09/04/2011
Un vizio di famiglia
Questa volta non c’è stato bisogno dell’ambasciata dell’albanese.
Don Ignazio, il solito libro tra le mani, ha sentito benissimo che cosa ha detto il “capo”.
Lo attendono in Direzione.
Come al solito, il perché non viene preannunciato. Tra i diritti che si perdono, senza che debba essere scritto nel dispositivo di una sentenza o in un regolamento penitenziario, c’è anche quello di avere una curiosità.
Ma don Ignazio non ha dubbi da togliersi, sa già chi lo cerca.
È la seconda visita e dalla prima sono passate due settimane: niente, nell’eternità di una reclusione dove non ci sono lunedì né venerdì e la luce mattutina sulle pagine di un libro è uguale a quella pomeridiana, perché luce sempre indiretta, come indiretta è, comunque si tenti di spenderla, la vita che scorre qua dentro.
È la seconda visita e, contrariamente a quanto è avvenuto ad Alberta, non sorprende don Ignazio. Se la aspettava. Forse già qualche giorno fa, ossia subito. Invece la notizia, stavolta, gli è arrivata dalla televisione e non da una convocazione.
Le ultime due settimane non sono state di giorni qualunque. È successo di più che in tutti e sette questi anni passati in galera, una piccola eternità inutile: incapace, malgrado le promesse, di tenerlo davvero fuori dal mondo. Quel che è successo, non è lui che lo ha cercato. Se glielo avessero detto un mese fa, avrebbe espresso la sua incredulità senza parole, con una risata. Oggi non ha voglia di ridere. Gli è passata e chissà a quando risale l’ultima volta che ci è riuscito. La vita è una grande bugiarda che smentisce tutti fuorché se stessa, soprattutto chi a furia di viverla finisce per crederle. La vita in fondo è chimica, azioni e reazioni una via l’altra a creare un intrico, va a ritrovare il bandolo della matassa.
Don Ignazio Dimmisi in questi giorni ha dovuto fare una capatina nel passato. Il percorso a ritroso nel tempo è stato più che mai sentimentale, anche se da un certo punto in poi era la testa a guidare. Il viaggio gli ha portato l’affanno e l’insonnia, eppure lui non si è dovuto muovere dalla sua cella. Né del resto avrebbe potuto. Non sono buone sensazioni, quelle che si trova dentro quando i sogni lo restituiscono alla realtà: non erano certo migliori quelle che lo hanno indotto a muoversi. Ma il sasso è partito e la mano che lo scaglia non è mai quella che lo può fermare.
Ciò che è accaduto resta per lui lontano, come se non si fosse mai avvicinato. Come un’ora che da futura diventa passata senza essere mai stata presente. Non si misura a giorni, la distanza, ma a secoli, anzi a vite. Quelle perdute e quelle che restano scavano in mezzo un solco che non rende più disponibili le azioni alle meditazioni. È tutto così stancamente capitato. Tutto lo scenario ormai consueto che ha ora attorno, dopo essersi nascosto per qualche giorno dietro le quinte, come dei passanti pavidi durante una sparatoria, ora che è tornata la calma ha rimesso il naso fuori e cerca inutilmente di convincere Ignazio che niente è accaduto. Nel dialetto siciliano, come nell’inglese, il passato fa presto a diventare remoto, basta un minuto. Come se l’essere diventato indisponibile lo possa rendere in qualche modo neutrale. Ma la neutralità la conservano solo le congetture, le idee che non si sono realizzate. I fatti non possono.
Se non ci fossero i libri a distoglierlo da certi brutti pensieri … già, i libri … sono l’unica stanza della sua esistenza in cui si concede di mettere uno specchio. L’ultima sua vanità è appannaggio della mente. I libri possono anche diventare un fine, aveva ragione Francesco. Il mangiare, il sonno: come poterli annoverare tra le aspirazioni di un uomo? Sono un gradino più in basso, non è dato sceglierli ma solo provarli, perché sono bisogni.
Si muove con studiata lentezza, don Ignazio. Non che voglia fare arrabbiare il capo, che lo sta aspettando paziente davanti alla porta della cella. Infatti il capo, che lo conosce, non si arrabbia. Una risposta per il commissario Pagliaro non c’era bisogno di prepararla. Neanche adesso, mentre si incammina nei corridoi della sezione, illuminati artificialmente ventiquattro ore su ventiquattro, sente di doversi preparare. Un attore di questi palcoscenici consumato quanto lui sbaglia meno se improvvisa. Pagliaro in fondo gli è pure simpatico. In qualcosa si somigliano. Una persona pacata, nulla dell’arroganza del poliziotto, come lui non ha mai avuto la prepotenza tipica del boss. Non è questione di avere studiato o di educazione familiare, è un fatto di natura. Come lui, anche Federico Pagliaro all’occorrenza deve essere uno che ci va giù pesante, sicuramente il suo mestiere lo saprà fare. Ma, come dire, la cosa giusta al momento giusto.
