21/04/2011

Il pranzo della domenica

Ogni volta che suona al campanello, a Bianca fa un certo effetto leggere le sei lettere in stampatello sulla targhetta. Aversa.

C’è sempre stato scritto questo. Il cognome di Alberta è stato aggiunto a penna, in una seconda riga, ma solo nella buca delle lettere e nel citofono esterno.

Se non è propriamente un piacere, resta una minuscola consolazione. Alle cose di Francesco che continuano a esistere si somma anche questa. Sia pure di un niente, finisce per alimentare il conforto di chi deve comunque trovare una ragione alla meccanica della sopravvivenza. Tanti piccoli niente si possono alleare per cercare un significato a un evento che, a dispetto di qualunque capacità di rassegnazione, di qualunque intensità di fede, avrà sempre un nucleo irriducibile di insensatezza: la morte di un figlio.

La rastrelliera delle sue pipe, che non fumava più da tempo, o il rasoio elettrico che ha mantenuto un po’ del suo odore come faceva ad andarsene anche lui? o il moleskine in cui Francesco registrava osservazioni e riflessioni della sua vita con i detenuti. Tutti cimeli che Alberta le ha concesso generosamente di portare via e che ora hanno preso la forma di un piccolo museo domestico della memoria, in una camera dove si sono aggiunti, non solo alle scatole con i vecchi quaderni di scuola che lei non ha mai buttato via, ma soprattutto alle immagini del bambino, del ragazzino, del giovane uomo che vi ha respirato, studiato, dormito e che per sua madre sono tornate tutte, ugualmente vive.

Se per gli altri oggetti si è trattato di una specie di recupero, il diario è stata la vera scoperta. Per un centimetro una delle due pallottole non lo ha forato, compromettendolo per sempre. Lo zainetto lo ha infine protetto dalla crudezza rossa della morte ed è a grazie a quell’involucro, finito con la camicia e il pullover tra le cose che non si potevano più conservare, se ora è percettibilmente un oggetto inviolato, che non ha mai avuto a che fare se non con il Francesco vivo. Bianca non può sapere che è andata così ma in qualche modo la verità le arriva. Questo taccuino nero l’ha messa sulla strada di anni gli ultimi di suo figlio che lei si era accontentata di immaginare e che lui non raccontava neanche a sua moglie.

Nella prima pagina c’è una excusatio non petita. Francesco confessa candidamente che è stata di don Bianchi, il direttore della sua ONG, l’idea — forse è più giusto parlare di prescrizione, così scrive — che lui buttasse giù le sue impressioni di visita ai carcerati. L’aveva messa lì per inaugurare il quaderno, quando non aveva neppure iniziato la sua esperienza. Le pagine che seguono si fanno via via meno ingessate, più naturali e scorrevoli. Il lettore percepisce che l’incontro col foglio bianco non è più un atto dovuto ma un appuntamento cercato: quello di chi ritrova un’esperienza nelle parole. È palpabile in chi scrive la coscienza che, dentro quelle mura, si va compiendo un cammino. Anzi, una navigazione. Come suggerisce l’epigrafe manoscritta nel risvolto della copertina: Diario di bordo. Chissà se l’ha messa subito, oppure quando si è sentito davvero in mare aperto, in cerca di naufraghi da abbordare sul ponte della nave. La rotta, Bianca può soltanto immaginarla. Ma la segue con gli occhi, nel passato di suo figlio, con la stessa partecipazione che una madre metterebbe nell’accompagnare emotivamente il viaggio di un figlio nell’incerto. Un viatico fatto di scaramanzia e di protezione. Lei, ormai, può proteggere solo il suo ricordo.

Quella nave, suo figlio l’ha condotta fino a un porto da cui ha potuto guardarsi indietro e considerare quanto mare avesse messo tra sé e sé. Il Francesco che scrive le ultime pagine non è lo stesso dell’incipit. È differente persino da quello che lei ha creduto di conoscere bene, ma di una novità avvincente, come può avvertirla qualunque genitore che gioisce alla scoperta di doti insospettate di un figlio. Per una come lei, che ha dedicato l’esistenza a qualcosa di esterno, di sopraggiunto, di piovuto dal destino, accantonando costantemente il richiamo dell’egoismo primordiale, il viaggio del suo Francesco arriva, non a giustificare, ma almeno a santificare il suo sacrificio finale. Se anche avesse saputo quale porto lo aspettava alla fine, ne è convinta, non avrebbe fatto macchina indietro.

