritrattazioni.
Dopo ciò che Alberta aveva saputo in quel primo incontro col commissario Pagliaro, si attendeva di essere presto o tardi informata sull’esito delle indagini. Ma una normale aspettativa non è detto sia soddisfatta da una replica normale della realtà. Alberta aveva apprezzato di essere entrata in contatto col freddo apparato di un’inchiesta giudiziaria in un modo così domestico, senza una convocazione in un ufficio. Non avrebbe immaginato che la delicatezza del dottor Pagliaro sarebbe diventata un’abitudine.
Anche questa seconda volta, il commissario Pagliaro si è presentato senza preavviso. Ora che inizia a conoscerlo, capisce perché non telefona prima. Il timido sarebbe in imbarazzo, il poliziotto non vorrebbe concedere la scappatoia verbale di un rinvio. Baciamano a parte, per il resto si comporta con lei come un uomo d’altri tempi e questo, se da una parte la spiazza, dall’altra la lusinga moltissimo. Si è subito scusato per la visita a sorpresa ma, mentre lei lo faceva accomodare in salotto e gli toglieva di mano un impermeabile stazzonato e un po’ umido di pioggia, il commissario l’ha anticipata affermando che non poteva pretendere di farla venire in commissariato per parlarle, visto che era sola a badare a un neonato.
«Ma sua suocera non la aiuta un po’?»
Che cosa gli ha risposto? Non ciò che ha pensato. Deve avergli dato una di quelle spiegazioni vaghe e perlopiù menzognere che si inventano lì per lì quando ci si deve tirar fuori da un imbarazzo. Eppure ad Alberta non è sfuggito che, mentre serviva la sua piccola ipocrisia familiare nel vassoio della cortesia, il suo interlocutore non l’aveva bevuta. È strano come solo dopo che certi fatti sono accaduti, essi riescono ad apparirci in piena luce, a riproporsi nel nostro ricordo senza equivoci. Mentre li viviamo, finché siamo sul set a interpretarli, non sappiamo decifrarli, in un certo senso improvvisiamo. Quando passiamo in platea a rivedere il film, la sequenza del dialogo, perfino la scelta delle parole, tutto insomma si fa chiaro e addirittura studiato. Ora che è sola, che spera di avere ancora qualche minuto di tregua prima che Massimo Valerio si svegli, se sta centellinando il ricordo dell’incontro col commissario, è soprattutto per tenere a bada l’immagine di quello che è venuto subito dopo, con Bianca. Sì, Alberta si va convincendo che il giovane funzionario di polizia, senza conoscerle, ha capito molto di lei e di sua suocera. Certo non può aver capito tutto, ha però intuito i tratti essenziali del loro rapporto. Altrimenti non avrebbe detto quelle parole, congedandosi in fretta quando Bianca, anche lei del tutto inattesa, è apparsa dietro la porta di casa.
«Lei ha una nuora molto forte, signora Aversa.»
Il caso ha voluto lasciar accadere l’improbabile e l’intempestivo: far incontrare le due persone sbagliate nella casa sbagliata. Cosa può aver pensato Bianca vedendoli assieme: il commissario seduto comodamente nel divano mentre Alberta veniva ad aprirle la porta? La seconda vedova Aversa non ha saputo evitare la goffaggine nel presentare il dottor Pagliaro alla prima. Anche l’uomo si è drizzato in piedi con una sveltezza eccessiva, come se lo avessero sorpreso in un atteggiamento sconveniente. Alberta ha rispettato le consegne del commissario. Non le ha mai riferito, né dell’altra visita, né tanto meno del suo perché. Forse, vista la situazione di imbarazzo creatasi fra i tre, è stato un errore. Bianca aveva a malapena ricambiato il saluto del funzionario di polizia che, nell’affrettarsi a chiedere il soprabito, aveva finito per rafforzare il senso di ambiguità che già si percepiva nell’aria — mentre un solo minuto di conversazione con entrambe sarebbe bastato a smorzarlo. Si era subito diretta verso la cameretta del bambino, più per condannare con la sua assenza quell’incontro, che doveva apparirle incongruo, che per togliere d’impaccio i due.
«Il commissario Pagliaro è venuto per via dell’inchiesta …»
«No, Alberta, scusami ma non voglio saperne nulla, abbi pazienza.»