Negherà ogni accusa, Ignazio Dimmisi, come sempre ha fatto con la macchina della giustizia. Non tanto per scavare una trincea di sbarramento — che gli importa ormai di difendersi — quanto per una viscerale antitesi con essa. La morte di Carmelo, cinquant’anni fa, ha aperto un crepaccio che non si è più saldato, benché in certi momenti fare il salto possa essere sembrato facile, o necessario, o semplicemente possibile, perché il presente si vuol sempre mettere a fare il sensale tra un uomo e il suo passato. Siccome sa già che tra pochi minuti gli addebiteranno di avere a che fare con la morte di Totò Salemi, figlio di Tano, avvenuta pochi giorni fa, Ignazio Dimmisi si fa già muro, prima ancora di sentire che forma verbale prenderà l’accusa.
Le mura di una galera, le sue grate sono fatte di materiali solo apparentemente solidi e a prova di tutto. In realtà hanno pori come una pelle, respirano e sudano notizie. Le voci da fuori a dentro vanno e vengono, se c’è interesse a che passino niente le può fermare. Certe notizie hanno gambe e corrono veloci, e nessuna guardia può bloccarle, per il semplice fatto che una notizia non si vede, non è sostanza ma ricordo volatile, destinato a durare poche ore e per questo difficile da dimenticare, da perdere per strada come fosse uno scontrino, se qualcuno te l’ha inchiodata bene nella testa.
Ignazio Dimmisi non ci ha messo molto a rimettere in moto la macchina ferma in garage da sette anni. Era in perfetto stato, nemmeno un cigolio nel motorino di avviamento. Sembrava stesse lì ad aspettare solo che qualcuno girasse la chiave. Aspettare significa anche sperare. E a chi spera non serve dare tante spiegazioni per essere convincenti. Non è difficile fargli arrivare un ordine con un motivo, se e quando serve. Non c’è bisogno di simulare un arresto, sia pure per pochi giorni, per avere un corriere. Ci sono i visitatori. I frequentatori delle sale colloqui, ma non come lo era il povero Francesco. Quelli che parenti di qualcuno lo sono davvero e che, per pochi spicci ma anche gratis se c’è un debito di riconoscenza, fanno i vagoni sul binario unico della spiata.
Secoli prima ci aveva rimesso le penne suo padre. Non si sarebbe atteso che prima o poi sarebbe toccato anche al figlio. Come la prima volta, c’è stata una ragione forte. Ma quale? Ne sei proprio sicuro? Che giustizia è? Gli chiede ogni tanto una coscienza che ha sempre considerato bigotta, di sicuro eredità materna. È la solita rusica, si dice dalle sue parti. Fa rima con musica, ma significa altro. Una sega che fa avanti e indietro sul legno. La vita è guerra, sarebbe la risposta. È generica, lo sa. Non vuole dare a quella bigotta la soddisfazione di ammetterlo. Il filosofo Dimmisi assolve l’uomo Dimmisi, perché a qualche domanda della coscienza si avrà pure il diritto di non rispondere.
Non avrebbe mai detto che Totò Salemi fosse uno di lunga memoria, né di forte rancore. Per alimentare un sentimento simile per mezzo secolo, ci vuole una qualità che Ignazio, per quel poco che ricorda di lui, non sa dove Totò abbia trovato. Da allora lo ha perso di vista e pure di mente. Quando era fresco il ricordo di averlo reso orfano, a certe voci di coscienza dava ancora meno peso di oggi, le considerava pericolose mollezze di cuore. Aveva imparato subito che si può desiderare di vivere anche dopo aver ammazzato, il vero viatico di tutta la sua carriera criminale.
Dunque il piccolo Totò, che lui ricordava nicareddu e che in fondo aveva solo una dozzina di anni meno di lui, aveva esercitato la pazienza come un monaco zen, come un soldato giapponese della guerra mondiale rimasto a presidiare la foresta contro la latitanza del presente. Un’attesa assurda, eppure era stata premiata. Aspettare di sapere che Ignazio Dimmisi avesse un legame — non un semplice socio, non un affiliato fedele: qualcosa di più, un amico — per determinare con precisione una carambola che in qualche modo sembrava essere il tratto di famiglia: fare un torto a Ignazio Dimmisi. Ma suo padre lo aveva commesso senza calcolo, lui sì. La vendetta perfetta non aveva potuto sperare che il destino desse a Ignazio un figlio per poi prendersi il piacere personale di levarglielo. E il destino aveva premiato anche la sua ignoranza, perché Totò non poteva aver saputo che era più di un figlio che di un amico, l’affetto che gli stava strappando. Per la prima e ultima volta nella sua esistenza, Ignazio Dimmisi non ha avuto gli occhi su ciò che sarebbe seguito alle sue parole, solo il cuore e la testa. Ha commissionato la morte di una persona sulla parola. Parola di cui ha una fiducia cieca. Gli occhi era come fossero i suoi. La parola era quella di chi, là fuori, non lo ha dimenticato. Giovanni Avola. Michele Musca. Due fedelissimi di sempre.
