04/06/2011

Una sola primavera

StorieÈ una magnifica ottobrata.

L’aria del mattino è straordinariamente tersa e da quassù si vede tutta la vallata, dall’Alpe di Catenaia al Falterona.

Le cime, le faggete, i vecchi borghi appollaiati sopra le radure a pascolo o a seminativo: tutto sembra così vicino che Vittorio ha l’impressione di poterlo toccare semplicemente allungando la mano. Regnano un silenzio e una quiete che riconcilierebbero chiunque con il mondo e con se stesso.

Vittorio è ordinario di Storia contemporanea in un’antica e illustre università di una città del Nord. Ha scoperto per caso questo piccolo agriturismo, otto anni fa, quando ci è capitato a tarda sera con sua moglie e con la Michelin in mano. Dovevano affrontare gli Appennini e non avevano voglia di guidare col buio, così avevano fatto una deviazione di un paio di chilometri dalla strada nazionale, intrigati dalla descrizione inconsueta e accattivante che la guida aveva fatto di questo piccolo hotel di charme.

Da allora ci è tornato ogni anno, in stagioni diverse. Da cinque anni ci viene solo.

Emma lo ha lasciato per un problema di cuore.

Non se n’è andata con un altro: era il suo cuore, quello di Emma, che aveva problemi. Per anni erano apparsi docili alle cure e avevano alimentato in una coppia tanto unita l’illusione che sarebbero potuti invecchiare insieme. Poi un giorno — le contrarietà arrivano senza mai dare appuntamento — Emma aveva avuto una crisi di angina tremenda e Vittorio non aveva potuto far altro che portarla d’urgenza al pronto soccorso. Codice rosso. Era stata immediatamente trasferita nel reparto di cardiologia dove, guarda caso, il primario era un vecchio compagno di liceo di Vittorio. L’uno non aveva notizie dell’altro da anni, entrambi avrebbero preferito ritrovarsi in una situazione diversa. Fu lo stesso Giancarlo a dirgli, senza preamboli, che la situazione era disperata e che solo un trapianto poteva salvare sua moglie. La lista d’attesa era lunga, anche quella dei casi disperati. Il cuore di Emma, impaziente come era sempre stata anche la sua padrona, non seppe aspettare.

 

«Le sarei grato se volesse darmi sempre la solita camera, signora Z***.»

«Ma come no, professore. In questo periodo non ci sono problemi. Non dubiti, troverà la solita camera. Allora la aspettiamo mercoledì nel pomeriggio. Buon viaggio!»

Nei suoi otto anni di assiduità, Vittorio non ha mai avuto la curiosità di conoscerne altre. Sicuramente ce ne sono di più belle, di più grandi, di più panoramiche. Lui alla sua non rinuncia. Lo vede come un tradimento. Le prime volte lo ha fatto per fedeltà a Emma, che in qualche modo tornava a vivere con lui, là dentro, in una specie di inerzia dei ricordi che la camera non aveva cancellato. Le altre … le altre non sa perché. Ma ogni volta che ci entra dopo mesi, ha la sensazione che questa stanza, col suo letto alla francese, col suo vecchio armadio di ciliegio, con la finestra che affaccia sul borgo che dà il nome alla località, lo stesse aspettando.

Il primo anno vennero da queste parti per mettere una pietra sopra un brutto episodio. L’ultimo aborto spontaneo di Emma. Lei aveva quarant’anni. Il loro medico, lo ricorda ancora come fosse ieri, lo prese da solo a solo e lo inchiodò quasi al muro. Era amico di entrambi, ma soprattutto di Emma. Più che un amico. L’aveva amata prima di Vittorio. «Se non vuoi restare vedovo, promettimi che non ci proverete più.» Senza confidarlo a sua moglie, Vittorio lo prese alla lettera. Per lui era infinitamente più importante non perderla che lusingare un desiderio di paternità. Se fosse sopravvissuto, quel bambino avrebbe oggi sette anni. E gli farebbe una tale compagnia che … meglio non pensarci.

