04/06/2011
Una sola primavera
L’aria del mattino è straordinariamente tersa e da quassù si vede tutta la vallata, dall’Alpe di Catenaia al Falterona.
Le cime, le faggete, i vecchi borghi appollaiati sopra le radure a pascolo o a seminativo: tutto sembra così vicino che Vittorio ha l’impressione di poterlo toccare semplicemente allungando la mano. Regnano un silenzio e una quiete che riconcilierebbero chiunque con il mondo e con se stesso.
Vittorio è ordinario di Storia contemporanea in un’antica e illustre università di una città del Nord. Ha scoperto per caso questo piccolo agriturismo, otto anni fa, quando ci è capitato a tarda sera con sua moglie e con la Michelin in mano. Dovevano affrontare gli Appennini e non avevano voglia di guidare col buio, così avevano fatto una deviazione di un paio di chilometri dalla strada nazionale, intrigati dalla descrizione inconsueta e accattivante che la guida aveva fatto di questo piccolo hotel di charme.
Da allora ci è tornato ogni anno, in stagioni diverse. Da cinque anni ci viene solo.
Emma lo ha lasciato per un problema di cuore.
Non se n’è andata con un altro: era il suo cuore, quello di Emma, che aveva problemi. Per anni erano apparsi docili alle cure e avevano alimentato in una coppia tanto unita l’illusione che sarebbero potuti invecchiare insieme. Poi un giorno — le contrarietà arrivano senza mai dare appuntamento — Emma aveva avuto una crisi di angina tremenda e Vittorio non aveva potuto far altro che portarla d’urgenza al pronto soccorso. Codice rosso. Era stata immediatamente trasferita nel reparto di cardiologia dove, guarda caso, il primario era un vecchio compagno di liceo di Vittorio. L’uno non aveva notizie dell’altro da anni, entrambi avrebbero preferito ritrovarsi in una situazione diversa. Fu lo stesso Giancarlo a dirgli, senza preamboli, che la situazione era disperata e che solo un trapianto poteva salvare sua moglie. La lista d’attesa era lunga, anche quella dei casi disperati. Il cuore di Emma, impaziente come era sempre stata anche la sua padrona, non seppe aspettare.
«Le sarei grato se volesse darmi sempre la solita camera, signora Z***.»
«Ma come no, professore. In questo periodo non ci sono problemi. Non dubiti, troverà la solita camera. Allora la aspettiamo mercoledì nel pomeriggio. Buon viaggio!»
Nei suoi otto anni di assiduità, Vittorio non ha mai avuto la curiosità di conoscerne altre. Sicuramente ce ne sono di più belle, di più grandi, di più panoramiche. Lui alla sua non rinuncia. Lo vede come un tradimento. Le prime volte lo ha fatto per fedeltà a Emma, che in qualche modo tornava a vivere con lui, là dentro, in una specie di inerzia dei ricordi che la camera non aveva cancellato. Le altre … le altre non sa perché. Ma ogni volta che ci entra dopo mesi, ha la sensazione che questa stanza, col suo letto alla francese, col suo vecchio armadio di ciliegio, con la finestra che affaccia sul borgo che dà il nome alla località, lo stesse aspettando.
Il primo anno vennero da queste parti per mettere una pietra sopra un brutto episodio. L’ultimo aborto spontaneo di Emma. Lei aveva quarant’anni. Il loro medico, lo ricorda ancora come fosse ieri, lo prese da solo a solo e lo inchiodò quasi al muro. Era amico di entrambi, ma soprattutto di Emma. Più che un amico. L’aveva amata prima di Vittorio. «Se non vuoi restare vedovo, promettimi che non ci proverete più.» Senza confidarlo a sua moglie, Vittorio lo prese alla lettera. Per lui era infinitamente più importante non perderla che lusingare un desiderio di paternità. Se fosse sopravvissuto, quel bambino avrebbe oggi sette anni. E gli farebbe una tale compagnia che … meglio non pensarci.
«Non ci crederà, signora Z***, ma io vengo qui da lei perché non dormo così bene in nessun altro posto.»
«Ci credo eccome, professore. Immagino che lo pensino anche altri ospiti, ma come lo dice lei … non la prenda come un’offesa, però! … è come se me lo dicesse un bambino e questo mi mette davvero una gran gioia dentro.»
«Ma è la verità, signora! Qui da voi io torno bambino. In fondo, sa, ho un quarto di toscanità anch’io. Mia nonna materna era di Badia Tedalda e qui mi sento a casa.»
«Le lascio finire la sua colazione in santa pace. Ho delle commissioni da fare, ci si vede per cena. Stasera pappa col pomodoro e straccetti di chianina, le va bene?»
«Urca! Ma non cucinerà mica soltanto per me? Ha altri ospiti questa settimana?»
«Due coppie di signori olandesi, molto tranquilli, non si vedono e non si sentono. Escono presto ma non cenano, per questo ieri non li ha visti. Alle nove credo stiano già a letto!»
«Altre vittime della tranquillità del posto, come me. Allora a stasera, e buona giornata!»
Un ultimo sorso di caffellatte e Vittorio si alza. La sala è permeata dalla calma della bassa stagione e vi arriva solo qualche raro cinguettio dal parco. Non ha fatto programmi per questa prima giornata. Oziare, in brevi soggiorni come questi, è una dimensione indispensabile da cercare, da centellinare. Per il momento andrà fuori a prendere un po’ d’aria e a fumare il solito mezzo toscano. Il suo posto consueto, nella panchina sotto il gelso, non lontana dal loggiato. È il più adatto per godersi il magnifico panorama e il silenzio di un assonnato giorno infrasettimanale.
La proprietaria non ha saputo dirgli che età possa avere questa pianta straordinaria. Sicuramente più di un secolo. Vittorio non è un botanico, però è uno storico. Si è documentato, sa che in questo lembo estremo di Toscana, conficcato tra la Romagna e l’Umbria, la bachicoltura è stata introdotta anticamente, ma si è sviluppata soprattutto tra il xviii e il xix secolo.Ceppo non endemico il gelso, messo a dimora da qualche lontano abitatore della colonica, che di anni ne ha molti di più, perché gemmasse seta da filare. Non dà più more, chi può ormai dire da quanto tempo. Inclinato di quaranta gradi, senza sgarrare una primavera vegeta in un discrimine stretto tra la rovina e l’eternità. Non ha frutti ma grandi radici, a fil di prato come scavi di talpa. Ed è cavo. Il suo piegarsi, più che una resa, pare uno stato d’animo. Una rappresentazione.
Vittorio ne osserva la corteccia, che dalla panchina arriva a toccare. È calda. Ha l’impressione che anche il gelso, come la camera, lo riconosca. Sembra esaminarlo con le sue rughe di sughero, chissà che non lo confonda con qualcun altro — quanti ne avrà visti come lui, aggirarsi con panni e stati d’animo diversi su questa antica aia trasformata in giardino. Quanti uomini e quante donne gli avranno solleticato il tronco e, approfittando del suo sostegno anatomico, senza saperlo gli avranno lasciato in un’impronta di vita l’invito a non cedere a gennaio, ad aspettare un altro aprile.
Ma al tramonto, a fine autunno, Vittorio lo sa, qui è come un teatro. Il gelso spoglio, di profilo, sembra stiracchiarsi mentre si intaglia nella ruggine diffusa del sole che scollina il Pratomagno, e il suo pencolare si tende come una mano alla vallata che, simile a una matrona sdraiata su un’ottomana, lo guarda indolente con i suoi cento sospiri di lucignolo.
Ha appena acceso il toscano e se lo sta gustando placidamente, quando sente uno scalpiccio di passi sull’acciottolato del viale.
Sono due uomini, uno parecchio anziano, dall’aspetto allampanato, l’altro più basso e più giovane. Sembrano dirigersi proprio verso di lui. Ma arrivati a quattro, cinque metri dal gelso e da Vittorio, si fermano a considerare i dintorni. Il vecchio si stacca dal giovane che lo teneva a braccetto. A forza, come se ormai non abbia più timore di cadere.
«È proprio qui, Gualtiero, che ti dicevo!»
«Sì, papà», risponde svogliatamente la persona più giovane. Sembra che ignorino completamente la presenza dell’uomo che fuma seduto sulla panchina. È Vittorio allora a decidersi:
«Buongiorno!»
«Buongiorno», rispondono i due, non proprio all’unisono.
Il vecchio continua a distribuire incredulo i suoi sguardi — alla vegetazione, alla casa, alla piscina — e sembra non capacitarsi di come tutto possa essere cambiato. L’ospite col sigaro prova imbarazzo restando seduto: sente il dovere di alzarsi e di avvicinarsi ai due uomini. Anche lui, come loro, inizia a guardarsi attorno, senza parlare, come per accreditare, con un gesto di buona educazione, il loro stupore.
«Sa quante volte mi son seduto dove stava lei or ora? Non sulla panca, ‘un c’era mica all’epoca. Ma il gelso, Dio bono, l’è sempre lui.»
«Ha abitato da queste parti? Conosce bene il posto allora …»
«Io ho abitato qui?! Ci s’era in quindici qua dentro, nel ’44! E mica su’ letti! Questo era un fienile.»
«Sì, lo so. È il fienile che ha dato il nome a …»
«Un fienile di qui e … un seccatoio di là, capito Gualtiero? Ma il tabacco si lavorava di frodo. Qui a sinistra, cosa c’è ora?»
«I saloni, il camino.»
«E qui a destra?»
«Il ristorante e la sala colazione.»
«Lì c’era il caprone. Bisognava fargli montare le capre a turno, se no il latte ‘un lo davano. Là dietro, invece, ci si cucinava, ma al chiuso e senza far fumo, ché i tedeschi giù in paese l’avrebbero visto.»
«Allora, eravate …»
«Sì, s’era alla macchia, partigiani. Il mio nome di battaglia era Cipresso, perché ero alto e magro come son ora. Quest’anno sono ottantasette, caro signore.»
«Complimenti, se li porta benissimo. La sua è una bella storia, davvero, ma si vuol sedere? Sarà stanco.»
«No grazie, sto meglio sui miei piedi.»
Gli occhi del vecchio continuano l’inventario, alla ricerca di qualcos’altro che possa riportarlo a quegli anni: neanche i pioppi vicino alla piscina ricorda: piantumazione recente. Come l’uliveto del resto. Sembra davvero che il vecchio gelso sterile sia il solo testimone della sua storia, l’unico rimasto ad aspettarlo. Vittorio si rende conto che la fortuna lo sta gratificando, lui storico, di una testimonianza fuori dal comune. Non è da storico che vuol godersela: piuttosto come uomo tornato bambino apposta per riscoprire il sapore antico delle storie di un tempo.
«Deve sapere, caro signore, che qui in Casentino c’è stata la Resistenza, ma quella vera, quella dei libri. Oggi non se ne ricorda più nessuno. Io c’ero. Ha mai sentito parlare della strage di Vallucciole?»
«Certo, so come sono andati i fatti.»
«Lo sa? (il vecchio dubita che questo signore, che all’epoca neanche era nato, possa sapere veramente cosa è accaduto a Vallucciole nell’aprile del ’44, e non è il tipo che nasconde ciò che pensa.) Mah … Noi che ci stavamo lo sappiam davvero cosa è stato in quegli anni. Vallucciole è famosa, ma quel che è successo a Partina, proprio qua sotto, verso Badia e i Mandrioli, gli fa il paio, sa? All’inizio si venne quassù per evitare i rastrellamenti e i bandi di chiamata alle armi dei repubblichini. Ma quando, nell’inverno del ’43, si vide che le nostre donne e i nostri vecchi non eran più sicuri giù in paese, che i tedeschi e i fascisti razziavano, seminavano il terrore, bruciavan case e raccolti, si capì che non potevamo restare con le mani in mano, che dovevamo darci daffare anche noi.»
Il ricordare è facile, meno il raccontare. Il vecchio ritrova sulla strada per la memoria le stesse emozioni di un tempo e vengono fuori anch’esse, alla rinfusa, lanciate via come piccole zolle da un aratro. Ma la voce va avanti, la lacrima scappata via da un occhio cola fino al mento, non è un ostacolo sufficiente a fermarla.
«Costaggiù, dove c’è ora quel pero, vede? Ci si teneva il bersaglio, fatto da nnoi con una sezione di quercia. Quando ci arrivarono dalla brigata Faliero Pucci d’Arezzo i primi fucili boni, perché avevan saputo che anche qui in Casentino stavamo organizzandoci, ci s’addestrava con quel bersaglio, perché non s’era cacciatori e nessuno aveva mai sparato, ma faccia a monte per non far arrivare l’eco giù a fondovalle. Lì ho sparato per la prima volta. Mi sembra d’averlo ancora in mano quel fucile, era un calibro 9 Parabellum, la marca però non la rammento. Si mangiò minestra di legumi e focaccia di castagne per mesi. Si cacava verde, con rispetto parlando. Era la guerra, ma a vent’anni si trova il modo d’esser contenti anche nelle tragedie. Quell’aprile però, oh Gualtiero, quell’aprile maledetto con la Divisione Goering a giro, non si può dimenticare. Eravamo in quindici acquartierati quassù, più un paio di zittelle che ci davano una mano col bestiame e in cucina. Si dormiva sul fieno che era l’unica cosa a non scarseggiare oltre all’acqua. Tedeschi non se n’è ammazzati e forse è stato meglio così, se no sui libri si sarebbe parlato anche della strage di quassù. Però una volta abbiamo diviso in due con un’azione una colonna scortata dalle SS, giù sulla nazionale, verso il Corsalone, e requisito due camion di derrate e anche armi e munizioni mentre i crucchi, vigliacchi! scappavan via come llepri. Quassù non son mai saliti.»
Ogni tanto deve fermarsi, non per prendere fiato, ma perché la sua memoria si ricarica, come il parabellum che imbracciava da ragazzo quassù.
«Chi non l’ha vista coi propri occhi non può capire. La guerra, voglio dire. Non erano òmini, eran bestie. La cattiveria, soprattutto coi più deboli, donne, vecchi, bambini … non si può descrivere. Possibile che anche a casa loro fossero così? Non ci credo. Da loro avevano i salotti boni coi centrini sulle spalliere, mettevano Wagner su’ fonografi e fumavano lunghe sigarette col bocchino. Son dovuti venire giù da nnoi per ricreare un inferno che nemmeno Dante avrebbe saputo raccontarlo. Chissà quanti se la son cavata e son tornati alle su’ case eleganti. Ma mi chiedo che vita hanno continuato a vivere, con quale coscienza. La guerra, la mi creda, è una cosa che ‘un la capisce nemmen chi l’ha fatta. Ecco cos’è.»
Vittorio annuisce. Prima per educazione. Poi perché non può non convenirne. Gli piace ascoltare e non vuole interrompere. Il vecchio partigiano continuerebbe per ore a parlare, ma il figlio, come se avvertisse che il discorso del padre sta prendendo una strana piega, cerca di convincerlo con le buone ad andare via, riprendendolo per il braccio. Il padre scuote la testa: «ma possibile sia tutto cambiato costì?»
«Ma chi ci abita qui adesso?», chiede guardando negli occhi Vittorio. Più spaesato che sconsolato.
«C’è un Relais.»
«Un che?»
«Una specie di albergo di campagna.»
«Mah», si limita a scuotere la testa con aria dubbiosa e incredula il vecchio.
«La saluto, buona giornata. E mi scusi se ho dato noia.»
«Nessuna noia. Ci mancherebbe! Buona giornata a lei. È stato un piacere.»
La figura allampanata del vecchio riprende la via del cancello, lentamente, a braccetto col figlio che tenta inutilmente di accelerare l’andatura e si becca un rimprovero perché così facendo rischia di farlo cadere. Lui non ha nessuna voglia di fare in fretta. Superato il cancello, si ferma un istante e si volta per un ultimo sguardo, poi saluta. Saluta il posto, non Vittorio che si è riseduto sulla panchina e che lui non può più vedere.
Vittorio è diviso tra la sorpresa e l’amarezza. Peccato che l’incontro sia durato così poco, che la storia dell’ex partigiano sia rimasta un incipit. Meritava di essere ascoltata tutta, ma chissà se il vecchio voleva davvero essere ascoltato, o piuttosto voleva sentirsi parlare di quei tempi e basta. Probabilmente il padre di Gualtiero — non gli ha chiesto nemmeno come si chiama — è uno dei pochi sopravvissuti dell’epoca che abbia ancora testa per ricordare e favella per raccontare. E tra un po’ anche questi ultimi testimoni se ne andranno. Resteranno i libri, come per tutto ciò che non è più passato recente, che ha smesso di essere cronaca per diventare Storia. Nessuno meglio di lui può capire quanto siano importanti. Ma per quanto essi siano evocativi per un lettore, non lo saranno mai quanto un testimone, come è accaduto oggi. Lui che è professore oggi ha incassato da quest’uomo una lezione sulla sua stessa materia. L’incontro ha lasciato in Vittorio un senso di incompiutezza. Ma il piccolo fastidio è presto accantonato, è una bella giornata. E lui è in vacanza.