Quando li ha fatti cercare per chiedere informazioni, sperava ancora che non sarebbe dovuto andare oltre. Lo aveva fatto per vedere le carte del commissario Pagliaro: stentava a credere che gli avesse detto una cosa vera, benché verosimile. Invece, appena l’indomani tornò la notizia che Pagliaro aveva avuto ragione. Don Ignazio sentì il sangue ribollire. Come la prima volta, cinquant’anni prima, tale e quale la stessa sensazione. Hai voglia a credere che invecchiando non sei più quello che eri un tempo, il ventenne, il quarantenne i cui ricordi sono del tutto sbiaditi, più parenti del sogno che della realtà. Non è così. Come l’albero ogni anno aggiunge un nuovo cerchio alla corteccia mantenendo in una nuova pelle la stessa fisionomia, così non puoi cessare di essere anche ciò che sei stato e ti può accadere di rivivere, cinquant’anni dopo, le stesse paure, gioie, rabbie di quando avevi un corpo vibrante come un nervo di bue, che pare incredibile si sia potuto trasformare nel floscio sacco di organi che hai adesso.
Prima Ignazio sapeva dove voleva arrivare. Dopo — adesso — non sa da dove è tornato. Se la sua logica rimette in fila la cronologia dei fatti, la ragione non li scarica, si schiera dalla loro parte. Ma se gira il dito nella morchia della sua amarezza, l’ultimo sguardo di Francesco, come costantemente, trenta volte al giorno, gli torna davanti agli occhi, non lo conforta, non lo ringrazia. In esso c’è solo compianto. Lo ossessiona, quell’ultimo sorriso che accompagnava la promessa di leggere Buzzati. In realtà diceva: «Ignazio, io so come tutto questo finirà, ma non te ne voglio.» Il commissario gli ha detto che dovrebbe collaborare per un senso del dovere verso la famiglia. Ma quale famiglia? Lui non la conosce, non riesce neppure a immaginarsi le facce. A che vale? La famiglia di Francesco Aversa era lui. Lui il vero bersaglio della sua morte, lui il solo che ne paga il vuoto. Un’assenza non è meno eloquente del discorso accorato fatto dalla stessa persona, se fosse davanti a noi in carne e ossa. Come per Bianca, anche per Ignazio la voce di Francesco è dappertutto. Non hanno altro in comune queste due persone che neanche sanno l’una dell’altro, due coetanei rimasti ai lati opposti dell’abisso dove è sprofondato Visitor.
Col capo stanno facendo una strada diversa dal solito. Per un attimo a don Ignazio viene il dubbio di essersi sbagliato: non è il commissario Pagliaro la persona che lo sta aspettando. Durante quel secondo di visionarietà, Ignazio Dimmisi si gira nella testa un film: il capo è stato comprato da qualcuno per portarlo dove lo aspetta un silenziatore per la sua tempia, o un foulard di seta per la sua gola. In carcere è difficile, non impossibile, costruire una causa di morte. Sono tutti veri suicidi quelli di cui parlano i giornali? Ma l’attimo del sospetto, senza riuscire a mettergli in corpo un solo brivido di paura, è finito. Il capo è il capo e nient’altro. In fondo al lungo corridoio che hanno iniziato a percorrere intravede due uomini ben vestiti: il commissario Pagliaro in compagnia del direttore vicario dell’istituto. Un personaggio viscido e odioso, anche per chi ci lavora. Quest’ultimo, quando don Ignazio fa il gesto cortese di tendere mano, finge di non vedere. Lo scruta come una rarità del mondo animale e dice al suo ospite:
«Dottor Pagliaro, questo è il detenuto Ignazio Dimmisi, mi pare che lei lo conosca già.»
Il commissario annuisce senza proferire parola, è la sua la mano che Dimmisi stringe. Don Ignazio parla, più per uscire dal baraccone in cui lo ha messo con la sua frase il vice direttore che per una vera voglia.
«Buongiorno, dottore Pagliaro. Lieto di rivederla. Non mi porterà altre brutte notizie come l’ultima volta che ci siamo visti, spero.»
«Lo saprà tra poco, ma … dove possiamo metterci?», chiede al vice direttore. Un corridoio non è il posto giusto per parlare.
«Qui nella sala riunioni, accanto al mio ufficio. Oggi il Direttore è in missione a Roma, al Ministero. Assistente capo, lei sa quello che deve fare. Le affido il detenuto.»
Il commissario e don Ignazio entrano nella sala che resta con la porta mezza aperta, mentre il capo aspetta fuori ma controllandoli a vista. C’è un lungo tavolo circondato di poltroncine girevoli e l’imbarazzo della scelta per sedersi.
Federico Pagliaro aspetta che l’altro ne scelga una qualunque prima di accomodarsi al suo fianco e iniziare. Sa che questo colloquio sarà faticoso, che dovrà prendere a pallettate un muro come fa un giocatore di squash. Malgrado tutto, tratta l’ergastolano quasi come un pari e non può evitare di provare per lui un po’ di simpatia. Non sa ancora se attribuirla alla sua eterogeneità di boss, o a un’umanità che lascia sbadatamente la coda fuori della tana, che non riesce a sembrare morta del tutto.