Alberta non sa cosa Bianca abbia pensato. Quella frase non l’ha aiutata a interpretarlo, tutt’altro. Non vuole sapere dell’inchiesta o di altro? Senza riscontri, il sospetto di Alberta non può che dilatarsi. Una volta tanto, se ne sente colpita ingiustamente. Eppure, quando è andata via, Bianca non è stata fredda come al solito, l’ha abbracciata trasmettendole forza. Le ha detto che, se non le dispiaceva, sarebbe venuta tutti i giorni per aiutarla con il bambino. Darle la possibilità di uscire senza chiedere aiuto alle amiche, come aveva fatto in quelle prime settimane. Avere il tempo di andare da un parrucchiere o semplicemente di farsi distrarre un po’ dalle vetrine di un centro commerciale. Era più che una promessa: somigliava a un’imposizione.
«Bianca, lei qui deve sentirsi a casa sua.»
Non l’aveva mai chiamata prima per nome. Le è venuto così spontaneo che, quando stava per scusarsi dell’improvvisa confidenza, si è trattenuta appena in tempo. Se n’è pentita. Se avesse lasciato uscire quelle parole, forse la reazione di Bianca sarebbe stata una rima alla sua confidenza e avrebbe fugato ogni dubbio sullo stato d’animo di sua suocera.
Il commissario Pagliaro è venuto per via dell’inchiesta …
Certo, ma quali notizie aveva portato? Bianca non ha voluto sentirle.
Nessuna, in realtà. Aveva confermato la sua tesi, debolmente e quasi non fosse la cosa più importante, come se in fondo intuisse che per Alberta non contava molto sapere come erano andate realmente le cose nell’omicidio di Francesco. Aveva invece voluto parlare di suo marito, di qual era il suo carattere, il suo modo di argomentare le cose che gli stavano a cuore, di gioire e di affrontare un dolore. Le aveva fatto domande senza punto interrogativo. Avevano piuttosto il tono di costatazioni, come se in poche settimane di indagini lui avesse capito meglio di sua moglie che genere di uomo fosse Francesco Aversa. Domande difficili più che intime, perché la costringevano a denudare, nel vivo di una conversazione, riflessioni pavide che finora avevano poltrito nel tepore della sua testa.
Sembrava una chiacchierata da ora del tè, quella col dottor Pagliaro. Eppure era un interrogatorio, anche se lui non prendeva mai appunti — doveva avere una memoria fotografica. Davvero nulla nel suo modo di essere tradiva il mestiere del poliziotto. E c’era stato un istante di svelamento in cui le era parso che il commissario … no, sedurla non è la parola esatta, in tutta onestà non può dire che l’abbia tentato, piuttosto … offrirsi: ecco il termine giusto. Un offrirsi che, senza essere invadente, le è parso andare oltre ciò i loro due ruoli avrebbero suggerito e, forse, imposto.
È una piccola vendetta della memoria, il fatto che ora Alberta veda richiamata, come ultima traccia di questa visita, un’immagine indecente che ha cercato subito di dissimulare? Lei che, per una frazione di secondo, posa lo sguardo sulle parti intime del commissario nascoste dai suoi pantaloni? È sicura che gli occhi non si sono fermati, sono solo passati di lì: non lo è altrettanto che l’uomo seduto di fronte a lei non abbia visto. È un poliziotto. Se l’ha notato, poiché deve essere un signore oltre che un timido, spera che abbia finto di non vedere, di non capire. Che abbia dimenticato e non conservi di lei un’idea sbagliata.
Ma che cosa vuole da lei? che cosa pensa di darle? Da un uomo le sono arrivate sempre offerte che, prima o dopo, mettevano sul piatto la stessa cosa. Anche da Francesco e da Gianni. Con il commissario Pagliaro, per la prima volta, si è vista oggetto di attenzione e non di desiderio. Sarà perché è una puerpera? O perché quest’uomo che neanche la conosce sta veramente offrendo, con la complicazione tipica dei timidi, una semplice, disinteressata proposta di amicizia?
Cosa mai le viene in mente? Perché dovrebbe attendersi tutto questo da uno che si occupa di ben altro per mestiere e che ha avuto due sole occasioni di incontrarla? Eppure è questa, ora che è sola, la sensazione con cui la visita la lascia in compagnia, ed è convinta di essere stata troppo formale nella sua compostezza, troppo sbrigativa nel suo congedo, troppo avventata nella chiusura di ogni spiraglio a quel soffio di disponibilità. Ma un rimorso non è uno stato d’animo cui si può dare in pasto adesso. Allora se ne divincola, cercando un pretesto per assolvere la propria durezza. Ce l’ha praticamente sotto il naso. Il bisogno di tenere lontani, in questo momento della sua vita, gli uomini da sé e da suo figlio. Lontani per istinto di conservazione, come una leonessa protegge i propri cuccioli da un grosso maschio che vuole accoppiarsi perché metta al mondo i suoi.