«Non ci crederà, signora Z***, ma io vengo qui da lei perché non dormo così bene in nessun altro posto.»

«Ci credo eccome, professore. Immagino che lo pensino anche altri ospiti, ma come lo dice lei … non la prenda come un’offesa, però! … è come se me lo dicesse un bambino e questo mi mette davvero una gran gioia dentro.»

«Ma è la verità, signora! Qui da voi io torno bambino. In fondo, sa, ho un quarto di toscanità anch’io. Mia nonna materna era di Badia Tedalda e qui mi sento a casa.»

«Le lascio finire la sua colazione in santa pace. Ho delle commissioni da fare, ci si vede per cena. Stasera pappa col pomodoro e straccetti di chianina, le va bene?»

«Urca! Ma non cucinerà mica soltanto per me? Ha altri ospiti questa settimana?»

«Due coppie di signori olandesi, molto tranquilli, non si vedono e non si sentono. Escono presto ma non cenano, per questo ieri non li ha visti. Alle nove credo stiano già a letto!»

«Altre vittime della tranquillità del posto, come me. Allora a stasera, e buona giornata!»

Un ultimo sorso di caffellatte e Vittorio si alza. La sala è permeata dalla calma della bassa stagione e vi arriva solo qualche raro cinguettio dal parco. Non ha fatto programmi per questa prima giornata. Oziare, in brevi soggiorni come questi, è una dimensione indispensabile da cercare, da centellinare. Per il momento andrà fuori a prendere un po’ d’aria e a fumare il solito mezzo toscano. Il suo posto consueto, nella panchina sotto il gelso, non lontana dal loggiato. È il più adatto per godersi il magnifico panorama e il silenzio di un assonnato giorno infrasettimanale.

La proprietaria non ha saputo dirgli che età possa avere questa pianta straordinaria. Sicuramente più di un secolo. Vittorio non è un botanico, però è uno storico. Si è documentato, sa che in questo lembo estremo di Toscana, conficcato tra la Romagna e l’Umbria, la bachicoltura è stata introdotta anticamente, ma si è sviluppata soprattutto tra il xviii e il xix secolo.Ceppo non endemico il gelso, messo a dimora da qualche lontano abitatore della colonica, che di anni ne ha molti di più, perché gemmasse seta da filare. Non dà più more, chi può ormai dire da quanto tempo. Inclinato di quaranta gradi, senza sgarrare una primavera vegeta in un discrimine stretto tra la rovina e l’eternità. Non ha frutti ma grandi radici, a fil di prato come scavi di talpa. Ed è cavo. Il suo piegarsi, più che una resa, pare uno stato d’animo. Una rappresentazione.

Vittorio ne osserva la corteccia, che dalla panchina arriva a toccare. È calda. Ha l’impressione che anche il gelso, come la camera, lo riconosca. Sembra esaminarlo con le sue rughe di sughero, chissà che non lo confonda con qualcun altro — quanti ne avrà visti come lui, aggirarsi con panni e stati d’animo diversi su questa antica aia trasformata in giardino. Quanti uomini e quante donne gli avranno solleticato il tronco e, approfittando del suo sostegno anatomico, senza saperlo gli avranno lasciato in un’impronta di vita l’invito a non cedere a gennaio, ad aspettare un altro aprile.

Ma al tramonto, a fine autunno, Vittorio lo sa, qui è come un teatro. Il gelso spoglio, di profilo, sembra stiracchiarsi mentre si intaglia nella ruggine diffusa del sole che scollina il Pratomagno, e il suo pencolare si tende come una mano alla vallata che, simile a una matrona sdraiata su un’ottomana, lo guarda indolente con i suoi cento sospiri di lucignolo.

Ha appena acceso il toscano e se lo sta gustando placidamente, quando sente uno scalpiccio di passi sull’acciottolato del viale.