Per fortuna, la giustizia non ha reclamato il diario come documento dell’inchiesta. Del resto, a loro a che cosa sarebbe servito? Sì, Alberta è stata carina a volerglielo lasciare, anche se ne ha fatto delle fotocopie. Ma avere in mano l’originale non è la stessa cosa. Toccare le sue parole è averlo vicino, qua, insieme a lei. Queste pagine, quando le sfoglia — lo fa spesso e ogni volta scopre qualcosa di nuovo anche in ciò che ha già letto — risuscitano Francesco in modo fisico. Le fanno compagnia quando la solitudine non è solo abitudine, quando prende la sua punta d’amaro. Lo rendono più presente di quanto non sia mai stato per lei negli ultimi tempi. Ci sono i suoi pensieri, la sua voce. I detenuti vi diventano personaggi di romanzo, ai quali si è assuefatta, che crede ormai di conoscere uno a uno. Anche la carta continuerà a trattenere, chissà per quanto ancora, il calco delle sue emozioni, nei solchi di una penna a sfera che non si appiattiranno, non scoloriranno e sicuramente sopravvivranno anche a chi ora li custodisce come una reliquia.

Ecco, Bianca è entrata e il primo volto che vede è parecchio più in basso del suo: è quello di Massimo Valerio. Lo scampanellio l’ha richiamato e, quasi sapesse che era lei, la stava già aspettando dietro la porta. È curioso, allegro, accattivante come ogni piccola peste della sua poca età. Sorride a chiunque, tutto lo interessa e niente o quasi lo spaventa. Da quando ha iniziato a fare i primi passi – è stato precoce, Bianca vorrebbe dire come suo padre — scorrazza per la casa col suo equilibrio così evidentemente instabile ma non cade mai. È molto affezionato a Nonnaiaia, così la chiama. Bianca viene spesso a trovarlo e una, due domeniche al mese, pranza insieme a loro tre.

Alberta, Massimo Valerio. E il dottor Giovanni Perez.

 

Si è aggiunto con discrezione. La prima volta che hanno pranzato in quattro, Alberta si è preparata a lungo, parola per parola, il discorso da fare a Bianca sul perché della sua presenza. Una spiegazione convenevole, senza annunci. Uno di quei monologhi in cui la verità restando tra le righe si può agitare senza urtare la suscettibilità di nessuno. Per Alberta la circostanza non era rinviabile. Non poteva più tenerlo fuori da quei pranzi. È l’urgenza stessa a scegliere il momento felice per manifestarsi. Puoi anche raccontarti che l’uomo della tua vita sia uno come Francesco, poi è la realtà a disilluderti mettendoti accanto uno come Gianni. Gli errori che si commettono a danno di una persona si riparano quasi sempre a beneficio di un’altra.

Alla fine di quel primo pranzo a quattro, quando ha riaccompagnato l’ex suocera alla porta, si è sentita soddisfatta di sé. Come lo è chi avverte di aver fatto la cosa giusta e di esserselo visto riconoscere. Continua a non sapere, quasi certamente resterà per sempre all’oscuro che Bianca sa. Ci tiene particolarmente, con una innocente alleanza di buona e di cattiva fede, a rispettare la sensibilità di questa vecchia signora, così chiama quel senso antico di decoro che la generazione di Bianca non è riuscita a trasmettere a quella di Alberta.

Non è soltanto per questo se, nei primi mesi, ha costantemente respinto le attenzioni di Gianni, le sue offerte di compagnia o di semplice aiuto, anche quando suonavano più sincere di quanto si sarebbe attesa. Una sera al telefono era arrivato a dirle che l’avrebbe sposata. Lei gli aveva attaccato bruscamente il telefono in faccia. Le era costato molto e aveva temuto di perderlo per sempre, anche come amico. Non è stato così. Un trauma da lontananza li ha rimessi, per contraccolpo, l’una sulle tracce dell’altro. Un riavvicinamento col freno a mano tirato. È avvenuto con una lentezza liturgica, solo apparentemente studiata. È stata così necessaria a uno dei due. Fra i motivi della lentezza non c’è solo la scomparsa troppo recente di Francesco. Fra quelli del nuovo incontro il bambino è solo il pretesto.

Chissà quanti e quali sentimenti hanno invece sospinto Gianni verso Alberta. Lui è l’ultima persona che saprebbe enumerarli e distinguerli tutti. L’esistenza di Massimo Valerio non può essere l’unico. Nella vita ci sono i momenti per l’istinto e quelli per la ragione. Quando ci si sente spinti a una scelta nella propria esistenza, che sia per la prevalenza del primo o della seconda, è quasi sempre una folla e non un singolo a spingere.

Quella prima domenica in quattro, cinque mesi fa, l’atteggiamento di Bianca è apparso ad Alberta singolarmente cortese, oserebbe dire benevolo. Ormai era una nonna a tempo pieno e non ricordava più di non esserlo stata, sia pure solo per qualche settimana. Il pudore con cui quell’uomo alto e un po’ impacciato si avvicinava da ospite al piccolo Massimo Valerio, cercando di dare senza pretendere, deve averla colpita. In fondo, il suo Massimo si era goduto così poco suo figlio che Bianca non si sente di condannare questo poveretto, che continua a covare in silenzio un affetto senza rivendicare il ruolo che lo origina.