Il vero motivo di questa sua offerta, Federico Pagliaro non se lo è ancora raccontato. Non sa neanche che come tale è stata percepita. Lui ha soltanto voluto essere protettivo. La sua timidezza con le donne — non con tutte: con quelle che lo interessano, come Alberta — è una nebbia, un disorientamento che non lo fa risalire fino all’origine dei suoi sentimenti, lui così bravo a stanare quelli degli altri.
A voler cercare delle ragioni, il commissario Pagliaro ne ha una forte, nella sua vicenda umana, per fargli sentire vicine donne come la vedova di Francesco Aversa.
Appena uscito dall’ufficio del P.M. che lo aveva convocato per affidargli le operazioni dell’inchiesta, aveva in mano una scheda. Compilata chissà da chi, conteneva per sommi capi la descrizione della dinamica del delitto, della storia personale della vittima e delle sue relazioni familiari. Un fotografo che nel tempo libero visitava i detenuti, una madre vedova, una moglie partoriente in ospedale. C’era un errore: avevano scritto partoriente e non puerpera. Se la parola detenuti gli suggerì decisamente quale strada doveva prendere la sua indagine, la parola partoriente lo condusse su un’altra pista, più emotiva che professionale: quella di una donna destinata a rimanere sola con un figlio appena nato.
Federico Pagliaro è cresciuto senza padre, a partire dai sette anni. Un padre morto ammazzato come Francesco, sia pure per cause assai diverse. Terrorismo, quello degli anni di piombo. Anche Antonio Pagliaro era poliziotto. Un semplice agente scelto, di scorta a un magistrato. Nello scontro a fuoco fece in tempo a dare la sua vita ma non a proteggere quella che gli era affidata. Il figlio di Antonio Pagliaro ha avuto la fortuna e soprattutto la volontà di studiare. Non avrebbe mai pensato di seguire nel lavoro le orme di famiglia.
È stato uno di quegli adolescenti che, senza una figura maschile in casa, finiscono per fare da padri a se stessi. Uno destinato a diventare adulto prima degli altri. Scorza dura e polpa tenera, come un melone. Ha scelto la facoltà di Scienze Politiche perché lo attraeva l’idea della carriera diplomatica. Cresciuto di un’esistenza povera, senz’aria, voleva viaggiare, respirare il mondo. Poi, fresco di laurea, ha capito che era una professione dinastica e che un outsider come lui non aveva speranze. È capitato il concorso per accedere alla Scuola Superiore di Polizia. Lo ha vinto al primo tentativo, perché è uno in gamba, tutti trenta all’università. Un’opportunità di lavoro non si poteva scartare.
Fintantoché ha frequentato i corsi della Scuola, ha ancora creduto in una storia di autodeterminazione, per quanto condita da casualità che parevano corrispondenze. Solo quando gli è stata consegnata la lettera di idoneità, con nomina contestuale a Commissario Capo, si è visto pezzo di un destino. Quello che aveva aspettato con pazienza per più di vent’anni e finalmente si era compiuto. Ha guardato verso il cielo, con la lettera palpitante tra le dita come l’ala di una farfalla imprigionata. Lo ha visto approvare, lo stesso sorriso con l’occhio sinistro chiuso che ha nella foto in cui lo tiene sulle spalle al mare, un po’ mossa perché papà lo faceva ballonzolare e la cosa, ancora lo ricorda, per quel pizzicore strano nell’inguine lo faceva ridere da matti. La foto ha campeggiato per anni sul comodino di mamma. Ora è sul suo.
Prima sede Trapani. È lì che l’hanno soprannominato ‘u duttureddu. Non se l’è mai presa, anche se è basso di statura. Lo sentiva che lo dicevano con simpatia e anche con un po’ di stima. Federico ha occhi chiari e dolci che sono una passatoia verso la sua vera natura, in mezzo a un volto solcato di difese. Questa maschera espressiva non è di famiglia. Si è temprata nelle giornate dure. Il callo del poliziotto non dimentica mai di passarlo a prendere sotto casa, neanche quando esce per fare la spesa. Lo ha sorpreso che la fama del suo soprannome sia arrivata tanto lontano, fino a questa città settentrionale, fino a gente come Dimmisi. Ora è qui da sei mesi, nessuno lo chiama più in quel modo, anche da questo ha capito che la Sicilia un po’ gli manca.
