31/01/2010

Autobus

autobus.jpgSulla linea 29 restavo ospite – anche se la prendevo tutti i giorni da quasi due anni per andare al lavoro. Gli altri viaggiatori ci stavano come nella piazza di un paese: virtuale, mai vissuto per esperienza. Se lo erano ricostruito come un set, là sopra, sull’autobus. Con i giorni e con i mesi, nella mia testa l’album degli assidui del 29 era completo – trenta o quaranta persone che, con poche eccezioni, incontravo tutte le mattine. Tra queste Giuseppe, il pensionato.

A furia di levatacce e di ore di traffico, anche loro si abituarono alla mia presenza. Non dovevo risultare molto simpatico: mai una parola con nessuno, né un saluto, mentre loro si riconoscevano, cercavano la compagnia e le chiacchiere come boccate d’aria. Io le rifuggivo. Me ne stavo con un libro in mano e la musica nelle cuffie, isolato. Non potevano sapere che per me era l’unico modo di superare quel momento della giornata. Sempre in giacca e cravatta, diverso da loro, ero un intruso che da due anni condivideva parte del loro tempo, letteralmente gomito a gomito, senza mai aver ceduto neppure alla tentazione di un sorriso. Per motivi differenti, loro non conoscevano la mia voce, io non conoscevo le loro.

Di tutti, il solo a ispirarmi fiducia, quasi tenerezza, era Giuseppe. Basso, tarchiato, col baschetto blu in testa in tutte le stagioni, sui settanta, ma in buona salute. La sua presenza sull’autobus restava per me qualcosa di dissonante, di antico e insieme di ritrovato: mi ricordava l’innocenza di certi anziani intervistati dalla prima televisione, quella degli anni cinquanta in bianco e nero e di un’Italia dove tutti sembravano ancora ciò che erano veramente – e forse fu l’ultima. Sembrava qualcuno che stesse a casa sua, non su un autobus. Oltre che osservare, mi facevo tentare dall’indiscrezione: cosa spingeva Giuseppe, alla sua età, ad alzarsi ogni mattina tanto presto, per andare dove? Qualcuno o qualcosa lo aspettava, chissà chi, chissà cosa.

Riuscivo a incontrarlo sull’autobus anche quando, per un motivo qualunque, tornavo più presto del solito. A volte lo vedevo scendere prima del capolinea, altre lo vedevo risalire a una fermata intermedia. Il pensionato Giuseppe sembrava cercare una disciplina anche nel semplice bighellonare; quel cronico far niente si ostinava a voler assomigliare a una vita come quella degli altri, per nostalgia di regolarità. Degli assidui del 29 ero forse il solo a non parlarci; eppure ero convinto di essere l’unico che in quei minuti pensasse a lui, alle sue ore silenziose lontano dall’autobus e dalla vita.

Venne una settimana in cui, per motivi che non sto a dire, non andai al lavoro. Avevo del tempo libero, una cosa incredibile. Ero così poco abituato a disporne che non sapevo cosa fare. Uscivo di continuo, inventando commissioni futili o inesistenti. Naturalmente prendevo la macchina anche per fare cinquecento metri. Era una pausa dal lavoro, e ciò significava dimenticare tutto quanto lo riguardasse, incluso l’autobus 29 , i suoi due o tre autisti, Giuseppe e gli altri, piccolo mondo moderno di borgata che invecchiava onestamente giorno dopo giorno.

Una di quelle volte, alla fermata più vicina a casa mia, vidi in lontananza una sagoma familiare. Era lui, Giuseppe il pensionato. Quando vide una macchina avvicinarsi, fece cenno con la mano di fermarsi. Aveva l’irrequietezza di uno in pericolo o che cerchi aiuto. Frenai d’istinto. Giuseppe si avvicinò allo sportello destro e fece cenno di abbassarlo.

“Per favore, se va verso il capolinea mi potrebbe dare un passaggio? Oggi c’è sciopero e gli autobus non circolano”.

Con gentilezza mi aveva messo con le spalle al muro: gli feci cenno di accomodarsi. Aveva uno strano odore Giuseppe, e ne riempì subito l’abitacolo. Sapone di Marsiglia, o qualcosa del genere. Mi ricordava gli enormi spazi – così allora mi sembravano – della scuola elementare delle suore dove andavo da bambino. Si comportava come se non mi avesse mai visto: probabilmente era vero. Avevo voluto sembrare invisibile in quei due anni di 29 e c’ero riuscito. La conversazione languiva. Io con la scusa della guida non la cercavo, ma sentivo tutta l’agitazione di chi mi sedeva vicino senza che dovesse metterla in parole. Lo sguardo vagava, a destra e a sinistra, il respiro era affannoso di una corsa che non avevo visto fare al suo corpo.