Una quantità di cose sono cambiate da quella mattina nella clinica, dove si può dire che tutto sia iniziato. Erano sempre loro quattro, nello spazio di pochi metri come lo sono adesso. Ma erano ancora una diaspora, disseminati in un universo troppo piccolo per contenerli tutti. Non soltanto perché Bianca era rimasta invisibile, nascosta da una porta e dietro una vergogna. Ora sono vicini, forse più di quanto non dica la prossimità dei loro corpi.

Gianni è una presenza fissa dei pranzi domenicali, tanto che, una volta che era di turno, Bianca si è mostrata delusa dalla sua assenza e ha chiesto spiegazioni ad Alberta. Quel giorno Alberta ha finalmente sentito, ed è stata la prima volta, che questa vecchia signora vuole un po’ di bene anche a lei.

Quando Bianca rimase vedova, come si usava all’epoca portò il lutto stretto per un anno. Il lutto dei vestiti, perché l’altro è rimasto integro, per quanto invisibile, anche quando le occasioni di non restare sola, tantissimo tempo fa, si sono presentate. Continua a sentirsi nel profondo una della sua generazione, a credere nelle convenzioni di cui è stata nutrita e che anche involontariamente ha tentato di trasmettere. Tuttavia ha accettato senza conflitti interiori che Alberta le violasse cercando così presto una compagnia. Lo ha accettato proprio perché sa. Beninteso, non ha chiesto alla ex nuora che cosa rappresenti per lei quest’uomo e la vedova di Francesco non si è ancora sentita di rivelarlo. Eppure è così evidente che un’ammissione risulterebbe inutile, solenne e anche un po’ ridicola.

La sola idea che Bianca vada in giro per casa per correre dietro a Massimo Valerio ha fatto sì che non ci siano tracce di Gianni, né in camera da letto né in bagno. Quindi quest’uomo, ogni volta che passa la notte in casa di Alberta, viene col suo piccolo bagaglio di rasoio, spazzolino e biancheria di ricambio, oppure è sempre costretto a racimolarlo e nasconderlo da qualche parte, sapendo che Bianca presto o tardi ricapiterà. Ancora qualche mese e la stessa Bianca giudicherà questa corvée, di cui è al corrente, un eccesso di riguardo nei propri confronti. Allora, per la prima volta da quando la conosce, incoraggerà Alberta a giocare a carte scoperte. Accadrà prima che Massimo Valerio sia in grado di spifferare alla nonna che Gianni vive ormai con loro. Bianca ha deciso di evitare ad Alberta almeno questa piccola umiliazione.

Quando arriva, a mezzogiorno e mezzo della domenica, la vecchia signora Aversa si comporta come se fosse a casa sua, al punto di indossare il grembiulino da cucina e di saper trovare a colpo sicuro nei cassetti un mestolo o un cavatappi. Viene con il solito autobus, non ha mai accettato che andassero a prenderla a casa, sebbene, nel dubbio, la proposta venga reiterata ogni volta. Sa di essere una perfetta estranea per questi tre, che ai suoi occhi sono legati da un rapporto di sangue, eppure sembra lei il fulcro di tutto. Il rito del pranzo domenicale, senza nonna Bianca, non si celebra. In un certo senso, questo singolare rapporto è il frutto di una reciproca adozione, dell’una verso gli altri tre e viceversa. Le cause che hanno spinto perché ciò avvenisse sono così deboli, a ben vedere, che il risultato di questa compenetrazione familiare è addirittura stupefacente, soprattutto per l’assenza di qualunque tensione, disaccordo, rancore. Francesco, se fosse vivo o avesse la possibilità di guardare, ne sarebbe prima meravigliato che commosso. Ma se fosse vivo, tutto questo non potrebbe accadere.

È la commedia degli equivoci più pacifica e serena che sia dato immaginare. Da una parte, una vecchia che sa e finge di non sapere. Che si è affezionata a un bambino estraneo come a un nipote carnale, non solo perché porta il cognome di suo figlio, non solo perché così Francesco avrebbe voluto. Lo ama perché lo ama, semplicemente, e ha dimenticato di aver tentennato prima di abbandonarsi a questo sentimento. Dall’altra, una coppia ancora semiclandestina vive attorno a un figlio che non ha il coraggio di riconoscere apertamente, molto per non ferire questa vecchia signora che in realtà sta mangiando la foglia, assai poco, così almeno ritiene, per la vergogna sociale della propria verità. Il giorno in cui Bianca non ci fosse più, il giorno in cui si sentissero liberi di gridare apertamente al mondo: siamo noi due i genitori di questo ragazzo! ebbene, quel giorno resterebbe l’ostacolo dell’anagrafe che lo vuole figlio di un uomo che non c’è più, di un morto. Quest’ultimo gradino verso la verità, Bianca sa che non lo salirà. Ogni altra concessione verso Alberta e Gianni è possibile, perfino che si sposino. Non riesce a immaginare che anche per loro due lo stesso gradino resterà un muro. Perché, se il Codice ha in sé i meccanismi per prescrivere il reato del furto, la morale ne è sprovvista.