«Dimmisi, le notizie che ho per lei non sono buone. Ma non solo per quello che lei sa.»
«E cosa so, commissario?»
«Per favore, non cominci subito a prendermi per il culo. Oggi non posso concederle il privilegio della mia pazienza. Sa benissimo di cosa sto parlando. Dell’omicidio di Salvatore Salemi, avvenuto la scorsa settimana.»
«Se è per questo, sì. L’ho sentito al telegiornale, una sera. A dirle la verità, non sapevo nemmeno della sua esistenza.»
«Sicché lei fa ammazzare uno che neanche sa che esiste. Roba che neanche Beckett e Ionesco se la possono inventare! Ma come si fa a non sapere dell’esistenza di uno cui si è fatto da compare di cresima? Non c’è che dire, ha fatto un servizio completo alla famiglia Salemi. Magari un po’ a scoppio ritardato. Andiamo, su! Che mi viene a dire, Dimmisi, mi piglia per fesso? Ma perché si è voluto rovinare con le sue stesse mani? A che le è servito? Certo non a far tornare in vita il suo amico Aversa, che riposi in pace.»
«Dottore, lei ogni volta cerca di prendermi in castagna con qualche sua ricostruzione. Io la rispetto, rispetto il suo ruolo e quindi anche le sue ipotesi. Però andiamo un passo alla volta. Mi vuole gentilmente spiegare cosa c’entro io con la morte di Salvatore Salemi? Le ho detto che ho sentito la notizia al telegiornale, altro non so.»
«Glielo dico io, cosa c’entra. Vediamo se ciò che le dico adesso le farà cambiare atteggiamento. Il giorno dopo la morte di Salvatore Salemi, sono cadute in un agguato due persone che lei conosce benissimo. Giovanni Avola e Michele Musca. Questo al telegiornale non lo ha sentito?»
«No. Non l’ho sentito.»
Non è come essersi perso una notizia qualunque. La risposta tradisce un debito d’aria, di quelli che un’emozione improvvisa non sa compensare. Anche la cera del volto non è più la stessa.
«Può essere. Anzi, osservando la sua reazione me ne convinco. E naturalmente non immagina neanche lontanamente perché siano morti?»
Deve deglutire per rispondere, l’epiglottide non fa rumore ma il pomo d’Adamo si fa scoprire. E la voce si è opacizzata.
«È come dice. Da molti anni non ho loro notizie.»
«Lei continua a prendere per il culo anche se stesso, Dimmisi. Non sono morti di raffreddore! Li hanno fatti fuori! Per favore, facciamola finita con questa commedia! Un po’ di decoro, cazzo. Ma li vuole aprire questi occhi, sì o no? Mi dimostri che ha capito. Che le hanno teso una bella trappola e che lei c’è cascato con tutte le scarpe. Altrimenti mi costringe a dubitare della sua intelligenza.»
«Non glielo posso impedire.»
«Insomma si ostina a non voler sentire e a non voler capire. Eppure parlo italiano come lei. Ora le dico come stanno le cose. Mi faccio le domande e mi do le risposte, così mi risparmio le sue che non lo sono. Procediamo con ordine. Salvatore Salemi è stata solo una pedina di nessuna importanza. Aveva un ruolo di terz’ordine nel vostro vecchio mandamento. Lo ha acquisito solo dopo che lei è stato arrestato. Giurerei che il tempismo di quella affiliazione è stato tutt’altro che casuale e forse anche, lei mi capisce, “obbligato”. Non escludo affatto che lei non ne sapesse nulla. Certo non sono venuti a mettere i manifesti qui in carcere, non so se mi spiego. Hanno aspettato sette anni che lei gli desse un’occasione. Per sette anni hanno dato uno stipendio al Salemi che era, con rispetto parlando, un incapace, ‘nu fissa, le cito letteralmente il vernacolo della mia fonte che è più che attendibile. Sette anni di soldi apparentemente buttati, una cosa che a sentirla sembra incredibile, ma alla fine sembra ne sia valsa la pena. Là fuori, Dimmisi, la conoscono meglio di quanto si conosca lei. Bisognava solo aspettare e l’attesa è stata ripagata. Più che se lei fosse crepato di morte naturale. A loro serve un altro tipo di morte, la chiamerei morale se mi permette. Qualcuno di recente, probabilmente gli stessi che hanno sospinto Salemi nell’organizzazione con le buone o con le cattive, questo non potrò mai saperlo, lo ha convinto che aveva finalmente l’opportunità per fare carriera e gli ha trovato un movente col botto: vendicare suo padre. E lui, più o meno come lei, Dimmisi, ha abboccato. Non si adombri per il paragone, ho detto più o meno. Abbiamo la quasi certezza che ha fatto parte anche lui del commando che ha assassinato Francesco Aversa, forse era alla guida della finta auto blu con targa Corpo Diplomatico, rivelatasi falsa, ma siamo quasi altrettanto certi che quel commando sia stato solo un “prestito temporaneo”, capisce cosa intendo dire? Chi ha organizzato tutto questo non ha trascurato nulla, anche se è stato un caso che io stesso sia diventato un elemento inconsapevole di trasmissione delle loro intenzioni, quando l’ho informata della morte di Aversa. Ma questo è solo un dettaglio. Non ci fossi stato io, lei l’avrebbe presto saputo da qualcun altro. E si sarebbe messo da solo sulla strada del sospetto che io le ho servito a domicilio, bell’e pronto su un piatto. Non ha perso tempo, dopo il nostro primo incontro. Non le è ci è voluto molto a scoprire, tramite i suoi vecchi amici, chi aveva ucciso Francesco Aversa. Diciamo che non hanno dovuto faticare a scoprirlo, per loro si sono aperte tutte le bocche e tutte le porte possibili. Chi ha voluto incastrarla è un giocatore di poker. Ha rilanciato più alto che poteva, sperando che lei andasse a vedere le carte. E lei lo ha fatto. Ha commissionato il delitto Salemi — Salemi figlio stavolta — ma non ha saputo prevedere non sarebbe stata una semplice reazione a una violenza, per quanto odiosa, isolata e personale. C’era ben altro nella testa di qualcuno. È chiaro che volevano colpire lei, solo che non era Salvatore Salemi la mente. Era un pupo, come dite dalle vostre parti, in mano ai suoi pupari. Lei, Dimmisi, mi aiuterà a incastrarli. Non posso prometterle niente, ma credo che a questo punto, con i nuovi capi d’accusa a suo carico, la richiesta di ripristinare il 41 bis per lei potrebbe essere quasi una garanzia, mi capisce?»