Non è tornato al Nord per motivi familiari. Non ne ha più. Sua madre se n’è andata. Sei anni fa. Il cuore. Lo ha fatto galoppare troppo, negli anni in cui ha tirato su un figlio senza aiuti da nessuno. Finché Federico ha avuto bisogno di lei, il cuore ha resistito. Non oltre. A chiunque perda una madre anziana resta la consolazione di commuoversi rispolverando la spensieratezza di una foto giovanile, magari ingiallita dal tempo — se ha la fortuna di possederla. A lui che foto di una madre vecchia non può averne, le ultime immagini di lei, senza avere avuto il tempo di ingiallire, raccontano di una vita difficile che ha dovuto conoscere la vecchiaia a poco più di quarant’anni. Nella sua fantasia mai morta di bambino che, come ogni fantasia, resta un miracolo senza prove, sua madre annuncia Alberta, fisicamente, come se a questa donna che ha conosciuto per caso, durante una delle sue indagini, sia toccato di reincarnarla seguendo il ciclo misterioso di un archetipo femminile.
Al di là delle analogie più o meno fondate, al di là delle coincidenze spiate, forse Federico Pagliaro è il solo uomo che Alberta abbia mai incontrato ad avere capito che cosa è lei veramente. Una piccola principessa scalza che appassisce di paure. Sono bastati due incontri.
Se sapesse che è l’altra signora Aversa, Bianca, ad appartenere alla categoria per cui ha tanta devozione — mogli e madri per cui è stato scritto un destino di lotta solitaria. Non si può sempre sapere tutto. A volte neanche lo si vuole.
Alberta non può immaginare che cosa è passato nella testa della madre di Francesco in queste ultime ore, che cosa l’ha spinta ad andare finalmente da lei. Neanche se le fosse data in prestito per pochi secondi l’immaginazione che non ha mai posseduto, potrebbe arrivarci.
C’è una lunga curva prima di arrivare a casa di Bianca Aversa. L’autobus — lo stesso che l’ha portata fino alla clinica dov’è nato Massimo Valerio, quel giorno d’ottobre in cui tutto le è crollato addosso — si avvia verso il capolinea, poco più avanti, dove fa solo una breve sosta prima di tornare per la stessa via, nella direzione opposta. Ciò che sembra un inutile giro è in realtà un prezioso privilegio per chi abita in quella strada: chi perde l’autobus all’andata, può fare in tempo a prenderlo al ritorno.
La mattina che si recò nella clinica, era il ritorno quello che Bianca stava perdendo, perciò si era tanto affrettata.
Ieri lo ha preso di nuovo, per tornare a casa dopo alcune commissioni. Era una di quelle ore che lavoratori e studenti lasciano orfane, abbandonate, un’ora morta dove vagano solo creature solitarie — pensionati, svitati, ubriachi. Nell’autobus in cui è salita per poche fermate non c’era nessuno. L’autista era lo stesso del giorno della morte di Francesco. Una coincidenza? Bianca ha voluto credere di no. Non ha osato avvicinarsi per salutare, benché lui l’avesse riconosciuta. È rimasta lì, nel posto più largo riservato ai portatori di handicap, a spostare cose nella testa senza sentirne la consistenza, senza metterle a fuoco, perché ogni pensiero da qualche giorno sembra svuotarla piuttosto che riempirla e offrirle un pretesto di sopravvivenza.
A un certo punto l’estraniamento ha toccato l’apice: si è vista dall’esterno, come avrebbe potuto osservarla un passante fermo in quel momento su un marciapiede: la sagoma di una vecchia signora seduta su un autobus in corsa, una vecchia afflosciata sulla sua malinconia che qualcuno sta deportando, via da qui, dal presente, chissà verso quale nulla. Una fantasia patetica, tutt’altro che consolatoria. Niente dura a questo mondo, Bianca: la giovinezza, l’amore, l’infanzia di un figlio. Le cose preziose presto o tardi ti lasciano, resta niente se non sai incontrare la tua presenza e riconoscerla come compagnia. Resti tu. Ma come è difficile indossare ogni santo giorno la vita senza uno scopo, quando ti hanno annichilito l’ultimo che ti era rimasto. Una prova troppo ardua, che riempie solo del desiderio, così umano, di mollare.
Persa nelle sue amarezze, non si è accorta che, mentre sperimentava l’illusione mentale di allontanarsi da se stessa, perdeva anche qualcos’altro: l’autobus aveva superato la sua fermata — quella dell’andata. Si è allarmata: solo i pochi istanti necessari a rianimarsi. Sapeva di avere una seconda possibilità. Ha prenotato lo stop col pulsante rosso. Arrivata la fermata del ritorno, ha fatto i quattro metri che la separavano dal conducente con un piglio da ventenne e, apposta per regalargli un sorriso, è scesa dalla porta anteriore. Non sapeva ancora chi o che cosa l’avesse svegliato, ma aveva di nuovo dentro un languore di vita.