Venerdì Massimo Valerio ha compiuto un anno, ma la festa è stata rimandata a oggi. Ancora non è in grado di capire il senso di quella candelina rossa sulla torta che ha saputo spegnere solo con l’aiuto discreto ma deciso di Nonnaiaia. È scappato via, urlando per casa con la gioia esplosiva e inspiegabile dei suoi pochi mesi di vita, in mano il nuovo peluche, fresco regalo della nonna. Adora i peluche, ne ha già una cassa piena, molti regalati proprio da Nonnaiaia. A partire dal primo, l’orsetto beige, subito ribattezzato Bubu, che è diventato la sua mascotte. Mentre il piccolo si è involato a velocità folle verso il suo altrove fatto di fantasticherie che nessuno una volta adulto sa ricordare, le due donne hanno avuto uno stesso pensiero e non era il timore di sentirlo piangere dopo il tonfo di una caduta.

Hanno pensato, per l’ennesima volta, quanto Massimo Valerio somigli a Francesco.

È un’affinità che urla, non si può ignorare. Di lineamenti, di colori, persino di espressioni. Col passare delle settimane cresce e si presta sempre meno all’abbaglio, alla suggestione. Turba e intenerisce entrambe con la stessa intensità. A volte l’una desidererebbe comunicarlo all’altra e c’è mancato poco che lo facesse. Chissà che cosa accadrebbe. Che sarebbe di questa insolita armonia familiare che pure sembra qualcosa di più che una fragile formalità. Alberta non si siede sul primo indizio. Segue una somiglianza che cammina tra le generazioni, risale da Francesco e arriva fino a sua madre. Strano, finora non si era mai accorta della fisicità che Bianca aveva replicato nel corpo di suo figlio. Ma c’è un altro genere di somiglianza, tra i due, una parentela più profonda dello stesso sangue che le resterà per sempre sconosciuta.

C’è un nucleo di inesplicabilità nella vita e le due donne sono ugualmente convinte di avercelo davanti, quando guardano questo bambino sempre sorridente e vi leggono altro. Scrutano dentro la verità di un’evidenza e la confrontano con l’altra, quella opposta che davano per scontata senza poterla condividere tra loro. Neanche la seconda, come la prima, riusciranno mai a raccontarla. Alberta non lo ha fatto con Gianni. Lui non ha mai notato nulla e lei si è ben guardata dal tendergli un aiuto. Non si confiderà mai. Ha paura di perdere tutto di nuovo. Non vuol neanche immaginare cosa potrebbe accadere se lui vedesse e riflettesse, mai e poi mai vorrebbe incontrare nella vita quegli occhi finalmente consapevoli. Quella che ha intorno adesso è la cosa più vicina a una famiglia che le sia mai capitato ottenere. Spera che anche Bianca tacerà. Ma come è possibile che veda e non dica nulla? Anche lei dunque, come Gianni, non vede. Alberta non è tranquilla. Qualcuno sta giocando a nascondino con lei, lei che ha una paura matta di allontanarsi dalla tana per cercarlo. La sua vita è destinata a non conoscere un solo atto di coraggio. La cosa che più le assomiglia è la sua tentazione di capire, che ribatte colpo su colpo a quella di far finta di niente. Ma ogni volta che le tornano in mente quei giorni il test di gravidanza, le notti immolate sull’altare di un amore coniugale riparatore non ci si raccapezza più, si arrende, deve smettere di pensare. Se c’è stata una colpa nel suo passato, questa graticola di incertezze è la pena che deve scontare. Questo si dice.

È più facile per Bianca farsi una ragione di tutto. Non solo non si attendeva un regalo postumo, fatto di sembianze familiari che si reincarnano, ma l’amore per il bambino e il ricordo della scelta di Francesco le vietano di aggrapparvisi.

La scelta di amare.

La vita è anche segreto e bisogna avere la delicatezza di non osare violarlo. È una tale rarità e leggerezza poter osservare il fenomeno che avviene sotto i suoi occhi senza appesantirlo di deduzioni. Piccoli o grandi misteri hanno valore perché restano tali, perché la comunicazione è destinata a sciuparli, come gli agenti atmosferici distruggerebbero in poche ore un merletto pluricentenario custodito in una teca di cristallo. L’esistenza va lasciata scorrere, come un fiume trova da sé il suo letto. Opporsi è inutile, se lo dice una donna che non ha mai aperto un contenzioso col destino. Una volta tanto, il suo fatalismo si è fatto largo da sé, non si è lasciato imporre.

