04/12/2009

Luci di costiera

lucidicostiera.jpgNell’era degli eBook e degli schermi flessibili, parole che nascono sulla rete e poi finiscono sulla carta vanno controcorrente. Come i salmoni che risalgono i corsi d’acqua per depositare le uova laddove sono nati.

Questa cosa è accaduta anche ad alcuni post nati su questa piattaforma tra il 2005 e il 2007.

Quando ho deciso di iniziare quest’avventura, vista la mia età l’ho considerata più che altro un peccato di vecchiaia, aggravato dall’imprudenza di un editore che mi ha dato spago e che se ne assumerà la responsabilità.

Ma la metafora del salmone mi piace, è fin troppo nobile per quel che ho fatto.

Mi piace l’idea che, in fondo, il luogo di elezione delle parole sia e resti la carta, sia pure quella di un giornale gratuito che la mattina si legge e la sera finisce al macero. Perché le parole sono le stesse, ma non hanno lo stesso effetto su chi le legge.

Un po’ sono state le storie stesse a spingermi perché cercassi di far fare loro questo salto all’indietro nel Tempo Tecnologico, molto hanno contribuito i commenti di alcuni di voi. Per me sono stati, spesso, più importanti della passeggera sensazione di aver concepito una immagine suggestiva, o di aver scritto un passo che sul momento riusciva a emozionarmi.

Perché arrivare a qualcuno – che sia con una parola o con una carezza – è ancora la cosa per cui mi pare che valga più la pena vivere.

Per chi volesse saperne di più, di Luci di costiera si parla qui. Ma anche su IBS, Webster, Libreria Universitaria, BOL, Hoepli, Deastore

Grazie a tutti voi

Maurizio (NowhereMan)

28/11/2009

Altre Storie

Albero_nel_deserto.jpg

Non ci sono storie che non meritano di essere raccontate.

 

 

Qualcuna la dimentichi, o ti scivola addosso e non fa in tempo, o non ha abbastanza appeal per aggrapparsi alla tua giornata che fugge via ed è impossibile da fermare. Forse qualcuna ti fa orrore, o schifo, e non vedi l’ora di svoltare l’angolo del pomeriggio per spazzarla via dagli occhi e dal naso.

 

Ci sono storie che albeggiano e storie che tramontano. Storie di persone che vanno incontro a chissà cosa e storie di persone che ne fuggono via. Storie che ti accarezzano e storie che ti mettono le mani addosso senza rispetto. Storie che vogliono venderti qualcosa che non ti serve, e alla peggio accetterebbero da te anche un euro per un panino. Storie che fai giusto in tempo a girare la testa da un’altra parte. Storie che invece ti prendono di sorpresa, ti frugano e ti trovano addosso sentimenti di cui provi vergogna - o magari di cui vai orgoglioso. Storie che vanno dove non vorresti che andassero, dove non approvi assolutamente che vadano. Ma lo vedi, vanno proprio là, e non puoi farci nulla. E non è un film, e non hai un telecomando per cambiare canale.

 

Storie. Quante. Neanche a mettersi a contarle, sono più delle stelle. Lascia perdere.

 

Ma non ce n’è una che non meriti di essere raccontata. Perché anche l’orrore, il puzzo, l’inammissibile è tatuato sulla carne della nostra razza e non lo puoi edulcorare, non lo puoi travestire, non lo puoi cauterizzare. Devi guardarlo a cuore aperto se vuoi capire. La sola testa - per quanto aperta - non basta. Lo sai da te che non basta.

 

Allora decidi.

Decidi se vuoi restare al di qua della tua finestra sulla vita o se vuoi sporgerti un po’. Decidi, e magari prova a rischiare. Altrimenti continuerai a capire solo un’enclave di vita, solo la tua particolare, selezionata antologia di esistenza che ritieni degna di comprensione, classificazione, memoria.

Cerca di capire questo altro tipo di storie, quelle che puzzano, quelle che non si mandano giù neanche con l’idraulico liquido, e avrai fatto un primo passo fuori da un guscio camuffato da universo. Cerca di capire proprio ciò che ti respinge, e sarai pronto per capire tutto.

 

E se avrai spinto il tuo naso oltre la penombra della Ragione, se avrai fatto il piccolo passo che tanto temevi fuori del regno dell’Ordine, se sentirai che una brutta storia l’hai non solo annusata ma anche mandata giù, digerita, metabolizzata, allora sarai davvero pronto a raccontarla. Anzi, chi altri, se non tu, potevi  raccontarla?