Anche le giornate di ozio come quella che Vittorio si è imposta riescono a passare in fretta. Domani si propone qualcosa di più attivo. Oggi è sceso in paese solo per fare un giro e ne ha approfittato per uno spuntino veloce. Nel pomeriggio non è riuscito a fare il solito pisolino. Si avvertiva che, nel parco attorno al casale, c’era stata una presenza che ancora aleggiava e il genius loci l’aveva colta. Sembra anche a Vittorio che continui ad aggirarsi nell’aria qualcosa e il silenzio assoluto lo aiuta a nutrire questa che forse è solo una fantasia, forse qualcos’altro. Così, gli sembra di poter vedere la tavola di legno che faceva da bersaglio là dove oggi c’è un pero, o sentire l’odore di zuppa di legumi uscire dal piccolo annesso che ora, a giudicare al ronzio che emette, deve ospitare il vano caldaia.
Il sole tramonta presto, benché ci sia un ultimo scampolo di ora legale a simulare un residuo d’estate, che la temperatura dell’aria e le sagome spoglie degli alberi possono soltanto smentire. Se al mattino la temperatura è ancora tiepida, dopo l’imbrunire scende rapidamente e restare fuori non è più così piacevole. Vittorio non passa molto tempo in camera, gli piace starsene qui, nel loggiato quasi tutto a giorno, accanto a questa bella stufa: non c’è migliore compagnia del crepitio della legna che arde, quando si sta comodamente seduti su una poltrona con un libro tra le mani. Vede passare la proprietaria, la saluta e, prima che la signora si dilegui di nuovo in vista della cena, decide di riferirle per sommi capi il singolare incontro di oggi.
«Ma chi era, il Beppino?»
«Non lo so, ma c’era con lui il figlio, mi pare lo abbia chiamato Gualtiero.»
«Sì, è il Beppino. Povero Gualtiero! Che vittima! Allora so già cosa le ha raccontato. Sa, qui si dice che quelli come lui sono un po’ “di fuori”. Fuori con la testa, insomma.»
«Dio, che delusione! Non mi dica così! Pensa davvero che si sia inventato tutto? Insomma ci sono cascato in pieno?»
«No, il Beppino non si inventa niente. È tutto vero, sapesse quante volte le ho sentite anch’io le sue storie. Ormai le conosco a memoria. Ma mi siedo un attimo, così le racconto un po’ meglio la faccenda.»
Z*** mantiene anche nella sua tenuta da signora di campagna un’innata eleganza. Deve avere più o meno l’età di Vittorio. A vederli seduti così vicini, qualcuno potrebbe scambiarli per una coppia.
«È tutto vero, le dicevo. Ma ogni tanto Beppino, sa? sente il bisogno di raccontarselo come se fosse la prima volta. Di riscoprire d’incanto questo posto come se non ci fosse mai più tornato. Ora, il Beppino non si è mai spostato dal paese ed è tanto se è arrivato fino a Firenze in vita sua! Capisce cosa voglio dire?»
«Sinceramente no.»
«Insomma, le avrà detto che da partigiano lo chiamavano Cipresso, vero?»
«Sì. Questo l’ha detto.»
«Forse non le ha detto che anche dopo la guerra lo hanno sempre chiamato così, anche oggi. Il fatto è che allora, sembra, aveva un ruolo importante, anche se era uno dei più giovani di quelli che stavano quassù. Era ventenne, entusiasta, ovviamente scapolo. Poteva rischiare qualcosa più degli altri. Ci si buttò dentro più di loro. Sicuramente fu un’esperienza che lo plasmò e, in un certo senso, da allora Beppino non s’è più ritrovato.»
«Credo di cominciare a capire.»
«Ecco, capisce, vero? Quassù contava qualcosa, ma poi, quando tutto è finito … Non era un capo partigiano di quelli che hanno studiato, che facevano politica già prima e che dopo la guerra hanno continuato. Sì, si è iscritto al partito, ma non ha mai contato nulla. Ha fatto l’operaio in una piccola fonderia fino alla pensione. La vita non gli ha mai più fatto un dono come quei mesi passati alla macchia quassù. È così. Povero il Beppino … Ma ora devo lasciarla, mi aspetta di là la sua chianina. Con permesso.»
Già. La chianina. Sarebbe l’ora di iniziare a pregustarsi la cena. In questo momento Vittorio è un po’ scuro in volto. La conversazione non lo ha lasciato di buon umore e l’appetito è l’ultimo dei suoi pensieri. Non ha in mente che due cose: il suo incontro del mattino e come lo ha dovuto rileggere, dopo le rivelazioni di poco fa. Sono l’alba e l’imbrunire dello stesso giorno, della stessa vita, della stessa emozione.
Istintivamente vorrebbe andare a cercarlo, il Beppino. Non lo farà. Sicuramente tornerà quassù, chissà quando, forse a giugno, se sarà ancora vivo. Sempre col paziente Gualtiero ad accompagnarlo. E racconterà la sua storia a un ospite in costume da bagno che farà finta di ascoltarlo mentre continuerà a pensare agli affari suoi. A Vittorio è già toccato sentirla, non gli ricapiterà una seconda volta. Se ha avuto l’occasione per trattenerlo, l’ha persa.
“Povero il Beppino” non è abbastanza. Cosa vuol dire? La sua vicenda non merita la commiserazione. Obbliga a un sentimento più profondo: la comprensione.
Per troppe persone la vita si manifesta come un antipasto pieno di aspettative, di promesse che il pranzo non manterrà. La vita del Beppino ha conosciuto una sola primavera e il suo calendario si è fermato a quell’aprile del ’44. Ciò che è venuto dopo è come se non ci fosse stato. Vittorio è felice di non poter dire lo stesso di sé, dopo Emma. Lui ha continuato a vivere, eppure non ha un Gualtiero che lo sorreggerà nelle sue passeggiate di vecchio. È solo, in un modo diverso da Beppino, sempre che abbia senso fare un distinguo tra due solitudini.
La Storia racconta i fatti, i protagonisti. Ma dei comprimari, dei semplici testimoni come il Beppino cosa resta? Chi li ascolta? Chi se ne può occupare?
Forse solo la letteratura. Vittorio è un professore di storia, non uno scrittore. Non ha mai rimpianto di non esserlo.
Almeno fino a oggi.
21:28 Scritto da: nowhere_man in Storie | Link permanente | Commenti (56) | Segnala
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21/04/2011
Il pranzo della domenica
Ogni volta che suona al campanello, a Bianca fa un certo effetto leggere le sei lettere in stampatello sulla targhetta. Aversa.
C’è sempre stato scritto questo. Il cognome di Alberta è stato aggiunto a penna, in una seconda riga, ma solo nella buca delle lettere e nel citofono esterno.
Se non è propriamente un piacere, resta una minuscola consolazione. Alle cose di Francesco che continuano a esistere si somma anche questa. Sia pure di un niente, finisce per alimentare il conforto di chi deve comunque trovare una ragione alla meccanica della sopravvivenza. Tanti piccoli niente si possono alleare per cercare un significato a un evento che, a dispetto di qualunque capacità di rassegnazione, di qualunque intensità di fede, avrà sempre un nucleo irriducibile di insensatezza: la morte di un figlio.
La rastrelliera delle sue pipe, che non fumava più da tempo, o il rasoio elettrico che ha mantenuto un po’ del suo odore — come faceva ad andarsene anche lui? — o il moleskine in cui Francesco registrava osservazioni e riflessioni della sua vita con i detenuti. Tutti cimeli che Alberta le ha concesso generosamente di portare via e che ora hanno preso la forma di un piccolo museo domestico della memoria, in una camera dove si sono aggiunti, non solo alle scatole con i vecchi quaderni di scuola che lei non ha mai buttato via, ma soprattutto alle immagini del bambino, del ragazzino, del giovane uomo che vi ha respirato, studiato, dormito e che per sua madre sono tornate tutte, ugualmente vive.
Se per gli altri oggetti si è trattato di una specie di recupero, il diario è stata la vera scoperta. Per un centimetro una delle due pallottole non lo ha forato, compromettendolo per sempre. Lo zainetto lo ha infine protetto dalla crudezza rossa della morte ed è a grazie a quell’involucro, finito con la camicia e il pullover tra le cose che non si potevano più conservare, se ora è percettibilmente un oggetto inviolato, che non ha mai avuto a che fare se non con il Francesco vivo. Bianca non può sapere che è andata così ma in qualche modo la verità le arriva. Questo taccuino nero l’ha messa sulla strada di anni — gli ultimi di suo figlio — che lei si era accontentata di immaginare e che lui non raccontava neanche a sua moglie.
Nella prima pagina c’è una excusatio non petita. Francesco confessa candidamente che è stata di don Bianchi, il direttore della sua ONG, l’idea — forse è più giusto parlare di prescrizione, così scrive — che lui buttasse giù le sue impressioni di visita ai carcerati. L’aveva messa lì per inaugurare il quaderno, quando non aveva neppure iniziato la sua esperienza. Le pagine che seguono si fanno via via meno ingessate, più naturali e scorrevoli. Il lettore percepisce che l’incontro col foglio bianco non è più un atto dovuto ma un appuntamento cercato: quello di chi ritrova un’esperienza nelle parole. È palpabile in chi scrive la coscienza che, dentro quelle mura, si va compiendo un cammino. Anzi, una navigazione. Come suggerisce l’epigrafe manoscritta nel risvolto della copertina: Diario di bordo. Chissà se l’ha messa subito, oppure quando si è sentito davvero in mare aperto, in cerca di naufraghi da abbordare sul ponte della nave. La rotta, Bianca può soltanto immaginarla. Ma la segue con gli occhi, nel passato di suo figlio, con la stessa partecipazione che una madre metterebbe nell’accompagnare emotivamente il viaggio di un figlio nell’incerto. Un viatico fatto di scaramanzia e di protezione. Lei, ormai, può proteggere solo il suo ricordo.
Quella nave, suo figlio l’ha condotta fino a un porto da cui ha potuto guardarsi indietro e considerare quanto mare avesse messo tra sé e sé. Il Francesco che scrive le ultime pagine non è lo stesso dell’incipit. È differente persino da quello che lei ha creduto di conoscere bene, ma di una novità avvincente, come può avvertirla qualunque genitore che gioisce alla scoperta di doti insospettate di un figlio. Per una come lei, che ha dedicato l’esistenza a qualcosa di esterno, di sopraggiunto, di piovuto dal destino, accantonando costantemente il richiamo dell’egoismo primordiale, il viaggio del suo Francesco arriva, non a giustificare, ma almeno a santificare il suo sacrificio finale. Se anche avesse saputo quale porto lo aspettava alla fine, ne è convinta, non avrebbe fatto macchina indietro.
Per fortuna, la giustizia non ha reclamato il diario come documento dell’inchiesta. Del resto, a loro a che cosa sarebbe servito? Sì, Alberta è stata carina a volerglielo lasciare, anche se ne ha fatto delle fotocopie. Ma avere in mano l’originale non è la stessa cosa. Toccare le sue parole è averlo vicino, qua, insieme a lei. Queste pagine, quando le sfoglia — lo fa spesso e ogni volta scopre qualcosa di nuovo anche in ciò che ha già letto — risuscitano Francesco in modo fisico. Le fanno compagnia quando la solitudine non è solo abitudine, quando prende la sua punta d’amaro. Lo rendono più presente di quanto non sia mai stato per lei negli ultimi tempi. Ci sono i suoi pensieri, la sua voce. I detenuti vi diventano personaggi di romanzo, ai quali si è assuefatta, che crede ormai di conoscere uno a uno. Anche la carta continuerà a trattenere, chissà per quanto ancora, il calco delle sue emozioni, nei solchi di una penna a sfera che non si appiattiranno, non scoloriranno e sicuramente sopravvivranno anche a chi ora li custodisce come una reliquia.
Ecco, Bianca è entrata e il primo volto che vede è parecchio più in basso del suo: è quello di Massimo Valerio. Lo scampanellio l’ha richiamato e, quasi sapesse che era lei, la stava già aspettando dietro la porta. È curioso, allegro, accattivante come ogni piccola peste della sua poca età. Sorride a chiunque, tutto lo interessa e niente o quasi lo spaventa. Da quando ha iniziato a fare i primi passi – è stato precoce, Bianca vorrebbe dire come suo padre — scorrazza per la casa col suo equilibrio così evidentemente instabile ma non cade mai. È molto affezionato a Nonnaiaia, così la chiama. Bianca viene spesso a trovarlo e una, due domeniche al mese, pranza insieme a loro tre.
Alberta, Massimo Valerio. E il dottor Giovanni Perez.
Si è aggiunto con discrezione. La prima volta che hanno pranzato in quattro, Alberta si è preparata a lungo, parola per parola, il discorso da fare a Bianca sul perché della sua presenza. Una spiegazione convenevole, senza annunci. Uno di quei monologhi in cui la verità restando tra le righe si può agitare senza urtare la suscettibilità di nessuno. Per Alberta la circostanza non era rinviabile. Non poteva più tenerlo fuori da quei pranzi. È l’urgenza stessa a scegliere il momento felice per manifestarsi. Puoi anche raccontarti che l’uomo della tua vita sia uno come Francesco, poi è la realtà a disilluderti mettendoti accanto uno come Gianni. Gli errori che si commettono a danno di una persona si riparano quasi sempre a beneficio di un’altra.
Alla fine di quel primo pranzo a quattro, quando ha riaccompagnato l’ex suocera alla porta, si è sentita soddisfatta di sé. Come lo è chi avverte di aver fatto la cosa giusta e di esserselo visto riconoscere. Continua a non sapere, quasi certamente resterà per sempre all’oscuro che Bianca sa. Ci tiene particolarmente, con una innocente alleanza di buona e di cattiva fede, a rispettare la sensibilità di questa vecchia signora, così chiama quel senso antico di decoro che la generazione di Bianca non è riuscita a trasmettere a quella di Alberta.
Non è soltanto per questo se, nei primi mesi, ha costantemente respinto le attenzioni di Gianni, le sue offerte di compagnia o di semplice aiuto, anche quando suonavano più sincere di quanto si sarebbe attesa. Una sera al telefono era arrivato a dirle che l’avrebbe sposata. Lei gli aveva attaccato bruscamente il telefono in faccia. Le era costato molto e aveva temuto di perderlo per sempre, anche come amico. Non è stato così. Un trauma da lontananza li ha rimessi, per contraccolpo, l’una sulle tracce dell’altro. Un riavvicinamento col freno a mano tirato. È avvenuto con una lentezza liturgica, solo apparentemente studiata. È stata così necessaria a uno dei due. Fra i motivi della lentezza non c’è solo la scomparsa troppo recente di Francesco. Fra quelli del nuovo incontro il bambino è solo il pretesto.
Chissà quanti e quali sentimenti hanno invece sospinto Gianni verso Alberta. Lui è l’ultima persona che saprebbe enumerarli e distinguerli tutti. L’esistenza di Massimo Valerio non può essere l’unico. Nella vita ci sono i momenti per l’istinto e quelli per la ragione. Quando ci si sente spinti a una scelta nella propria esistenza, che sia per la prevalenza del primo o della seconda, è quasi sempre una folla e non un singolo a spingere.
Quella prima domenica in quattro, cinque mesi fa, l’atteggiamento di Bianca è apparso ad Alberta singolarmente cortese, oserebbe dire benevolo. Ormai era una nonna a tempo pieno e non ricordava più di non esserlo stata, sia pure solo per qualche settimana. Il pudore con cui quell’uomo alto e un po’ impacciato si avvicinava da ospite al piccolo Massimo Valerio, cercando di dare senza pretendere, deve averla colpita. In fondo, il suo Massimo si era goduto così poco suo figlio che Bianca non si sente di condannare questo poveretto, che continua a covare in silenzio un affetto senza rivendicare il ruolo che lo origina.
Una quantità di cose sono cambiate da quella mattina nella clinica, dove si può dire che tutto sia iniziato. Erano sempre loro quattro, nello spazio di pochi metri come lo sono adesso. Ma erano ancora una diaspora, disseminati in un universo troppo piccolo per contenerli tutti. Non soltanto perché Bianca era rimasta invisibile, nascosta da una porta e dietro una vergogna. Ora sono vicini, forse più di quanto non dica la prossimità dei loro corpi.
Gianni è una presenza fissa dei pranzi domenicali, tanto che, una volta che era di turno, Bianca si è mostrata delusa dalla sua assenza e ha chiesto spiegazioni ad Alberta. Quel giorno Alberta ha finalmente sentito, ed è stata la prima volta, che questa vecchia signora vuole un po’ di bene anche a lei.
Quando Bianca rimase vedova, come si usava all’epoca portò il lutto stretto per un anno. Il lutto dei vestiti, perché l’altro è rimasto integro, per quanto invisibile, anche quando le occasioni di non restare sola, tantissimo tempo fa, si sono presentate. Continua a sentirsi nel profondo una della sua generazione, a credere nelle convenzioni di cui è stata nutrita e che anche involontariamente ha tentato di trasmettere. Tuttavia ha accettato senza conflitti interiori che Alberta le violasse cercando così presto una compagnia. Lo ha accettato proprio perché sa. Beninteso, non ha chiesto alla ex nuora che cosa rappresenti per lei quest’uomo e la vedova di Francesco non si è ancora sentita di rivelarlo. Eppure è così evidente che un’ammissione risulterebbe inutile, solenne e anche un po’ ridicola.