Sono due uomini, uno parecchio anziano, dall’aspetto allampanato, l’altro più basso e più giovane. Sembrano dirigersi proprio verso di lui. Ma arrivati a quattro, cinque metri dal gelso e da Vittorio, si fermano a considerare i dintorni. Il vecchio si stacca dal giovane che lo teneva a braccetto. A forza, come se ormai non abbia più timore di cadere.

«È proprio qui, Gualtiero, che ti dicevo!»

«Sì, papà», risponde svogliatamente la persona più giovane. Sembra che ignorino completamente la presenza dell’uomo che fuma seduto sulla panchina. È Vittorio allora a decidersi:

«Buongiorno!»

«Buongiorno», rispondono i due, non proprio all’unisono.

Il vecchio continua a distribuire incredulo i suoi sguardi — alla vegetazione, alla casa, alla piscina — e sembra non capacitarsi di come tutto possa essere cambiato. L’ospite col sigaro prova imbarazzo restando seduto: sente il dovere di alzarsi e di avvicinarsi ai due uomini. Anche lui, come loro, inizia a guardarsi attorno, senza parlare, come per accreditare, con un gesto di buona educazione, il loro stupore.

«Sa quante volte mi son seduto dove stava lei or ora? Non sulla panca, ‘un c’era mica all’epoca. Ma il gelso, Dio bono, l’è sempre lui.»

«Ha abitato da queste parti? Conosce bene il posto allora …»

«Io ho abitato qui?! Ci s’era in quindici qua dentro, nel ’44! E mica su’ letti! Questo era un fienile.»

«Sì, lo so. È il fienile che ha dato il nome a …»

«Un fienile di qui e … un seccatoio di là, capito Gualtiero? Ma il tabacco si lavorava di frodo. Qui a sinistra, cosa c’è ora?»

«I saloni, il camino.»

«E qui a destra?»

«Il ristorante e la sala colazione.»

«Lì c’era il caprone. Bisognava fargli montare le capre a turno, se no il latte ‘un lo davano. Là dietro, invece, ci si cucinava, ma al chiuso e senza far fumo, ché i tedeschi giù in paese l’avrebbero visto.»

«Allora, eravate …»

«Sì, s’era alla macchia, partigiani. Il mio nome di battaglia era Cipresso, perché ero alto e magro come son ora. Quest’anno sono ottantasette, caro signore.»

«Complimenti, se li porta benissimo. La sua è una bella storia, davvero, ma si vuol sedere? Sarà stanco.»

«No grazie, sto meglio sui miei piedi.»

Gli occhi del vecchio continuano l’inventario, alla ricerca di qualcos’altro che possa riportarlo a quegli anni: neanche i pioppi vicino alla piscina ricorda: piantumazione recente. Come l’uliveto del resto. Sembra davvero che il vecchio gelso sterile sia il solo testimone della sua storia, l’unico rimasto ad aspettarlo. Vittorio si rende conto che la fortuna lo sta gratificando, lui storico, di una testimonianza fuori dal comune. Non è da storico che vuol godersela: piuttosto come uomo tornato bambino apposta per riscoprire il sapore antico delle storie di un tempo.

«Deve sapere, caro signore, che qui in Casentino c’è stata la Resistenza, ma quella vera, quella dei libri. Oggi non se ne ricorda più nessuno. Io c’ero. Ha mai sentito parlare della strage di Vallucciole?»

«Certo, so come sono andati i fatti.»

«Lo sa? (il vecchio dubita che questo signore, che all’epoca neanche era nato, possa sapere veramente cosa è accaduto a Vallucciole nell’aprile del ’44, e non è il tipo che nasconde ciò che pensa.) Mah … Noi che ci stavamo lo sappiam davvero cosa è stato in quegli anni. Vallucciole è famosa, ma quel che è successo a Partina, proprio qua sotto, verso Badia e i Mandrioli, gli fa il paio, sa? All’inizio si venne quassù per evitare i rastrellamenti e i bandi di chiamata alle armi dei repubblichini. Ma quando, nell’inverno del ’43, si vide che le nostre donne e i nostri vecchi non eran più sicuri giù in paese, che i tedeschi e i fascisti razziavano, seminavano il terrore, bruciavan case e raccolti, si capì che non potevamo restare con le mani in mano, che dovevamo darci daffare anche noi.»