Una seconda possibilità. Doveva aver perso la prima. Ma dove, quando? per che cosa?
La risposta non ha tardato a venire. Avrebbe detto che la stesse aspettando. Come qualcuno a un appuntamento, vedendo arrivare la persona attesa, prima cerca di richiamarne più volte, inutilmente l’attenzione, infine si arrende a ridere di quella eterna distrazione, che conosce così bene, che ama come tutto il resto di lei, certo che prima o poi sarà visto e una ricerca ansiosa si scioglierà in un sorriso, ricambiato da quello che lo attendeva.
Allo stesso modo, Bianca si è trovata faccia a faccia con qualcuno che la aspettava: lui.
Lì, accanto a lei, un alito d’anima a far fremere la pelle.
Bianca è credente. Lo è in un modo convenzionale e sincero al tempo stesso, come molte donne della sua età. La vita non ha mai avuto l’estro di far crescere la statura di questa fiammella così ingenua, praticamente identica a quella che la animava quando era ancora una ragazzina, ma neanche la forza di spegnerla. Là, sulla curva del 444, in quel preciso istante e in nessuno dei precedenti Bianca ha sentito che suo figlio non poteva andare in fumo come il suo corpo, che quanto di lui era permanente la osservava e in un certo senso stava aspettando che lei lo capisse. È sopraggiunto un minuto di gioia dolente, uno di quei sentimenti che nascono sulla corta frontiera che il dolore divide con la felicità, per questo sanno al tempo stesso far piangere e gioire.
Si è dovuta sedere sopra un muretto di tufo, sulla pancia della curva, per ascoltare. Attorno c’era il niente, neanche il ronzio di un’auto nei paraggi, solo il silenzio del quartiere deserto in orario di scuola e di lavoro e una polifonia diffusa di uccelli invisibili. Attraverso quella normalità abbandonata alla sua indolenza, Bianca sentiva arrivarle chissà da dove il timbro inconfondibile della voce di Francesco, comprese le sue e aperte fuori posto che non si sa da chi aveva preso. Inutile orientare il volto. La voce era ovunque e da nessuna parte. La voce era dentro.
Non avrebbe dovuto farsi cogliere in fallo. Avrebbe potuto capire prima. Un’anima non sa più cosa sia la propria sofferenza, l’ha lasciata nel corpo e quel corpo è diventato polvere, subito in un crematorio, oppure col lento concorso del tempo. Nondimeno sente la sofferenza di chi le è stato caro. Bianca si è troppo chiusa nella sua prospettiva di dolore per capire che ne esistevano altre due. È un rimprovero, quello che Francesco le muove. Non può essere contento di vederla così, piena di cordoglio e di astio che la macerano senza un fine. Non capisce come sua madre, malgrado ciò che ha saputo o crede di aver saputo, possa scegliere per una contabilità degli errori e presentarne la nota a due persone che a suo figlio stanno a cuore quanto lei. Se lui ci fosse ancora, Bianca non si comporterebbe in questo modo. Rispetterebbe ciò che lui avrebbe amato.
La seconda possibilità. A chi ha fallito la prima.
A sé. Ad Alberta.
A questo bambino appena arrivato, frutto innocente di un istante di fragilità, è ancora la prima che sta negando. E poi una vita che si affaccia non può nascere indebitata, una vita nuova sorge a dispetto degli errori, perché è semplicemente vita che sconfigge la morte, come una nuova generazione di foglie si sostituisce a quella transitoria, impermanente che è finita a marcire nell’umido per creare l’alimento della sua successione.
La vera porta è quella stretta, è scritto da qualche parte in un vangelo. Bianca non ricorda quale né in quale passo, ma che importanza ha. C’è sempre da imparare, mai da insegnare nella vita, dove i veri maestri sono quelli che in fondo non sospettano di esserlo. La fede si fa riconoscere meglio, quando ti spinge nella scalata alla porta stretta e te la fa oltrepassare. In passato, non le è mai stata data la possibilità di scegliere da quale porta passare. Ha sempre accolto i problemi che il destino le ha mandato incontro, alcuni dei quali enormi. Non è mai fuggita, uno dopo l’altro ha saputo arrivarne a capo. Ma era una strada obbligata, senza vie di ritirata. Oggi, a settant’anni, la vita ha deciso di sottoporla a una nuova prova, lasciandole l’opportunità di scappare. A mostrarle il bivio che aveva di fronte è stata la sola mano che lei potesse ancora desiderare di seguire. Bianca si è lasciata condurre per la salita e non sa quasi più che c’era anche una discesa. Se lo si potesse vedere, il suo volto conserva una luce estranea, è un chiaro senza la sua luna.