La sola idea che Bianca vada in giro per casa per correre dietro a Massimo Valerio ha fatto sì che non ci siano tracce di Gianni, né in camera da letto né in bagno. Quindi quest’uomo, ogni volta che passa la notte in casa di Alberta, viene col suo piccolo bagaglio di rasoio, spazzolino e biancheria di ricambio, oppure è sempre costretto a racimolarlo e nasconderlo da qualche parte, sapendo che Bianca presto o tardi ricapiterà. Ancora qualche mese e la stessa Bianca giudicherà questa corvée, di cui è al corrente, un eccesso di riguardo nei propri confronti. Allora, per la prima volta da quando la conosce, incoraggerà Alberta a giocare a carte scoperte. Accadrà prima che Massimo Valerio sia in grado di spifferare alla nonna che Gianni vive ormai con loro. Bianca ha deciso di evitare ad Alberta almeno questa piccola umiliazione.
Quando arriva, a mezzogiorno e mezzo della domenica, la vecchia signora Aversa si comporta come se fosse a casa sua, al punto di indossare il grembiulino da cucina e di saper trovare a colpo sicuro nei cassetti un mestolo o un cavatappi. Viene con il solito autobus, non ha mai accettato che andassero a prenderla a casa, sebbene, nel dubbio, la proposta venga reiterata ogni volta. Sa di essere una perfetta estranea per questi tre, che ai suoi occhi sono legati da un rapporto di sangue, eppure sembra lei il fulcro di tutto. Il rito del pranzo domenicale, senza nonna Bianca, non si celebra. In un certo senso, questo singolare rapporto è il frutto di una reciproca adozione, dell’una verso gli altri tre e viceversa. Le cause che hanno spinto perché ciò avvenisse sono così deboli, a ben vedere, che il risultato di questa compenetrazione familiare è addirittura stupefacente, soprattutto per l’assenza di qualunque tensione, disaccordo, rancore. Francesco, se fosse vivo o avesse la possibilità di guardare, ne sarebbe prima meravigliato che commosso. Ma se fosse vivo, tutto questo non potrebbe accadere.
È la commedia degli equivoci più pacifica e serena che sia dato immaginare. Da una parte, una vecchia che sa e finge di non sapere. Che si è affezionata a un bambino estraneo come a un nipote carnale, non solo perché porta il cognome di suo figlio, non solo perché così Francesco avrebbe voluto. Lo ama perché lo ama, semplicemente, e ha dimenticato di aver tentennato prima di abbandonarsi a questo sentimento. Dall’altra, una coppia ancora semiclandestina vive attorno a un figlio che non ha il coraggio di riconoscere apertamente, molto per non ferire questa vecchia signora che in realtà sta mangiando la foglia, assai poco, così almeno ritiene, per la vergogna sociale della propria verità. Il giorno in cui Bianca non ci fosse più, il giorno in cui si sentissero liberi di gridare apertamente al mondo: siamo noi due i genitori di questo ragazzo! ebbene, quel giorno resterebbe l’ostacolo dell’anagrafe che lo vuole figlio di un uomo che non c’è più, di un morto. Quest’ultimo gradino verso la verità, Bianca sa che non lo salirà. Ogni altra concessione verso Alberta e Gianni è possibile, perfino che si sposino. Non riesce a immaginare che anche per loro due lo stesso gradino resterà un muro. Perché, se il Codice ha in sé i meccanismi per prescrivere il reato del furto, la morale ne è sprovvista.
Venerdì Massimo Valerio ha compiuto un anno, ma la festa è stata rimandata a oggi. Ancora non è in grado di capire il senso di quella candelina rossa sulla torta che ha saputo spegnere solo con l’aiuto discreto ma deciso di Nonnaiaia. È scappato via, urlando per casa con la gioia esplosiva e inspiegabile dei suoi pochi mesi di vita, in mano il nuovo peluche, fresco regalo della nonna. Adora i peluche, ne ha già una cassa piena, molti regalati proprio da Nonnaiaia. A partire dal primo, l’orsetto beige, subito ribattezzato Bubu, che è diventato la sua mascotte. Mentre il piccolo si è involato a velocità folle verso il suo altrove fatto di fantasticherie che nessuno una volta adulto sa ricordare, le due donne hanno avuto uno stesso pensiero — e non era il timore di sentirlo piangere dopo il tonfo di una caduta.
Hanno pensato, per l’ennesima volta, quanto Massimo Valerio somigli a Francesco.
È un’affinità che urla, non si può ignorare. Di lineamenti, di colori, persino di espressioni. Col passare delle settimane cresce e si presta sempre meno all’abbaglio, alla suggestione. Turba e intenerisce entrambe con la stessa intensità. A volte l’una desidererebbe comunicarlo all’altra e c’è mancato poco che lo facesse. Chissà che cosa accadrebbe. Che sarebbe di questa insolita armonia familiare che pure sembra qualcosa di più che una fragile formalità. Alberta non si siede sul primo indizio. Segue una somiglianza che cammina tra le generazioni, risale da Francesco e arriva fino a sua madre. Strano, finora non si era mai accorta della fisicità che Bianca aveva replicato nel corpo di suo figlio. Ma c’è un altro genere di somiglianza, tra i due, una parentela più profonda dello stesso sangue che le resterà per sempre sconosciuta.
C’è un nucleo di inesplicabilità nella vita e le due donne sono ugualmente convinte di avercelo davanti, quando guardano questo bambino sempre sorridente e vi leggono altro. Scrutano dentro la verità di un’evidenza e la confrontano con l’altra, quella opposta che davano per scontata senza poterla condividere tra loro. Neanche la seconda, come la prima, riusciranno mai a raccontarla. Alberta non lo ha fatto con Gianni. Lui non ha mai notato nulla e lei si è ben guardata dal tendergli un aiuto. Non si confiderà mai. Ha paura di perdere tutto di nuovo. Non vuol neanche immaginare cosa potrebbe accadere se lui vedesse e riflettesse, mai e poi mai vorrebbe incontrare nella vita quegli occhi finalmente consapevoli. Quella che ha intorno adesso è la cosa più vicina a una famiglia che le sia mai capitato ottenere. Spera che anche Bianca tacerà. Ma come è possibile che veda e non dica nulla? Anche lei dunque, come Gianni, non vede. Alberta non è tranquilla. Qualcuno sta giocando a nascondino con lei, lei che ha una paura matta di allontanarsi dalla tana per cercarlo. La sua vita è destinata a non conoscere un solo atto di coraggio. La cosa che più le assomiglia è la sua tentazione di capire, che ribatte colpo su colpo a quella di far finta di niente. Ma ogni volta che le tornano in mente quei giorni — il test di gravidanza, le notti immolate sull’altare di un amore coniugale riparatore — non ci si raccapezza più, si arrende, deve smettere di pensare. Se c’è stata una colpa nel suo passato, questa graticola di incertezze è la pena che deve scontare. Questo si dice.
È più facile per Bianca farsi una ragione di tutto. Non solo non si attendeva un regalo postumo, fatto di sembianze familiari che si reincarnano, ma l’amore per il bambino e il ricordo della scelta di Francesco le vietano di aggrapparvisi.
La scelta di amare.
La vita è anche segreto e bisogna avere la delicatezza di non osare violarlo. È una tale rarità e leggerezza poter osservare il fenomeno che avviene sotto i suoi occhi senza appesantirlo di deduzioni. Piccoli o grandi misteri hanno valore perché restano tali, perché la comunicazione è destinata a sciuparli, come gli agenti atmosferici distruggerebbero in poche ore un merletto pluricentenario custodito in una teca di cristallo. L’esistenza va lasciata scorrere, come un fiume trova da sé il suo letto. Opporsi è inutile, se lo dice una donna che non ha mai aperto un contenzioso col destino. Una volta tanto, il suo fatalismo si è fatto largo da sé, non si è lasciato imporre.
La vita, Milady, è una ramazza di saggina. È stata la prima immagine del giorno più lungo della vita. È passato un anno ed è l’esistenza più giovane che ha intorno a ricordarlo a Bianca. Le è tornata in mente, in questi mesi, non spesso ma con un tempismo che non può essere frutto del caso. Le volte esatte che ci volevano per capire che quella ramazza era una bussola e segnava la stagione del cuore da cui lei la evocava. Prima logorio. Più tardi resistenza. Infine saggezza. Prendere il verso della vita: in quale altro modo potrebbe definire questa disposizione? Saggezza e saggina: è una solo falsa analogia lessicale.
Ma il vero segreto di tutto quanto sta accadendo è un comunissimo pranzo della domenica: Massimo Valerio non c’è, è di là col suo nuovo amico di pezza, per quel poco che durerà l’innamoramento, mentre un uomo e due donne, che dovrebbero restare seduti attorno a questo tavolo solo a causa dell’esistenza di quel piccolo essere di appena dodici mesi, continuano pur tuttavia a mangiare, a conversare, a sorridere con familiarità sincera anche se l’unico motivo del loro legame non c’è, sia pure momentaneamente. Nessuno di loro ha ancora riflettuto su questo dettaglio non privo di valore e di significato. La vita toglie e la vita dà, senza fare calcoli. Come sempre, nelle relazioni umane, non c’è una verità condivisa: ognuno ha la sua e può tutt’al più sperare di sentire il tepore di quella degli altri.
Ora l’una, ora l’altra, quando sono sole, si chiedono piuttosto che genere di cemento tenga insieme un nucleo familiare così raramente assortito. Nessuna delle due crede sia solo reticenza, o ipocrisia. Secondo l’umore del momento, le risposte fanno la spola, con un po’ di fiatone, tra il realismo e la metafisica. Si incarnano in volti presenti o lontani. Quello di un bambino — quello di un uomo. Il secondo non ha potuto veder svanire nella crescita del primo il suo dubbio di paternità: il caso ha voluto che il bambino arrivasse nel Tempo lo stesso giorno in cui l’uomo lo ha lasciato. Non fosse che i due ne hanno condiviso uno spicchio di poche ore, sia Bianca che Alberta si abbandonerebbero, l’una per felicità e l’altra per sfinimento, all’ipotesi più assurda che suggestiva cui non si concedono mai più di un secondo per volta.
È una gramigna di idea, irregolare, senza patria. Ha messo radici oltre la razionalità. Se si ostina a rispuntare, è solo per estorcere loro il buonsenso di strapparla nuovamente.
FINE
08:22 Scritto da: nowhere_man in Storie | Link permanente | Commenti (38) | Segnala
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16/04/2011
La vestaglia pervinca
«Chi è?»
«Signora Aversa? Mi scusi, sono Pagliaro. Spero di non disturbare, avrei qualcosa da comunicarle. Posso salire?»
«Sì, commissario. Non disturba affatto. Prego, salga. Le apro.»
È Alberta, non Bianca, la signora Aversa cui il commissario Pagliaro ha suonato. Non c’è due senza tre.
Dopo aver pigiato il pulsante del citofono e prima di agganciare la cornetta, Alberta fa in tempo a sentire i primi passi dell’uomo, secchi, di tacco netto, echeggiare nell’androne del palazzo. Poi si fa un doppio petto con la vestaglia color pervinca, ne annoda con cura la cinta, si aggiusta alla svelta i capelli e attende, dietro la porta socchiusa, i passi sulle scale, sempre più vicini.
«Buongiorno, commissario.»
Alberta usa per cautela un tono di voce basso e flautato, cui il suo ospite si adegua subito mentre raggiunge l’altra mano già tesa.
«Come sta, signora? Spero tutto bene.»
«Sì, grazie. Ma si accomodi. Siamo sempre fortunati quando viene lei: Massimo Valerio si è addormentato da poco. Lei ha una specie di sesto senso per questo. Deformazione professionale? Scherzo naturalmente. Di qua, conosce la strada ormai. Scusi il mio deshabillé, non aspetto mai visite. Capirà, con un neonato in casa ci sono sempre mille cose da fare e l’ultimo pensiero per una mamma è quello di mettersi in ordine.»
«Invece la trovo benissimo, mi creda.»
Federico Pagliaro arrossisce fino alle orecchie. Fino al benissimo non ce n’era motivo, era ancora dentro la frase fatta. È stato il mi creda, pronunciato assentendo ripetutamente col capo, a sparigliare tutto. Non ha potuto impedirsi di dirlo. Alberta continua a sentirsi orribile malgrado il complimento, lui la vede con altri occhi. Percepisce il fluido sensuale che diffonde attorno a sé una donna che allatta. Il respiro le solleva i seni, le labbra si increspano, tutto il corpo diventa espressione del suo eros morbido e come dilatato, una corporeità candida e insieme provocante che sembra fatta per inghiottire qualunque desiderio maschile. Se fosse un poeta, un uomo impudente e anche un po’ mascalzone, allenato alle scaramucce galanti, potrebbe mettere in metro le sue sensazioni con metafore carnali e mistiche alla Neruda e averla tra le braccia prima di completare la terza quartina. Non è un poeta. È un uomo esageratamente schivo, attrezzato per vincere battaglie professionali ma abituato a perdere quelle sentimentali. Riuscirà a snaturarsi fino a corteggiare proprio una donna che gli fa perdere la testa? Prima o poi, dovrà soffermarsi a capire come mai trova il coraggio di approcciare solo donne che rimangono al di là della sua voglia di comprenderle, di accoglierle. Con loro diventa spavaldo, quasi sprezzante, come un cliente davanti a una puttana. Ora ha in odio se stesso, un odio malsano perché si vede incapace di aprire uno spiraglio alla voglia di felicità che la presenza di Alberta ogni volta pungola in lui.
«È sola? Non c’è sua suocera? L’ultima volta che sono venuto, mi è sembrato di aver capito che le sta dando una mano col bambino.»
«Sì, molto, veramente. Devo dire che non me l’aspettavo. Credo la aiuti molto a non pensare. Oppure a pensare a Francesco in modo positivo, occupandosi di suo figlio.»
Ora è il turno di Alberta di arrossire. Il commissario Pagliaro, benché dotato di istinto poliziesco, non può saperne il vero motivo, che resta ben nascosto sotto le parole appena pronunciate dalla vedova di Francesco Aversa. Il fiuto del piedipiatti in questo momento è fuori uso, l’uomo che di solito lo sguinzaglia è troppo preso a raffreddare la propria temperatura emotiva, e il rossore della donna che lo ha appena accolto non lo aiuta, fomenta speranze.
Alberta non capisce dunque perché il commissario, dopo essere entrato, si sia risolutamente allontanato da lei e diretto da solo verso il salotto. Lei ovviamente lo raggiunge. L’uomo non dice nulla, continua a darle le spalle, non si toglie neanche il soprabito. Lascia vagare lo sguardo come chi debba periziare una casa di cui sa solo ciò che ha letto sull’annuncio di vendita. Alberta, educatamente, attende che sia lui a parlare: le ha detto che deve comunicarle qualcosa. Sarà vero? O il motivo della visita è un altro e lui non trova ancora il coraggio di sputare il rospo? La imbarazzerebbe, in questo momento, scoprire che è così. Ha paura di dover mettere, accanto al sentimento che teme di veder esprimere a quest’uomo, il proprio: troppo spaiati. Non ha paura per sé. Teme di ferire lui. È una sensazione nuova e Federico Pagliaro è il primo uomo che sia stato capace di suscitarla in lei. Del resto è stato anche il primo a suggerirle che un uomo, nel suo cammino verso una donna, sa anche fermarsi a metà strada tra l’indifferenza e la concupiscenza. Un sentimento nuovo, lei non sa come definirlo, né come maneggiarlo.
Il commissario si è soffermato con gli occhi su una gigantografia, incorniciata a giorno, che ritrae lei e suo marito estremamente sorridenti. Felici, non c’è dubbio. Giurerebbe che l’ultima volta non c’era. Difficilmente la memoria lo inganna. È un segno, tutto sommato, normale. Ora che ci fa caso, lui era molto più alto di lei. Aveva occhi così chiari, e neanche un filo di pancia. Doveva essere un brav’uomo, questo sembra commentare lo sguardo aperto, eloquente dell’ospite. Una specie di omaggio ufficiale allo scomparso. È ciò che il commissario vuol far credere mentre sta pensando a tutt’altro. Non che lui è vivo, qui, nella casa di quell’uomo che ora non c’è più, e ci sta solo perché il defunto è finito in una sua inchiesta, ma che il morto l’ha avuta e lui probabilmente non potrà. Dà a vedere di ammirare l’oleografia di un matrimonio di cui non può sapere nulla. Lo sta usando come paravento per dissimulare ciò che sente per questa donna pressoché sconosciuta: un’attrazione che lui poliziotto non ha ancora smascherato — eppure è così infantilmente, struggentemente incestuosa — un’emozione che lo fa sentire inadeguato come non gli accade mai nel suo lavoro.
Il massimo che riesce a estorcersi a parole è:
«Questa casa, signora Aversa, sa di buono.»