Non lo sapevi ancora, ma eri stato scelto, creato apposta per questo.

23/11/2009

Troppo reale per essere vero

166613256_99a168c4ae_o.jpgC’è un discreto viavai oggi sul Quai.

Un bateau-mouche, carico di turisti variopinti che si godono il sole delle undici, scivola sull’acqua emettendo solo un leggero ronzio.

Anche Jules si gode il sole in mezze maniche. Ha lasciato perfino scivolare giù le bretelle, come fosse nel salotto di casa. In verità Jules non fa caso a nessuno, come nessuno fa caso a lui: sta cercando altro. Vista dai suoi occhi, la Senna non appare banale e oleografica come forse accade agli ospiti del battello che, ormai, è sparito oltre Pont Saint-Michel.

Arrivato lentamente in Place du Pont Neuf, Jules ha svoltato, come mille volte ha fatto, in rue Henri Robert e si è subito trovato in mezzo a Place Dauphine. Ma al posto della vecchia cara Brasserie c’è un bistrot che si chiama “La Rose de France”. Diverso, irriconoscibile anche il mobilio nella piccola terrasse che occupa il marciapiede. Berrebbe volentieri un paio di birre per togliersi la polvere dalla gola, se soltanto potesse.  Anche le panche disseminate sotto i platani hanno cambiato stile e colore. Scuote la testa, Jules, e sotto i baffi fa una di quelle smorfie tra la disapprovazione e il sarcasmo che i suoi uomini riconoscevano così bene ma che solo Louise sapeva davvero decifrare.

Louise… inutile fare un salto al numero 132 di Boulevard Richard-Lenoir, se ci andasse adesso chissà cosa troverebbe. E poi quel quartiere non lo aveva mai amato particolarmente. In verità, è dura mandare giù che questa Parigi non gli appartiene. Già, perché lui è un personaggio letteralmente utopico. Un apolide in piena realtà. Tanti giorni e anni di passione ed emozioni messi in gioco pressoché inutilmente, per ingannare transitoriamente il tempo di decine di milioni di lettori e basta. Sono loro che ignari lo evocano senza requie, lo costringono a bighellonare in eterno in strade che non riconosce, per atmosfere che non si possono ricreare, solo perché si rinnovi per miriadi di effimeri istanti il miracolo di una suggestione sottile, come solo una realtà immaginata sa dare.

Dicono che i personaggi letterari preesistano alla fantasia dei loro autori, i quali in qualche modo si limitano a una specie di inconsapevole ricalco. È quel che deve aver intuito anche l’autore di Jules. Una sola volta, all’inizio: poi anche questa - come ogni altra emozione - è entrata nel repertorio di ciò che si è vissuto, si può probabilmente ricordare e, forse, raccontare. Ciò non toglie che, per ringraziare degnamente il suo personaggio, che lo ha reso esageratamente ricco, in un intero romanzo lo fece parlare come tale. E gli concesse per giunta l’occasione di protestare per tutte le falsità create attorno a sé.

Neanche quel libro ai suoi occhi ha reso giustizia a Jules; al contrario, lo ha stizzito più degli altri, perché ha tentato una volgarizzazione del suo mistero di personaggio. Lui, il vero Jules, resta tra le righe. Solo il lettore può coglierlo per ciò che è, anche se questo continuo evocarlo, come dicevamo, lo stressa alquanto. Ma in fondo, si dice Jules con una manciata di filosofia, per Babbo Natale non deve essere poi così diverso.

