16/04/2011

La vestaglia pervinca

«Chi è?»

«Signora Aversa? Mi scusi, sono Pagliaro. Spero di non disturbare, avrei qualcosa da comunicarle. Posso salire?»

«Sì, commissario. Non disturba affatto. Prego, salga. Le apro.»

È Alberta, non Bianca, la signora Aversa cui il commissario Pagliaro ha suonato. Non c’è due senza tre.

Dopo aver pigiato il pulsante del citofono e prima di agganciare la cornetta, Alberta fa in tempo a sentire i primi passi dell’uomo, secchi, di tacco netto, echeggiare nell’androne del palazzo. Poi si fa un doppio petto con la vestaglia color pervinca, ne annoda con cura la cinta, si aggiusta alla svelta i capelli e attende, dietro la porta socchiusa, i passi sulle scale, sempre più vicini.

«Buongiorno, commissario.»

Alberta usa per cautela un tono di voce basso e flautato, cui il suo ospite si adegua subito mentre raggiunge l’altra mano già tesa.

«Come sta, signora? Spero tutto bene.»

«Sì, grazie. Ma si accomodi. Siamo sempre fortunati quando viene lei: Massimo Valerio si è addormentato da poco. Lei ha una specie di sesto senso per questo. Deformazione professionale? Scherzo naturalmente. Di qua, conosce la strada ormai. Scusi il mio deshabillé, non aspetto mai visite. Capirà, con un neonato in casa ci sono sempre mille cose da fare e l’ultimo pensiero per una mamma è quello di mettersi in ordine.»

«Invece la trovo benissimo, mi creda.»

Federico Pagliaro arrossisce fino alle orecchie. Fino al benissimo non ce n’era motivo, era ancora dentro la frase fatta. È stato il mi creda, pronunciato assentendo ripetutamente col capo, a sparigliare tutto. Non ha potuto impedirsi di dirlo. Alberta continua a sentirsi orribile malgrado il complimento, lui la vede con altri occhi. Percepisce il fluido sensuale che diffonde attorno a sé una donna che allatta. Il respiro le solleva i seni, le labbra si increspano, tutto il corpo diventa espressione del suo eros morbido e come dilatato, una corporeità candida e insieme provocante che sembra fatta per inghiottire qualunque desiderio maschile. Se fosse un poeta, un uomo impudente e anche un po’ mascalzone, allenato alle scaramucce galanti, potrebbe mettere in metro le sue sensazioni con metafore carnali e mistiche alla Neruda e averla tra le braccia prima di completare la terza quartina. Non è un poeta. È un uomo esageratamente schivo, attrezzato per vincere battaglie professionali ma abituato a perdere quelle sentimentali. Riuscirà a snaturarsi fino a corteggiare proprio una donna che gli fa perdere la testa? Prima o poi, dovrà soffermarsi a capire come mai trova il coraggio di approcciare solo donne che rimangono al di là della sua voglia di comprenderle, di accoglierle. Con loro diventa spavaldo, quasi sprezzante, come un cliente davanti a una puttana. Ora ha in odio se stesso, un odio malsano perché si vede incapace di aprire uno spiraglio alla voglia di felicità che la presenza di Alberta ogni volta pungola in lui.

«È sola? Non c’è sua suocera? L’ultima volta che sono venuto, mi è sembrato di aver capito che le sta dando una mano col bambino.»

«Sì, molto, veramente. Devo dire che non me l’aspettavo. Credo la aiuti molto a non pensare. Oppure a pensare a Francesco in modo positivo, occupandosi di suo figlio.»

Ora è il turno di Alberta di arrossire. Il commissario Pagliaro, benché dotato di istinto poliziesco, non può saperne il vero motivo, che resta ben nascosto sotto le parole appena pronunciate dalla vedova di Francesco Aversa. Il fiuto del piedipiatti in questo momento è fuori uso, l’uomo che di solito lo sguinzaglia è troppo preso a raffreddare la propria temperatura emotiva, e il rossore della donna che lo ha appena accolto non lo aiuta, fomenta speranze.