Alberta avverte solo il buffo della frase, chissà cos’altro si aspettava di dover sentire da quella bocca. La sua piccola tensione esplode in una risata screanzata, come davanti a un attore d’avanspettacolo. Se è stato comico, Federico Pagliaro non se n’è accorto, di certo non voleva apparirlo. La risata di Alberta è il colpo di frusta che lo scaraventa dentro i panni del poliziotto, quella parte di commissario comprensivo con i buoni e canaglia con i cattivi che gli riesce così naturale.
«Dico sul serio, signora. Non la prenda come una battuta. Venire qui mi trasmette serenità. È una boccata d’aria pura, niente a che fare con quella che respiro nel mio lavoro. Lei risponderà: “è normale, visto il mestiere che fa”. Non vorrei essere mai venuto, mi creda, non le avrei mai augurato di dovermi conoscere. Non così almeno. Ma è successo quel che è successo. Siamo tutti esposti al rischio che una storia estranea alla nostra finisca per invaderla o, peggio, per sconvolgerla per sempre. Come un’automobile che improvvisamente salta il guardrail in autostrada e ne investe un’altra quando non può fare più nulla per evitarla. È la vita. Dio mio, ho cominciato un discorso che non so dove mi porta e forse è meglio che lo tronchi qui …»
«Comprendo cosa vuole dirmi, commissario. Ha ragione. È la vita e io non incolpo certo lei di tutto questo. Ci mancherebbe! Lei con me è sempre stato così … gentile … Per fortuna io ho mio figlio, che non mi dà il tempo di fermarmi per capire cosa è accaduto alla mia storia. La mia storia ora è lui.»
«Certo, capisco. È giusto. Una bellissima storia che grazie a Dio continua.»
Nelle parole di Alberta viaggia un messaggio inequivocabile per Federico Pagliaro, per ciò che non ha avuto il coraggio di raccontarsi, figuriamoci di esprimere. È talmente prevenuto sull’utilità di sperare da esser voluto inciampare sul primo segnale negativo che lei gli ha lanciato. Alberta è arrivata a lui ma non è vero il contrario. Non lo vede come un uomo e Federico non saprà mai quanto la ostacoli il ruolo intimorente del poliziotto o la scarsa attrazione verso la persona. Ma a che serve saperlo, se questo è comunque il risultato? Un ruolo è inseparabile dall’altro, per Alberta come per chiunque altra lui incontri. Che imbecille! Si è troppo specchiato nella sua illusione prima di ritrovare finalmente un briciolo di buon senso. Ha davanti una donna che è da poco diventata madre e che nello stesso giorno è rimasta vedova. Come ha potuto approfittare della sua veste ufficiale per nutrire tentazioni così abiette?
«Signora Aversa, non voglio rubarle tempo inutilmente. Ma è mio dovere, visti i precedenti rapporti intercorsi tra di noi, comunicarle il prosieguo e, a questo punto, direi anche la conclusione delle indagini circa la morte di suo marito.»
Il tono è tornato estremamente serio, per entrambi.
«La ascolto, commissario.»
Queste tre parole trasmettono a Federico Pagliaro l’idea che Alberta Aversa non si voglia far turbare da ciò che sta per udire, come se la cosa non la riguardi, e che lo ascolta per una forma di cortesia, o di deferenza verso il pubblico ufficiale che ha davanti. Ma ormai lui ha iniziato e non può più fermarsi.
«Ricorda che l’ultima volta l’ho informata dei nostri sospetti — direi molto più che sospetti — sulla natura non casuale dell’omicidio di suo marito. Purtroppo le risultanze successive dell’inchiesta hanno definitivamente suffragato questa prima ipotesi.»
Alberta si sforza di mantenere il suo proposito, restare impassibile. Avverte tuttavia che sta per arrivare per lei qualcosa di sgradevole, una botta. Sente le mani vuote, vorrebbe poter stringere suo figlio al seno per non sentirsi sola. Per vedersi al riparo, ancorata alla vita.
«Ricorderà che le ho anche parlato di tale Ignazio Dimmisi, mafioso, ergastolano, una delle persone che meglio suo marito ha avuto modo di conoscere durante le sue frequentazioni del carcere della città in qualità di volontario dell’associazione Nostri Fratres.»
Alberta si tocca istintivamente la fronte. Un gesto interlocutorio, manifestamente retorico.
«Sì, me lo ricordo, commissario.»
«Bene. La morte di suo marito, per quanto possa sembrarle assurdo, ha una sua logica, perversa fino all’inverosimile ma salda. È uno sgarbo fatto al Dimmisi. Uno sgarbo calcolato, che è risultato essere solo la prima mossa per uno sgarbo assai maggiore.»
«Che intende dire, commissario? Non capisco.»
«Anche Ignazio Dimmisi è stato ucciso. Nel carcere dove era detenuto. Lo stesso dove andava a visitarlo suo marito. Strangolato durante l’ora d’aria.»
Alberta non può nascondere l’orrore che le hanno suscitato parole così crude, arrivate senza preparazione. È la morte, la morte vera come è stata vera quella di Francesco. La forra in cui non si è voluta lasciar andare, arrestandosi sul ciglio di un’assenza. Non pensa che qualunque morte deve usare violenza a un corpo, anche una malattia, perché il corpo non è fatto per cedere spontaneamente, è costruito per resistere.
«Vede, a modo suo Ignazio Dimmisi era un sentimentale. Una volta si definivano uomini d’onore. Ormai questa espressione è diventata retorica, si riempiono la bocca, come possiamo sentire nelle intercettazioni, di un onore in cui non credono più. Parlo delle attuali generazioni criminali. Il nuovo onore sono gli affari e l’onore si può perdere ormai solo se si perde un affare. Non so se mi spiego.»
Alberta sembra aver superato la sorpresa ed essersi abituata al sapore forte dell’argomento. Appare al commissario meno sulla difensiva riguardo a ciò che sta ascoltando. È l’espressione che trasmette, a chi sta parlando, un ascoltatore intento a orientarsi in un discorso che per metà ha già perduto. Forse ha intuito dove lui vuole arrivare. Ha riconosciuto lo stile del commissario: come le altre volte, le fa da scudo incontro ai fatti che le riferirà.
«Insomma, le stavo dicendo che Ignazio Dimmisi aveva un suo modo, molto originale e non proprio condivisibile di esprimere il proprio sentimentalismo. Certamente si era affezionato a Francesco Aversa e questo i suoi nemici lo hanno capito, forse prima di lui. Anche le mura di un carcere hanno occhi e orecchi. Era l’occasione che aspettavano. Perché deve sapere, signora, che in certi ambienti non esiste indulto, non esiste oblio, non esiste pietà. I conti in sospeso si pagano, fosse anche mezzo secolo dopo. Purtroppo suo marito è diventato un’inconsapevole pedina di un gioco sporco. Il termine regolamento di conti non rende giustizia. È stato qualcosa di assai più sofisticato. L’assassinio di Francesco Aversa è stata la prima mossa. La seconda l’ha fatta, di puro istinto, Ignazio Dimmisi. Era ciò che aspettava chi aveva teso la trappola. Hanno avuto due conferme: la prima, che il vecchio non era cambiato; la seconda, che sulla sincerità del suo legame con l’Aversa avevano avuto una soffiata preziosa. È ritornato in gioco, e non con la speranza di riprendere in mano dal carcere le redini degli affari, ma semplicemente perché qualcuno, come era accaduto cinquant’anni prima, gli aveva ucciso un amico. Lo chiamo sentimentalismo, ma raccontandole tutto questo mi rendo conto che è un termine dispregiativo, che le due persone in esso implicate, entrambe morte, non meritano. Anzi, per la memoria di suo marito, lo ritiro subito e me ne scuso. Ma insomma, le stavo dicendo, Ignazio Dimmisi è tornato a bussare alla vecchia porta. Lui che tutti davano per finito — non i suoi avversari, che sapevano quanto ancora contasse per i vecchi amici. Ha ordinato dalla cella un delitto, quello del povero fesso che qualcuno aveva mandato ad ammazzare suo marito convincendolo che avrebbe finalmente vendicato suo padre e si sarebbe accreditato verso di loro. Questa storia è un po’ lunga e non sto a raccontargliela tutta. Fatto sta che dopo la seconda mossa c’è stata a rapido giro la terza. Gli amici di Dimmisi. Quelli che hanno vendicato per lui la morte di Francesco. Chissà cosa li ha davvero spinti a esporsi, non riesco a credere si sia trattato solo di una prova di fedeltà, quello deve essere stato il pretesto, dietro c’era una velleità di affermazione, una tattica per tastare il polso a qualche avversario e tentare di rosicchiare il controllo di una zona. Probabilmente non avremo più modo di scoprirlo. Fatti secchi in un agguato, anche loro, il giorno dopo quello analogo che loro stessi avevano eseguito. Dopo la terza mossa, anche una quarta. Quella che le ho riferito per prima. L’ultima della partita. Scacco matto. I conti si sono chiusi. La gerarchia del mandamento cui Ignazio Dimmisi era appartenuto, e che per lungo tempo aveva governato, ha fatto il suo definitivo cambio di pelle. Finché lui è rimasto in vita, non era stato possibile. In questa storia, ci sono due uomini che hanno pagato un sentimento con la vita. Uno di questi è suo marito. Ha pagato per la scelta di amare. L’altro ha pagato per la scelta di odiare. Eppure la vita ha voluto che si incontrassero e che diventassero amici al punto di non impedire il coronamento di un destino tragico per entrambi.»
Per tutto questo tempo il commissario Pagliaro non ha volutamente cercato gli occhi di Alberta. Ne ha inquadrato, ora le pantofole allineate, ore le mani che stropicciavano la cintura della vestaglia, ora ha cercato altrove un testimone per le sue parole, la finestra, un quadro, sapendo che comunque c’erano orecchie ad ascoltarle. Sa che quando si raccontano storie del genere, uno sguardo lasciato vagare le ammorbidisce, le rende più astratte e sopportabili. Il raziocinio del crimine non è per tutti gli stomaci. Ce l’ha messa tutta per attenuarne la crudezza. Ma ora, tornando con gli occhi su di lei, non ne è così convinto: quelli di Alberta sono lucidi.
«Mi scusi, signora, se le ho raccontato tutto questo. Sono stato brusco. Io non sono né un giornalista né tanto meno un cantastorie. Sono un commissario di polizia e le cose le so raccontare sotto forma di fatti. E i fatti, più li si lascia raccontare da soli più dicono. Ma, per i trascorsi che ci sono stati … insomma, visto che abbiamo avuto modo di conoscerci in queste settimane e … ecco, ho ritenuto giusto, doveroso direi, che lei sentisse questa storia da me anziché spigolarla qua e là, da un giornale, da un notiziario in tivù. Ciò che passa di là deve fare effetto, e la verità spesso non ha appeal. Se lei si fosse fatta un’idea sbagliata di come sono andate le cose, non me lo sarei perdonato.»
Alberta è troppo presa dall’immagine appena evocata di Francesco per accompagnare fino all’ultima delicatezza il ragionamento del commissario. È il Francesco morto, il Francesco assurdamente vendicato che ha davanti, e chissà per quanto ancora sarà questa l’immagine intrusa di lui che la visiterà. Tra quanto riuscirà a farsi strada verso altri suoi volti, il Francesco innamorato dei loro primi tempi che le scriveva bellissime lettere? Persino il Francesco assente che l’ha spinta tra le braccia di Gianni è più sopportabile, cento volte più familiare di quello proposto dal commissario. È il destino di chi si accommiata da noi, lasciarci la sua ultima rappresentazione, magari di una malattia che, pur essendo solo l’ultima parentesi della sua esistenza, ha avuto il potere di distruggere almeno provvisoriamente in noi il ricordo della sua salute, della sua allegria. L’apprensione di Alberta non ha esperienza della temporaneità di tali falsificazioni della memoria. Non fa i conti con il tempo che alla lunga guarisce simili miopie.
«È tutto incomprensibile, commissario, tutto incomprensibile», ha trovato un fazzoletto nella tasca della vestaglia pervinca, è sporco di un rigurgito del suo bambino, ma non ha pudore di usarlo per soffiarsi il naso dopo essersi asciugata due lacrime.
«Lo so, la capisco. Sappia che io le sono vicino, più di quanto non sembri e anche di quanto lei possa credere. Va un po’ meglio ora, signora? Perché io non avrei finito. Posso continuare? Se la sente? Ne è sicura? Grazie. Ho cominciato dal peggio: ora passiamo al meglio. In queste settimane sono tornato spesso là, voglio dire nel carcere di suo marito. Ho avuto modo di interrogare diversi detenuti che lo hanno conosciuto. Non tutti, sarebbe stato impossibile. Una decina. Ci tengo a dirle che per ciascuno di loro, nessuno escluso, Francesco Aversa era diventato un amico. Ho visto lacrime uscire da occhi che non si crederebbero capaci di piangere. In quel gelo di ferro e cemento, suo marito ha acceso un fuoco che ancora scalda. Nessuno di loro dimenticherà. Mi sembrava importante, ora che tutto è finito, che lei lo sapesse.»
Ad Alberta scappano altre lacrime, stavolta a tradimento, per un’emozione che non è arrivata di petto come quella precedente. L’ha presa alle spalle. È più dolce. Non c’è bisogno che Pagliaro lo dica, del resto non lo farebbe mai: lei ha capito che questi incontri non servivano all’inchiesta, che se lui li ha cercati, se ha speso tante giornate del suo tempo sicuramente prezioso, è stato per poterle ridurre nel succo di poche frasi che riguardano il suo Francesco, quelle che le ha appena consegnato. Eppure lei che era la più vicina a suo marito è la sola a non averne capito il cambiamento, a non averne beneficiato. Chissà se queste parole, che settimane hanno costruito e pochi secondi hanno bruciato, resteranno solo l’ultima orazione funebre di Francesco Aversa, o sapranno lavorare in una qualche profondità dentro di lei.
«Io, commissario, non so davvero come … ringraziarla. È stato veramente un pensiero speciale da parte sua. Apprezzo molto i suoi modi, ci tengo che lei lo sappia. Un giorno vedrò meglio le cose e saprò esserle più grata di quanto io non le appaia oggi per la sua attenzione, la sua cautela e, insomma, non saprei come dire …»
Alberta non sa come continuare, o meglio lo sa ma, prima di pronunciare la terza parola che le è venuta in mente — affetto — si avvede che sarebbe un segnale di speranza per quest’uomo che non merita di essere illuso, e oggi lei non può dare speranze a nessuno. Mente a se stessa, senza possibili sconfessioni date le circostanze. Lo eleva al rango degli uomini che potrebbero riuscire a sedurla, se le cose stessero diversamente.
«Lei non mi deve ringraziare, Alberta (è la prima volta che la chiama per nome: ma è da qualche minuto che non è più il commissario che le parla). Ah! mi scusi, c’è un’ultima cosa che non le ho ancora detto. Una cosa apparentemente di poca importanza. Ma io non credo all’esistenza di cose non importanti. Tutto lo è. Volevo dirle questo. In carcere, agenti, detenuti, chiamavano suo marito in un modo, diciamo così, particolare. Visitor. Così lo avevano soprannominato. È una cosa nata all’inizio, probabilmente dovuta al fatto che fosse l’unico visitatore che non era parente di nessuno. Una specie di extraterrestre insomma. Ma a volte certe parole vengono suggerite dalla profondità e non dalla superficie. Nel Vangelo, se non erro, a visitare sono gli angeli. Col senno del poi, è più vera questa seconda spiegazione e forse, là dentro, questa revisione la stanno facendo in molti, da una parte e dall’altra delle sbarre. Perché le visite di suo marito hanno compiuto, nel loro piccolo, il miracolo di propiziare incontri dentro le mura di una galera, dove di solito ciascuno inciampa solo nella propria disperazione. Non è poco, conoscendo quell’ambiente, gliel’assicuro. Le affido queste notizie perché lei possa custodirle come un ricordo nuovo di suo marito. È una specie di regalo che lui non ha potuto farle arrivare con le sue mani e che mi incarico io di consegnarle. Io a questo punto avrei finito, Alberta. Le ho portato via tantissimo tempo e non posso trattenerla oltre. Sappia che, per qualunque cosa, insomma … io sono a sua disposizione. Ecco (si fruga nella tasca interna della giacca, tira fuori un mucchietto di biglietti da visita), lo prenda, se posso esserle utile, qualunque cosa, signora, non esiti a chiamarmi.»
Si alzano dalle poltrone. Il tragitto dal salotto alla porta d’ingresso è breve. Per Federico Pagliaro, una sciagura e un sollievo al tempo stesso.
Mentre due mani si stringono, arrivano le ultime, teatrali parole del commissario. Almeno questo non può negarselo.
«Non fosse stato per le circostanze, ora sarei più sereno nel dirle che è stato un piacere conoscerla, Alberta. Me lo dovrei tenere per me, ma non ci riesco. Mi perdoni la troppa franchezza.»