10/02/2007

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15/01/2007

La visita

    Non riusciva a prendere sonno. Dopo aver percorso senza risultato il museo personale degli stratagemmi per ingannare la veglia - alla lunga uno di essi finiva per funzionare - fece leva sul bacino, si scrollò dal disappunto e fu fuori dal letto. L'orologio sosteneva che fossero le tre. Nel condominio non una voce né un cigolio a interrompere il sibilo assordante del silenzio. Solo il ronzio del freezer, quando fece qualche passo in direzione della cucina, affiorò come dal nulla e gli venne incontro. La casa interamente coperta di tappeti e i piedi scalzi lo rendevano un essere gassoso, senza peso e senza rumore, mentre vagava tra le stanze, al buio, con occhi di gatto cui bastava un sospetto di luce - quella che filtrava dalle persiane semi abbassate - per orientarsi nei vuoti senza urtare i pieni.
    Aveva la convinzione che la sua insonnia fosse una manifestazione morbosa, l'accesso di una malattia infida che iniziava a rivelarsi, così, a tradimento, come tutti i mali del corpo. Curiosamente, la sua vita d'un tratto gli apparve del tutto inutile, per sé e per gli altri; si chiese cosa sarebbe accaduto se l'indomani nessuno lo avesse visto, al lavoro, al circolo, al bar. Niente, si rispose. Non succederà niente. Si passò le dita sulla fronte e provò una sincera, incondivisibile pietà per una pelle che a nessuno sarebbe mancata. La sua voglia di vivere si era asciugata, silenziosamente, senza traumi, come una pozzanghera al sole d'agosto. Avrebbe desiderato addormentarsi e non svegliarsi più, per non dare fastidio e non creare incombenze.
    Meccanicamente, senza badarci pigiò il naso sul vetro della finestra del salotto, poco sotto la serranda che aveva lasciato a metà percorso. Nella scala di fronte - il palazzo formava una U - c'era al suo stesso piano una luce accesa. Non aveva mai fatto caso in quei tre anni a chi vi abitasse. Ora, all'improvviso, lo scopriva. Una donna. Ferma, atteggiata come lui, dietro la propria finestra. Come se lo aspettasse. D'istinto, vedendosi scoperto indietreggiò, senza però smettere di guardarla. La donna non si scompose: restava seria, concentrata e attenta, come se i due avessero parlato fino a pochi istanti prima e ora lei sapesse tutto di lui, del suo sgomento notturno, della sua insonnia rivelatrice e del suo inaspettato senso di inutilità. Non c'era abbastanza luce perché l'uno potesse leggere nelle pieghe del viso dell'altra e indovinare quali sentimenti vi abitavano: una penombra ruffiana infondeva coraggio al reciproco spiarsi, renderlo quasi sfacciato. Lui alzò cautamente il resto della persiana e uscì fuori, nel balcone. Lei non c'era più: aveva lasciato la luce accesa. Restò deluso, vedeva il suo eroismo notturno, figlio di una disperazione metropolitana e privata, castigato dalla notte. Indugiò qualche minuto, senza scorgere alcun movimento nella casa dirimpetto, che restava illuminata e deserta, poi rientrò.
    Qualcuno bussò alla porta. Il suo cuore sobbalzò. Un rintocco breve, appena distinguibile, discreto come deve essere un segnale furtivo e, in qualche modo, calcolato. Non era questo il caso. Si diresse verso l'ingresso e, consapevole che la sua presenza così vicina sarebbe stata avvertita, non resistette comunque alla tentazione di guardare nello spioncino. La donna dirigeva gli occhi volutamente altrove, indossava una vestaglia di seta cremisi con i revers più chiari in nuance, un deshabillé elegantissimo, indiscutibilmente sensuale. L'uomo si sentì insieme signore e schiavo dei suoi pochi secondi di vantaggio, incapace di decidere se la cosa giusta fosse aprire, oppure svegliarsi da un'inverosimile realtà riguadagnando il sonno e lasciando il suo spettro in vestaglia al di là della sua porta e della sua vita...
    Il sole penetrò nella camera da letto e lo salutò con il suo solito buongiorno. Tutto sembrava lo stesso, consuetamente diurno, insomma normale. Niente senso di inutilità: il lavoro, poi gli amici, lo aspettavano. Restava solo un vago rimpianto per non aver colto un'occasione - un sentimento talmente debole da non fermarlo più di tanto, tra il letto e il bagno. Prima di uscire, uno sguardo in tralice verso quelle finestre di fronte, uno sguardo da traditore senza rimorsi. Correndo verso il parcheggio perché era un po' in ritardo, vide il portiere che sistemava un fiocco nero sul sesto acuto del portone. Si sentì in dovere di chiedere cosa fosse accaduto.
    "Come? Non lo ha saputo? La signora ***, quella che soffriva di cuore, sa, è un mese che era ricoverata in attesa del trapianto... ma è quella che ha finestre di fronte alle sue, dottore! Stanotte ha avuto una crisi fatale, è entrata in coma, la lista d'attesa era ancora troppo lunga e lei non ce l'ha fatta ad aspettare... così giovane..."
    Senza neanche salutare il portiere si portò la mano sul cuore, come un Presidente al God blesses America, continuò a tenercela mentre camminava in una direzione che non gli avrebbe mai fatto ritrovare la sua auto - camminava dentro un mondo senza nulla che fosse più a fuoco, verso una finestra illuminata che non avrebbe raggiunto e all'inseguimento di un episodio che sprofondava lentamente nel mondo del mistero, ma continuava caparbiamente a cercarsi il cuore, un cuore che quella notte non aveva potuto aprire una porta...