Alberta non capisce dunque perché il commissario, dopo essere entrato, si sia risolutamente allontanato da lei e diretto da solo verso il salotto. Lei ovviamente lo raggiunge. L’uomo non dice nulla, continua a darle le spalle, non si toglie neanche il soprabito. Lascia vagare lo sguardo come chi debba periziare una casa di cui sa solo ciò che ha letto sull’annuncio di vendita. Alberta, educatamente, attende che sia lui a parlare: le ha detto che deve comunicarle qualcosa. Sarà vero? O il motivo della visita è un altro e lui non trova ancora il coraggio di sputare il rospo? La imbarazzerebbe, in questo momento, scoprire che è così. Ha paura di dover mettere, accanto al sentimento che teme di veder esprimere a quest’uomo, il proprio: troppo spaiati. Non ha paura per sé. Teme di ferire lui. È una sensazione nuova e Federico Pagliaro è il primo uomo che sia stato capace di suscitarla in lei. Del resto è stato anche il primo a suggerirle che un uomo, nel suo cammino verso una donna, sa anche fermarsi a metà strada tra l’indifferenza e la concupiscenza. Un sentimento nuovo, lei non sa come definirlo, né come maneggiarlo.

Il commissario si è soffermato con gli occhi su una gigantografia, incorniciata a giorno, che ritrae lei e suo marito estremamente sorridenti. Felici, non c’è dubbio. Giurerebbe che l’ultima volta non c’era. Difficilmente la memoria lo inganna. È un segno, tutto sommato, normale. Ora che ci fa caso, lui era molto più alto di lei. Aveva occhi così chiari, e neanche un filo di pancia. Doveva essere un brav’uomo, questo sembra commentare lo sguardo aperto, eloquente dell’ospite. Una specie di omaggio ufficiale allo scomparso. È ciò che il commissario vuol far credere mentre sta pensando a tutt’altro. Non che lui è vivo, qui, nella casa di quell’uomo che ora non c’è più, e ci sta solo perché il defunto è finito in una sua inchiesta, ma che il morto l’ha avuta e lui probabilmente non potrà. Dà a vedere di ammirare l’oleografia di un matrimonio di cui non può sapere nulla. Lo sta usando come paravento per dissimulare ciò che sente per questa donna pressoché sconosciuta: un’attrazione che lui poliziotto non ha ancora smascherato eppure è così infantilmente, struggentemente incestuosa un’emozione che lo fa sentire inadeguato come non gli accade mai nel suo lavoro.

Il massimo che riesce a estorcersi a parole è:

«Questa casa, signora Aversa, sa di buono.»

Alberta avverte solo il buffo della frase, chissà cos’altro si aspettava di dover sentire da quella bocca. La sua piccola tensione esplode in una risata screanzata, come davanti a un attore d’avanspettacolo. Se è stato comico, Federico Pagliaro non se n’è accorto, di certo non voleva apparirlo. La risata di Alberta è il colpo di frusta che lo scaraventa dentro i panni del poliziotto, quella parte di commissario comprensivo con i buoni e canaglia con i cattivi che gli riesce così naturale.

«Dico sul serio, signora. Non la prenda come una battuta. Venire qui mi trasmette serenità. È una boccata d’aria pura, niente a che fare con quella che respiro nel mio lavoro. Lei risponderà: “è normale, visto il mestiere che fa”. Non vorrei essere mai venuto, mi creda, non le avrei mai augurato di dovermi conoscere. Non così almeno. Ma è successo quel che è successo. Siamo tutti esposti al rischio che una storia estranea alla nostra finisca per invaderla o, peggio, per sconvolgerla per sempre. Come un’automobile che improvvisamente salta il guardrail in autostrada e ne investe un’altra quando non può fare più nulla per evitarla. È la vita. Dio mio, ho cominciato un discorso che non so dove mi porta e forse è meglio che lo tronchi qui …»

«Comprendo cosa vuole dirmi, commissario. Ha ragione. È la vita e io non incolpo certo lei di tutto questo. Ci mancherebbe! Lei con me è sempre stato così … gentile … Per fortuna io ho mio figlio, che non mi dà il tempo di fermarmi per capire cosa è accaduto alla mia storia. La mia storia ora è lui.»

«Certo, capisco. È giusto. Una bellissima storia che grazie a Dio continua.»