Potesse rendersi conto che questo piccolo varco è lo stesso che anche suo figlio a un certo punto ha deciso di cercare, che è proprio da lì che le è arrivata la sua voce … ma non lo saprà mai: quando si decide, si è soli. Per sua fortuna, un uomo non sente come un limite poter vedere solo un tratto di orizzonte per volta. È mortale, è fatto di vita, una cosa più forte della materia inerte anche se destinata a non sopravviverle. Anche i suoi giorni di smarrimento, ora che Bianca è come risuscitata, sembrano benedetti. Non vede l’ora di iniziare a fare ciò che poche ore fa, al solo pensiero, la sconfortava.
Fare da nonna a un bambino che non è suo nipote e che porterà per sempre — se nessuno commetterà il barbaro, inutile atto di verità di sottrarglielo — il cognome di suo figlio.
08:42 Scritto da: nowhere_man in Storie | Link permanente | Commenti (18) | Segnala
| Tag: storie |
Facebook





Commenti
Che questi fossero o sarebbero stati i sentimenti di Bianca si era intuito, ne aveva forse già fatto accenno prima. Ma la storia non è certo finita. Restano da sapere i fatti e le conseguenze, le reazioni e i sentimenti dei vecchi e, perchè no, anche nuovi personaggi che girano ormai in questo romanzo corale.
Il punto d'arrivo, tuttavia, mi sembra ancora incerto.
E sono contenta di aspettarne il seguito.
Un appuntamento domenicale in piena regola.
Ciao, Maurizio, e buona domenica anche a te.
Scritto da: setteparole | 03/04/2011
Saresti piaciuto a Tolstoij con questa tua affilata lama che penetra l'oscurità dei cuori: quello di Bianca, esacerbato dal tradimento della nuora, nei confronti dell'amato figlio Francesco e quello della fedifraga Alberta che "Malgrado tutto, quel che le era accaduto in poche settimane non riusciva a toglierle una profonda, non effimera, per lei inconsueta serenità. Per quanto appaia paradossale, erano state quelle settimane a portarla dentro di sé. Una sola cosa continuava a rimproverarsi: l’aver rubato incautamente a Francesco la sua legittima paternità. Se ne sentiva interamente responsabile, come se l’apporto di Gianni fosse stato ininfluente. E anche se Francesco non avrebbe più potuto saperlo, aveva intimamente deciso che il miglior tributo che poteva rendere a lui, alla memoria del loro amore che prima di indebolirsi era stato così forte, era restituirgliene una postuma, senza future ritrattazioni."
Dunque, i tuoi personaggi sono così ben costruiti da non essere mai manichei, ma una frammistione di cattiveria e bontà, come quasi tutti gli esseri umani di questo mondo.
Anche Alberta, quindi, sebbene venga spontaneo parteggiare più per Bianca, è capace di sensi di colpa, non è granitica come una statua senz'anima.
Va da sè che il commissario Pagliaro non è lì per caso e, suppongo, che - nella prossima puntata - la sua presenza avrà nuovi significati, anche alla luce delle "occhiate" che non gli risparmia la giovane vedova.
Emoziona nel profondo del cuore, questa tua scrittura che non sa esimerci dalle sfaccettature anche più tristi della complessa psiche di uomini e donne che vivono nel tuo mondo letterario, clone di quello reale.
Un abbraccio domenicale.
Grazia
Scritto da: grazia | 03/04/2011
Sono imperdonabile, lo so. sigh.
Scritto da: penny | 04/04/2011
AFFASCINANO
i tuoi racconti tra questi intrecci misteriosi e di "finali" a sorpresa.Mi complimento e non solo.T'auguro che la vena narratrice sia in crescita e,perchè no anche portata su qualche palcoscenico.Ciao,Bianca 2007
Scritto da: Bianca 2007 | 04/04/2011
Ancora una volta ho avvertito delle vibrazioni , simili a quelle che provo quando da profana mi ritrovo di fronte alla bellezza in tutta la sua espressione.
Non conosco profondamente nessuna arte ma seguo una sorta d'istinto nell'avvicinarmici, questo accade anche nella lettura.