Il ricordare è facile, meno il raccontare. Il vecchio ritrova sulla strada per la memoria le stesse emozioni di un tempo e vengono fuori anch’esse, alla rinfusa, lanciate via come piccole zolle da un aratro. Ma la voce va avanti, la lacrima scappata via da un occhio cola fino al mento, non è un ostacolo sufficiente a fermarla.

«Costaggiù, dove c’è ora quel pero, vede? Ci si teneva il bersaglio, fatto da nnoi con una sezione di quercia. Quando ci arrivarono dalla brigata Faliero Pucci d’Arezzo i primi fucili boni, perché avevan saputo che anche qui in Casentino stavamo organizzandoci, ci s’addestrava con quel bersaglio, perché non s’era cacciatori e nessuno aveva mai sparato, ma faccia a monte per non far arrivare l’eco giù a fondovalle. Lì ho sparato per la prima volta. Mi sembra d’averlo ancora in mano quel fucile, era un calibro 9 Parabellum, la marca però non la rammento. Si mangiò minestra di legumi e focaccia di castagne per mesi. Si cacava verde, con rispetto parlando. Era la guerra, ma a vent’anni si trova il modo d’esser contenti anche nelle tragedie. Quell’aprile però, oh Gualtiero, quell’aprile maledetto con la Divisione Goering a giro, non si può dimenticare. Eravamo in quindici acquartierati quassù, più un paio di zittelle che ci davano una mano col bestiame e in cucina. Si dormiva sul fieno che era l’unica cosa a non scarseggiare oltre all’acqua. Tedeschi non se n’è ammazzati e forse è stato meglio così, se no sui libri si sarebbe parlato anche della strage di quassù. Però una volta abbiamo diviso in due con un’azione una colonna scortata dalle SS, giù sulla nazionale, verso il Corsalone, e requisito due camion di derrate e anche armi e munizioni mentre i crucchi, vigliacchi! scappavan via come llepri. Quassù non son mai saliti.»

Ogni tanto deve fermarsi, non per prendere fiato, ma perché la sua memoria si ricarica, come il parabellum che imbracciava da ragazzo quassù.

«Chi non l’ha vista coi propri occhi non può capire. La guerra, voglio dire. Non erano òmini, eran bestie. La cattiveria, soprattutto coi più deboli, donne, vecchi, bambini … non si può descrivere. Possibile che anche a casa loro fossero così? Non ci credo. Da loro avevano i salotti boni coi centrini sulle spalliere, mettevano Wagner su’ fonografi e fumavano lunghe sigarette col bocchino. Son dovuti venire giù da nnoi per ricreare un inferno che nemmeno Dante avrebbe saputo raccontarlo. Chissà quanti se la son cavata e son tornati alle su’ case eleganti. Ma mi chiedo che vita hanno continuato a vivere, con quale coscienza. La guerra, la mi creda, è una cosa che ‘un la capisce nemmen chi l’ha fatta. Ecco cos’è.»

Vittorio annuisce. Prima per educazione. Poi perché non può non convenirne. Gli piace ascoltare e non vuole interrompere. Il vecchio partigiano continuerebbe per ore a parlare, ma il figlio, come se avvertisse che il discorso del padre sta prendendo una strana piega, cerca di convincerlo con le buone ad andare via, riprendendolo per il braccio. Il padre scuote la testa: «ma possibile sia tutto cambiato costì?»

«Ma chi ci abita qui adesso?», chiede guardando negli occhi Vittorio. Più spaesato che sconsolato.

«C’è un Relais.»

«Un che?»

«Una specie di albergo di campagna.»

«Mah», si limita a scuotere la testa con aria dubbiosa e incredula il vecchio.

«La saluto, buona giornata. E mi scusi se ho dato noia.»

«Nessuna noia. Ci mancherebbe! Buona giornata a lei. È stato un piacere.»