Nelle parole di Alberta viaggia un messaggio inequivocabile per Federico Pagliaro, per ciò che non ha avuto il coraggio di raccontarsi, figuriamoci di esprimere. È talmente prevenuto sull’utilità di sperare da esser voluto inciampare sul primo segnale negativo che lei gli ha lanciato. Alberta è arrivata a lui ma non è vero il contrario. Non lo vede come un uomo e Federico non saprà mai quanto la ostacoli il ruolo intimorente del poliziotto o la scarsa attrazione verso la persona. Ma a che serve saperlo, se questo è comunque il risultato? Un ruolo è inseparabile dall’altro, per Alberta come per chiunque altra lui incontri. Che imbecille! Si è troppo specchiato nella sua illusione prima di ritrovare finalmente un briciolo di buon senso. Ha davanti una donna che è da poco diventata madre e che nello stesso giorno è rimasta vedova. Come ha potuto approfittare della sua veste ufficiale per nutrire tentazioni così abiette?

«Signora Aversa, non voglio rubarle tempo inutilmente. Ma è mio dovere, visti i precedenti rapporti intercorsi tra di noi, comunicarle il prosieguo e, a questo punto, direi anche la conclusione delle indagini circa la morte di suo marito.»

Il tono è tornato estremamente serio, per entrambi.

«La ascolto, commissario.»

Queste tre parole trasmettono a Federico Pagliaro l’idea che Alberta Aversa non si voglia far turbare da ciò che sta per udire, come se la cosa non la riguardi, e che lo ascolta per una forma di cortesia, o di deferenza verso il pubblico ufficiale che ha davanti. Ma ormai lui ha iniziato e non può più fermarsi.

«Ricorda che l’ultima volta l’ho informata dei nostri sospetti — direi molto più che sospetti — sulla natura non casuale dell’omicidio di suo marito. Purtroppo le risultanze successive dell’inchiesta hanno definitivamente suffragato questa prima ipotesi.»

Alberta si sforza di mantenere il suo proposito, restare impassibile. Avverte tuttavia che sta per arrivare per lei qualcosa di sgradevole, una botta. Sente le mani vuote, vorrebbe poter stringere suo figlio al seno per non sentirsi sola. Per vedersi al riparo, ancorata alla vita.

«Ricorderà che le ho anche parlato di tale Ignazio Dimmisi, mafioso, ergastolano, una delle persone che meglio suo marito ha avuto modo di conoscere durante le sue frequentazioni del carcere della città in qualità di volontario dell’associazione Nostri Fratres.»

Alberta si tocca istintivamente la fronte. Un gesto interlocutorio, manifestamente retorico.

«Sì, me lo ricordo, commissario.»

«Bene. La morte di suo marito, per quanto possa sembrarle assurdo, ha una sua logica, perversa fino all’inverosimile ma salda. È uno sgarbo fatto al Dimmisi. Uno sgarbo calcolato, che è risultato essere solo la prima mossa per uno sgarbo assai maggiore.»

«Che intende dire, commissario? Non capisco.»

«Anche Ignazio Dimmisi è stato ucciso. Nel carcere dove era detenuto. Lo stesso dove andava a visitarlo suo marito. Strangolato durante l’ora d’aria.»

Alberta non può nascondere l’orrore che le hanno suscitato parole così crude, arrivate senza preparazione. È la morte, la morte vera come è stata vera quella di Francesco. La forra in cui non si è voluta lasciar andare, arrestandosi sul ciglio di un’assenza. Non pensa che qualunque morte deve usare violenza a un corpo, anche una malattia, perché il corpo non è fatto per cedere spontaneamente, è costruito per resistere.

«Vede, a modo suo Ignazio Dimmisi era un sentimentale. Una volta si definivano uomini d’onore. Ormai questa espressione è diventata retorica, si riempiono la bocca, come possiamo sentire nelle intercettazioni, di un onore in cui non credono più. Parlo delle attuali generazioni criminali. Il nuovo onore sono gli affari e l’onore si può perdere ormai solo se si perde un affare. Non so se mi spiego.»