Inaspettatamente disse qualcosa: “Mi scusi, può lasciarmi qua? Continuo a piedi”. “Come vuole”.

“Buongiorno, e grazie. È stato molto gentile”. “Si figuri”.

Spiazzato dalla sua improvvisa decisione, per qualche secondo lo osservai nello specchietto retrovisore. Si era accorto che ci seguiva un autobus, non un 29 ma un’altra linea che andava nella stessa direzione. Era sceso apposta per prenderlo al volo. La storia dello sciopero era una balla. Doveva aver perso una corsa e non aveva voglia di aspettare la successiva. Ma a me, ripensandoci, Giuseppe fuori dell’autobus era sembrato il contrario di come lo conoscevo sul 29: un’anima in pena, un pesce fuor d’acqua.

La settimana sabbatica passò in fretta. Ricominciò la solita vita, quella della linea 29 dove incrociavo per pochi minuti la vita di Giuseppe il pensionato e di altri sconosciuti come lui. Una sera, di ritorno a casa, rimasi solo con l’autista. Giuseppe era appena sceso. Non mi aveva mai riconosciuto come l’uomo di un casuale autostop. Così, tanto per dire – stranamente ero in vena di chiacchiere, mi era passata la voglia di leggere – attaccai discorso, facendo cenno a quello strano vecchietto e al fatto che alla sua età se ne stesse sempre in giro, anche col brutto tempo.

“Il sor Giuseppe – fu allora che seppi come si chiamava – sull’autobus ci vive. Sì, da come mi guarda ho capito che lei non ha capito. Quando dico ci vive, dico la verità. Noi facciamo turni di sei ore, e per almeno tre di queste ognuno di noi se lo ritrova a bordo. Io mi faccio i fatti miei, buongiorno e buonasera a tutti. Ma Franco, l’altro collega, è un pettegolo. Non si è tenuto. Un giorno lo ha fatto parlare. Gli ha chiesto perché passa tutto il giorno sull’autobus. – Cerco Mirella – ha risposto, seccamente. – E chi è Mirella? – Amico mio, è una lunga storia, tu sei giovane e non so se mi puoi capire. Mirella è … la bellezza, la gioventù eterna, hai presente? Mirella è un sogno che non posso smettere di sognare, o forse è solo un fantasma di questo povero pazzo che ti parla. Forse non c’è più, ma finché qualcuno non me lo dice … io continuo a cercarla e un giorno, lo so, la troverò. – Chissà che voleva dire. Franco è rimasto zitto – e mica è facile azzittire Franco! Secondo lui, Giuseppe è solo uno fuori di testa. Io non ci credo. Forse Mirella è una signora, vedova come lui, che avrà visto una volta sull’autobus, magari si è innamorato di lei ma non ha avuto il tempo, o il coraggio di attaccare discorso. Oppure è una vecchia fiamma giovanile, che ora che è solo vorrebbe ritrovare. Bivacca negli autobus tutto il giorno, sperando solo di incontrare ‘sta Mirella. Lei che dice? troppa fantasia, vero? Lo pensa anche mia moglie. – Dovevi scrivere i libri! – mi dice sempre, ma io lo so che prende in giro. A che serve la fantasia, dotto’? per vivere servono solo questi (e strofinò indice e pollice della mano destra)”.

“Ha ragione”, mi limitai a rispondere con un sorriso amaro. La fantasia a questo mondo è una moneta fuori corso. Lo pensai soltanto, non lo dissi. Salutai, perché ero arrivato. Era buio, ma le strade di solito un po’ squallide che mi portavano verso casa, perfino il neon troppo freddo dei lampioni che rivelava l’umido della sera, tutto sembrava diverso: vivo, essenziale, intensamente caldo e vero perché partecipe della storia di Giuseppe. Chissà quale era la sua verità: quella di Franco il pettegolo, del suo collega fantasioso, o una terza. Impressi come un marchio, mi restavano dentro due sentimenti: lo stupore verso un vecchio che inseguiva ancora la sua Mirella, qualunque cosa fosse, e l’umiliazione amara di un confronto – io che, tanto più giovane di lui, avevo rinunciato a cercare la mia.