«Il 41 bis non è una garanzia per nessuno, commissario, lei lo dovrebbe sapere meglio di me. È come la valvola di un pneumatico: l’aria entra ma non esce. E se ne entra troppa la gomma scoppia. Non vedo che aiuto può dare a me, né che cosa posso fare io per le vostre indagini.»
«Non lo vede? Ma non capisce che hanno architettato tutto questo per disintegrarla? A cominciare dalla sua corte dei miracoli. Così la chiamano, sa? Ammazzando Avola e Musca l’hanno decapitata e ora stanno facendo ricadere la colpa della loro morte su di lei, mettendo in giro la voce con i parenti e gli amici che è stato lei a tradirli, a farli attirare in una trappola per riaccreditarsi con i nuovi capi.»
Don Ignazio fissa il commissario senza rispondere. Qualcuno che entrasse ora potrebbe pensare che il poliziotto abbia detto una battuta e che il detenuto ne stia ridendo. Non è un sorriso: è l’espressione beffarda che più le somiglia e più le si allontana. La assume un volto smascherato, chi credeva di avere battuto il tempo della lotta e, senza sapere come, si trova infine spalle a terra, sconfitto. Il giovane ha insegnato al vecchio una lezione che non è di quelle che si imparano. La morale della favola ha imboccato un tunnel buio. Non c’è modo di inseguirla, né di farla tornare indietro. D’ora in avanti niente sarà come prima, tra di loro e soprattutto per Ignazio Dimmisi.
«Vogliono demolire il suo mito, Dimmisi, e mi creda: sono molto determinati. Alcuni dei suoi vecchi uomini si stanno convincendo che lei non è un perdente, ma un infame. Queste le parole esatte che mi sono state riferite. Sa cosa significa quando nel vostro ambiente uno è considerato un infame, non c’è bisogno che glielo traduca. Allora, mi aiuta?»
«Aiutarla …»
Non è una domanda, manca l’inflessione interrogativa. Non si capisce neanche se don Ignazio fa l’eco al commissario o a se stesso.
«Accetti un programma di collaborazione. Mi occuperò io di tutto. Cercherò di convincere il P.M. titolare di questa nuova inchiesta di chiedere in gran segreto il suo trasferimento in altro istituto carcerario per ragioni di sicurezza. Come mandante confesso dell’omicidio di Salemi la aspetta un altro ergastolo, ma chiaramente nel suo caso cambia poco. In tribunale avrà modo di difendersi anche dai suoi detrattori e di salvare la faccia con le famiglie di Avola e Musca. Se ci tiene alla pelle o qualunque altra cosa, accetti la mia proposta. Qui non sono così sicuro di poterla proteggere e io so di poter avere solo da lei qualcosa di concreto per mettere le mani sui nuovi capi. So che posso sperare. Lei stavolta mi aiuterà.»
«Commissario, lei è una persona per bene e sappia che io la apprezzo molto. Si ricordi queste mie parole che sono le ultime che le dirò e le consideri una specie di saluto. Nel caso non dovessimo più vederci. Ora però mi consenta di tornarmene in cella, se non ha nient’altro da chiedermi.»