Alberta sembra aver superato la sorpresa ed essersi abituata al sapore forte dell’argomento. Appare al commissario meno sulla difensiva riguardo a ciò che sta ascoltando. È l’espressione che trasmette, a chi sta parlando, un ascoltatore intento a orientarsi in un discorso che per metà ha già perduto. Forse ha intuito dove lui vuole arrivare. Ha riconosciuto lo stile del commissario: come le altre volte, le fa da scudo incontro ai fatti che le riferirà.

«Insomma, le stavo dicendo che Ignazio Dimmisi aveva un suo modo, molto originale e non proprio condivisibile di esprimere il proprio sentimentalismo. Certamente si era affezionato a Francesco Aversa e questo i suoi nemici lo hanno capito, forse prima di lui. Anche le mura di un carcere hanno occhi e orecchi. Era l’occasione che aspettavano. Perché deve sapere, signora, che in certi ambienti non esiste indulto, non esiste oblio, non esiste pietà. I conti in sospeso si pagano, fosse anche mezzo secolo dopo. Purtroppo suo marito è diventato un’inconsapevole pedina di un gioco sporco. Il termine regolamento di conti non rende giustizia. È stato qualcosa di assai più sofisticato. L’assassinio di Francesco Aversa è stata la prima mossa. La seconda l’ha fatta, di puro istinto, Ignazio Dimmisi. Era ciò che aspettava chi aveva teso la trappola. Hanno avuto due conferme: la prima, che il vecchio non era cambiato; la seconda, che sulla sincerità del suo legame con l’Aversa avevano avuto una soffiata preziosa. È ritornato in gioco, e non con la speranza di riprendere in mano dal carcere le redini degli affari, ma semplicemente perché qualcuno, come era accaduto cinquant’anni prima, gli aveva ucciso un amico. Lo chiamo sentimentalismo, ma raccontandole tutto questo mi rendo conto che è un termine dispregiativo, che le due persone in esso implicate, entrambe morte, non meritano. Anzi, per la memoria di suo marito, lo ritiro subito e me ne scuso. Ma insomma, le stavo dicendo, Ignazio Dimmisi è tornato a bussare alla vecchia porta. Lui che tutti davano per finito — non i suoi avversari, che sapevano quanto ancora contasse per i vecchi amici. Ha ordinato dalla cella un delitto, quello del povero fesso che qualcuno aveva mandato ad ammazzare suo marito convincendolo che avrebbe finalmente vendicato suo padre e si sarebbe accreditato verso di loro. Questa storia è un po’ lunga e non sto a raccontargliela tutta. Fatto sta che dopo la seconda mossa c’è stata a rapido giro la terza. Gli amici di Dimmisi. Quelli che hanno vendicato per lui la morte di Francesco. Chissà cosa li ha davvero spinti a esporsi, non riesco a credere si sia trattato solo di una prova di fedeltà, quello deve essere stato il pretesto, dietro c’era una velleità di affermazione, una tattica per tastare il polso a qualche avversario e tentare di rosicchiare il controllo di una zona. Probabilmente non avremo più modo di scoprirlo. Fatti secchi in un agguato, anche loro, il giorno dopo quello analogo che loro stessi avevano eseguito. Dopo la terza mossa, anche una quarta. Quella che le ho riferito per prima. L’ultima della partita. Scacco matto. I conti si sono chiusi. La gerarchia del mandamento cui Ignazio Dimmisi era appartenuto, e che per lungo tempo aveva governato, ha fatto il suo definitivo cambio di pelle. Finché lui è rimasto in vita, non era stato possibile. In questa storia, ci sono due uomini che hanno pagato un sentimento con la vita. Uno di questi è suo marito. Ha pagato per la scelta di amare. L’altro ha pagato per la scelta di odiare. Eppure la vita ha voluto che si incontrassero e che diventassero amici al punto di non impedire il coronamento di un destino tragico per entrambi.»

Per tutto questo tempo il commissario Pagliaro non ha volutamente cercato gli occhi di Alberta. Ne ha inquadrato, ora le pantofole allineate, ore le mani che stropicciavano la cintura della vestaglia, ora ha cercato altrove un testimone per le sue parole, la finestra, un quadro, sapendo che comunque c’erano orecchie ad ascoltarle. Sa che quando si raccontano storie del genere, uno sguardo lasciato vagare le ammorbidisce, le rende più astratte e sopportabili. Il raziocinio del crimine non è per tutti gli stomaci. Ce l’ha messa tutta per attenuarne la crudezza. Ma ora, tornando con gli occhi su di lei, non ne è così convinto: quelli di Alberta sono lucidi.