Ora troverai esagerato o retorico quello che sto per dire, ma la prima volta che entrai nel Louvre e mi trovai davanti le prime opere, m'incantai e senza più muovermi le lacrime iniziarono a scendere da sole, gli amici dovetterro tirarmi a forza, altrimenti avrei trascorso mezza giornata davanti al primo dipinto.
Ecco che leggendo questa storia mi sono ritrovata ancora una volta al centro di un mio universo di sensazioni, è bella, bello è l'intreccio delle storie dei suoi personaggi, ognuno protagonista ed ogni personalità analizzata sapientemente con cura e abilità psicologica. Li sento parte della mia vita, mi hanno catturato e sono clemente con ognuno di loro, per il loro desiderio di liberazione, per i sensi di colpa che non finiranno mai, per la grande voglia d'amore, per il nascondersi dietro a loro storie, inventate per sortire un'effetto salvifico alle loro debolezze.
Vorrei continuasse per 1000 pagine, ne saresti capace, inventando sempre nuovi personaggi e collegandoli con i primi, dando ad ognuno un grande senso nella storia.
Una senzazione simile l'ho provata quando lessi "Cent' anni di Solitudine", un romanzo completamente diverso ma che sentivo avvolgermi come foglie all'interno di un bosco, in quel clima di solitudine che pullula di vita, com'è la tua storia, il tuo romanzo.
Parlerei ora di alcune parti che mi hanno colpito.
La reazione di Alberta di fronte al Comissario Federico Pagliaro.
Non so come tu abbia potuto penetrare così profondamente nella fragilità di una donna rimasta improvvisamente sola in tutti i suoi dettagli.
Il suo senso di spaesamento, la sua grande solitudine che le fa cercare un appiglio come in una roccia che sovrasti un baratro emozionale, in uno sguardo, in una semplice gentilezza che le venga riservata, in quel poco calore che sente tiepido raggiungerla nel grande gelo lasciatole attorno, o meglio dentro.
L'uomo, il comissario avverte tutto questo, da te descritto come un individuo dall'intelligenza sottile ed acuta, come deve essere, visto il ruolo che riveste. Forse è combattuto a questo punto da una sorta di conflitto.
Poi c'è Bianca, haimè, cerca nel misticismo una risposta a ciò che materialemte non può ne spiegare ne accettare. Una reazione tipica, quando tutto diventa illogico, una scomparsa, un'ingiustizia o altro, è alla fede che si volge lo sguardo, forse ai fantasmi, a qualcosa di non terreno, troppo dura è a volte la realtà e l'anima potrebbe anche spezzarsi. Quindi vede il figlio defunto, scorge segnali e sceglie l'amore, per il bimbo appena nato, per la nuora mai amata. Una scelta non vera, non sentita, perchè forse a volte invece di un atteggiamento rassegnato bisognerebbe sfogare una rabbia raccolta in tanti anni in cui la vita è stata ingiusta e non pietosa.
Il finale, mamma mia! Lo vedi a cosa pensa? Al cognome del figlio! Orgogliosa come sempre, si capisce la poca verità delle sue scelte ed azioni. Forse mi piace meno della figura del carcerato mafioso.
Mi scuso per il lungo commento, avrei altre considerazioni da fare, tipo sulla figura del ginecologo,ma scriverei veramente troppo per un semplice commento.Insomma, devo dirlo, Il Gianni è un masclzone egoista.
Voglio solo dirti, non bravo, bravissimo scrittore.
Scritto da: alessandra62 | 06/04/2011
Ha ragione Bianca, caro Maurizio, le tue storie meritano il palcoscenico . Sempre più ammirata....Buona Giornata!
Scritto da: Maria Allo | 07/04/2011
Comunque oggi sei "blog del giorno", ieri lo sono stata io. Chissà come mai...Non saremo rimasti solo noi due a scrivere ancora qualcosa qui? Ciao.
Anna
Scritto da: setteparole | 07/04/2011
Comunque oggi sei "blog del giorno", ieri lo sono stata io. Chissà come mai...Non saremo rimasti solo noi due a scrivere ancora qualcosa qui? Ciao.
Anna
Scritto da: setteparole | 07/04/2011
Ancora una volta i miei complimenti.
Ogni tanto torno a leggere i commenti, è molto interessante constatare come le medesime parole scritte alla lettura diventano d'interpretazione individuale...come ad esempio Bianca sul cognome del figlio...
trovo che sia normale in poesia ermetica o con metafore troppo criptiche, ma nei tuoi scritti mi sorprende, vista l'estrema chiarezza di un italiano ineccepibile. Forse ognuno di noi accetta la prima alternativa che balena alla mente, senza chiedersi se abbia ben intuito il pensiero dello scrivente?