«Dimmisi, io per ruolo non posso fare comparsate in questa sua coreografia della tragedia, né avere il suo fatalismo. Lo so che questo Stato non le ha mai fatto molta simpatia, ma io di questo Stato sono un servitore, non di un altro. E fatalista non lo sono neanche per carattere. Non posso darle molto tempo per riflettere. Uno, massimo due giorni. È quanto mi ha concesso il P.M. per portargli elementi concreti, dopodiché farà a modo suo: non è affatto obbligato ad affidarmi le operazioni dell’indagine. A quel punto io, capisce? avrò le mani legate e non potrò più garantirle niente. Sono convinto che le sue risoluzioni prenderanno la strada indicata dal buon senso. Perché questa volta è la Giustizia vera, quella dello Stato che lei detesta, a tenderle una mano, a poter arrivare là dove una maldestra vendetta non ha saputo. Tornerò qui al massimo dopodomani per avere la sua risposta», finisce di dire mentre si alza. E, sulla porta, conclude: «Ci conto, Dimmisi. Arrivederci.»
Sulla via del ritorno, don Ignazio è grato al capo di restarsene zitto. È un uomo comprensivo, una persona per bene. Lo ha sempre pensato e non glielo dirà mai. La materia grigia e anonima degli uffici che stanno attraversando si fa come da parte al passaggio. Le facce che si sollevano appena dalle scrivanie, per vedere chi passa nel corridoio, sono senza lineamenti come figurine di quadri impressionisti, anche i passi hanno dimenticato che una volta sapevano fare rumore. Ma chi è il fantasma? Tu, o tutto il resto? I tuoi piedi dicono: no, no, no, no! Tutto attorno a te lo conferma. C’è un finale a sorpresa. Non è questo l’epilogo che ti stava aspettando, Ignazio. È un altro e tu sai quale. Se nasci arancio non puoi morire mela. Non si accumula mai abbastanza passato per essere al riparo dalle smentite del presente. Che fesseria, aver creduto veramente di esserti meritato una zona franca tra la guerra e la pace, tra il crimine e la giustizia. Che idea romantica, sperare di finire i tuoi giorni qua dentro, nutrendoti di letture, con un destino ruffiano cui lasciare solo la scelta di che malattia farti morire. Nossignore. Tu non appartieni al mondo di chi vive, lavora, si ammala e crepa di morte naturale. Il tuo è un altro. È quello di Giovanni Avola, di Michele Musca. Il mondo di Tano Salemi e di suo figlio Totò. Voi altri avete un vostro ciclo di vita, vivete sotto un altro sole, in una giurisdizione a parte. Se Visitor è apparso all’orizzonte della tua esistenza, in fondo è stato solo per ricordartelo e guarda che prezzo ha pagato per l’innocenza di un annuncio. Il prezzo che paga l’agnello sacrificale. La tua vita era guerra e guerra è rimasta. E in guerra, il sangue versato è sempre rosso, anche quando si mescolano dolore innocente e dolore colpevole.
Ti hanno fottuto, Ignazio.
È tutto così preciso, senza sbavature. Un orologio svizzero. Come quelli che si dilettava a riparare Giuseppe Bonaffini detto ‘U Raluggiaru. Chissà da quale rigattiere sono finiti dopo che hanno mandato anche lui a taliare ficurinia da una bella tomba di granito rosa, tronfia e pacchiana come il caro estinto che ci riposa dentro con due protesi di vetro nelle orbite oculari, visto che gli occhi nella scena dell’agguato non si erano potuti trovare. Quando tutto è ben congegnato, anche il vento della fortuna soffia a poppa. Lo dice il tempismo della proposta irricevibile del commissario Pagliaro. In fondo, per salvare la pelle, non gli sta offrendo di accreditare la tesi di chi gli vuole male? Come può, Ignazio, accettare di apparire infame a coloro che lui stesso ha educato al disprezzo verso la categoria? Non c’è niente da dire: è un’architettura letteraria, il suo tratto d’autore è la sua firma.
Se un uomo potesse integrare ragione e intuizione senza perdite, allora potrebbe sperare, se non di essere, almeno di sentirsi arbitro della propria esistenza. Ma l’incompletezza, come la morte, è cifrata nella genetica di chiunque. Ci saranno presagi destinati a restare inascoltati, voci interiori che sussurreranno invano e non riusciranno a guidare. In fondo, Ignazio Dimmisi ha sempre saputo che la sua vera pena non poteva essere l’ergastolo, né tanto meno l’estromissione dalla cupola degli affari e non proprio con un trattamento di acquiescenza. Il prezzo vero è quello che ha iniziato a pagare ora, con la morte di Visitor, con quelle che l’hanno seguita e che ancora devono avvenire fino a che il meccanismo, comandato altrove, non arriverà al suo punto d’arresto programmato.
Ci sono momenti in cui il presente, impossibilitato a prendere una direzione in autonomia, si autosospende. Il tempo trascorre ma è solo una questione di calendario. In realtà la vita si ferma, come un orologio che ha esaurito la carica, in attesa che qualcuno o qualcosa la faccia ripartire.
La sente di nuovo. Da quando il povero Francesco ha portato un sospiro di aria e di luce nel chiuso del suo stanzino, si era vergognata, accucciata in un angolo. Si era fatta un po’ dimenticare. Oggi c’è di nuovo ed è più forte di sempre. La puzza. L’ha fatta esalare il discorso del commissario Pagliaro. Se è tornata, è per non farsi più dimenticare.