«Mi scusi, signora, se le ho raccontato tutto questo. Sono stato brusco. Io non sono né un giornalista né tanto meno un cantastorie. Sono un commissario di polizia e le cose le so raccontare sotto forma di fatti. E i fatti, più li si lascia raccontare da soli più dicono. Ma, per i trascorsi che ci sono stati … insomma, visto che abbiamo avuto modo di conoscerci in queste settimane e … ecco, ho ritenuto giusto, doveroso direi, che lei sentisse questa storia da me anziché spigolarla qua e là, da un giornale, da un notiziario in tivù. Ciò che passa di là deve fare effetto, e la verità spesso non ha appeal. Se lei si fosse fatta un’idea sbagliata di come sono andate le cose, non me lo sarei perdonato.»

Alberta è troppo presa dall’immagine appena evocata di Francesco per accompagnare fino all’ultima delicatezza il ragionamento del commissario. È il Francesco morto, il Francesco assurdamente vendicato che ha davanti, e chissà per quanto ancora sarà questa l’immagine intrusa di lui che la visiterà. Tra quanto riuscirà a farsi strada verso altri suoi volti, il Francesco innamorato dei loro primi tempi che le scriveva bellissime lettere? Persino il Francesco assente che l’ha spinta tra le braccia di Gianni è più sopportabile, cento volte più familiare di quello proposto dal commissario. È il destino di chi si accommiata da noi, lasciarci la sua ultima rappresentazione, magari di una malattia che, pur essendo solo l’ultima parentesi della sua esistenza, ha avuto il potere di distruggere almeno provvisoriamente in noi il ricordo della sua salute, della sua allegria. L’apprensione di Alberta non ha esperienza della temporaneità di tali falsificazioni della memoria. Non fa i conti con il tempo che alla lunga guarisce simili miopie.

«È tutto incomprensibile, commissario, tutto incomprensibile», ha trovato un fazzoletto nella tasca della vestaglia pervinca, è sporco di un rigurgito del suo bambino, ma non ha pudore di usarlo per soffiarsi il naso dopo essersi asciugata due lacrime.

«Lo so, la capisco. Sappia che io le sono vicino, più di quanto non sembri e anche di quanto lei possa credere. Va un po’ meglio ora, signora? Perché io non avrei finito. Posso continuare? Se la sente? Ne è sicura? Grazie. Ho cominciato dal peggio: ora passiamo al meglio. In queste settimane sono tornato spesso là, voglio dire nel carcere di suo marito. Ho avuto modo di interrogare diversi detenuti che lo hanno conosciuto. Non tutti, sarebbe stato impossibile. Una decina. Ci tengo a dirle che per ciascuno di loro, nessuno escluso, Francesco Aversa era diventato un amico. Ho visto lacrime uscire da occhi che non si crederebbero capaci di piangere. In quel gelo di ferro e cemento, suo marito ha acceso un fuoco che ancora scalda. Nessuno di loro dimenticherà. Mi sembrava importante, ora che tutto è finito, che lei lo sapesse.»

Ad Alberta scappano altre lacrime, stavolta a tradimento, per un’emozione che non è arrivata di petto come quella precedente. L’ha presa alle spalle. È più dolce. Non c’è bisogno che Pagliaro lo dica, del resto non lo farebbe mai: lei ha capito che questi incontri non servivano all’inchiesta, che se lui li ha cercati, se ha speso tante giornate del suo tempo sicuramente prezioso, è stato per poterle ridurre nel succo di poche frasi che riguardano il suo Francesco, quelle che le ha appena consegnato. Eppure lei che era la più vicina a suo marito è la sola a non averne capito il cambiamento, a non averne beneficiato. Chissà se queste parole, che settimane hanno costruito e pochi secondi hanno bruciato, resteranno solo l’ultima orazione funebre di Francesco Aversa, o sapranno lavorare in una qualche profondità dentro di lei.