La vita, Milady, è una ramazza di saggina. È stata la prima immagine del giorno più lungo della vita. È passato un anno ed è l’esistenza più giovane che ha intorno a ricordarlo a Bianca. Le è tornata in mente, in questi mesi, non spesso ma con un tempismo che non può essere frutto del caso. Le volte esatte che ci volevano per capire che quella ramazza era una bussola e segnava la stagione del cuore da cui lei la evocava. Prima logorio. Più tardi resistenza. Infine saggezza. Prendere il verso della vita: in quale altro modo potrebbe definire questa disposizione? Saggezza e saggina: è una solo falsa analogia lessicale.

Ma il vero segreto di tutto quanto sta accadendo è un comunissimo pranzo della domenica: Massimo Valerio non c’è, è di là col suo nuovo amico di pezza, per quel poco che durerà l’innamoramento, mentre un uomo e due donne, che dovrebbero restare seduti attorno a questo tavolo solo a causa dell’esistenza di quel piccolo essere di appena dodici mesi, continuano pur tuttavia a mangiare, a conversare, a sorridere con familiarità sincera anche se l’unico motivo del loro legame non c’è, sia pure momentaneamente. Nessuno di loro ha ancora riflettuto su questo dettaglio non privo di valore e di significato. La vita toglie e la vita dà, senza fare calcoli. Come sempre, nelle relazioni umane, non c’è una verità condivisa: ognuno ha la sua e può tutt’al più sperare di sentire il tepore di quella degli altri.

Ora l’una, ora l’altra, quando sono sole, si chiedono piuttosto che genere di cemento tenga insieme un nucleo familiare così raramente assortito. Nessuna delle due crede sia solo reticenza, o ipocrisia. Secondo l’umore del momento, le risposte fanno la spola, con un po’ di fiatone, tra il realismo e la metafisica. Si incarnano in volti presenti o lontani. Quello di un bambino quello di un uomo. Il secondo non ha potuto veder svanire nella crescita del primo il suo dubbio di paternità: il caso ha voluto che il bambino arrivasse nel Tempo lo stesso giorno in cui l’uomo lo ha lasciato. Non fosse che i due ne hanno condiviso uno spicchio di poche ore, sia Bianca che Alberta si abbandonerebbero, l’una per felicità e l’altra per sfinimento, all’ipotesi più assurda che suggestiva cui non si concedono mai più di un secondo per volta.

È una gramigna di idea, irregolare, senza patria. Ha messo radici oltre la razionalità. Se si ostina a rispuntare, è solo per estorcere loro il buonsenso di strapparla nuovamente.

 

 

FINE

 

Commenti

Sinceri auguri di buona Pasqua a tutti voi (m)

Scritto da: Nowhereman | 21/04/2011

Oggi leggere la conclusione della tua storia mi ha dato la sensazione di trovarmi su un'altalena: bellissimo l'oscillare degli sguardi, dei segreti, degli slanci e dei sentimenti di queste due donne. Mi piace riconciliarmi con Alberta, che sinceramente avevo trovato un po' snob e antipatica... e mi piace Bianca, che ama semplicemente così, perchè ama il suo nipote-falso nipote, in cui a poco a poco sembra rivivere Francesco. La mi frase preferita? "Come sempre, nelle relazioni umane, non c’è una verità condivisa: ognuno ha la sua e può tutt’al più sperare di sentire vicina quella degli altri." Grazie. E complimenti. E Buona Pasqua di cuore, M.L.

Scritto da: Gea | 21/04/2011

Ci sono, ci sono e spero di fare in tempo a ricambiare i tuoi auguri prima che tu vada da qualche parte, come credo di aver capito.
Ora vado a leggere e poi ti lascerò il mio commento.
A presto.
Anna

Scritto da: setteparole | 21/04/2011

E' stata tutta una sorpresa il finale della storia, nulla di ciò che avevo immaginato e di prevedibile, hai saputo ancora una volta dare un colpo maestro all'intera scenografia, non so se si può dire riguardo ad una storia scritta, ma i personaggi scorrono nella nostra mente attraversando le nostre emozioni, al punto da farceli sentire veri.
Ho creduto di conoscerli tutti, uno ad uno, le loro azioni successive, i loro stati d'animo e pensieri, invece il finale è straordinario, lascia il dubbio che Massimo Valerio fosse il figlio di Francesco, ed è forse questo dubbio che tiene uniti tutti i fili della storia, forse spiega il motivo di tanta predisposizione alla bontà da parte di ogni personaggio.
In fondo un bambino può si unire delle persone, magari estranee fra di loro, ma non credo possa compiere un miracolo come spesso si usa credere, una sorta di romanticismo che vede un parto come poesia ed i fanciulli come portatori di buone novelle, providenziali.
Mi diaspiace per il comissario, mi piaceva come figura, ma sarebbe stato troppo scontata la nascita di un sentimento importante fra lui ed Alberta, sarebbe sembrato un romanzo di Liala, invece ci troviamo di fronte ad una scrittura di grande profondità e qualità in ogni sua espressione letteraria.
Gianni, il ginecologo, pensavo fosse sparito, ed in invece il sentimento che lo legava alla signora era più importante di quello che forse loro stessi immaginavano, bella la descrizione del loro allontanarsi senza credere veramente che fosse le cosa giusta, delicato il loro riavvicinamento.
Non vorrei prolungarmi troppo, ma nonnaiaia, questo nomignolo mi ha fatto sorridere, non è riuscita a diventarmi simpatica, non lo so il perchè, troppo buonismo, troppa presenza, troppo attaccamento alla morte, un attaccamento normale, normalissimo, tu stesso lo hai spiegato egregiamente, il taccuino, le annotazioni di esperienze non condivise, gli oggetti toccati da chi non c'è più,a me mette tristezza. Ognuno in ogni caso ha un suo vissuto che lo porta ad un'interpretazione diversa degli accadimenti della vita, ognuno alla domenica partecipa ad un suo pranzo.