La figura allampanata del vecchio riprende la via del cancello, lentamente, a braccetto col figlio che tenta inutilmente di accelerare l’andatura e si becca un rimprovero perché così facendo rischia di farlo cadere. Lui non ha nessuna voglia di fare in fretta. Superato il cancello, si ferma un istante e si volta per un ultimo sguardo, poi saluta. Saluta il posto, non Vittorio che si è riseduto sulla panchina e che lui non può più vedere.

Vittorio è diviso tra la sorpresa e l’amarezza. Peccato che l’incontro sia durato così poco, che la storia dell’ex partigiano sia rimasta un incipit. Meritava di essere ascoltata tutta, ma chissà se il vecchio voleva davvero essere ascoltato, o piuttosto voleva sentirsi parlare di quei tempi e basta. Probabilmente il padre di Gualtiero — non gli ha chiesto nemmeno come si chiama — è uno dei pochi sopravvissuti dell’epoca che abbia ancora testa per ricordare e favella per raccontare. E tra un po’ anche questi ultimi testimoni se ne andranno. Resteranno i libri, come per tutto ciò che non è più passato recente, che ha smesso di essere cronaca per diventare Storia. Nessuno meglio di lui può capire quanto siano importanti. Ma per quanto essi siano evocativi per un lettore, non lo saranno mai quanto un testimone, come è accaduto oggi. Lui che è professore oggi ha incassato da quest’uomo una lezione sulla sua stessa materia. L’incontro ha lasciato in Vittorio un senso di incompiutezza. Ma il piccolo fastidio è presto accantonato, è una bella giornata. E lui è in vacanza.

 

Anche le giornate di ozio come quella che Vittorio si è imposta riescono a passare in fretta. Domani si propone qualcosa di più attivo. Oggi è sceso in paese solo per fare un giro e ne ha approfittato per uno spuntino veloce. Nel pomeriggio non è riuscito a fare il solito pisolino. Si avvertiva che, nel parco attorno al casale, c’era stata una presenza che ancora aleggiava e il genius loci l’aveva colta. Sembra anche a Vittorio che continui ad aggirarsi nell’aria qualcosa e il silenzio assoluto lo aiuta a nutrire questa che forse è solo una fantasia, forse qualcos’altro. Così, gli sembra di poter vedere la tavola di legno che faceva da bersaglio là dove oggi c’è un pero, o sentire l’odore di zuppa di legumi uscire dal piccolo annesso che ora, a giudicare al ronzio che emette, deve ospitare il vano caldaia.

Il sole tramonta presto, benché ci sia un ultimo scampolo di ora legale a simulare un residuo d’estate, che la temperatura dell’aria e le sagome spoglie degli alberi possono soltanto smentire. Se al mattino la temperatura è ancora tiepida, dopo l’imbrunire scende rapidamente e restare fuori non è più così piacevole. Vittorio non passa molto tempo in camera, gli piace starsene qui, nel loggiato quasi tutto a giorno, accanto a questa bella stufa: non c’è migliore compagnia del crepitio della legna che arde, quando si sta comodamente seduti su una poltrona con un libro tra le mani. Vede passare la proprietaria, la saluta e, prima che la signora si dilegui di nuovo in vista della cena, decide di riferirle per sommi capi il singolare incontro di oggi.

«Ma chi era, il Beppino?»

«Non lo so, ma c’era con lui il figlio, mi pare lo abbia chiamato Gualtiero.»

«Sì, è il Beppino. Povero Gualtiero! Che vittima! Allora so già cosa le ha raccontato. Sa, qui si dice che quelli come lui sono un po’ “di fuori”. Fuori con la testa, insomma.»

«Dio, che delusione! Non mi dica così! Pensa davvero che si sia inventato tutto? Insomma ci sono cascato in pieno?»

«No, il Beppino non si inventa niente. È tutto vero, sapesse quante volte le ho sentite anch’io le sue storie. Ormai le conosco a memoria. Ma mi siedo un attimo, così le racconto un po’ meglio la faccenda.»