«Io, commissario, non so davvero come … ringraziarla. È stato veramente un pensiero speciale da parte sua. Apprezzo molto i suoi modi, ci tengo che lei lo sappia. Un giorno vedrò meglio le cose e saprò esserle più grata di quanto io non le appaia oggi per la sua attenzione, la sua cautela e, insomma, non saprei come dire …»

Alberta non sa come continuare, o meglio lo sa ma, prima di pronunciare la terza parola che le è venuta in mente affetto si avvede che sarebbe un segnale di speranza per quest’uomo che non merita di essere illuso, e oggi lei non può dare speranze a nessuno. Mente a se stessa, senza possibili sconfessioni date le circostanze. Lo eleva al rango degli uomini che potrebbero riuscire a sedurla, se le cose stessero diversamente.

«Lei non mi deve ringraziare, Alberta (è la prima volta che la chiama per nome: ma è da qualche minuto che non è più il commissario che le parla). Ah! mi scusi, c’è un’ultima cosa che non le ho ancora detto. Una cosa apparentemente di poca importanza. Ma io non credo all’esistenza di cose non importanti. Tutto lo è. Volevo dirle questo. In carcere, agenti, detenuti, chiamavano suo marito in un modo, diciamo così, particolare. Visitor. Così lo avevano soprannominato. È una cosa nata all’inizio, probabilmente dovuta al fatto che fosse l’unico visitatore che non era parente di nessuno. Una specie di extraterrestre insomma. Ma a volte certe parole vengono suggerite dalla profondità e non dalla superficie. Nel Vangelo, se non erro, a visitare sono gli angeli. Col senno del poi, è più vera questa seconda spiegazione e forse, là dentro, questa revisione la stanno facendo in molti, da una parte e dall’altra delle sbarre. Perché le visite di suo marito hanno compiuto, nel loro piccolo, il miracolo di propiziare incontri dentro le mura di una galera, dove di solito ciascuno inciampa solo nella propria disperazione. Non è poco, conoscendo quell’ambiente, gliel’assicuro. Le affido queste notizie perché lei possa custodirle come un ricordo nuovo di suo marito. È una specie di regalo che lui non ha potuto farle arrivare con le sue mani e che mi incarico io di consegnarle. Io a questo punto avrei finito, Alberta. Le ho portato via tantissimo tempo e non posso trattenerla oltre. Sappia che, per qualunque cosa, insomma … io sono a sua disposizione. Ecco (si fruga nella tasca interna della giacca, tira fuori un mucchietto di biglietti da visita), lo prenda, se posso esserle utile, qualunque cosa, signora, non esiti a chiamarmi.»

Si alzano dalle poltrone. Il tragitto dal salotto alla porta d’ingresso è breve. Per Federico Pagliaro, una sciagura e un sollievo al tempo stesso.

Mentre due mani si stringono, arrivano le ultime, teatrali parole del commissario. Almeno questo non può negarselo.

«Non fosse stato per le circostanze, ora sarei più sereno nel dirle che è stato un piacere conoscerla, Alberta. Me lo dovrei tenere per me, ma non ci riesco. Mi perdoni la troppa franchezza.»

La mano maschile si è sciolta dalla stretta, forzando un poco l’altra perché la lasciasse andare. Come a far capire che gli addii sono parole che non attendono risposta. Alberta, infatti, una risposta adeguata non la trova. Solo dopo un secondo o due butta lì una frase, tanto per non fare scena muta una manciata di sillabe di cortesia quasi urlate alle spalle che il commissario le ha ormai rivolto, puntando sicuro verso le scale.

«Venga a trovarmi, se le capita di passare da queste parti. Il tempo per un caffè con lei, bambino permettendo, lo troverò volentieri.»

Ma il commissario ha già sceso mezzo piano. L’invito è di circostanza. Lo sanno entrambi. È questa la loro comunione e non ha un sapore dolce. Sarà difficile che quel caffè venga messo un giorno su un fornello e poi versato fumante in due tazzine. È evidente che Federico Pagliaro, lui così disinvolto nel trattare coi criminali, coi magistrati, con i colleghi, coi giornalisti, non troverà il coraggio di inventare neanche una stupida scusa per suonare ancora una volta a questo citofono e Dio sa se lo desidererebbe.