Nell’intreccio teatrale in cui si è visto precipitare con un calcio all’ultima chiamata, come una comparsa ritardataria, c’è un solo finale possibile e non è quello del commissario Pagliaro.
Ignazio Dimmisi lo sa.
Ormai non gli resta altro da fare che prepararsi.
L’ultima curiosità che gli viene concessa è sapere che faccia avrà. Il nuovo recluso, quello che si farà arrestare apposta, che una serie di circostanze non proprio fortuite porteranno proprio là dentro, nella sua sezione. Come lo riconoscerà, come capirà che è lui. Sempre che gli dia il tempo di capirlo. Forse è già là dentro e lo sta solo aspettando, dietro un cantone lasciato deserto di proposito o nel cesso, mentre Ignazio dà le spalle al mondo. Magari è un finto agente. O un addetto alle pulizie. Sarà la puzza della morte a guidare l’uno verso l’altro.
Non sono partite eque, quelle che giocano uomini come Federico Pagliaro.
La legge può giocarle solo con l’illegalità, e l’illegalità ha bisogno di barare.
L’avversario di Federico Pagliaro spesso non ha generalità. È multiforme, pervasivo e ha un’innata facilità ad allearsi con attori apparentemente neutrali, come il tempo, le coincidenze, gli imprevisti. Per vincere una partita, bisogna remare contro le probabilità, azzeccando una serie di combinazioni senza sbagliarne una.
Uno come Federico Pagliaro lo sa che è così, anche se è giovane. Le brutte notizie se le aspetta sempre, magari dietro l’angolo di una giornata appena iniziata.
Stamattina si è alzato tardissimo, dopo una nottata passata in ufficio sulle carte. Si preparava a recarsi per la terza volta da Ignazio Dimmisi, accompagnato dalla solita determinazione e anche da una piccola speranza che non osava confessarsi. Nella seconda visita che gli ha fatto, ha creduto di essere più vicino anche all’uomo dopo aver finito di sfrondare il mafioso. Se era rabbia ciò che lo aveva spinto a rimettersi in gioco, poteva averne abbastanza in corpo per desiderare che un disegno di rappresaglia non restasse incompiuto. Anche se grazie ad altre mani. Si stava ancora radendo quando il cellulare ha squillato: la suoneria generica di un numero sconosciuto. Ha risposto.
Quando ha udito come si qualificava l’uomo all’apparecchio — «Buongiorno dottore, qui è la segreteria del Direttore del carcere» — ci ha messo una frazione di secondo a capire che cosa stavano per dirgli. Le parole successive sono state un déjà-vu, qualcosa che toglieva un velo trasparente a un disegno già intuito, paventato. Le delusioni delle partite perse si somigliano tutte, e non solo perché fanno portare una mano sulla fronte.
«Dottore, il Direttore mi prega di avvertirla che stamattina il detenuto Dimmisi Ignazio è stato ritrovato privo di vita in un angolo del cortile, alla fine dell’ora d’aria. Il medico di turno che ha esaminato la salma ha trovato evidenti segni di strangolamento alla gola.»
11:26 Scritto da: nowhere_man in Storie | Link permanente | Commenti (8) | Segnala
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Commenti
Avevo cominciato la lettura annotando alcune frasi che mi avevano colpita e di cui volevo parlare (tipo quella che nel dialetto siciliano, come nell'inglese ecc...) poi lo svolgersi degli eventi mi ha preso e ho finito con il perdermi dietro la trama del racconto. Questa storia sembra avere sempre una fine e un nuovo inizio. Difficile prevedere davvero la conclusione. Nel senso che tutti i personaggi si sfiorano, gli eventi si toccano come in una strana concatenazione di causa ed effetto, ma non riesci a prevedere se poi ci sarà un cerchio che si chiude o se tutto resterà così, come in fondo è la vita, una serie di accadimenti l'uno accanto all'altro, senza una ragione precisa.
Ok, Maurizio, aspetto. Intanto ti
Anna
Scritto da: setteparole | 10/04/2011
Coerente con se stesso sino alla fine Ignazio, scegliere di morire fa di lui, in un certo senso, il vincitore...
ora rimane la curiosità di scoprire come influirà la sua morte sulla vita degli altri personaggi.
Sempre eccellente la tua scrittura.
frantzisca
Scritto da: frantzisca | 10/04/2011
una sorta di scatola cinese
o una matrioska
questa la tua scrittura, una continua sorpresa.
è difficile commentare, perché a dover toccare i punti salienti non si smetterebbe più...
mi limito quindi ad apprezzare la tua inventiva, il tuo realismo, la tua incomparabile analisi della psiche e del sociale, la fluidità della tuo scrivere.
un irrinunciabile piacere, insomma.