La mano maschile si è sciolta dalla stretta, forzando un poco l’altra perché la lasciasse andare. Come a far capire che gli addii sono parole che non attendono risposta. Alberta, infatti, una risposta adeguata non la trova. Solo dopo un secondo o due butta lì una frase, tanto per non fare scena muta — una manciata di sillabe di cortesia quasi urlate alle spalle che il commissario le ha ormai rivolto, puntando sicuro verso le scale.
«Venga a trovarmi, se le capita di passare da queste parti. Il tempo per un caffè con lei, bambino permettendo, lo troverò volentieri.»
Ma il commissario ha già sceso mezzo piano. L’invito è di circostanza. Lo sanno entrambi. È questa la loro comunione e non ha un sapore dolce. Sarà difficile che quel caffè venga messo un giorno su un fornello e poi versato fumante in due tazzine. È evidente che Federico Pagliaro, lui così disinvolto nel trattare coi criminali, coi magistrati, con i colleghi, coi giornalisti, non troverà il coraggio di inventare neanche una stupida scusa per suonare ancora una volta a questo citofono — e Dio sa se lo desidererebbe.
08:33 Scritto da: nowhere_man in Storie | Link permanente | Commenti (10) | Segnala
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09/04/2011
Un vizio di famiglia
Questa volta non c’è stato bisogno dell’ambasciata dell’albanese.
Don Ignazio, il solito libro tra le mani, ha sentito benissimo che cosa ha detto il “capo”.
Lo attendono in Direzione.
Come al solito, il perché non viene preannunciato. Tra i diritti che si perdono, senza che debba essere scritto nel dispositivo di una sentenza o in un regolamento penitenziario, c’è anche quello di avere una curiosità.
Ma don Ignazio non ha dubbi da togliersi, sa già chi lo cerca.
È la seconda visita e dalla prima sono passate due settimane: niente, nell’eternità di una reclusione dove non ci sono lunedì né venerdì e la luce mattutina sulle pagine di un libro è uguale a quella pomeridiana, perché luce sempre indiretta, come indiretta è, comunque si tenti di spenderla, la vita che scorre qua dentro.
È la seconda visita e, contrariamente a quanto è avvenuto ad Alberta, non sorprende don Ignazio. Se la aspettava. Forse già qualche giorno fa, ossia subito. Invece la notizia, stavolta, gli è arrivata dalla televisione e non da una convocazione.
Le ultime due settimane non sono state di giorni qualunque. È successo di più che in tutti e sette questi anni passati in galera, una piccola eternità inutile: incapace, malgrado le promesse, di tenerlo davvero fuori dal mondo. Quel che è successo, non è lui che lo ha cercato. Se glielo avessero detto un mese fa, avrebbe espresso la sua incredulità senza parole, con una risata. Oggi non ha voglia di ridere. Gli è passata e chissà a quando risale l’ultima volta che ci è riuscito. La vita è una grande bugiarda che smentisce tutti fuorché se stessa, soprattutto chi a furia di viverla finisce per crederle. La vita in fondo è chimica, azioni e reazioni una via l’altra a creare un intrico, va a ritrovare il bandolo della matassa.
Don Ignazio Dimmisi in questi giorni ha dovuto fare una capatina nel passato. Il percorso a ritroso nel tempo è stato più che mai sentimentale, anche se da un certo punto in poi era la testa a guidare. Il viaggio gli ha portato l’affanno e l’insonnia, eppure lui non si è dovuto muovere dalla sua cella. Né del resto avrebbe potuto. Non sono buone sensazioni, quelle che si trova dentro quando i sogni lo restituiscono alla realtà: non erano certo migliori quelle che lo hanno indotto a muoversi. Ma il sasso è partito e la mano che lo scaglia non è mai quella che lo può fermare.
Ciò che è accaduto resta per lui lontano, come se non si fosse mai avvicinato. Come un’ora che da futura diventa passata senza essere mai stata presente. Non si misura a giorni, la distanza, ma a secoli, anzi a vite. Quelle perdute e quelle che restano scavano in mezzo un solco che non rende più disponibili le azioni alle meditazioni. È tutto così stancamente capitato. Tutto lo scenario ormai consueto che ha ora attorno, dopo essersi nascosto per qualche giorno dietro le quinte, come dei passanti pavidi durante una sparatoria, ora che è tornata la calma ha rimesso il naso fuori e cerca inutilmente di convincere Ignazio che niente è accaduto. Nel dialetto siciliano, come nell’inglese, il passato fa presto a diventare remoto, basta un minuto. Come se l’essere diventato indisponibile lo possa rendere in qualche modo neutrale. Ma la neutralità la conservano solo le congetture, le idee che non si sono realizzate. I fatti non possono.
Se non ci fossero i libri a distoglierlo da certi brutti pensieri … già, i libri … sono l’unica stanza della sua esistenza in cui si concede di mettere uno specchio. L’ultima sua vanità è appannaggio della mente. I libri possono anche diventare un fine, aveva ragione Francesco. Il mangiare, il sonno: come poterli annoverare tra le aspirazioni di un uomo? Sono un gradino più in basso, non è dato sceglierli ma solo provarli, perché sono bisogni.
Si muove con studiata lentezza, don Ignazio. Non che voglia fare arrabbiare il capo, che lo sta aspettando paziente davanti alla porta della cella. Infatti il capo, che lo conosce, non si arrabbia. Una risposta per il commissario Pagliaro non c’era bisogno di prepararla. Neanche adesso, mentre si incammina nei corridoi della sezione, illuminati artificialmente ventiquattro ore su ventiquattro, sente di doversi preparare. Un attore di questi palcoscenici consumato quanto lui sbaglia meno se improvvisa. Pagliaro in fondo gli è pure simpatico. In qualcosa si somigliano. Una persona pacata, nulla dell’arroganza del poliziotto, come lui non ha mai avuto la prepotenza tipica del boss. Non è questione di avere studiato o di educazione familiare, è un fatto di natura. Come lui, anche Federico Pagliaro all’occorrenza deve essere uno che ci va giù pesante, sicuramente il suo mestiere lo saprà fare. Ma, come dire, la cosa giusta al momento giusto.
Negherà ogni accusa, Ignazio Dimmisi, come sempre ha fatto con la macchina della giustizia. Non tanto per scavare una trincea di sbarramento — che gli importa ormai di difendersi — quanto per una viscerale antitesi con essa. La morte di Carmelo, cinquant’anni fa, ha aperto un crepaccio che non si è più saldato, benché in certi momenti fare il salto possa essere sembrato facile, o necessario, o semplicemente possibile, perché il presente si vuol sempre mettere a fare il sensale tra un uomo e il suo passato. Siccome sa già che tra pochi minuti gli addebiteranno di avere a che fare con la morte di Totò Salemi, figlio di Tano, avvenuta pochi giorni fa, Ignazio Dimmisi si fa già muro, prima ancora di sentire che forma verbale prenderà l’accusa.
Le mura di una galera, le sue grate sono fatte di materiali solo apparentemente solidi e a prova di tutto. In realtà hanno pori come una pelle, respirano e sudano notizie. Le voci da fuori a dentro vanno e vengono, se c’è interesse a che passino niente le può fermare. Certe notizie hanno gambe e corrono veloci, e nessuna guardia può bloccarle, per il semplice fatto che una notizia non si vede, non è sostanza ma ricordo volatile, destinato a durare poche ore e per questo difficile da dimenticare, da perdere per strada come fosse uno scontrino, se qualcuno te l’ha inchiodata bene nella testa.
Ignazio Dimmisi non ci ha messo molto a rimettere in moto la macchina ferma in garage da sette anni. Era in perfetto stato, nemmeno un cigolio nel motorino di avviamento. Sembrava stesse lì ad aspettare solo che qualcuno girasse la chiave. Aspettare significa anche sperare. E a chi spera non serve dare tante spiegazioni per essere convincenti. Non è difficile fargli arrivare un ordine con un motivo, se e quando serve. Non c’è bisogno di simulare un arresto, sia pure per pochi giorni, per avere un corriere. Ci sono i visitatori. I frequentatori delle sale colloqui, ma non come lo era il povero Francesco. Quelli che parenti di qualcuno lo sono davvero e che, per pochi spicci ma anche gratis se c’è un debito di riconoscenza, fanno i vagoni sul binario unico della spiata.
Secoli prima ci aveva rimesso le penne suo padre. Non si sarebbe atteso che prima o poi sarebbe toccato anche al figlio. Come la prima volta, c’è stata una ragione forte. Ma quale? Ne sei proprio sicuro? Che giustizia è? Gli chiede ogni tanto una coscienza che ha sempre considerato bigotta, di sicuro eredità materna. È la solita rusica, si dice dalle sue parti. Fa rima con musica, ma significa altro. Una sega che fa avanti e indietro sul legno. La vita è guerra, sarebbe la risposta. È generica, lo sa. Non vuole dare a quella bigotta la soddisfazione di ammetterlo. Il filosofo Dimmisi assolve l’uomo Dimmisi, perché a qualche domanda della coscienza si avrà pure il diritto di non rispondere.
Non avrebbe mai detto che Totò Salemi fosse uno di lunga memoria, né di forte rancore. Per alimentare un sentimento simile per mezzo secolo, ci vuole una qualità che Ignazio, per quel poco che ricorda di lui, non sa dove Totò abbia trovato. Da allora lo ha perso di vista e pure di mente. Quando era fresco il ricordo di averlo reso orfano, a certe voci di coscienza dava ancora meno peso di oggi, le considerava pericolose mollezze di cuore. Aveva imparato subito che si può desiderare di vivere anche dopo aver ammazzato, il vero viatico di tutta la sua carriera criminale.
Dunque il piccolo Totò, che lui ricordava nicareddu e che in fondo aveva solo una dozzina di anni meno di lui, aveva esercitato la pazienza come un monaco zen, come un soldato giapponese della guerra mondiale rimasto a presidiare la foresta contro la latitanza del presente. Un’attesa assurda, eppure era stata premiata. Aspettare di sapere che Ignazio Dimmisi avesse un legame — non un semplice socio, non un affiliato fedele: qualcosa di più, un amico — per determinare con precisione una carambola che in qualche modo sembrava essere il tratto di famiglia: fare un torto a Ignazio Dimmisi. Ma suo padre lo aveva commesso senza calcolo, lui sì. La vendetta perfetta non aveva potuto sperare che il destino desse a Ignazio un figlio per poi prendersi il piacere personale di levarglielo. E il destino aveva premiato anche la sua ignoranza, perché Totò non poteva aver saputo che era più di un figlio che di un amico, l’affetto che gli stava strappando. Per la prima e ultima volta nella sua esistenza, Ignazio Dimmisi non ha avuto gli occhi su ciò che sarebbe seguito alle sue parole, solo il cuore e la testa. Ha commissionato la morte di una persona sulla parola. Parola di cui ha una fiducia cieca. Gli occhi era come fossero i suoi. La parola era quella di chi, là fuori, non lo ha dimenticato. Giovanni Avola. Michele Musca. Due fedelissimi di sempre.
Quando li ha fatti cercare per chiedere informazioni, sperava ancora che non sarebbe dovuto andare oltre. Lo aveva fatto per vedere le carte del commissario Pagliaro: stentava a credere che gli avesse detto una cosa vera, benché verosimile. Invece, appena l’indomani tornò la notizia che Pagliaro aveva avuto ragione. Don Ignazio sentì il sangue ribollire. Come la prima volta, cinquant’anni prima, tale e quale la stessa sensazione. Hai voglia a credere che invecchiando non sei più quello che eri un tempo, il ventenne, il quarantenne i cui ricordi sono del tutto sbiaditi, più parenti del sogno che della realtà. Non è così. Come l’albero ogni anno aggiunge un nuovo cerchio alla corteccia mantenendo in una nuova pelle la stessa fisionomia, così non puoi cessare di essere anche ciò che sei stato e ti può accadere di rivivere, cinquant’anni dopo, le stesse paure, gioie, rabbie di quando avevi un corpo vibrante come un nervo di bue, che pare incredibile si sia potuto trasformare nel floscio sacco di organi che hai adesso.
Prima Ignazio sapeva dove voleva arrivare. Dopo — adesso — non sa da dove è tornato. Se la sua logica rimette in fila la cronologia dei fatti, la ragione non li scarica, si schiera dalla loro parte. Ma se gira il dito nella morchia della sua amarezza, l’ultimo sguardo di Francesco, come costantemente, trenta volte al giorno, gli torna davanti agli occhi, non lo conforta, non lo ringrazia. In esso c’è solo compianto. Lo ossessiona, quell’ultimo sorriso che accompagnava la promessa di leggere Buzzati. In realtà diceva: «Ignazio, io so come tutto questo finirà, ma non te ne voglio.» Il commissario gli ha detto che dovrebbe collaborare per un senso del dovere verso la famiglia. Ma quale famiglia? Lui non la conosce, non riesce neppure a immaginarsi le facce. A che vale? La famiglia di Francesco Aversa era lui. Lui il vero bersaglio della sua morte, lui il solo che ne paga il vuoto. Un’assenza non è meno eloquente del discorso accorato fatto dalla stessa persona, se fosse davanti a noi in carne e ossa. Come per Bianca, anche per Ignazio la voce di Francesco è dappertutto. Non hanno altro in comune queste due persone che neanche sanno l’una dell’altro, due coetanei rimasti ai lati opposti dell’abisso dove è sprofondato Visitor.
Col capo stanno facendo una strada diversa dal solito. Per un attimo a don Ignazio viene il dubbio di essersi sbagliato: non è il commissario Pagliaro la persona che lo sta aspettando. Durante quel secondo di visionarietà, Ignazio Dimmisi si gira nella testa un film: il capo è stato comprato da qualcuno per portarlo dove lo aspetta un silenziatore per la sua tempia, o un foulard di seta per la sua gola. In carcere è difficile, non impossibile, costruire una causa di morte. Sono tutti veri suicidi quelli di cui parlano i giornali? Ma l’attimo del sospetto, senza riuscire a mettergli in corpo un solo brivido di paura, è finito. Il capo è il capo e nient’altro. In fondo al lungo corridoio che hanno iniziato a percorrere intravede due uomini ben vestiti: il commissario Pagliaro in compagnia del direttore vicario dell’istituto. Un personaggio viscido e odioso, anche per chi ci lavora. Quest’ultimo, quando don Ignazio fa il gesto cortese di tendere mano, finge di non vedere. Lo scruta come una rarità del mondo animale e dice al suo ospite:
«Dottor Pagliaro, questo è il detenuto Ignazio Dimmisi, mi pare che lei lo conosca già.»
Il commissario annuisce senza proferire parola, è la sua la mano che Dimmisi stringe. Don Ignazio parla, più per uscire dal baraccone in cui lo ha messo con la sua frase il vice direttore che per una vera voglia.
«Buongiorno, dottore Pagliaro. Lieto di rivederla. Non mi porterà altre brutte notizie come l’ultima volta che ci siamo visti, spero.»
«Lo saprà tra poco, ma … dove possiamo metterci?», chiede al vice direttore. Un corridoio non è il posto giusto per parlare.
«Qui nella sala riunioni, accanto al mio ufficio. Oggi il Direttore è in missione a Roma, al Ministero. Assistente capo, lei sa quello che deve fare. Le affido il detenuto.»
Il commissario e don Ignazio entrano nella sala che resta con la porta mezza aperta, mentre il capo aspetta fuori ma controllandoli a vista. C’è un lungo tavolo circondato di poltroncine girevoli e l’imbarazzo della scelta per sedersi.
Federico Pagliaro aspetta che l’altro ne scelga una qualunque prima di accomodarsi al suo fianco e iniziare. Sa che questo colloquio sarà faticoso, che dovrà prendere a pallettate un muro come fa un giocatore di squash. Malgrado tutto, tratta l’ergastolano quasi come un pari e non può evitare di provare per lui un po’ di simpatia. Non sa ancora se attribuirla alla sua eterogeneità di boss, o a un’umanità che lascia sbadatamente la coda fuori della tana, che non riesce a sembrare morta del tutto.
«Dimmisi, le notizie che ho per lei non sono buone. Ma non solo per quello che lei sa.»
«E cosa so, commissario?»
«Per favore, non cominci subito a prendermi per il culo. Oggi non posso concederle il privilegio della mia pazienza. Sa benissimo di cosa sto parlando. Dell’omicidio di Salvatore Salemi, avvenuto la scorsa settimana.»
«Se è per questo, sì. L’ho sentito al telegiornale, una sera. A dirle la verità, non sapevo nemmeno della sua esistenza.»
«Sicché lei fa ammazzare uno che neanche sa che esiste. Roba che neanche Beckett e Ionesco se la possono inventare! Ma come si fa a non sapere dell’esistenza di uno cui si è fatto da compare di cresima? Non c’è che dire, ha fatto un servizio completo alla famiglia Salemi. Magari un po’ a scoppio ritardato. Andiamo, su! Che mi viene a dire, Dimmisi, mi piglia per fesso? Ma perché si è voluto rovinare con le sue stesse mani? A che le è servito? Certo non a far tornare in vita il suo amico Aversa, che riposi in pace.»