Commenti

Meraviglioso questo capitolo! Ho appena pensato:- oh no! Già finito!
Però quanto vorrei che il fato o le circostanze coranassero la bellissima storia d'amore che potrebbe nascere fra il comissario ed Alberta. Chissà quali sorprese ci persevererà il proseguo della storia. Eh si quando finirà questo romanzo so già che mi mancherà molto e chissà forse magari ne farai una trilogia, tipo Millenium, magari ne seguirà un altro in intreccio spettacolare di personaggi.
Ricordo cosa disse la maestra di mia figlia quando lesse il tuo romanzo "Luci di Costiera", disse che sembravi un architetto di giardini, nei tuoi racconti regna l'armonia, i punti di fuga, un gioco di colori fatto con le parole, una scala ben progettata di sentimenti , scalini che raggiungono ogni piega dell'anima.
Ho ricordato queste osservazioni in quanto ancor di più le sento vere in questo nuovo romanzo.
Ho sentito battere anche il mio cuore ed ho avvertito la tensione dei due personaggi all'interno delle stanze nella casa di Alberta.
Non vorrei ora iniziare una specie di riassunto. Mi ha colpita ogni parte, ogni passaggio, ogni discorso, da restare veramente con il fiato sospeso, e ti assicuro non è retorica nel tentativo di fare un bel commento. I sentimenti da te descritti in parte li ho vissuti , ed è anche questo il bello:nelle tue storie ci si riconosce al punto da immedisimarsi in esse. Questa è una grande abillità dello scrittore vero.

Scritto da: alessandra62 | 16/04/2011

Come ebbi a dirti in altre occasioni hai un modo di scrivere affascinante,originale,interessante,strutturato da un'impalcatura di spessore non indifferente ma moderno come lo fu Euripide nel suo tempo.
Quindi anche quest'ultimo racconto che sono riuscita a leggere questa mattina non può che non lasciare stupore e complimenti.Sempre in altre occasioni ti ho accennato a idee e a un progetto.Quello di mettere in scena alcuni tuoi lavori.Stiamo lavorando per farlo.Ti contatterò.Ciao.Bianca 2007

Scritto da: Bianca 2007 | 17/04/2011

Tenere il lettore avvinto a una storia, specie dopo una settimana di pausa, è un'impresa che appartiene solo agli scrittori eccellenti, e per quanto mi riguarda tu lo sei. Durante l'arco della mia vita ho letto circa duemilaseicento libri. Oggi non c'è tema, intreccio o storia che mi suoni capace d'interesse, in questo periodo di stanca e privo d'entusiasmi, tu riesci dove altri falliscono miseramente.
E ti assicuro che sei in compagnia ristrettissima.
Non mi piace fare analisi delle storie che leggo, posso solo manifestarti la mia approvazione e il mio gradimento, nonchè la stima per il tuo talento.

Grazie

Scritto da: frantzisca | 17/04/2011

Questa mattina, dopo aver pubbllicato il mio post, sono uscita di corsa. Non sono passata da te perchè sapevo che, se avevi scritto, io non sarei più uscita. E invece avevo bisogno di fare due giri intorno ai viali prima di cominciare la domenica. Poi sono tornata e mentre mettevo su il pranzo, ero sempre attirata dal computer. Alla fine ce l'ho fatta. Quasi sentissi che questa era una "puntata" diversa.Qui scorre un po' di normalità, starei quasi per dire serenità, anche nell'agitarsi dei sentimenti. Ora, nonostante le faticose spiegazioni del commissario, tutto appare più semplice. I sentimenti sono più familiari, più conosciuti, giocano sull'incontro di due persone che probabilmente la vita terrà lontani. O forse no, chissà. Forse "l'angelo" potrebbe annunciare una diversa novella. Fatto sta che pur nella malinconia di un sentimento che non ha sbocchi, l'aria che si respira sa di vita. E dopo tante morti non è poco.
Grazie come sempre Maurizio, per i tuoi racconti e per la mia domenica mattina. E buona domenica anche a te.
Anna
PS. Piccolo commento malizioso: quasi tutte donne le tue lettrici, eh?