Bellissimo romanzo, veramente!

Tanti tanti auguri di buona Pasqua!

Scritto da: alessandra62 | 22/04/2011

E' stata tutta una sorpresa il finale della storia, nulla di ciò che avevo immaginato e di prevedibile, hai saputo ancora una volta dare un colpo maestro all'intera scenografia, non so se si può dire riguardo ad una storia scritta, ma i personaggi scorrono nella nostra mente attraversando le nostre emozioni, al punto da farceli sentire veri.
Ho creduto di conoscerli tutti, uno ad uno, le loro azioni successive, i loro stati d'animo e pensieri, invece il finale è straordinario, lascia il dubbio che Massimo Valerio fosse il figlio di Francesco, ed è forse questo dubbio che tiene uniti tutti i fili della storia, forse spiega il motivo di tanta predisposizione alla bontà da parte di ogni personaggio.
In fondo un bambino può si unire delle persone, magari estranee fra di loro, ma non credo possa compiere un miracolo come spesso si usa credere, una sorta di romanticismo che vede un parto come poesia ed i fanciulli come portatori di buone novelle, providenziali.
Mi diaspiace per il comissario, mi piaceva come figura, ma sarebbe stato troppo scontata la nascita di un sentimento importante fra lui ed Alberta, sarebbe sembrato un romanzo di Liala, invece ci troviamo di fronte ad una scrittura di grande profondità e qualità in ogni sua espressione letteraria.
Gianni, il ginecologo, pensavo fosse sparito, ed in invece il sentimento che lo legava alla signora era più importante di quello che forse loro stessi immaginavano, bella la descrizione del loro allontanarsi senza credere veramente che fosse le cosa giusta, delicato il loro riavvicinamento.
Non vorrei prolungarmi troppo, ma nonnaiaia, questo nomignolo mi ha fatto sorridere, non è riuscita a diventarmi simpatica, non lo so il perchè, troppo buonismo, troppa presenza, troppo attaccamento alla morte, un attaccamento normale, normalissimo, tu stesso lo hai spiegato egregiamente, il taccuino, le annotazioni di esperienze non condivise, gli oggetti toccati da chi non c'è più,a me mette tristezza. Ognuno in ogni caso ha un suo vissuto che lo porta ad un'interpretazione diversa degli accadimenti della vita, ognuno alla domenica partecipa ad un suo pranzo.

Bellissimo romanzo, veramente!

Tanti tanti auguri di buona Pasqua!

Scritto da: alessandra62 | 22/04/2011

Sempre un piacere leggerTi, davvero.....
http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRO-cDSa7JOgYXDY60pN9j8hqVPHNhsfq1Y1WIYMMKGdN3IqnOn_g

SERENA PASQUA!

Scritto da: Maria Allo | 22/04/2011

Una conclusione inaspettata e sorprendente, non avevo dubbi in proposito sapevo che hai la capacità di stupire, niente di scontato
in questa chiusa, ma tutto da immaginare...
I miei complimenti.
E un agurio di tanta serenità.

Grazie

francesca

Scritto da: frantzisca | 22/04/2011

Bel finale, credibile e misurato. Hai saputo chiudere con abilità il cerchio di una narrazione regolare, ma pur sempre fluttuante e interessante. Approfitto dell'occasione per augurarti una serena Pasqua. A presto, Annarita.