«Dottore, lei ogni volta cerca di prendermi in castagna con qualche sua ricostruzione. Io la rispetto, rispetto il suo ruolo e quindi anche le sue ipotesi. Però andiamo un passo alla volta. Mi vuole gentilmente spiegare cosa c’entro io con la morte di Salvatore Salemi? Le ho detto che ho sentito la notizia al telegiornale, altro non so.»
«Glielo dico io, cosa c’entra. Vediamo se ciò che le dico adesso le farà cambiare atteggiamento. Il giorno dopo la morte di Salvatore Salemi, sono cadute in un agguato due persone che lei conosce benissimo. Giovanni Avola e Michele Musca. Questo al telegiornale non lo ha sentito?»
«No. Non l’ho sentito.»
Non è come essersi perso una notizia qualunque. La risposta tradisce un debito d’aria, di quelli che un’emozione improvvisa non sa compensare. Anche la cera del volto non è più la stessa.
«Può essere. Anzi, osservando la sua reazione me ne convinco. E naturalmente non immagina neanche lontanamente perché siano morti?»
Deve deglutire per rispondere, l’epiglottide non fa rumore ma il pomo d’Adamo si fa scoprire. E la voce si è opacizzata.
«È come dice. Da molti anni non ho loro notizie.»
«Lei continua a prendere per il culo anche se stesso, Dimmisi. Non sono morti di raffreddore! Li hanno fatti fuori! Per favore, facciamola finita con questa commedia! Un po’ di decoro, cazzo. Ma li vuole aprire questi occhi, sì o no? Mi dimostri che ha capito. Che le hanno teso una bella trappola e che lei c’è cascato con tutte le scarpe. Altrimenti mi costringe a dubitare della sua intelligenza.»
«Non glielo posso impedire.»
«Insomma si ostina a non voler sentire e a non voler capire. Eppure parlo italiano come lei. Ora le dico come stanno le cose. Mi faccio le domande e mi do le risposte, così mi risparmio le sue che non lo sono. Procediamo con ordine. Salvatore Salemi è stata solo una pedina di nessuna importanza. Aveva un ruolo di terz’ordine nel vostro vecchio mandamento. Lo ha acquisito solo dopo che lei è stato arrestato. Giurerei che il tempismo di quella affiliazione è stato tutt’altro che casuale e forse anche, lei mi capisce, “obbligato”. Non escludo affatto che lei non ne sapesse nulla. Certo non sono venuti a mettere i manifesti qui in carcere, non so se mi spiego. Hanno aspettato sette anni che lei gli desse un’occasione. Per sette anni hanno dato uno stipendio al Salemi che era, con rispetto parlando, un incapace, ‘nu fissa, le cito letteralmente il vernacolo della mia fonte che è più che attendibile. Sette anni di soldi apparentemente buttati, una cosa che a sentirla sembra incredibile, ma alla fine sembra ne sia valsa la pena. Là fuori, Dimmisi, la conoscono meglio di quanto si conosca lei. Bisognava solo aspettare e l’attesa è stata ripagata. Più che se lei fosse crepato di morte naturale. A loro serve un altro tipo di morte, la chiamerei morale se mi permette. Qualcuno di recente, probabilmente gli stessi che hanno sospinto Salemi nell’organizzazione con le buone o con le cattive, questo non potrò mai saperlo, lo ha convinto che aveva finalmente l’opportunità per fare carriera e gli ha trovato un movente col botto: vendicare suo padre. E lui, più o meno come lei, Dimmisi, ha abboccato. Non si adombri per il paragone, ho detto più o meno. Abbiamo la quasi certezza che ha fatto parte anche lui del commando che ha assassinato Francesco Aversa, forse era alla guida della finta auto blu con targa Corpo Diplomatico, rivelatasi falsa, ma siamo quasi altrettanto certi che quel commando sia stato solo un “prestito temporaneo”, capisce cosa intendo dire? Chi ha organizzato tutto questo non ha trascurato nulla, anche se è stato un caso che io stesso sia diventato un elemento inconsapevole di trasmissione delle loro intenzioni, quando l’ho informata della morte di Aversa. Ma questo è solo un dettaglio. Non ci fossi stato io, lei l’avrebbe presto saputo da qualcun altro. E si sarebbe messo da solo sulla strada del sospetto che io le ho servito a domicilio, bell’e pronto su un piatto. Non ha perso tempo, dopo il nostro primo incontro. Non le è ci è voluto molto a scoprire, tramite i suoi vecchi amici, chi aveva ucciso Francesco Aversa. Diciamo che non hanno dovuto faticare a scoprirlo, per loro si sono aperte tutte le bocche e tutte le porte possibili. Chi ha voluto incastrarla è un giocatore di poker. Ha rilanciato più alto che poteva, sperando che lei andasse a vedere le carte. E lei lo ha fatto. Ha commissionato il delitto Salemi — Salemi figlio stavolta — ma non ha saputo prevedere non sarebbe stata una semplice reazione a una violenza, per quanto odiosa, isolata e personale. C’era ben altro nella testa di qualcuno. È chiaro che volevano colpire lei, solo che non era Salvatore Salemi la mente. Era un pupo, come dite dalle vostre parti, in mano ai suoi pupari. Lei, Dimmisi, mi aiuterà a incastrarli. Non posso prometterle niente, ma credo che a questo punto, con i nuovi capi d’accusa a suo carico, la richiesta di ripristinare il 41 bis per lei potrebbe essere quasi una garanzia, mi capisce?»
«Il 41 bis non è una garanzia per nessuno, commissario, lei lo dovrebbe sapere meglio di me. È come la valvola di un pneumatico: l’aria entra ma non esce. E se ne entra troppa la gomma scoppia. Non vedo che aiuto può dare a me, né che cosa posso fare io per le vostre indagini.»
«Non lo vede? Ma non capisce che hanno architettato tutto questo per disintegrarla? A cominciare dalla sua corte dei miracoli. Così la chiamano, sa? Ammazzando Avola e Musca l’hanno decapitata e ora stanno facendo ricadere la colpa della loro morte su di lei, mettendo in giro la voce con i parenti e gli amici che è stato lei a tradirli, a farli attirare in una trappola per riaccreditarsi con i nuovi capi.»
Don Ignazio fissa il commissario senza rispondere. Qualcuno che entrasse ora potrebbe pensare che il poliziotto abbia detto una battuta e che il detenuto ne stia ridendo. Non è un sorriso: è l’espressione beffarda che più le somiglia e più le si allontana. La assume un volto smascherato, chi credeva di avere battuto il tempo della lotta e, senza sapere come, si trova infine spalle a terra, sconfitto. Il giovane ha insegnato al vecchio una lezione che non è di quelle che si imparano. La morale della favola ha imboccato un tunnel buio. Non c’è modo di inseguirla, né di farla tornare indietro. D’ora in avanti niente sarà come prima, tra di loro e soprattutto per Ignazio Dimmisi.
«Vogliono demolire il suo mito, Dimmisi, e mi creda: sono molto determinati. Alcuni dei suoi vecchi uomini si stanno convincendo che lei non è un perdente, ma un infame. Queste le parole esatte che mi sono state riferite. Sa cosa significa quando nel vostro ambiente uno è considerato un infame, non c’è bisogno che glielo traduca. Allora, mi aiuta?»
«Aiutarla …»
Non è una domanda, manca l’inflessione interrogativa. Non si capisce neanche se don Ignazio fa l’eco al commissario o a se stesso.
«Accetti un programma di collaborazione. Mi occuperò io di tutto. Cercherò di convincere il P.M. titolare di questa nuova inchiesta di chiedere in gran segreto il suo trasferimento in altro istituto carcerario per ragioni di sicurezza. Come mandante confesso dell’omicidio di Salemi la aspetta un altro ergastolo, ma chiaramente nel suo caso cambia poco. In tribunale avrà modo di difendersi anche dai suoi detrattori e di salvare la faccia con le famiglie di Avola e Musca. Se ci tiene alla pelle o qualunque altra cosa, accetti la mia proposta. Qui non sono così sicuro di poterla proteggere e io so di poter avere solo da lei qualcosa di concreto per mettere le mani sui nuovi capi. So che posso sperare. Lei stavolta mi aiuterà.»
«Commissario, lei è una persona per bene e sappia che io la apprezzo molto. Si ricordi queste mie parole che sono le ultime che le dirò e le consideri una specie di saluto. Nel caso non dovessimo più vederci. Ora però mi consenta di tornarmene in cella, se non ha nient’altro da chiedermi.»
«Dimmisi, io per ruolo non posso fare comparsate in questa sua coreografia della tragedia, né avere il suo fatalismo. Lo so che questo Stato non le ha mai fatto molta simpatia, ma io di questo Stato sono un servitore, non di un altro. E fatalista non lo sono neanche per carattere. Non posso darle molto tempo per riflettere. Uno, massimo due giorni. È quanto mi ha concesso il P.M. per portargli elementi concreti, dopodiché farà a modo suo: non è affatto obbligato ad affidarmi le operazioni dell’indagine. A quel punto io, capisce? avrò le mani legate e non potrò più garantirle niente. Sono convinto che le sue risoluzioni prenderanno la strada indicata dal buon senso. Perché questa volta è la Giustizia vera, quella dello Stato che lei detesta, a tenderle una mano, a poter arrivare là dove una maldestra vendetta non ha saputo. Tornerò qui al massimo dopodomani per avere la sua risposta», finisce di dire mentre si alza. E, sulla porta, conclude: «Ci conto, Dimmisi. Arrivederci.»
Sulla via del ritorno, don Ignazio è grato al capo di restarsene zitto. È un uomo comprensivo, una persona per bene. Lo ha sempre pensato e non glielo dirà mai. La materia grigia e anonima degli uffici che stanno attraversando si fa come da parte al passaggio. Le facce che si sollevano appena dalle scrivanie, per vedere chi passa nel corridoio, sono senza lineamenti come figurine di quadri impressionisti, anche i passi hanno dimenticato che una volta sapevano fare rumore. Ma chi è il fantasma? Tu, o tutto il resto? I tuoi piedi dicono: no, no, no, no! Tutto attorno a te lo conferma. C’è un finale a sorpresa. Non è questo l’epilogo che ti stava aspettando, Ignazio. È un altro e tu sai quale. Se nasci arancio non puoi morire mela. Non si accumula mai abbastanza passato per essere al riparo dalle smentite del presente. Che fesseria, aver creduto veramente di esserti meritato una zona franca tra la guerra e la pace, tra il crimine e la giustizia. Che idea romantica, sperare di finire i tuoi giorni qua dentro, nutrendoti di letture, con un destino ruffiano cui lasciare solo la scelta di che malattia farti morire. Nossignore. Tu non appartieni al mondo di chi vive, lavora, si ammala e crepa di morte naturale. Il tuo è un altro. È quello di Giovanni Avola, di Michele Musca. Il mondo di Tano Salemi e di suo figlio Totò. Voi altri avete un vostro ciclo di vita, vivete sotto un altro sole, in una giurisdizione a parte. Se Visitor è apparso all’orizzonte della tua esistenza, in fondo è stato solo per ricordartelo e guarda che prezzo ha pagato per l’innocenza di un annuncio. Il prezzo che paga l’agnello sacrificale. La tua vita era guerra e guerra è rimasta. E in guerra, il sangue versato è sempre rosso, anche quando si mescolano dolore innocente e dolore colpevole.
Ti hanno fottuto, Ignazio.
È tutto così preciso, senza sbavature. Un orologio svizzero. Come quelli che si dilettava a riparare Giuseppe Bonaffini detto ‘U Raluggiaru. Chissà da quale rigattiere sono finiti dopo che hanno mandato anche lui a taliare ficurinia da una bella tomba di granito rosa, tronfia e pacchiana come il caro estinto che ci riposa dentro con due protesi di vetro nelle orbite oculari, visto che gli occhi nella scena dell’agguato non si erano potuti trovare. Quando tutto è ben congegnato, anche il vento della fortuna soffia a poppa. Lo dice il tempismo della proposta irricevibile del commissario Pagliaro. In fondo, per salvare la pelle, non gli sta offrendo di accreditare la tesi di chi gli vuole male? Come può, Ignazio, accettare di apparire infame a coloro che lui stesso ha educato al disprezzo verso la categoria? Non c’è niente da dire: è un’architettura letteraria, il suo tratto d’autore è la sua firma.
Se un uomo potesse integrare ragione e intuizione senza perdite, allora potrebbe sperare, se non di essere, almeno di sentirsi arbitro della propria esistenza. Ma l’incompletezza, come la morte, è cifrata nella genetica di chiunque. Ci saranno presagi destinati a restare inascoltati, voci interiori che sussurreranno invano e non riusciranno a guidare. In fondo, Ignazio Dimmisi ha sempre saputo che la sua vera pena non poteva essere l’ergastolo, né tanto meno l’estromissione dalla cupola degli affari e non proprio con un trattamento di acquiescenza. Il prezzo vero è quello che ha iniziato a pagare ora, con la morte di Visitor, con quelle che l’hanno seguita e che ancora devono avvenire fino a che il meccanismo, comandato altrove, non arriverà al suo punto d’arresto programmato.
Ci sono momenti in cui il presente, impossibilitato a prendere una direzione in autonomia, si autosospende. Il tempo trascorre ma è solo una questione di calendario. In realtà la vita si ferma, come un orologio che ha esaurito la carica, in attesa che qualcuno o qualcosa la faccia ripartire.
La sente di nuovo. Da quando il povero Francesco ha portato un sospiro di aria e di luce nel chiuso del suo stanzino, si era vergognata, accucciata in un angolo. Si era fatta un po’ dimenticare. Oggi c’è di nuovo ed è più forte di sempre. La puzza. L’ha fatta esalare il discorso del commissario Pagliaro. Se è tornata, è per non farsi più dimenticare.
Nell’intreccio teatrale in cui si è visto precipitare con un calcio all’ultima chiamata, come una comparsa ritardataria, c’è un solo finale possibile e non è quello del commissario Pagliaro.
Ignazio Dimmisi lo sa.
Ormai non gli resta altro da fare che prepararsi.
L’ultima curiosità che gli viene concessa è sapere che faccia avrà. Il nuovo recluso, quello che si farà arrestare apposta, che una serie di circostanze non proprio fortuite porteranno proprio là dentro, nella sua sezione. Come lo riconoscerà, come capirà che è lui. Sempre che gli dia il tempo di capirlo. Forse è già là dentro e lo sta solo aspettando, dietro un cantone lasciato deserto di proposito o nel cesso, mentre Ignazio dà le spalle al mondo. Magari è un finto agente. O un addetto alle pulizie. Sarà la puzza della morte a guidare l’uno verso l’altro.
Non sono partite eque, quelle che giocano uomini come Federico Pagliaro.
La legge può giocarle solo con l’illegalità, e l’illegalità ha bisogno di barare.
L’avversario di Federico Pagliaro spesso non ha generalità. È multiforme, pervasivo e ha un’innata facilità ad allearsi con attori apparentemente neutrali, come il tempo, le coincidenze, gli imprevisti. Per vincere una partita, bisogna remare contro le probabilità, azzeccando una serie di combinazioni senza sbagliarne una.
Uno come Federico Pagliaro lo sa che è così, anche se è giovane. Le brutte notizie se le aspetta sempre, magari dietro l’angolo di una giornata appena iniziata.
Stamattina si è alzato tardissimo, dopo una nottata passata in ufficio sulle carte. Si preparava a recarsi per la terza volta da Ignazio Dimmisi, accompagnato dalla solita determinazione e anche da una piccola speranza che non osava confessarsi. Nella seconda visita che gli ha fatto, ha creduto di essere più vicino anche all’uomo dopo aver finito di sfrondare il mafioso. Se era rabbia ciò che lo aveva spinto a rimettersi in gioco, poteva averne abbastanza in corpo per desiderare che un disegno di rappresaglia non restasse incompiuto. Anche se grazie ad altre mani. Si stava ancora radendo quando il cellulare ha squillato: la suoneria generica di un numero sconosciuto. Ha risposto.
Quando ha udito come si qualificava l’uomo all’apparecchio — «Buongiorno dottore, qui è la segreteria del Direttore del carcere» — ci ha messo una frazione di secondo a capire che cosa stavano per dirgli. Le parole successive sono state un déjà-vu, qualcosa che toglieva un velo trasparente a un disegno già intuito, paventato. Le delusioni delle partite perse si somigliano tutte, e non solo perché fanno portare una mano sulla fronte.
«Dottore, il Direttore mi prega di avvertirla che stamattina il detenuto Dimmisi Ignazio è stato ritrovato privo di vita in un angolo del cortile, alla fine dell’ora d’aria. Il medico di turno che ha esaminato la salma ha trovato evidenti segni di strangolamento alla gola.»
11:26 Scritto da: nowhere_man in Storie | Link permanente | Commenti (8) | Segnala
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03/04/2011
Due visite
In casa c’è odore di pace.
Massimo Valerio dorme. Alberta sta imparando a conoscere i suoi ritmi, sa che tra poco si sveglierà.
È una tregua di porcellana, laccata e fragile. Un vagito o un pianto, all’improvviso, è atteso a farla tintinnare, vacillare, andare in pezzi.