Z*** mantiene anche nella sua tenuta da signora di campagna un’innata eleganza. Deve avere più o meno l’età di Vittorio. A vederli seduti così vicini, qualcuno potrebbe scambiarli per una coppia.

«È tutto vero, le dicevo. Ma ogni tanto Beppino, sa? sente il bisogno di raccontarselo come se fosse la prima volta. Di riscoprire d’incanto questo posto come se non ci fosse mai più tornato. Ora, il Beppino non si è mai spostato dal paese ed è tanto se è arrivato fino a Firenze in vita sua! Capisce cosa voglio dire?»

«Sinceramente no.»

«Insomma, le avrà detto che da partigiano lo chiamavano Cipresso, vero?»

«Sì. Questo l’ha detto.»

«Forse non le ha detto che anche dopo la guerra lo hanno sempre chiamato così, anche oggi. Il fatto è che allora, sembra, aveva un ruolo importante, anche se era uno dei più giovani di quelli che stavano quassù. Era ventenne, entusiasta, ovviamente scapolo. Poteva rischiare qualcosa più degli altri. Ci si buttò dentro più di loro. Sicuramente fu un’esperienza che lo plasmò e, in un certo senso, da allora Beppino non s’è più ritrovato.»

«Credo di cominciare a capire.»

«Ecco, capisce, vero? Quassù contava qualcosa, ma poi, quando tutto è finito … Non era un capo partigiano di quelli che hanno studiato, che facevano politica già prima e che dopo la guerra hanno continuato. Sì, si è iscritto al partito, ma non ha mai contato nulla. Ha fatto l’operaio in una piccola fonderia fino alla pensione. La vita non gli ha mai più fatto un dono come quei mesi passati alla macchia quassù. È così. Povero il Beppino … Ma ora devo lasciarla, mi aspetta di là la sua chianina. Con permesso.»

Già. La chianina. Sarebbe l’ora di iniziare a pregustarsi la cena. In questo momento Vittorio è un po’ scuro in volto. La conversazione non lo ha lasciato di buon umore e l’appetito è l’ultimo dei suoi pensieri. Non ha in mente che due cose: il suo incontro del mattino e come lo ha dovuto rileggere, dopo le rivelazioni di poco fa. Sono l’alba e l’imbrunire dello stesso giorno, della stessa vita, della stessa emozione.

Istintivamente vorrebbe andare a cercarlo, il Beppino. Non lo farà. Sicuramente tornerà quassù, chissà quando, forse a giugno, se sarà ancora vivo. Sempre col paziente Gualtiero ad accompagnarlo. E racconterà la sua storia a un ospite in costume da bagno che farà finta di ascoltarlo mentre continuerà a pensare agli affari suoi. A Vittorio è già toccato sentirla, non gli ricapiterà una seconda volta. Se ha avuto l’occasione per trattenerlo, l’ha persa.

“Povero il Beppino” non è abbastanza. Cosa vuol dire? La sua vicenda non merita la commiserazione. Obbliga a un sentimento più profondo: la comprensione.

Per troppe persone la vita si manifesta come un antipasto pieno di aspettative, di promesse che il pranzo non manterrà. La vita del Beppino ha conosciuto una sola primavera e il suo calendario si è fermato a quell’aprile del ’44. Ciò che è venuto dopo è come se non ci fosse stato. Vittorio è felice di non poter dire lo stesso di sé, dopo Emma. Lui ha continuato a vivere, eppure non ha un Gualtiero che lo sorreggerà nelle sue passeggiate di vecchio. È solo, in un modo diverso da Beppino, sempre che abbia senso fare un distinguo tra due solitudini.

La Storia racconta i fatti, i protagonisti. Ma dei comprimari, dei semplici testimoni come il Beppino cosa resta? Chi li ascolta? Chi se ne può occupare?

Forse solo la letteratura. Vittorio è un professore di storia, non uno scrittore. Non ha mai rimpianto di non esserlo.

Almeno fino a oggi.