Scritto da: annarita | 23/04/2011

Non ci sono vinti e vincitori, alla fine; né rivalse o mortificazioni, ma solo pacificazione di sentimenti nel rispetto di un uomo che non c'è più e di un bimbo che deve ancora crescere.
Bello. Fosse così nella vita vera, nella nostra vita, nella mia vita, non ci sarebbe più posto per il pianto e per la solitudine.
Ancora un abbraccio,
Linda

Scritto da: linda | 23/04/2011

AUGURI DI OGNI BENE
e,che ogni finale sia "bene quel che finisce bene".Bianca 2007

Scritto da: Bianca 2007 | 23/04/2011

Un augurio di Luce in questa notte sacra della Pasqua
Sil

p.s. quante potenzialità umane nei personaggi hanno tessuto una trama di vita fitta di emozioni e contraddizioni dubbi e conflitti valorizzando la generosità di sentimenti benevoli.

Scritto da: silenzioindio | 23/04/2011

Un augurio di Luce in questa notte sacra di Pasqua
Sil

ho scritto un commento ma non lo vedo non vorrei raddoppiare...ma gli auguri vorrei farli arrivare

Scritto da: silenzioindio | 23/04/2011

Tantissimi auguri di buona Pasqua anche a te e a tutte le persone che ami :-)

Scritto da: penny | 24/04/2011

Un racconto splendido, sei sempre bravo a raccontare anche il "dentro" delle persone, perché più che personaggi sono davvero persone che prendono vita, è bellissimo.
Ti lascio qui gli auguri di Serena Pasqua. E un abbraccio. Susanna

Scritto da: Riyueren | 24/04/2011

In realtà la fine è circolare e si collega all'inizio... tutto era partito dall'ospedale, dalla nascita del bambino e dalla sconvolgente scoperta della nonna che il padre non era il proprio figlio... alla fine ogni evento trova un posto e l'ordine può tornare... (ma già presagio ne era stato il silenzio di Bianca...)
il tocco metafisico invece permette che il cerchio non si chiuda necessariamente... mi ha ricordato "le affinità elettive" di Goethe, quando il bambino assume i tratti non dei genitori naturali, bensì quello degli amanti ai quali i coniugi pensavano al momento dell'unione... ma anche il suggerimento di una reincarnazione di Francesco lascia spazio a tante riflessioni...

è stata un'avventura davvero emozionante... ma tu sei uno scrittore eccellente perciò non c'è più da meravigliarsi..
un abbraccio

Scritto da: dalloway66 | 24/04/2011

dov'è finito il mio commento?
sob! nemmeno lo ricordo per riscriverlo!

Scritto da: cristina bove | 25/04/2011

Saggezza e saggina, analogia lessicale, e non solo... già.
La saggezza però accumula, la saggina toglie.
E allora sono i due estremi entro cui si svolge l'esistenza umana.
D'altra parte più si va avanto con gli anni e più si tende a eliminare le ridondanze.
Nel tuo scrivere c'è riferimento ora all'una ora all'altra.
Si dipanano vicende intersecandosi di continuo, equilibrate dal pensiero analitico che le incastona e le spiega senza mai annoiare, anzi, tenendo desta l'attenzione e per la trama e per la straordinaria comunicatività della tua scrittura.
Per non parlare dello stile, affabulatorio in alcuni momenti, di piglio quasi giornalistico in altri.
Insomma, il piacere che ogni lettore vorrebbe trarre da ciò che legge.
ciao
un abbraccio
cb

Scritto da: cristina bove | 25/04/2011

"L’esistenza va lasciata scorrere, come un fiume trova da sé il suo letto. Opporsi è inutile..."

Saggezza che esonda da questo racconto, bello e tenero, commovente e inquietante a tratti, ma sempre profondamente umano. Come tutti i tuoi personaggi, del resto!

:-))

Scritto da: Elisabetta | 28/04/2011

è bellissima questa nuova e ultima tappa delle tua bellissima storia che ha dei risvolti inaspettati.. e seguirti in questo percorso nel quale si sono alternati.. incrociati.. sovrapposti.. i vari personaggi, legati tra di loro da un sottile filo..

Mi piace il nuovo rapporto tra Alberta e Bianca, il diario.. che nato quasi come un obbligo diviene invece un attesa e un appuntamento piacevole,, un'urgenza.. come quelle di scrivere che spesso coglie noi per tentare di veicolare le nostre emozioni e sensazioni, e bellissimo il finale..inaspettato

Una delle cose che ti appartiene oltre allo stile narrativo e all'accuratezza nel descrivere i particolari.. le caratteristiche, pensieri, le emozioni dei personaggi.. rendendoli "vivi", è che sai raccontare la vita di tutti i giorni e darle risalto in modo mirabile, rendendo il quotidiano speciale ed unico

La vita è anche segreto e bisogna avere la delicatezza di non osare violarlo.