Per il momento, il silenzio ha gioco facile a negare tutto quanto è accaduto nel volgere di due ore e di due visite, entrambe inattese. Inganna i mobili, gli oggetti inerti che recitano la solita parte di tutti i giorni. Non la padrona di casa, che le due visite le ha ricevute e cui gli incontri hanno lasciato in bocca, per motivi opposti, un sapore di occasione persa. Non basta un respiro profondo, tutto di bocca, a spazzarlo via.
Il commissario Pagliaro era già venuto una volta a trovarla e, nonostante le domande un po’ incalzanti e il tremendo scenario che aveva bruscamente agitato dentro la sua vita, in quell’occasione aveva fatto del suo meglio per non comportarsi da poliziotto.
È più giovane di lei, il classico uomo che davanti a una donna arrossirà per tutta la vita e che la lascia ogni volta divisa tra un senso di onnipotenza e un istinto di tenerezza. Sembra incredibile che un ometto quasi imberbe, con due baffetti poco fitti e una faccia pulita da liceale, possa fare quel mestiere e pure con un grado così elevato — commissario: uno che ha la responsabilità del lavoro e della vita di parecchi uomini che agiscono, secondo le sue direttive, in ambienti dove il rischio, la violenza e addirittura la morte alla lunga diventano routine.
Il suo modo di parlare aveva subito tradito, malgrado il cognome meridionale, un accento piemontese, anche se Alberta non avrebbe saputo dire se fosse di Torino o di qualche altra provincia. Sulle prime lei aveva scambiato tutte quelle cautele, quei giri di parole come formalismi, memore del detto, non del tutto infondato, che vuole i piemontesi falsi e cortesi. Ma alla fine di quella prima visita che l’aveva turbata perché insinuava una causa impensabile per la morte di Francesco, capì che si era sbagliata sul conto del giovane funzionario di polizia, perché i suoi modi — lo ha capito ancora meglio dopo il secondo incontro di oggi — miravano a tesserle una rete di protezione attorno, come in una scena ottocentesca un gentiluomo ospita la sua dama sotto il mantello per ripararla dalla pioggia che li ha colti di sorpresa fuori di un teatro. Le aveva infuso del veleno e insieme somministrato l’antidoto. Questo provò allora. Tant’è che, dopo aver chiuso la porta alle spalle del commissario, Alberta non poteva dire, di se stessa, che fosse nello stato in cui si attendeva di trovarsi dopo una simile notizia. Probabilmente Francesco era stato assassinato di proposito, perché nel corso della sua pratica di volontario presso la casa circondariale della città aveva avuto la sventura di conoscere un ex boss mafioso con cui aveva stretto quella che Pagliaro aveva definito, con termine caro a Laclos, un’amicizia pericolosa.
Francesco non parlava mai di che cosa facesse in quel carcere, né di chi incontrasse. Buio completo. A un certo punto lei aveva voluto credere, non senza ragione, che il suo mutismo fosse anche una forma di rispetto per lei, un filtro del male e del dolore che incontrava in quel posto e che evitava di portare dentro le pareti della sua casa. Alberta, dopo la prima visita del commissario, era rimasta a lungo immersa nell’atmosfera carezzevole che Federico Pagliaro le aveva costruito addosso come un abito su misura. Non avrebbe saputo ricordare tutte le parole, come accade quando in un incontro ci si fa distrarre dal non detto, quando si ascolta il proprio intuito più che il ragionamento di chi ci parla. Le piaceva pensare che il commissario Pagliaro, a compensazione della brutta notizia, avesse voluto portarle a domicilio un’immagine di suo marito che lei aveva sempre desiderato conoscere senza avere mai osato chiederlo.
Una cosa la ricordava bene: Pagliaro le aveva chiesto di tacere, per il momento, quelle rivelazioni a sua suocera. Almeno fintantoché erano solo materia di istruttoria e non diventavano pubbliche. Era una donna anziana, l’avrebbero sconvolta inutilmente e costretta a entrare nel personaggio di un copione che non era in grado di sostenere. Il commissario non conosceva Bianca, si disse immediatamente la recente vedova Aversa. Non avrebbe mai dimenticato il gelo della sua telefonata, quella in cui le annunciava che Francesco era morto. Un bisturi che le incideva la carne. Chissà perché il commissario aveva pensato, senza ancora conoscerla, che la moglie della vittima potesse invece sostenere sulle spalle il peso di un annuncio tanto ingombrante. Che cosa poteva saperne lui, estraneo, di quali erano i veri rapporti tra lei e Francesco, della china presa dal loro ménage — una convivenza fatta di affetto senza trasporto, in cui era diventato più naturale tacere che confidarsi. Quando le reticenze di una coppia si ammucchiano fino a formare una barricata per le parole, nessuna di esse vuol più correre il rischio di scavalcarla. Sarebbe la stecca di un musicista che attacca in ritardo, inseguirebbe pateticamente i pensieri, sempre un passo indietro. Non aggiungerebbe nulla a ciò che l’uno sa dell’altra, perché a un certo punto un silenzio parla più di una confessione, è il silenzio a esporci in tutta la nostra irraccontabile, cristallina verità. Ma l’investitura ricevuta dal commissario in qualche modo inorgoglì Alberta. Accettava la responsabilità come un riconoscimento perché andava oltre ciò che lei stessa avrebbe ritenuto di meritare.
Dopo tante domande ricevute, una l’aveva fatta: l’ora esatta della morte. Nessuno gliel’aveva mai comunicata. Tarda mattinata, poco prima delle dodici. Mentre il suo sguardo, fisso sul commissario seduto nella poltrona di fronte, si lasciava sfocare dal suo abbandonarsi alla memoria, lei viaggiava verso l’Alberta che in quel momento era ancora nella clinica. Che cosa stava facendo? Dov’era Massimo Valerio? Non riusciva a vedersi. Forse stava allattando. A che poteva servire saperlo? Non avrebbe saputo esprimerlo eppure era importante. Non era una donna introspettiva, né aveva mai ritenuto contasse esserlo nella vita. Sempre stata soprattutto un’istintiva. Quell’ultima curiosità su Francesco era il suo tentativo ingenuo di afferrarlo per sempre almeno da morto, lui che da vivo le stava inesorabilmente sfuggendo. Era il saluto che non gli aveva potuto dare. Si regalava la certezza postuma che proprio in quell’istante lei lo stesse pensando, come lui sicuramente le aveva dedicato un pensiero, steso su quel marciapiede, perché la contemporaneità delle emozioni, la telepatia come la chiamano, è una cosa che esiste tra gli esseri umani, ne era convinta.
È una ben misera consolazione constatare che un dramma grande ha come beneficio collaterale la rimozione di uno che si rivela, al confronto, davvero poca cosa. Solo quando era vicina ormai al parto, cominciò a pensare con terrore alle somiglianze che suo figlio avrebbe rivelato. Sperava con tutta se stessa che, da bravo maschio, avrebbe preso tutto da lei e poco dal padre. Questa paura ha preteso molto per abbandonarla.
C’è stato il suo tradimento e niente potrà cancellarlo, dal momento che si è fatto carne, la carne che le è più cara, che più dipende da lei. Che cosa l’abbia spinta tra le braccia di Gianni è un punto di buio su cui non vorrebbe più interrogarsi, perché ogni volta fa apparire più logora, nebulosa e banale la riflessione precedente. Si sforza di girare pagina, di convincersi che è un capitolo chiuso per la sua coscienza. Non è sufficiente, il pensiero galleggia, non vuol saperne di andare a fondo.
Non nega che il dottor Giovanni Perez l’abbia sempre attratta: per la figura, per l’intelligenza, per i modi. Se aveva una fiducia sconfinata nel medico, ne aveva anche di più nell’uomo. Non si sarebbe mai aspettata che quella persona avrebbe finito per compenetrarsi nel modo più profondo con la sua vita, al punto di farle concepire un figlio suo e non di suo marito. Non era stato difficile calcolarlo. Quando glielo disse, Gianni anziché adombrarsi si illuminò. Era uno scapolone impenitente. Frequentavano persone diverse, non c’era mai stata occasione perché Alberta venisse a saperlo. Chissà in quante altre circostanze aveva eluso il rischio di una paternità indesiderata. Anche con lei aveva messo in atto le solite cautele ed era semplicemente paradossale che un ginecologo, abituato a calcolare i calendari delle ovulazioni, consapevole che un coitus interruptus di per sé non garantisce, avesse potuto commettere una simile sventatezza. Ma sono gli uomini a sbagliare, non le professioni che indossano, magari con un camice bianco per dieci ore al giorno. Uno psicanalista avrebbe saputo sospettare e forse ricostruire in quell’uomo un desiderio occulto. Il bisogno di una smentita umana. Se quel lettino delle confidenze fosse esistito, se Alberta avesse potuto mettersi alle spalle di un ipotetico terapeuta e ascoltare, avrebbe capito che quel figlio Gianni glielo aveva estorto.
Quando il commissario Pagliaro la lasciò sola dopo quell’incontro iniziale, la prima verità che Alberta volle confermarsi fu che l’amore che aveva provato per Francesco e l’attrazione che lo aveva spinto tra le braccia di Gianni non erano dello stesso conio. Più profondo, se non più forte il primo. Non rinunciava a raccontarsi la bugia che loro due erano fatti l’uno per l’altra e che solo le contrarietà della vita avevano potuto allontanarli. Anche per questo, in quei giorni rifiutava ogni richiesta d’aiuto dal medico. Più di una volta non aveva risposto alle sue chiamate al cellulare. Aveva bisogno di tenerlo lontano. Ciò non le impediva di considerare quelle due storie sentimentali come gli archetipi dei due tipi di attrazione, estremamente diversi tra loro, che una donna può provare verso gli uomini nella sua vita senza per questo sentirsi una puttana. Le venne da pensare che anche lei aveva già avuto tutto quanto poteva aspettarsi e che la maternità si sarebbe piazzata sopra la sua passione come una pietra tombale. Non la sentì come una privazione, semmai come la constatazione di essere definitivamente passata in una fase dell’esistenza segnata da sicurezze: di ciò che si è avuto e di ciò che si è perso.
Malgrado tutto, quel che le era accaduto in poche settimane non riusciva a toglierle una duratura, per lei inconsueta serenità. Per quanto appaia paradossale, erano state quelle settimane a portarla dentro di sé. Una sola cosa continuava a rimproverarsi: l’aver rubato incautamente a Francesco la sua legittima paternità. Se ne sentiva interamente responsabile, come se l’apporto di Gianni fosse ininfluente. E anche se Francesco non avrebbe più potuto saperlo, aveva intimamente deciso che il miglior tributo che poteva rendere a lui, alla memoria del loro amore che prima di indebolirsi era stato così forte, era restituirgliene una postuma, senza future ritrattazioni.
Dopo ciò che Alberta aveva saputo in quel primo incontro col commissario Pagliaro, si attendeva di essere presto o tardi informata sull’esito delle indagini. Ma una normale aspettativa non è detto sia soddisfatta da una replica normale della realtà. Alberta aveva apprezzato di essere entrata in contatto col freddo apparato di un’inchiesta giudiziaria in un modo così domestico, senza una convocazione in un ufficio. Non avrebbe immaginato che la delicatezza del dottor Pagliaro sarebbe diventata un’abitudine.
Anche questa seconda volta, il commissario Pagliaro si è presentato senza preavviso. Ora che inizia a conoscerlo, capisce perché non telefona prima. Il timido sarebbe in imbarazzo, il poliziotto non vorrebbe concedere la scappatoia verbale di un rinvio. Baciamano a parte, per il resto si comporta con lei come un uomo d’altri tempi e questo, se da una parte la spiazza, dall’altra la lusinga moltissimo. Si è subito scusato per la visita a sorpresa ma, mentre lei lo faceva accomodare in salotto e gli toglieva di mano un impermeabile stazzonato e un po’ umido di pioggia, il commissario l’ha anticipata affermando che non poteva pretendere di farla venire in commissariato per parlarle, visto che era sola a badare a un neonato.
«Ma sua suocera non la aiuta un po’?»
Che cosa gli ha risposto? Non ciò che ha pensato. Deve avergli dato una di quelle spiegazioni vaghe e perlopiù menzognere che si inventano lì per lì quando ci si deve tirar fuori da un imbarazzo. Eppure ad Alberta non è sfuggito che, mentre serviva la sua piccola ipocrisia familiare nel vassoio della cortesia, il suo interlocutore non l’aveva bevuta. È strano come solo dopo che certi fatti sono accaduti, essi riescono ad apparirci in piena luce, a riproporsi nel nostro ricordo senza equivoci. Mentre li viviamo, finché siamo sul set a interpretarli, non sappiamo decifrarli, in un certo senso improvvisiamo. Quando passiamo in platea a rivedere il film, la sequenza del dialogo, perfino la scelta delle parole, tutto insomma si fa chiaro e addirittura studiato. Ora che è sola, che spera di avere ancora qualche minuto di tregua prima che Massimo Valerio si svegli, se sta centellinando il ricordo dell’incontro col commissario, è soprattutto per tenere a bada l’immagine di quello che è venuto subito dopo, con Bianca. Sì, Alberta si va convincendo che il giovane funzionario di polizia, senza conoscerle, ha capito molto di lei e di sua suocera. Certo non può aver capito tutto, ha però intuito i tratti essenziali del loro rapporto. Altrimenti non avrebbe detto quelle parole, congedandosi in fretta quando Bianca, anche lei del tutto inattesa, è apparsa dietro la porta di casa.
«Lei ha una nuora molto forte, signora Aversa.»
Il caso ha voluto lasciar accadere l’improbabile e l’intempestivo: far incontrare le due persone sbagliate nella casa sbagliata. Cosa può aver pensato Bianca vedendoli assieme: il commissario seduto comodamente nel divano mentre Alberta veniva ad aprirle la porta? La seconda vedova Aversa non ha saputo evitare la goffaggine nel presentare il dottor Pagliaro alla prima. Anche l’uomo si è drizzato in piedi con una sveltezza eccessiva, come se lo avessero sorpreso in un atteggiamento sconveniente. Alberta ha rispettato le consegne del commissario. Non le ha mai riferito, né dell’altra visita, né tanto meno del suo perché. Forse, vista la situazione di imbarazzo creatasi fra i tre, è stato un errore. Bianca aveva a malapena ricambiato il saluto del funzionario di polizia che, nell’affrettarsi a chiedere il soprabito, aveva finito per rafforzare il senso di ambiguità che già si percepiva nell’aria — mentre un solo minuto di conversazione con entrambe sarebbe bastato a smorzarlo. Si era subito diretta verso la cameretta del bambino, più per condannare con la sua assenza quell’incontro, che doveva apparirle incongruo, che per togliere d’impaccio i due.
«Il commissario Pagliaro è venuto per via dell’inchiesta …»
«No, Alberta, scusami ma non voglio saperne nulla, abbi pazienza.»
Alberta non sa cosa Bianca abbia pensato. Quella frase non l’ha aiutata a interpretarlo, tutt’altro. Non vuole sapere dell’inchiesta o di altro? Senza riscontri, il sospetto di Alberta non può che dilatarsi. Una volta tanto, se ne sente colpita ingiustamente. Eppure, quando è andata via, Bianca non è stata fredda come al solito, l’ha abbracciata trasmettendole forza. Le ha detto che, se non le dispiaceva, sarebbe venuta tutti i giorni per aiutarla con il bambino. Darle la possibilità di uscire senza chiedere aiuto alle amiche, come aveva fatto in quelle prime settimane. Avere il tempo di andare da un parrucchiere o semplicemente di farsi distrarre un po’ dalle vetrine di un centro commerciale. Era più che una promessa: somigliava a un’imposizione.
«Bianca, lei qui deve sentirsi a casa sua.»
Non l’aveva mai chiamata prima per nome. Le è venuto così spontaneo che, quando stava per scusarsi dell’improvvisa confidenza, si è trattenuta appena in tempo. Se n’è pentita. Se avesse lasciato uscire quelle parole, forse la reazione di Bianca sarebbe stata una rima alla sua confidenza e avrebbe fugato ogni dubbio sullo stato d’animo di sua suocera.
Il commissario Pagliaro è venuto per via dell’inchiesta …
Certo, ma quali notizie aveva portato? Bianca non ha voluto sentirle.
Nessuna, in realtà. Aveva confermato la sua tesi, debolmente e quasi non fosse la cosa più importante, come se in fondo intuisse che per Alberta non contava molto sapere come erano andate realmente le cose nell’omicidio di Francesco. Aveva invece voluto parlare di suo marito, di qual era il suo carattere, il suo modo di argomentare le cose che gli stavano a cuore, di gioire e di affrontare un dolore. Le aveva fatto domande senza punto interrogativo. Avevano piuttosto il tono di costatazioni, come se in poche settimane di indagini lui avesse capito meglio di sua moglie che genere di uomo fosse Francesco Aversa. Domande difficili più che intime, perché la costringevano a denudare, nel vivo di una conversazione, riflessioni pavide che finora avevano poltrito nel tepore della sua testa.