Scritto da: setteparole | 17/04/2011

Mi riesce difficile commentare un racconto eccellente, strano, mi dico, dovrebbe essere il contrario! E no, mi rendo conto che una scrittura ineccepibile non si può fare altro che approvarla, apprezzarla, come nei commenti che hanno preceduto il mio.
Elogi che mi sento di condividere tutti.
Posso aggiungere che in genere non amo le storie a puntate, e che sono sorpresa io per prima a constatare come riesci a mantenere vivo l'interesse e il piacere della lettura, in un intreccio in cui ogni personaggio ha una sua affascinante configurazione.
Complimenti anche per la struttura a scatole cinesi, ma questo mi pare di averlo già detto in qualche precedente commento.
ciao, grazie.
alla prossima.
cri

Scritto da: cristina bove | 19/04/2011

Sono al lavoro, mi sono imbattuta per caso in questo racconto .... entro in internet automaticamente ogni giorno per collegarmi a siti necessari per lo svolgimento delle pratiche ... e spesso accade che parole o titoli (la scrittura come rifugio per l'anima, la frase di calvino) attirino la mia curiosità e a quel punto non resisto perchè devo leggere, sapere, informarmi .... ma poi, d'improvviso, come se fosse mancata la corrente, anche a metà di una frase, dico stop e "chiudo" : devo uscire da queste scatole cinesi ... per continuare il mio lavoro; e siccome non mi piace mai lasciare le cose a metà, mi resta addosso una sensazione di vuoto per qualcosa che mi son lasciata sfuggire, per dovere. Anche ora è così: ho letto il racconto qua e là perchè non ho tempo accidenti! ma un po' alla volta comicerò dall'inizio perchè mi piace la storia, lo stile, le parole, i personaggi, gli ambienti .... mi sono sentita in ansia sperando che il bambino non piangesse ....

Scritto da: flavia paganini | 20/04/2011

.. me piac' ^ __ ^
la vestaglia pervinca e uhm.. la piega sentimentale che prende la storia, eh sì sono un tantinello nostalgica, romantica e sognatrice :)) ..perchè sono così belli Alberta e il commissario da vedere insieme, seguire i loro fare piccoli passi avanti per poi subito retrocedere

e bellissimo anche tutto il racconto che Lui le fa per spiegarle la morte di Francesco.. è vero i conti si saldano prima o poi..


sono storie di vita vissuta le tue.. che rispecchiano un po' la vita di tutti i giorni ed arrivano.. sempre..

un caro saluto
e dato che ci sono colgo anche l'occasione per farti gli auguri

Scritto da: albafucens | 20/04/2011

Ha pagato per una scelta d’amore...
Come Vittorio, morto in Palestina; come tanti angeli portatori d'amore e ricambiati con la morte. Francesco è un angelo non un alieno, ne sono certa, perché aveva in sé il seme della misericordia, della pietà e del dono e il ricordo di sé che ha lasciato in carcere lo testimonia. Peccato che sua moglie non lo abbia capito mai e che lui stesso non ne sia stato del tutto consapevole.

Alberta e il Commissario sono teneri, impacciati, forse anche fatti l'uno per l'altra, ma sento che la loro storia non sarà così scontata.

Ti abbraccio, M., e ti auguro una felice Pasqua, scusandomi sempre per il ritardo con il quale leggo i tuoi splendidi racconti.
Linda

Scritto da: Linda | 23/04/2011

A volte è molto strano il modo in cui il destino imposta gli incontri, ma è anche vero che non si sfugge facilmente a quella sorta di predestinazione che ci accompagna...
sembra quasi che ci sia una sorta di pudore nell'accorgersi di provare dei sentimenti inappropriati date le circostanze... ed è un bel dilemma chiedersi se seguire la via del cuore o le convenzioni sociali... a me sembra che alla fine abbiamo costruito un indistruttibile monumento alla costante infelicità, tante cose dovremmo cambiare nell'impostazione della nostra vita, ma il cammino è troppo lento...
un altro bel capitolo, ricco di spunti...
un abbraccio

Scritto da: dalloway66 | 24/04/2011

Francesco piano piano sta scomparendo, anzi non è mai vissuto,
un visitor che diverrà leggenda,
la vita va avanti ma Alberta la assolviamo?
oggi mi sento cattiva...

Scritto da: sistercesy | 08/05/2011

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