Un caro saluto
Scritto da: frantzisca | 07/04/2011
Ciao, sono arteletteratura, ho un blog http://prospettivanevskij.myblog.it/ ; poiché trovo davvero molto bello e intrigante quello che scrivi su questo blog, desidero segnalarti un nuovo ring che si occupa prevalentemente di argomenti culturali e artistici, senza però tralasciare qualunque altra tematica d'interesse generale:
http://ilcircolodellearti.myblog.it/
Sono convinto che il vostro apporto a questo ring sarà fondamentale per farlo crescere e diventare un luogo di dibattito culturale e scambio d'idee. Se ti va iscriviti a questo ring: ti aspetto! Grazie ancora.
Scritto da: arteletteratura | 07/04/2011
Molto interessante
ciao dalla Toscana
Scritto da: villa-toscana | 07/04/2011
ed ecco che un nuovo personaggio, il commissario Pagliaro dall'aria assai intrigante fa il suo ingresso nella storia, e poi alberta con i suoi mille interrogativi e rimorsi.. "nella vita bisogna sapersi perdonare" ed un camice bianco è vero, non protegge da eventuali risvolti..
.. si dice che il dolore avvicini, ma Alberta e Bianca non riescono a farlo forse complice il fatto che a volte la prima impressione è quella che resta, e che raramente si tende ad andare oltre e cercare di conoscere realmente le persone, e il piccolo chiamiamolo incidente.. e la visita inaspettata di Bianca il coglierli in un'atmosfera forse un po' complice non aiuta il loro rapporto, che dovrebbe vederle invece alleate
nella vita si dice che ci si incontra perché ci si riconosce.. ed è quindi singolare la storia di Federico..il padre morto ammazzato.. il seguire le sue orme.. l'assenza di una madre..
delizioso come dire.. l'incontro tra Bianca e Francesco, ebellissima la frase "una vita che si affaccia non può nascere già indebitata"
un caro saluto
Scritto da: albafucens | 08/04/2011
Confesso di avere un debole per gli uomini "d'altri tempi", per quelli che ti cedono il passo, che ti aprono la portiera, che ti porgono la sedia, che ti versano il vino, insomma, per quelli che ti fanno oggetto di attenzione e non di desiderio...
Tornando a noi: Bianca e Alberta sono una famiglia e la vita è una sola, e loro lo sanno, ne sono sicura...
Un abbraccio,
Linda
Scritto da: Linda | 08/04/2011
Piacevolmente ho letto anche questa puntata.
La tua è davvero una scrittura che lascia soddisfatti, proprio come dopo aver mangiato un delizioso manicaretto.
Lo so che è un paragone strambo, ma la sensazione di aver gustato parola per parola permane, con gradevole appagamento.
alla prossima
ciao
cri
Scritto da: cristina bove | 08/04/2011
Passo di qua e leggo senza fretta, tornando a volte per rileggere un brano qua e là, nei punti che più mi hanno colpita o mi hanno fornito di che riflettere. Seguo con interesse il dipanarsi di una vicenda che sai esprimere con bravura nelle pieghe dei caratteri dei tuoi personaggi. Alla prossima lettura, buon fine settimana.
Annarita
Scritto da: annarita | 09/04/2011
Bianca ha preso la sua decisione, Alberta ne sarà consapevole?
presumo di si, Gianni che sa del figlio, magari è proprio questa la molla del delitto...
Scritto da: sistercesy | 10/04/2011
Bianca ha preso la sua decisione, Alberta ne sarà consapevole?
presumo di si, Gianni che sa del figlio, magari è proprio questa la molla del delitto...
Scritto da: sistercesy | 10/04/2011
Uno degli aspetti più belli dell'ottima scrittura è che avvia un continuo flusso di coscienza nel lettore, con richiami al passato, alla propria interiorità, a quello che ha letto, al vissuto personale e a ciò che è diventato... In questo capitolo di spunti per riflettere ce ne sono davvero tanti, in particolare mi ha colpito quello sul quale ho meditato spesso anch'io e cioè di come sia impossibile scegliere nel momento in cui bisognerebbe farlo, proprio perché si è immersi nella nebbia, mentre in un secondo tempo tutto diventa chiaro, ma a quel punto è troppo tardi per poter scegliere e allora non si può fare altro che subirlo il destino...
sempre ammirata...
Scritto da: dalloway66 | 11/04/2011
Scrivi un commento