Sembrava una chiacchierata da ora del tè, quella col dottor Pagliaro. Eppure era un interrogatorio, anche se lui non prendeva mai appunti — doveva avere una memoria fotografica. Davvero nulla nel suo modo di essere tradiva il mestiere del poliziotto. E c’era stato un istante di svelamento in cui le era parso che il commissario … no, sedurla non è la parola esatta, in tutta onestà non può dire che l’abbia tentato, piuttosto … offrirsi: ecco il termine giusto. Un offrirsi che, senza essere invadente, le è parso andare oltre ciò i loro due ruoli avrebbero suggerito e, forse, imposto.
È una piccola vendetta della memoria, il fatto che ora Alberta veda richiamata, come ultima traccia di questa visita, un’immagine indecente che ha cercato subito di dissimulare? Lei che, per una frazione di secondo, posa lo sguardo sulle parti intime del commissario nascoste dai suoi pantaloni? È sicura che gli occhi non si sono fermati, sono solo passati di lì: non lo è altrettanto che l’uomo seduto di fronte a lei non abbia visto. È un poliziotto. Se l’ha notato, poiché deve essere un signore oltre che un timido, spera che abbia finto di non vedere, di non capire. Che abbia dimenticato e non conservi di lei un’idea sbagliata.
Ma che cosa vuole da lei? che cosa pensa di darle? Da un uomo le sono arrivate sempre offerte che, prima o dopo, mettevano sul piatto la stessa cosa. Anche da Francesco e da Gianni. Con il commissario Pagliaro, per la prima volta, si è vista oggetto di attenzione e non di desiderio. Sarà perché è una puerpera? O perché quest’uomo che neanche la conosce sta veramente offrendo, con la complicazione tipica dei timidi, una semplice, disinteressata proposta di amicizia?
Cosa mai le viene in mente? Perché dovrebbe attendersi tutto questo da uno che si occupa di ben altro per mestiere e che ha avuto due sole occasioni di incontrarla? Eppure è questa, ora che è sola, la sensazione con cui la visita la lascia in compagnia, ed è convinta di essere stata troppo formale nella sua compostezza, troppo sbrigativa nel suo congedo, troppo avventata nella chiusura di ogni spiraglio a quel soffio di disponibilità. Ma un rimorso non è uno stato d’animo cui si può dare in pasto adesso. Allora se ne divincola, cercando un pretesto per assolvere la propria durezza. Ce l’ha praticamente sotto il naso. Il bisogno di tenere lontani, in questo momento della sua vita, gli uomini da sé e da suo figlio. Lontani per istinto di conservazione, come una leonessa protegge i propri cuccioli da un grosso maschio che vuole accoppiarsi perché metta al mondo i suoi.
Il vero motivo di questa sua offerta, Federico Pagliaro non se lo è ancora raccontato. Non sa neanche che come tale è stata percepita. Lui ha soltanto voluto essere protettivo. La sua timidezza con le donne — non con tutte: con quelle che lo interessano, come Alberta — è una nebbia, un disorientamento che non lo fa risalire fino all’origine dei suoi sentimenti, lui così bravo a stanare quelli degli altri.
A voler cercare delle ragioni, il commissario Pagliaro ne ha una forte, nella sua vicenda umana, per fargli sentire vicine donne come la vedova di Francesco Aversa.
Appena uscito dall’ufficio del P.M. che lo aveva convocato per affidargli le operazioni dell’inchiesta, aveva in mano una scheda. Compilata chissà da chi, conteneva per sommi capi la descrizione della dinamica del delitto, della storia personale della vittima e delle sue relazioni familiari. Un fotografo che nel tempo libero visitava i detenuti, una madre vedova, una moglie partoriente in ospedale. C’era un errore: avevano scritto partoriente e non puerpera. Se la parola detenuti gli suggerì decisamente quale strada doveva prendere la sua indagine, la parola partoriente lo condusse su un’altra pista, più emotiva che professionale: quella di una donna destinata a rimanere sola con un figlio appena nato.
Federico Pagliaro è cresciuto senza padre, a partire dai sette anni. Un padre morto ammazzato come Francesco, sia pure per cause assai diverse. Terrorismo, quello degli anni di piombo. Anche Antonio Pagliaro era poliziotto. Un semplice agente scelto, di scorta a un magistrato. Nello scontro a fuoco fece in tempo a dare la sua vita ma non a proteggere quella che gli era affidata. Il figlio di Antonio Pagliaro ha avuto la fortuna e soprattutto la volontà di studiare. Non avrebbe mai pensato di seguire nel lavoro le orme di famiglia.
È stato uno di quegli adolescenti che, senza una figura maschile in casa, finiscono per fare da padri a se stessi. Uno destinato a diventare adulto prima degli altri. Scorza dura e polpa tenera, come un melone. Ha scelto la facoltà di Scienze Politiche perché lo attraeva l’idea della carriera diplomatica. Cresciuto di un’esistenza povera, senz’aria, voleva viaggiare, respirare il mondo. Poi, fresco di laurea, ha capito che era una professione dinastica e che un outsider come lui non aveva speranze. È capitato il concorso per accedere alla Scuola Superiore di Polizia. Lo ha vinto al primo tentativo, perché è uno in gamba, tutti trenta all’università. Un’opportunità di lavoro non si poteva scartare.
Fintantoché ha frequentato i corsi della Scuola, ha ancora creduto in una storia di autodeterminazione, per quanto condita da casualità che parevano corrispondenze. Solo quando gli è stata consegnata la lettera di idoneità, con nomina contestuale a Commissario Capo, si è visto pezzo di un destino. Quello che aveva aspettato con pazienza per più di vent’anni e finalmente si era compiuto. Ha guardato verso il cielo, con la lettera palpitante tra le dita come l’ala di una farfalla imprigionata. Lo ha visto approvare, lo stesso sorriso con l’occhio sinistro chiuso che ha nella foto in cui lo tiene sulle spalle al mare, un po’ mossa perché papà lo faceva ballonzolare e la cosa, ancora lo ricorda, per quel pizzicore strano nell’inguine lo faceva ridere da matti. La foto ha campeggiato per anni sul comodino di mamma. Ora è sul suo.
Prima sede Trapani. È lì che l’hanno soprannominato ‘u duttureddu. Non se l’è mai presa, anche se è basso di statura. Lo sentiva che lo dicevano con simpatia e anche con un po’ di stima. Federico ha occhi chiari e dolci che sono una passatoia verso la sua vera natura, in mezzo a un volto solcato di difese. Questa maschera espressiva non è di famiglia. Si è temprata nelle giornate dure. Il callo del poliziotto non dimentica mai di passarlo a prendere sotto casa, neanche quando esce per fare la spesa. Lo ha sorpreso che la fama del suo soprannome sia arrivata tanto lontano, fino a questa città settentrionale, fino a gente come Dimmisi. Ora è qui da sei mesi, nessuno lo chiama più in quel modo, anche da questo ha capito che la Sicilia un po’ gli manca.
Non è tornato al Nord per motivi familiari. Non ne ha più. Sua madre se n’è andata. Sei anni fa. Il cuore. Lo ha fatto galoppare troppo, negli anni in cui ha tirato su un figlio senza aiuti da nessuno. Finché Federico ha avuto bisogno di lei, il cuore ha resistito. Non oltre. A chiunque perda una madre anziana resta la consolazione di commuoversi rispolverando la spensieratezza di una foto giovanile, magari ingiallita dal tempo — se ha la fortuna di possederla. A lui che foto di una madre vecchia non può averne, le ultime immagini di lei, senza avere avuto il tempo di ingiallire, raccontano di una vita difficile che ha dovuto conoscere la vecchiaia a poco più di quarant’anni. Nella sua fantasia mai morta di bambino che, come ogni fantasia, resta un miracolo senza prove, sua madre annuncia Alberta, fisicamente, come se a questa donna che ha conosciuto per caso, durante una delle sue indagini, sia toccato di reincarnarla seguendo il ciclo misterioso di un archetipo femminile.
Al di là delle analogie più o meno fondate, al di là delle coincidenze spiate, forse Federico Pagliaro è il solo uomo che Alberta abbia mai incontrato ad avere capito che cosa è lei veramente. Una piccola principessa scalza che appassisce di paure. Sono bastati due incontri.
Se sapesse che è l’altra signora Aversa, Bianca, ad appartenere alla categoria per cui ha tanta devozione — mogli e madri per cui è stato scritto un destino di lotta solitaria. Non si può sempre sapere tutto. A volte neanche lo si vuole.
Alberta non può immaginare che cosa è passato nella testa della madre di Francesco in queste ultime ore, che cosa l’ha spinta ad andare finalmente da lei. Neanche se le fosse data in prestito per pochi secondi l’immaginazione che non ha mai posseduto, potrebbe arrivarci.
C’è una lunga curva prima di arrivare a casa di Bianca Aversa. L’autobus — lo stesso che l’ha portata fino alla clinica dov’è nato Massimo Valerio, quel giorno d’ottobre in cui tutto le è crollato addosso — si avvia verso il capolinea, poco più avanti, dove fa solo una breve sosta prima di tornare per la stessa via, nella direzione opposta. Ciò che sembra un inutile giro è in realtà un prezioso privilegio per chi abita in quella strada: chi perde l’autobus all’andata, può fare in tempo a prenderlo al ritorno.
La mattina che si recò nella clinica, era il ritorno quello che Bianca stava perdendo, perciò si era tanto affrettata.
Ieri lo ha preso di nuovo, per tornare a casa dopo alcune commissioni. Era una di quelle ore che lavoratori e studenti lasciano orfane, abbandonate, un’ora morta dove vagano solo creature solitarie — pensionati, svitati, ubriachi. Nell’autobus in cui è salita per poche fermate non c’era nessuno. L’autista era lo stesso del giorno della morte di Francesco. Una coincidenza? Bianca ha voluto credere di no. Non ha osato avvicinarsi per salutare, benché lui l’avesse riconosciuta. È rimasta lì, nel posto più largo riservato ai portatori di handicap, a spostare cose nella testa senza sentirne la consistenza, senza metterle a fuoco, perché ogni pensiero da qualche giorno sembra svuotarla piuttosto che riempirla e offrirle un pretesto di sopravvivenza.
A un certo punto l’estraniamento ha toccato l’apice: si è vista dall’esterno, come avrebbe potuto osservarla un passante fermo in quel momento su un marciapiede: la sagoma di una vecchia signora seduta su un autobus in corsa, una vecchia afflosciata sulla sua malinconia che qualcuno sta deportando, via da qui, dal presente, chissà verso quale nulla. Una fantasia patetica, tutt’altro che consolatoria. Niente dura a questo mondo, Bianca: la giovinezza, l’amore, l’infanzia di un figlio. Le cose preziose presto o tardi ti lasciano, resta niente se non sai incontrare la tua presenza e riconoscerla come compagnia. Resti tu. Ma come è difficile indossare ogni santo giorno la vita senza uno scopo, quando ti hanno annichilito l’ultimo che ti era rimasto. Una prova troppo ardua, che riempie solo del desiderio, così umano, di mollare.
Persa nelle sue amarezze, non si è accorta che, mentre sperimentava l’illusione mentale di allontanarsi da se stessa, perdeva anche qualcos’altro: l’autobus aveva superato la sua fermata — quella dell’andata. Si è allarmata: solo i pochi istanti necessari a rianimarsi. Sapeva di avere una seconda possibilità. Ha prenotato lo stop col pulsante rosso. Arrivata la fermata del ritorno, ha fatto i quattro metri che la separavano dal conducente con un piglio da ventenne e, apposta per regalargli un sorriso, è scesa dalla porta anteriore. Non sapeva ancora chi o che cosa l’avesse svegliato, ma aveva di nuovo dentro un languore di vita.
Una seconda possibilità. Doveva aver perso la prima. Ma dove, quando? per che cosa?
La risposta non ha tardato a venire. Avrebbe detto che la stesse aspettando. Come qualcuno a un appuntamento, vedendo arrivare la persona attesa, prima cerca di richiamarne più volte, inutilmente l’attenzione, infine si arrende a ridere di quella eterna distrazione, che conosce così bene, che ama come tutto il resto di lei, certo che prima o poi sarà visto e una ricerca ansiosa si scioglierà in un sorriso, ricambiato da quello che lo attendeva.
Allo stesso modo, Bianca si è trovata faccia a faccia con qualcuno che la aspettava: lui.
Lì, accanto a lei, un alito d’anima a far fremere la pelle.
Bianca è credente. Lo è in un modo convenzionale e sincero al tempo stesso, come molte donne della sua età. La vita non ha mai avuto l’estro di far crescere la statura di questa fiammella così ingenua, praticamente identica a quella che la animava quando era ancora una ragazzina, ma neanche la forza di spegnerla. Là, sulla curva del 444, in quel preciso istante e in nessuno dei precedenti Bianca ha sentito che suo figlio non poteva andare in fumo come il suo corpo, che quanto di lui era permanente la osservava e in un certo senso stava aspettando che lei lo capisse. È sopraggiunto un minuto di gioia dolente, uno di quei sentimenti che nascono sulla corta frontiera che il dolore divide con la felicità, per questo sanno al tempo stesso far piangere e gioire.
Si è dovuta sedere sopra un muretto di tufo, sulla pancia della curva, per ascoltare. Attorno c’era il niente, neanche il ronzio di un’auto nei paraggi, solo il silenzio del quartiere deserto in orario di scuola e di lavoro e una polifonia diffusa di uccelli invisibili. Attraverso quella normalità abbandonata alla sua indolenza, Bianca sentiva arrivarle chissà da dove il timbro inconfondibile della voce di Francesco, comprese le sue e aperte fuori posto che non si sa da chi aveva preso. Inutile orientare il volto. La voce era ovunque e da nessuna parte. La voce era dentro.
Non avrebbe dovuto farsi cogliere in fallo. Avrebbe potuto capire prima. Un’anima non sa più cosa sia la propria sofferenza, l’ha lasciata nel corpo e quel corpo è diventato polvere, subito in un crematorio, oppure col lento concorso del tempo. Nondimeno sente la sofferenza di chi le è stato caro. Bianca si è troppo chiusa nella sua prospettiva di dolore per capire che ne esistevano altre due. È un rimprovero, quello che Francesco le muove. Non può essere contento di vederla così, piena di cordoglio e di astio che la macerano senza un fine. Non capisce come sua madre, malgrado ciò che ha saputo o crede di aver saputo, possa scegliere per una contabilità degli errori e presentarne la nota a due persone che a suo figlio stanno a cuore quanto lei. Se lui ci fosse ancora, Bianca non si comporterebbe in questo modo. Rispetterebbe ciò che lui avrebbe amato.
La seconda possibilità. A chi ha fallito la prima.
A sé. Ad Alberta.
A questo bambino appena arrivato, frutto innocente di un istante di fragilità, è ancora la prima che sta negando. E poi una vita che si affaccia non può nascere indebitata, una vita nuova sorge a dispetto degli errori, perché è semplicemente vita che sconfigge la morte, come una nuova generazione di foglie si sostituisce a quella transitoria, impermanente che è finita a marcire nell’umido per creare l’alimento della sua successione.
La vera porta è quella stretta, è scritto da qualche parte in un vangelo. Bianca non ricorda quale né in quale passo, ma che importanza ha. C’è sempre da imparare, mai da insegnare nella vita, dove i veri maestri sono quelli che in fondo non sospettano di esserlo. La fede si fa riconoscere meglio, quando ti spinge nella scalata alla porta stretta e te la fa oltrepassare. In passato, non le è mai stata data la possibilità di scegliere da quale porta passare. Ha sempre accolto i problemi che il destino le ha mandato incontro, alcuni dei quali enormi. Non è mai fuggita, uno dopo l’altro ha saputo arrivarne a capo. Ma era una strada obbligata, senza vie di ritirata. Oggi, a settant’anni, la vita ha deciso di sottoporla a una nuova prova, lasciandole l’opportunità di scappare. A mostrarle il bivio che aveva di fronte è stata la sola mano che lei potesse ancora desiderare di seguire. Bianca si è lasciata condurre per la salita e non sa quasi più che c’era anche una discesa. Se lo si potesse vedere, il suo volto conserva una luce estranea, è un chiaro senza la sua luna.
Potesse rendersi conto che questo piccolo varco è lo stesso che anche suo figlio a un certo punto ha deciso di cercare, che è proprio da lì che le è arrivata la sua voce … ma non lo saprà mai: quando si decide, si è soli. Per sua fortuna, un uomo non sente come un limite poter vedere solo un tratto di orizzonte per volta. È mortale, è fatto di vita, una cosa più forte della materia inerte anche se destinata a non sopravviverle. Anche i suoi giorni di smarrimento, ora che Bianca è come risuscitata, sembrano benedetti. Non vede l’ora di iniziare a fare ciò che poche ore fa, al solo pensiero, la sconfortava.
Fare da nonna a un bambino che non è suo nipote e che porterà per sempre — se nessuno commetterà il barbaro, inutile atto di verità di sottrarglielo — il cognome di suo figlio.
08:42 Scritto da: nowhere_man in Storie | Link permanente | Commenti (18) | Segnala
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