Scritto da: cristina bove | 11/04/2011
La mano che scaglia il sasso poi non può più fermarlo... come notavo qualche capitolo fa, l'atto è definitivo, una volta compiuto non si può tornare indietro... per cambiare, per trasformarsi diventa indispensabile svuotarsi totalmente e affrancarsi dal passato e dai legami sentimentali... ma certo Dimmisi, non può... quando accumuli troppe ombre dietro di te, ne vieni oscurato, e piuttosto che ricordare, capita che il passato viva insieme al presente, ne sei l'artefice e la vittima... come appunto spiega l'uso del passato remoto nel dialetto siciliano, che a volte si sostituisce proprio al tempo presente e che comunque in generale fa sempre riferimento ad eventi appena accaduti...
un abbraccio
Scritto da: dalloway66 | 11/04/2011
Pur intuendo l'inevitabilità della fine di Ignazio Dimmisi, ho sperato fino all'ultimo , come sempre mi accade nelle storie di mafia, in una sorta di risvolto degli eventi che avesse potuto permettergli di trovare in fondo al senso della proria vita un uomo nuovo, eppure arcaico in una concatenazione genetica.
Ma la realtà , come tu ci hai fatto notare, può essere gelida e crudele, spesso non conosce una vera giustizia umana o divina che sia.
Non serve un passato per imparare, non serve a volte lo sguardo ad un futuro ideale, spesso rimane l'uomo nella sua miseria umana. Un'immagine onirica, quello del detenuto che stordito prosegue nei corridoi del carcere, dove figurine di cartone sembrano osservarlo. Un incontro con la consapevolezza della morte e della mancanza di tempo, un capolinea, un binario morto, una strage in atto che si sarebbe perpetrata per sempre.
Si ritorna con la mente ai colloqui con Francesco, mi è venuta voglia di andare a rileggerli, quelle brevi conversazioni dove toccavano temi importanti, dove parlavano di etica, di filosofia, di psicologia e di anime perdute. Quel figlio che per un breve periodo gli ha fatto sentire il sapore dell'aria fresca, degli spazi infiniti, ritrovati con il cuore,quel breve periodo in cui per un po' si era scordato chi fosse realmente riscoprendolo ora attraverso uno spargimento di sangue in un percorso di morte e giustizia sommaria.
Il giovane comissario Federico Pagliaro, con quell'intuito di chi già conosce molte cose,con il suo servire uno Stato con mezzi a disposizione che non danno alcuna garanzia, ma che compie con serietà il suo dovere. Sarà forse l'amore alla fine che trionferà? Il comissario Pagliaro forse darà una svolta agli avvenimenti, perchè nel suo animo non aleggiano ancora ombre e fantasmi, egli è ancora intatto, non sente voci o rimorsi, egli è pronto forse per un riscatto alla vita, attraverso una giovane donna rimasta sola ed ad un bimbo il cui futuro è ancora tutto dinnanzi a lui.
Mi piace veramente tanto questo romanzo ed ogni chiusura di capitolo mi lascia una grande curiosità oltre che al dispiacere di staccarmi dal proseguo della storia.
Scritto da: alessandra62 | 11/04/2011
Cosa posso dire? sei bravissimo, nella narrazione, nell'entrare dentro ai personaggi che crei e che rendi così reali, veri...aspetto il seguito...
Scritto da: Riyueren | 11/04/2011
Non posso fare a meno di notare la coerenza stilistica e la coesione della struttura narrativa, anche se avevo sperato che che Ignazio Dimmisi non uscisse di scena. Concordo con Cristina Bove che paragona la struttura delle tue storie a scatole cinesi o matrioske. Ogni personaggio ha una propria ragion d'essere, un disegno preciso da tracciare e via via sviluppare, a volte intrecciandolo con altri, a volte in apparente libertà, ma tutto si riconduce a un fil rouge sotterraneo e robusto che costituisce l'ossatura, la struttura portante della storia. Alla prossima, Annarita.
Scritto da: annarita | 12/04/2011
il tuo racconto è oramai diventato un piacevole appuntamento da scorrere mentre attraverso la città oppure la sera a casa nei momenti di relax.
.. è molto bello "Un vizio di famiglia" un capitolo.. che parla e prende in esame molti aspetti importanti della vita che hai definito assai bene "una matassa".. spesso intricata e difficile è sia trovarne il bandolo perché a volte inizio svolgimento e fine si confondono formando un tutt'uno, così come ripercorrerne a ritroso il percorso, tentando magari di lisciarne i nodi..
e che dire della neutralità.. come vorrei a volte esserlo.. ma hai ragione non è possibile perché nella vita bisogna sempre prendere una decisone.. scegliere da che parte stare..
a scegliere per Don Ignazio è stata la vita.. con l'uccisione del suo amico di infanzia tanti anni prima così come ora a deciderne la fine è l'uccisione di Francesco, il suo è un mondo che non ammette sentimentalismi perché esserlo.. significa rendersi vulnerabili.. fornire ai nemici la mano vincente..
.. e a lui infine, una volta presa consapevolezza del gioco di potere del quale è stato protagonista senza volerlo.. capirlo.. non rimane altro che accettare con dignità il suo destino, perchè quando decreti la morte di qualcuno come è stato per don Ignazio nella sua vita, sai che questa prima o poi potrebbe colpire te..
.. in attesa di vedere cosa cela il prossimo capitolo, mi complimento con te per questo
un caro saluto
Scritto da: albafucens | 19/04/2011
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