.. quanta verità in questa frase

bella davvero questa tua storia di vita, tanto :)
spero solo che quel FINE si riferisca al solo romanzo

un caro saluto

Scritto da: albafucens | 29/04/2011

Ero venuta per rispondere e raccontarti (solo a te) quella parte nascosta che non ho scritto, ma nello scorrere gli altri commenti vedo che il mio alla tua ultima puntata non c'è.Prima di scriverne un altro (ma non so se lo farò perchè non mi sembrerebbe più spontaneo) mi dici se lo hai letto o se non è mai arrivato?
Sono molto dispiaciuta.
Anna

Scritto da: setteparole | 30/04/2011

C’era una sola cosa che poteva consolarmi di quella che per me, al di là della morte, era la vera spina nel cuore nel tuo romanzo. E tu ce l’hai messa. Quel dubbio. Ecco solo quel dubbio, che la mia lettura, attraverso il cuore di Bianca, vuole già leggere come una certezza, mi ha rasserenato. Ci vuole una ragione per superare un dolore grande, per continuare a vivere, accettando situazioni che sembrerebbero insostenibili. E la ragione, per me, è quel dubbio. E continuando ad immedesimarmi in Bianca, io che forse non saprei essere generosa come lei, di quel dubbio avrei un bisogno estremo. Ti ringrazio dunque, autore, per aver mitigato la mia amarezza di lettrice.
Anna
PS. Non è proprio ciò che avevo scritto, ma il senso è quello.

Scritto da: setteparole | 30/04/2011

Che bella Maurizio! Bellissima!
TT

Scritto da: TT | 07/05/2011

Che bella Maurizio! Bellissma!
TT

Scritto da: TT | 07/05/2011

L’esistenza va lasciata scorrere, come un fiume trova da sé il suo letto,
giusto, giustissimo,
finale bellissimo,
grazie M

Scritto da: sistercesy | 08/05/2011

Risposta al commento. Anche io cammino, cosa pensi? Correre proprio no. E poi, camminando, si pensa...Il che non sempre è un bene.
Alla prossima.
Anna

Scritto da: setteparole | 08/05/2011

Passo e ti lascio un saluto e un augurio di buona settimana, M.L.

Scritto da: Gea | 08/05/2011

un caro saluto
uno spero.. rileggerti presto
e un grazie :)

Scritto da: albafucens | 10/05/2011

Questo racconto è proprio bello!

Buona domenica

Scritto da: Elisabetta | 15/05/2011

Passo ad augurare una serena domenica.In attesa di leggerti ancora.

Scritto da: Riyueren | 15/05/2011

Un caro saluto al mio scrittore preferito! Ciao

Scritto da: Maria Allo | 15/05/2011

Luculliano
sto pranzo domenicale mentre qui si aspetta l'inedito digestivo.Un grande abbraccio,scrittore che molto debbo ancora leggere e...che la settimana sia de maggio.! Bianca 2007

Scritto da: Bianca 2007 | 16/05/2011

Buona domenica anche a te; oggi davvero estiva anche qui (freddolosa cronica, mi sono avventurata fuori senza il mio inseparabile golfino e non ne ho sentito la mancanza;-)))... E buona settimana, M.L.

Scritto da: Gea | 22/05/2011

Grazie per i tuoi sempre graditissimi passaggi,
anche ate una buona domenica.

Scritto da: frantzisca | 22/05/2011

Ora che anche questo giorno
sta per volgere al suo termine,una folata di "tiglio" ti porti l'augurio per una settimana serena e produttrice di creazioni che solo il cuore sa fare.Ciao,scrittore.Bianca 2007

Scritto da: Bianca2007 | 22/05/2011

.. spero tu stia solo riflettendo sulla prossima avvincente, meravigliosa storia, perché quella parola

FINE

inquieta u po'.. ^ __ ^

un caro saluto

Scritto da: albafucens | 23/05/2011

Non so perchè ma speravo di trovare qualcosa di nuovo anche da te. Magari qualche parola sul tempo che fa o sul ballottaggio o sulla fine del campionato. Temo però che dovremo aspettare ancora molto perchè le parole tu non le sprechi come fa questa tua amica loquace che si ferma solo se proprio non le riesce di dire alcunchè.Quanto ai personaggi della mia storia, sinceramente ho un ricordo sbiadito di quel film che, per una qualche ragione che dovrei tentare di individuare, mi risultò piuttosto sgradevole. Chissà rivedendolo ora...il tempo cambia le cose...
Nella mia storia tuttavia ci sono personaggi che riconosci un po' ovunque e c'è anche la speranza di arrivare ad essere come "la vecchia signora". L'amore per le belle tavole e la capacità di vedere la bellezza in genere ci accomuna.Quanto al resto, si vedrà.
PS. La tavola non è la mia anche se io possiedo una cartella di mie foto che si chiama "tavole". Stavolta però non mi è riuscito di trovarla nei vari CD e sono andata in internet.
Un caro saluto, Maurizio, buona domenica e buona settimana.
Anna

Scritto da: setteparole | 29/05/2011

Buona serata - ormai la domenica se ne è volata via - e buona settimana, M.L.

Scritto da: Gea | 29/05/2011

Ciao M. ti lascio un saluto :-)

Scritto da: penny | 30/05/2011

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